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Prefazione a
Ingranaggi
di Edith Dzieduszycka

Gino Rago

Poesia tra le più trasparenti e limpide che mi sia di questi tempi toccato di leggere e di ammirare, questa di Edith Dzieduszycka i cui versi sembra che emergano da un magma confuso, indistinto, forse il magma dell’esistere stesso, forse il magma dell’esperienza sensibile, forse perfino il magma di un sogno, ma del sogno fatto a occhi aperti e sempre in presenza della ragione per non sprofondare definitivamente nel buio delle contraddizioni, come in questi versi

Sprofondiamo nel buio delle contraddizioni
se uno uguale uno
non canta ma nitrisce

sull'uscio della mente
sta bussando l'Inverno

l'Inverno suicidio dei ghiacci stupefatti
l'Inverno sudicio della Ragione impura
addobbato di lampi e lumini a led

ma qui
nessuno sembra
essersene accorto
.

Versi nei quali giocano un ruolo attrattivo-repulsivo le due parole-chiave del componimento suicidio/sudicio, un misto di ironia e di spaesamento.

Nella intera, nuova raccolta, Ingranaggi, Edith Dzieduszycka edifica versi pescando dal suo vocabolario parole dirette verso la sua patria linguistica, una patria fatta soltanto di parole abitate, le stesse parole che abitano il poeta.

Edith Dzieduszycka non si discosta mai da quello che a me piace definire il «cerchio del dire», ovvero quel perimetro ben delineato, e a lei noto e praticato e abitato, o quello spazio linguistico all’interno del quale le «cose» sono in grado di andare incontro al poeta parlandogli senza trappole, senza trabocchetti.

E qui parlerei di capacità di incontro e di colloquio con le «cose» all’interno della poetica degli oggetti nell’atto in cui essi, per dirla con un pensiero di Remo Bodei*, cominciano a caricarsi di energia emotiva e valenza simbolica e da oggetti si trasformano in cose. All’interno del cerchio del dire Edith Dzieduszycka ripudia definitivamente quello che lei stessa chiama il «Sé privato» stabilendo una distanza infinita con quell’io poetante narcisisticamente autoreferenziale attraverso il quale il privato si è imposto in tantissima parte della poesia contemporanea abbassandone gli steccati estetici e stilistici a favore dell’epigonismo, del gregarismo, dell’emozionalismo d’accatto il cui dominio non ha più consentito di distinguere il dilettantismo poetico dalla scrittura ad alta tensione linguistica fatta solamente da parole abitate dal poeta:

gabbato e adirato
privato di risposte
perfino di riflessi

ormai attortigliato
lombrico cieco
intorno al suo ombelico

si richiuse a riccio
il Sé privato
pensando intensamente
a come uscir indenne da quell'impasse

più non rispose a chi l'interrogava
come se fosse lui
della Sibilla in gabbia la voce cavernosa

Ripudiando il «Sé privato», e l’io autoreferenziale, Edith si lascia definitivamente alle spalle tutto il modo di fare poesia del tardo ‘900 poetico italiano, dalla visionarietà notturna del luzismo al melodismo associativo del quasimodismo e del gattismo e perfino l’estremismo allusivo montaliano, per non parlare del serenismo e del minimalismo; si sottrae anche ai due grandi filoni degli ultimi lustri poetici dell’orfico-innico e dell’elegiaco-crepuscolare e propone una “sua” poesia che per dirla con Marie Laure Colasson «è facilmente riconoscibile fra mille poesie», forte com’è di energia ritmico-emblematica personalissima e inimitabile.

