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Intorno a un manufatto preistorico
di pietra rinvenuto nell’Oasi di Vendicari (Sicilia)

Indubbiamente la storia dell’archeologia è stata anche storia di pietre, talvolta di singole pietre frutto di occasionali rinvenimenti. E tuttavia il loro impatto nei fatti di scienza è stato tale che orizzonti nuovi si sono potuti aprire all’umana conoscenza, e nuove vie è stato possibile percorrere prima impervie e forse ritenute impossibili. Così è stato con la Pietra di Rosetta - scoperta alle foci del Nilo durante l’occupazione napoleonica dell’Egitto - la quale, portando inciso un decreto di Tolomeo V in greco, demotico e geroglifico, diede a Champollion la chiave per la decifrazione dei geroglifici egiziani, fino ad allora illeggibili. Così sembrò essere con la Pietra di Kensington, “rinvenuta” alla fine del secolo scorso nel Minnesota, la quale, portando incisa una iscrizione in caratteri runici, sembrava provare l’arrivo in territorio nordamericano di esploratori vichinghi in epoca precolombiana. Ora la Pietra di Kensington è considerata un falso, ma il rumore che sollevò ha amplificato la curiosità del ricercatore e favorito l’intensificarsi degli studi, sì che oggi l’arrivo di Vichinghi in Nord America, come proverebbero i ritrovamenti archeologici di l’Anse au Meadow a Terranova, sembra scientificamente provato.

Ancora una pietra attirò l’attenzione dell’Orsi alla fine del secolo scorso (ORSI, P., 1899, Ascia paleolitica di Alcamo,(TP), BPI XXV). Rinvenuta occasionalmente nel 1883 nei pressi della stazione ferroviaria di Alcamo, la pietra, lunga 105 e larga 78 mm., fu ritenuta dal grande archeologo un coup-de-poing di tipo chelles, o Chelleano, elemento insolito nel panorama culturale preistorico isolano del momento, se lo studioso, che era un acuto osservatore, era costretto ad ammettere come in Sicilia “…fossero di estrema rarità gli strumenti veramente paleolitici…”. Ma il manufatto, esaminato dal Vaufrey (VAUFREY, R., 1928, Le Paléolithique italien, Archives de l’Institut de Paléontologie humaine, in Mémoires, 3.) fu definito senza alcun dubbio, per la tecnica di lavorazione, di fattura neolitica, mentre il Rellini (RELLINI, U., 1936-1937, Amigdaloidi pseudo-paleolitiche in Sicilia. Notizie Paletnologiche, BPI n.s. I) riconobbe nello strumento l’abbozzo di una accetta di tecnica c.d. campignana.

Tre grandi studiosi di preistoria e tre diversi esiti nell’interpretazione dello strumento di selce rinvenuto ad Alcamo.

Erano certamente tempi di incertezza, ma più di confusione nella ricerca archeologica preistorica, se il Mommsen poteva scrivere nella sua Storia di Roma Antica come “…nulla finora è stato scoperto che possa giustificare l’ipotesi che in Italia l’esistenza della razza umana sia più antica che la coltivazione del campo e la fusione del metallo…”, ignorando (o disprezzando?) il materiale “primitivo” esistente nei musei italiani, e confermando implicitamente, a distanza di quasi tre lustri, quanto avventatamente aveva affermato Francesco Bertolini il quale riteneva che l’Italia durante l’età della pietra non fosse abitata.

Ma erano anche tempi in cui, essendo i confini tra l’antico (Paleolitico o Archeolitico) ed il relativamente antico (Neo-Eneolitico) incerti, si cercava tuttavia di mettervi ordine, tant’è che nel 1892 l’Orsi, volendo definire almeno i tempi più vicini alla storia dell’isola, la c.d. civiltà sicula, cominciava a stabilirne la classificazione in “periodi siculi”.

Il Paleolitico non presenta ancora una sua chiara fisionomia, è ancora considerato quale appendice agli studi paleontologici e paletnologici, e la sua affermazione come cultura, o insieme di culture preistoriche, di straordinaria e dirompente valenza, è lenta, suscita anche curiosità.

