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Prefazione a
Strade di versi
di Paolo Carlucci

la Scheda del libro

Eugenio Ragni

Vento nuovo d’antiche sillabe

È sempre difficile, per me almeno, presentare una silloge di liriche, e per più di una ragione. Anzitutto, non mi ritengo abbastanza munito di un background di letture poetiche pari a quello che negli anni ho invece accumulato per la narrativa: a parlare per primo di poesia nuova, non ancora esplorata, provo quindi la spiacevole impressione di muovermi su un terreno un po’ straniero, intimidito come sono a indicare ascendenze e originalità che io possa eventualmente rilevare.

Non si tratta di una dichiarazione di falsa modestia, tantomeno di un eccesso di cautela, ma di onesta consapevolezza di appartenere alla schiera dei semplici degustatori di poesia, cui è concesso esprimere liberamente un soggettivo pronunciamento di gusto e basta.

Lo scrupolo di maggior peso scaturisce però proprio da questa mia posizione esegeticamente defilata, forzosamente personale: non è forse arbitrario premettere a una raccolta di liriche un’opinione che prescinda del tutto – o quasi – da riferimenti “storici”, che cioè non si avvalga degli opportuni supporti critici per definire adeguatamente i tratti originali e gli eventuali debiti che un’opera presenta rispetto alla tradizione? E se accade più spesso di quanto non si vorrebbe che un’analisi di questo tipo parcellizza ingenerosamente il profilo dell’autore in un eccesso di rimandi a una sua legittima e inevitabile oltreché doverosa vigilia di formazione, quasi si trattasse di plagi e non di positive assimilazioni, è però ancor più vero che un giudizio di pure sensazioni, povero o addirittura sprovvisto di sussidi storico-critici di riferimento, rischia di vendere per verità ciò che è invece solo opinione, giudizio individuale: dunque fallibilissimo enunciato.

Quanto dirò vuol essere e restare pertanto un semplice regesto di impressioni formulate da un lettore forse non proprio sprovveduto di esperienza esegetica, ma saldamente ancorato al presupposto che la poesia, quando è veramente tale, vada delibata in primis nell’intimo, quando cioè la sua essenza è ancora vergine e possiede integra la magica intensità che risveglia inedite suggestioni e toccanti reminiscenze.

La componente che fin dalla prima lettura mi ha colpito nella poesia di Paolo Carlucci è l’elevatissimo e scaltramente gestito coefficiente di pregnanza che intride vocaboli, morfemi e metafore, facendone gomitoli da dipanare, stipati contenitori di polisensi; tant’è che la forma più confacente a un’analisi puntuale sarebbe il classico apparato di note a piè di testo, in cui evidenziare appunto la fitta polisemia intrinseca e contestuale che ne sostiene l’intensa liricità, senza per questo perdere nulla in concretezza e mantenendosi così su registri espressivi di agevole accesso.

Fra le tante citazioni possibili – e si potrebbe cominciare dal titolo della raccolta, che allude a una consapevole presa di distanza e insieme alla varietà dei temi (Strade, “percorsi”, di versi “di poesia” e, giocando di agglutinazione, “differenti”, “nuovi”) –, mi pare che Amore si presti in misura ottimale a far da base a una dimostrazione di quanto sto cercando di comunicare:

La luce di un fiore
nel cuore dell’inverno.
Le grida di luce
nel sonno dei giorni
normali
nel collegio della vita.

Credo che chiunque appena dotato di sensibilità e sorretto da un normale coefficiente di familiarità con la poesia riesca a cogliere, anche a prima lettura, l’intensità lirica e il risalto materico delle due metafore: l’amore come fiore luminoso miracolosamente sbocciato in pieno inverno e che infrange come passione la ripetitività narcotica della routine quotidiana; è dunque luce improvvisa e abbagliante che fende il letargo dei sentimenti – anzi “l’inverno del cuore”, potrei dire, invertendo i due emistichi del secondo senario – e si fa impeto acceso che rompe la monotonia di una vita uniforme. Una vita che, per di più, è collegio: felicissima parola-immagine che – più di altre, pur ricche, di questa lirica – si apre a una consistente pluralità di connotazioni, tutte più o meno denotanti chiusura e costrizione, sostanziale sudditanza a regole e obblighi, a imposizioni e doveri. Collegio indica infatti un luogo in cui si è costretti a convivere con altri, nei rigori di un codice imposto di comportamento; implicita è dunque la mancanza di libertà, e tutto converge comunque verso un’omologazione che ne riduce ulteriormente il già aleatorio esercizio; e non è da escludere, allargando forse troppo l’area dei riferimenti, che il poeta abbia inteso rapportare questa nostra Terra al “collegio di correzione” in cui il Creatore ha destinato la prima progenie e tutta la sua discendenza a scontare il peccato originale. In questo luogo conchiuso e vessatorio l’amore, connotato con la veemente sinestesia delle «grida di luce», irrompe a ravvivare, fosse pure soltanto per un fugace tratto, una condizione esistenziale e sentimentale in sofferente stasi.

