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Esploratrici solitarie

“Esploratrici solitarie” le poesie navigano a vista nel gran mare dell’essere, ma con uno sguardo profondo, radar verso l’alto e sonar negli abissi, attraverso le mille smagliature di quel manto spesso che è il mistero che avvolge la vita. Ricco della sua vasta e raffinata cultura e di una sensibilità acutissima, Paolo Valesio scrive un altro capitolo della sua poesia dalle molte sfaccettature (esistenziale, filosofica, elegiaca, epigrammatica, aforistica, coloristica, epica), nel segno di quel vincolo originale e inconfondibile che si lega all’esperienza (viscerale, culturale) dell’autore a cavallo di due mondi.

Esploratrici solitarie raccoglie i versi che abbracciano gli anni dal 1990 al 2017 e segue a cinque anni di distanza la raccolta La mezzanotte di Spoleto. È un libro complesso e articolato, che conferma nella coerenza la produzione di Valesio, ma che nello stesso tempo aggiunge qualcosa d’altro e di più alla mappa più propriamente letteraria dell’autore.

C’è una parola fondante, che può essere letta anche come parola di seconda istanza o di rimando, in questo repertorio di versi a specchio rispetto alle raccolte precedenti di Valesio: quella parola che crea appunto il proprio mondo pur recuperandolo e ricreandolo nel rispecchiamento di tutta una produzione, avanti e indietro nel tempo. Comunque ogni volta in autonomia, in un flusso di racconto originale e con proprie intermittenti illuminazioni liriche. Si possono leggere i testi confrontandoli, oppure no, con le prove del passato. Li si troverà, in ogni caso, coerenti e contigui rispetto a quelle. Perché la poesia, conoscendo il muro invalicabile tra verità e vita ed essendo fatta di “immagini”, si volge a costruire le sue chance reinventandole in un territorio di interferenze e di mescolanza, di scambio sotterraneo attraverso minimi ma fondamentali vasi comunicanti.

Quella di Valesio è una poesia in cui accade il miracolo di una coniugazione tra parti apparentemente inconciliabili, anche se di aree comunque confinanti e tuttavia non proprio affini, ciascuna con le proprie peculiarità artistiche inderogabili (pittura, musica, cinema, teatro...). E la cosa avviene, per così dire, dentro il macinino della mente insaziabile e attraverso graduali e successive sterzate dell’intelligenza dell’autore. A modo suo, s’intende, eppure secondo criteri generali univoci che, con l’uso dell’intelligenza, non escludono affatto il riscontro emozionale e più propriamente umano, insomma con il cuore e non solo con la testa. Anzi, per contrasto e in forza inversamente proporzionale, questa di Esploratrici solitarie è una poesia che fa sprigionare dalle sue superfici geometriche un’ansia di partecipazione e di complicità rispetto al mondo e alle sorti degli uomini, in parallelo emblematicamente con le prove narrative dell’autore.

I canoni secondo cui la realtà si fa mito sono quelli di oggi, della nostra contemporaneità, e si legano prevalentemente per non dire esclusivamente alla contraddizione drammatica della vita nella coscienza frantumata delle nostre individualità (anche in presenza di eventuali sfumature ironiche, che in ogni caso si assottigliano fin quasi all’assenza nel presente repertorio di poesie). Con dettato incalzante e con soluzioni espressive preferenzialmente aperte, a materializzare lo iato profondo tra consistenza materiale (o materialistica) della realtà e alfabeto categoriale della conoscenza.

Del resto, proprio come per la ricerca in generale, la ricerca verbale della poesia di Valesio mira allo scavalcamento costante e progressivo dei risultati che via via raggiunge, ad impedire che i moduli espressivi si chiudano. Nello sforzo, intanto, che il mito raggiunga la sua verità oggettuale, e cioè quella facoltà di conoscere con visione diretta il reale, anche fatto a pezzi, perché ogni frammento è in sé un assoluto, contrapposto a ciò che è apparente e accidentale.

Recensione
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