Naturalmente si scava e si è costretti ad osservare; alla raccolta e catalogazione di oggetti belli e curiosi, segue la catalogazione e lo studio di oggetti (ora di ogni oggetto!) nei quali si scoprono significati ben più profondi di quelli che una fredda catalogazione fine a se stessa poteva suggerire. E allora, alle osservazioni curiose del Patiri che nelle selci paleolitiche del Castello di Termini Imerese vede motivi zoomorfi e antropomorfi, si sostituiscono gli studi che tendono a catalogare i tipi secondo forme e tecniche, e quindi a individuare espressioni culturali cronologicamente distinte, insomma manufatti realizzati secondo tecniche di lavorazione ben riconoscibili, e, quel che più conta, databili, se possibile, nel tempo fors’anche relativo.

Quindi, già dalla fine del secolo scorso è ormai la scienza, balbettante quanto si voglia in campo preistorico ma sempre scienza, ad occuparsi con particolare impegno dell’uomo vissuto sul territorio nazionale già prima che i campi venissero coltivati ed il metallo fuso. Ne fanno fede il giudizio dell’ Orsi prima, e, più tardi, quello del Vaufrey e del Rellini, i quali, seppure sostanzialmente discordanti, rappresentano un continuum scientifico nella datazione di un manufatto, allo scopo di assegnarlo ad una ben precisa cultura preistorica.

Attenzione! Quando si cerca di inserire l’ascia di Alcamo in una scala di valori temporali e culturali, bisogna ammettere che il Paleolitico inferiore in Sicilia non è noto. Ancora nel 1957 il grande studioso della preistoria della Sicilia e delle sue isole, Luigi Bernabò Brea, doveva ammettere, alla luce di quanto già noto, come l’uomo “…sembra essere arrivato molto tardi in Sicilia…”, non essendosi ancora scoperta nell’Isola “…alcuna traccia di un Paleolitico inferiore e medio, di quelle più antiche culture umane, cioè, che occupano la parte immensamente più lunga del Pleistocene” (BERNABO’ BREA, L., 1957, La Sicilia prima dei Greci).

Sono ancora delle pietre, rinvenute nei pressi di Agrigento che, sul finire degli anni ’60, riempiono parzialmente la lacuna culturale notata dal Bernabò Brea, e che sembrava incolmabile in Sicilia. Gerlando Bianchini uno studioso agrigentino, identifica in alcuni ciottoli, rinvenuti su antiche spiagge del Calabriano e del Siciliano, una industria litica che si inquadra senza ombra di dubbio nelle c.d. industrie su ciottolo, o Pebble Cultures, ed è riferibile al Paleolitico arcaico; sorprendentemente, l’industria di Agrigento si confronta con analoga industria nordafricana, rinvenuta in Marocco. (BIANCHINI, G., 1969, Risultati delle ricerche sul Paleolitico inferiore in Sicilia e la scoperta di industrie del gruppo delle Pebble Cultures nei terrazzi quaternari di Capo Rossello in territorio di Realmente, Atti della XII Riunione Scientifica dell’Ist. Ital. di Preist. e Protost.), È evidente a questo punto che la storia dell’archeologia preistorica dell’Isola debba essere riesaminata ed in buona parte riscritta, almeno per i tempi, immensamente lunghi del Pleistocene, che precedono il Paleolitico superiore.

Ora a noi interessa evidenziare che, dai primi ritrovamenti del Bianchini, la ricerca in Sicilia si è fatta più attenta e naturalmente più critica; le scoperte di nuovi giacimenti del Paleolitico arcaico e inferiore, anche lontani da Agrigento (che tuttavia rimarrebbe l’area di maggiore diffusione) si sono succedute a ritmo incalzante, e tutte si sono rivelate di notevole interesse archeologico.

Tra queste collochiamo il ritrovamento di un “chopper” di quarzite chiara, rozzamente scheggiato (ved. fig. 1), da noi raccolto a Kamarina tra gli sterri provenienti dagli scavi dell’ insediamento greco. Lo strumento presenta una scheggiatura unidirezionale su una estremità del ciottolo utilizzato, eseguita con un percussore duro. Tipologicamente è un chopper, e si confronta decisamente con analoghi strumenti rinvenuti numerosi nell’agrigentino, tipici del Paleolitico arcaico isolano, ed attribuiti, come abbiamo detto, alla Pebble Culture, o industria su ciottolo.

Fig. 1 Chopper da Kamarina (Ragusa)

Il ritrovamento è stato occasionale, ma rimane rappresentativo di una realtà archeologica che necessita di essere verificata.