Amore è anche una delle liriche in cui si evidenzia quella che è forse la più significativa e apprezzabile componente dello stile di Carlucci: la concinnitas, visivamente evidenziata nella raccolta sia dalla ridotta percentuale di liriche estese – otto soltanto su 86, lunghezza massima 33 versi, spesso brevisillabi, una sola di 59 –, sia soprattutto dalla pregnanza realizzata dai fitti giochi metaforici e lessicali, che certificano una ragguardevole ars di trovatore e una vitale attitudine associativa, particolarmente apprezzabile nelle ardite sinestesie efficacemente “visive”: «grida di luce» (Sillabe amorose), «m’azzurro di silenzio» e cavalloni «sonori di bianchezza» (Paesaggio marino), «nere strida di luce» (Uccelli in città), «Il canto nero dell’esule fuoco» (Catania), «azzurro screpolato di luce» (Sperlonga), «forme sonore di luce» (Nomadi andiamo); per non dire delle tantissime, fulminanti metafore: «Binari | confusi labirinti dell’ovunque» (Stazioni), «fanali delle scavatrici | della Modernità | talpe vedenti, | cieche alla pietà» (Metro C avanti tutta); «Prostitute romene […] | nomadi del sesso | senza baci | […] sirene leopardate | tra i semafori | veloci orinatoi | del desiderio | per legionari di alcove | metallizzate in sosta» (Cronaca metropolitana); e poi i gatti «virgole di destrezza», le «insegne,| sirene della pubblicità», l’«agave spinosa del | ricordo».

Confermano ulteriormente la non comune padronanza tecnica di Carlucci la fruizione di altre figure prosodiche: allitterazioni semplici («rovo […] arroventato», Liguria; «rughe di ruggine», Stazioni) e paronimiche («umide paludi | paludate d’allegria», Notti bianche; «rosse insegne graffite […] | rivelano le vie griffate», In Metropolitana); altre con bisticcio («valente […] | va lento», Autoritratto a quarant’anni) o con antitesi esplicite («modernità pure | impura», All’Acquedotto Felice; «pendolare […] | sospeso tra arcate | di un antico presente», Dopo Porta San Sebastiano; «Adolescente annoso che palpita e sospira», Musa nascente) e implicite («ombre di marmo […] | acefale | montate tra testate di motori», Apollo Diesel); e ancora paronomasie con adnominatio («Roma | che nella notte bianca | pure s’imbianca», Notti Bianche; «la Regina della Notte | Bianca, passata in bianco», Notturno rock; «Notte bianca | che veste di note le vie | della notte di Roma», Vanno come nomadi). Non mancano poi persuasive neoformazioni, ottenute di solito con pungenti agglutinazioni: «videoturisti», «archeocittà», «archeonotte», «archeogatti», «telecittà», «telenido», «telesorella»; cui è da aggiungere l’invenzione di un prodigioso strumento, il «poesiometro», con cui accertare «che tempo fa nell’anima» (Meteopoesia).

La struttura metrica di Amore – per molti versi lirica esemplare nella produzione carlucciana – all’occhio si direbbe libera, mentre si rivela invece sostanzialmente “classica”, consistendo di quattro senari, seguiti da un ternario e un ottonario che, sommati insieme, compongono un endecasillabo. Uno dei tratti costanti della prosodia di Carlucci è infatti la tensione quasi costante verso un avvertito rispetto nei confronti dell’ars poetica tradizionale, di cui accetta le forme costituite senza però restarne intimidito o succube: cerca invece di rinnovarne schemi e ritmi in modulazioni personalizzate, guardando ovviamente alle più prestigiose sperimentazioni novecentesche e contemporanee, delibate e assimilate in anni di fruttuose letture e rintracciabili qua e là, il più delle volte in sottotesto, sollecitando spesso argutamente la memoria o la complicità di chi legge. La sua lirica è insomma «vento nuovo d’antiche sillabe di Poesia» (Il bardo del Sud): e direi che questa formula sia non soltanto un’auto-definizione illuminante, ma anche e soprattutto una consapevole, meditata dichiarazione di poetica.

Credo ad esempio che una decisa eco di metrica barbara risuoni in Musa nascente e, leggermente attenuata, in una delle liriche più incisive della folta sezione Roma.Geografie d’asfalto ed altre solitudini che occupa quasi i due terzi della raccolta, Chiese di periferia: dove l’andamento ritmico d’antan e l’occorrenza di alcuni vocaboli e morfemi di registro più elevato («metafisica gravezza», «disadorne», «urne di luce», «virtuale», «cielo di vetro», «anima», «reliquia», «silenzio della parola», «nuda di splendore») si contrappongono alla fitta inserzione di termini tecnici recenti («postmoderno», «fluorescente», «videogiochi», «SKY», «spot», «zapping», «on line», «mediatica»), inducendo un prepotente (e indispensabile) effetto di straniamento perfettamente funzionale al contenuto della lirica; nella quale infatti Carlucci stigmatizza con venature ironiche sottese a una dominante amarezza, l’antimistica struttura delle moderne chiese, «disadorne case di cemento armato, vetro, acciaio, ferro …», «cubi grigi», «stelle comete metropolitane di città vuote».

La fitta sopravvivenza della rima costituisce un altro elemento tecnico tradizionale, fruito con disinvolta personalizzazione per costruire un’ulteriore cadenza ritmica e talvolta per congegnare un abile divertissement: autoironico in Autoritratto a quarant’anni, dove sui quindici versi della prima strofa nove escono in ­-ente (e c’è in più una rimalmezzo), mentre i dieci delle due strofe successive presentano ben nove rime tronche in - (anche qui una è rimalmezzo); con intenzione sarcasticamente sferzante in Il gioco serio dell’arte, in cui una sequenza di ben 55 rime e una rimalmezzo in -enti (su 59 versi complessivi: vero e proprio tour de force) delineano beffarde l’attuale condizione consumistico-deculturata dei nostri musei, dove veleggiano torme di pubblico impreparato e sostanzialmente insensibile al «bello Sublime», fra guide che masticano chewing gum, «ex Nip ora Vip […] | in Estetica deficienti, | ma furbi più che intelligenti», o divi provvisòri della tv che presenziano alle mostre, o ancora sponsores e ricchi dirigenti che ignorano perfino i nomi dei grandi storici dell’arte.

Un analogo gioco di rime tronche in -à, riecheggiato episodicamente all’interno di verso con voci di lessico settoriale (ciak, set, flashes), punteggia Memorie del sottosuolo a Roma, in cui – come in tutta la sezione Roma ciak – le visibili stratificazioni di questa «archeocittà» stimolano miraggi in cui «memorie di realtà» del passato riemergono per «flashes del colore dei sogni», preannunciando la «futura Cinecittà.| La Roma che verrà», dove non molto sarà cambiato. E leggerei nel titolo – intrigato da quell’a Roma un po’ anomalo rispetto al di Roma che ci si aspetterebbe – un’allusione criptata al celebre titolo dostoevskiano, che, giusta la posizione del protagonista del romanzo russo, «uomo evoluto del nostro disgraziato secolo diciannovesimo», connoterebbe un’intenzione riduttiva nei confronti della Roma di oggi: il che si accorderebbe perfettamente con la netta insofferenza espressa da Carlucci nei diversi paragrafi in cui è suddivisa la seconda sezione del libro, interamente dedicata alla città

che Cesari e Papi, micio micio
spoja spoia, hanno fatto Reggina
der monno co sti quattro sassi
vecchi come er monno.

(Er Natale de Roma)

Antico e moderno sono compresenze in parallelo o, altre volte, contrapposte quel tanto che basta per connotare il trascorrere del tempo, ma quasi mai per confronti moraleggianti, anche dove gli accenti si fanno più caustici: la tipologia urbana mutata e i modus vivendi fatalmente diversi dell’oggi non suscitano infatti le abusate modulazioni di gemebonda nostalgia care a tanta rimeria dilettantesca, ma costituiscono la base per disegnare una suggestiva immagine in diacronia della città, dove la coesistenza di passato e presente – anzi, di un «antico presente» – compone l’originale, suggestiva fisionomia atemporale di un agglomerato urbano assolutamente unico; cui Carlucci aggiunge di volta in volta coloriture ora bistrate d’amarezza, ora elegiacamente pastello, ora espressionisticamente graffianti:

Rovine
il rumore del Tempo
in città.
Riaffiorano antichi
sepolcreti in periferia
il sonno dell’eternità.
Tra le case grigie, infinite
i dormitòri della Modernità. (Rovine)

[…] Mi duole in petto la bellezza di rughe
di un giovane autunno in moto lento
tra le luci false della città in moto. (Serata grigia)

Ventosa luce d’alberi su l’urne
tra l’erba il nulla freddo della pietra
che quieta s’eterna tra i fiori.
Vado ubriaco di silenzio
tra i boati della città
che non mi vede.