Ma la sorpresa ci viene anche dalla vicina Oasi di Vendicari, dove abbiamo rinvenuto, sulla fascia calcarenitica ad ovest del Pantano Piccolo, una grande scheggia di calcare duro, biancastro, nella quale si riconosce un manufatto (fig. 2). Lo strumento misura mm. 90 di lunghezza, 72 di larghezza ed è spesso mm. 31 (indice di carenaggio: 2,3, quindi da definirsi piatto secondo i parametri in uso); vi si legge un raschiatoio latero-trasversale convesso, denticolato, realizzato su un grosso ciottolo a base piana, tratto probabilmente da un più grosso blocco calcareo proveniente dall’area ad ovest dei Pantani.

Fig: 2. Raschiatoio da Vendicari (Siracusa)

Il manufatto ha subìto vistosi aggiustaggi sulla faccia superiore convessa, con l’asportazione di alcune schegge laminari, mentre la faccia inferiore, piatta come il tallone, col quale forma un angolo quasi retto, denuncia l’assenza di una grossa e irregolare scheggia (area reticolata A di fig. 2/1b), asportata per assottigliare il bordo laterale sinistro; da tale bordo sono state quindi asportate, con intervento diretto e con tecnica c.d. clactoniana, almeno quattro schegge, sì che il profilo, come quello frontale, ne è risultato denticolato e sinuoso. La stessa area ha restituito un altro strumento litico; si tratta di una piccola scheggia laminare a sezione trapezoidale, denticolata, di selce biancastra (fig. 2/2), sulla quale, con ritocco diretto, sono stati realizzati due “becchi”, di cui uno bulinoide. Lo strumento misura mm. 30x18x5, quindi da definirsi molto piatto, con indice di carenaggio 3,6.

Lo stato attuale della ricerca sulle culture che in Sicilia precedono il Paleolitico superiore non è ancora tale per cui si possa tentare una sufficiente analisi dello strumento di Vendicari, che non sia limitata alla tipologia ed alla tecnica di scheggiatura. Lo strumento del resto è stato rinvenuto isolato, in superficie e non in un contesto stratigrafico; quindi anche l’utilizzo del confronto ne risulta fortemente limitato.

A seguire la Vigliardi (VIGLIARDI, A., 1992, Corso introduttivo di Preistoria), ed altri Autori, sembrando in Sicilia e nelle sue isole maggiori il Paleolitico medio assente, verrebbe di attribuire il raschiatoio di cui discorriamo a quelle industrie che nel continente anticipano l’avvento delle culture mousteriane, e riconoscervi elementi normalmente notati nelle industrie su scheggia di tecnica clactoniana che, oggi, sono sufficientemente note per quei complessi industriali che, con particolare frequenza, e su aree sempre più estese, vanno scoprendosi in Sicilia.

È utile precisare a questo punto che i canoni normalmente accettati per la definizione del Clactoniano peninsulare solo in parte vengono ritenuti validi per il Clactoniano isolano; è anche evidente che i caratteri tipologici e morfologici del Clactoniano isolano (caratteri che sorprendentemente anticipano forme che, più tardi, nel Paleolitico medio continentale, saranno usuali e predominanti) sarebbero da ritenersi, secondo Broglio ed Altri (BROGLIO, A.; DI GERONIMO, I.; DI MAURO, E.; KOZLOWSKI, J. K., 1992, Nouvelles contributions à la connaissance du Paléolithique inférieur de la région de Catania, dans le cadre du Paléolithique de la Sicile)., come un aspetto evolutivo dei complessi arcaici su ciottolo isolani, denunciando, secondo gli AA. cit., un “…adattamento locale, un aspetto che non sarebbe privo a sua volta di un proprio ulteriore processo evolutivo in direzione di una tecnica di scheggiatura maggiormente predeterminata”.

Notiamo che non viene assolutamente presa in considerazione la eventualità che, in Sicilia, il Paleolitico medio sia presente. Noi non escludiamo tale eventualità, essendo convinti, ed in ciò confortati da consistenti indizi raccolti lungo le vallate del Dirillo (fig. 3), dell’esistenza di complessi industriali i quali evidenziano tecniche di scheggiatura e tipologia legate sì ancora al phylum clactoniano insulare, ma nei quali si diversifica, in una serie abbastanza consistente di elementi, una tecnica di scheggiatura “predeterminata” quale è possibile vedere nelle industrie a prevalente tecnica Levallois e tipologicamente presenti nel Mousteriano continentale.

Fig. 3. Strumenti litici vari da Licodia Eubea (Catania)
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