(Ai sepolcri di Via Latina)

Basiliche
ruderi di marmo
mozziconi di colonne
che fumano toscani a Roma
le gesta di Anidride
sex symbol di fumo della car
che ha messo la star Nike
sotto i piedi dei nuovi legionari
della superficialità. […]
il neoquirite, coatto na cifra, spende poi
na cifra d’euri pe fasse véde su You tube yesterday co Cesare
er leggionario finto de li Castelli
che sta qua, tra turisti e fanelli,
e le pischelle, messaline senza troppi veli, aspiranti veline
che se sderenano su sti marmi belli ar zole de li Fori
di quello che fu na cifra tanta d’anni fa
er ventre de Roma
cloaca massima de bellezza e de monnezza
co le zzinne de fora. (Basiliche nel Foro Romano)

Le liriche di Carlucci sono intessute di letture e di eredità elettive perfettamente assimilate, al punto da potergli permettere un sottile gioco di citazioni ora esplicite ora criptate, che richiamano più o meno direttamente un autore specifico o vi alludono con modulazioni à la manière de. È il caso, per esempio, degli ungarettiani Motto poetico e di Labor limae I, o di certi echi montaliani (non a caso, in Liguria); mentre più evidente mi pare la presenza di Mauro Marè in Cecafumo («formicari indisumani», «sorciara de magnaccia», «sbrullicà de pori cristi», «la faccia tosta de la luna mignotta») e nella chiusa già citata di Basiliche nel Foro Romano: presenza indìgete, direi, questa di Marè, per la scelta dialettale conveniente ai toni di una forte indignatio e per la carica espressionistica con cui Carlucci racconta la città.

In altri casi un calcolato tessuto di citazioni mira a disegnare una sorta di ritratto-omaggio: e segnalerei Via Saba, in cui oltre al titolo del capolavoro e a un convincente profilo di «antico fanciullo», si fa allusione al «nome d’arte» assunto dal poeta triestino per rifiutare il cognome del padre che aveva abbandonato la famiglia prima che lui nascesse. Analogamente, in Visita alla Keats and Shelley’s House i due poeti inglesi sono evocati richiamando del primo il titolo della sua famosa Ode on a Grecian urn e la sua ricerca del misterioso «soffio della vita» fissato come eterno nell’opera d’arte e perseguito «tra carte di versi | pieni di luce»; dell’altro è richiamata la morte per acqua («Un corpo | […] cade nell’acqua | sogna di danzare | sull’acqua») e l’«umido vento» autunnale di Ode to the West Wind. Ritratti “dichiarati” nel titolo sono quelli di Mafai, connotato da «ragazzi tra i fiori», dagli amatissimi soggetti urbani, dalla «malinconia dolce | della semplicità | […] farfalle di luce | romana di un’antica | forse perduta felicità»); il profilo di Albino Pierro, più definito, è presente sia nella sua fisicità («Stavi vestito di nero, ma non triste, | tra le chiuse persiane sulla Piazza | […] coppiere generoso e schivo di parole») che nella sua cifra poetica («fossile pianto nascosto | di crude parole graffianti d’amore | […] versi senza tempo, alba di una lingua antica»); mentre l’essenza della poetica dell’incomunicabilità di Michelangelo Antonioni è efficacemente condensata in sette brevissimi versi: «Sguardi,| gocce sonore | nel silenzio | le mute parole | dell’anima | nel deserto rosso | dell’umanità».

Il gioco dei rimandi si fa vorticoso in L’altro Pascoli, caustico divertissement strutturato come un torrentizio patchwork di citazioni e titoli pascoliani (quasi trenta, se ho ben contato), finalizzato a bollare violentemente certa tv – Grande Fratello, Saranno famosi, Amici, C’è posta per te – che, odierno «atomo opaco del Male», «quercia che non cade | e resiste al Lampo e al Tuono», «moderno chiù» che «spesso fa pure chiù male», corrode gusto e soprattutto animo dei «fanciullini | […] rondini al nido | uccise dal tubo catodico».

L’intenzione sarcastica risulta più corrosiva proprio per la scelta di contrapporre la dominante naturalistica di versi e titoli del mondo poetico di Pascoli (Digitale purpurea, Gelsomino notturno, Puffini d’Adriatico, Arano, Nebbia, Temporale, ecc.) al sostanziale cinismo della tv più commerciale; e la lirica attesta, come già 16 ottobre 1943 o Roma rom, un altro pregevole tratto della personalità di Carlucci: l’impegno etico di poeta che si cala nella realtà della sua Roma, emblema di un mondo corroso e corrotto, descritta nella sua «antica eternità | quotidianamente violata | dal viaggiatore, dal pendolare | in corsa in sopraelevata, | in sotterranea» (Dopo Porta San Sebastiano); ne rappresenta con risentita e ruvida obbiettività fascini e storture, bellezze, controsensi e problematiche d’attualità: e fra queste ultime spiccano emigrazione e questione rom, metastoricamente rapportate alle peregrinazioni di Enea, «il primo | il più antico clandestino» (Eneatour), o più spesso rievocando la componente dolorosamente umana delle partenze e il quasi invariato status di esuli delusi nelle speranze di debellare, imbarcandosi, le «antiche miserie»:

Terra e mare
i bastimenti della miseria
nei porti del sole son pronti.
Salpano lacrime nel sole. (Terra e sole)

Stranieri nelle vie
il vento ha nuovi amici
stasera in ogni città.
Così raccolgo nelle piazze
la voce a colori di antiche miserie
l’internazionale delle povertà.

(Voci d’esuli)

Un sottile ludus culturale pervade non poche composizioni, manifestandosi per citazione (Sinisgalli nel titolo della lirica che apre la raccolta, Steinbeck in La luna è tramontata, Tolstoj e il suo Anna Karenina in Stazioni; Baricco e Moccia in Serate metropolitane; Mozart e Čaikovskij in Notturno rock), per imitazione (la strizzata d’occhio dello stilema «la fruttiera di stelle del cielo» e le «mandorle di luce» di Notturno barocco calabrese, o i vezzi disseccanti e il siglario dei messaggini in SMS II e Piazza di Spagna), per lessico incisivamente settoriale (come in Roma ciak, dove occorrono «set», «bianco e nero», «flashes», «ciak», «Cinecittà», «il neorealismo» e i suoi tre titoli archetipi Paisà, Sciuscià, Ladri di biciclette), per intensa tessitura terminologica (informatica in Videoturisti: «clicca», «virtualità», «alta fedeltà», «hard disk», «clip», «Wind», «giga», «bip»; musicale in Onda di piena, in cui incontriamo in soli dieci versi ben undici voci d’àmbito tecnico: «note», «strumenti», «fiato», «legni», «coro», «andante maestoso», «adagio», «brio», «fuga», «concerto grosso», «notturno»).

Ma più procedo nell’analisi isolando questi tratti formali, più mi raffermo nella convinzione di sfiorare soltanto la sostanza del libro, la sua ricchezza di motivazioni etiche, l’abilità dei giochi semantici, le allusioni culturali, le varietà dei livelli lessicali, il solido impatto delle metafore. Quando, come in questo caso, ars rhetorica, ispirazione, impegno, verità di sentimenti, cultura, acuto spirito d’osservazione e soprattutto capacità di reagire con l’arma dell’humour alle violenze che deformano, stuprano, annientano i princìpi dell’etica e del gusto: quando insomma questi ed altri elementi convergono a strutturare e connotare un’espressione artistica di livello alto ma praticabile, si dovrebbe concedere al singolo lettore la libertà di inoltrarsi autonomamente nel sacro bosco della poesia, lasciandogli l’emozionante còmpito di tracciarvi sentieri autonomi e di scoprirne i più congeniali e suggestivi loca secreta.

Pertanto, come ho avvertito all’inizio queste mie notazioni non ambiscono al ruolo di prefazione critica, ma costituiscono più umilmente una serie inorganica di appunti, un memorandum che dà conto di una personalissima avventura di lettore nello stimolante mondo poetico di un «adolescente annoso», «ferito dal male degli altri» e però «in un gioco di sillabe guarito»; il mondo di un «quarantenne sorridente | tra i due venti della vita» che, nonostante tutto, riesce a vedere «con ilarità» e coraggio la «storia malvissuta del vivere».

dicembre 2010

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