Senza mai cadere nelle tentazioni degli arabeschi e dei barocchismi, Edith Dzieduszycka affronta temi scabrosi, forse i più duri del nostro tempo, senza l’urlo patologico del ‘900 ma nel bisbiglio della fermezza della sua postura etica

Dal fondo schizza l'occhio
l'occhio acceso che contempla
sta zitto

oppure viaggia per l'atlante
si diletta mai sazio
ma più spesso si chiude

sfilano trepidanti immagini letali
fiume che esonda tra sponde tumefatte
orso bianco che annega
sopra di ghiaccio nero pochi centimetri

sopra le nuvole
stellette volano col dito sul pulsante
mai così carichi di armi e missili
i container su navi che solcano i mari

scuotendo cenere dai loro sigari
gli gnomi riuniti in congressi epocali
si scambiano decreti condoni e condom
con fare complice e sguardi ammiccanti

Lo fa senza mai pretendere di possedere la risposta perché Edith Dzieduszycka mostra di sapere assai bene che la poesia non è chiamata a dare risposte ma è chiamata a porre domande, le grandi domande del mondo, del vivere, del vivere nel mondo.

Si limita così, di fronte alla scabrosità delle grandi emergenze contemporanee, delle immense tragedie intorno all’uomo del nostro tempo, a ogni latitudine del mondo, a interrogare. Edith Dzieduszycka interroga sé stessa e interroga gli altri e le altre nella lucida consapevolezza che non c’è riposta, ma solo interrogazione, partendo da una immagine da cristallizzare sottraendola al fluire del tempo, strappandola alla storia, in armonia con il pensiero di Massimo Pamio che scrive: «[…] Ed ogni nuova interrogazione forgia e plasma le risposte che sono l’ossatura di altre domande. Ogni nuova immagine forgia una nuova arte. L‘arte potrà essere “enunciata” solo quando l’uomo sparirà, affermo poco dopo. La vera risposta può essere formulata soltanto quando non sarà più possibile domandare».**

poniamoci
pensosi
certi interrogativi

- Dov'è l'orologiaio?
è colpa solo sua
quell'andazzo infernale?

colpa dell'ingranaggio alla lunga consunto?
ci ha messo la zampa lo spirito maligno?

chi ha stretto le viti e pigiato sul tasto
di un accelerato senza freno?

chi ha deciso feste e ricorrenze assurde
e tutti dietro scemi a battere le mani?

Interrogarsi e interrogare, senza attendere risposte, e senza tentare di darne, senza danze apotropaiche da affidare alla parola poetica e senza illusioni palingenetiche, in accordo con un pensiero di Cioran che Edith Dzieduszycka convoca come epigrafe di questo suo nuovo poema:

«Tutto quello che accade è insieme naturale ed inconcepibile.
E' la conclusione che s'impone
…»

E il pensiero di Cioran vale tanto per i piccoli quanto per i grandi eventi.

Accosterei questa di Edith Dzieduszycka alla poetica di Tomas Tranströmer per la sua elevata densità semantica in cui la Parola polivalente si intreccia alla esperienza esistenziale totale del poeta. Sotto questo aspetto anche quella di Edith è da interpretare come «poetica della parola implicata» per la fittissima tessitura di implicazioni di esperienze, suggestioni, riflessioni, emozioni, meditazioni attive per cui ogni poesia vive la vita stessa del poeta fino a farsi qualcosa di “altro” e la poesia così , troppo pesante per esser trattenuta, vuole uscire dal poeta per entrare nel mondo.

Trantrömer scrive: «[…] Stupendo sentire come la mia poesia cresce/ mentre io mi ritiro. / Cresce, prende il mio posto./ Si fa largo a spinte./ Mi toglie di mezzo./ La poesia è pronta». Edith Dzieduszycka in una sorta di dialogo a distanza con il Nobel svedese de La poesia che viene dal silenzio così risponde a chiusura di Ingranaggi:

senza badare ad altro
per conto suo andava sull'orlo del rimorso
l'ottusa diligenza
intrecciata di sputi polvere ragnatele

in lontananza fuori campo
fischiava una sirena
il canto sconcertato di un uccello perso
nell'ombra appena scesa

quattro
al galoppo nella steppa deserta
quattro cavalli neri
martellavano l'ora

tremolante
un bagliore
qualche candela accesa

un grido
un sospiro

e poi niente.

Una colonna, una pila di immagini senza commenti che sono loro stesse, le immagini, raggelate per sempre nel tempo, secondo la poetica barthesiana dell’infinito istante, a farsi metafore, metafore cinetiche, in una parola di poesia che oscilla tra l’ironico e il tragico, in cui l’ironia sottilissima di Edith Dzieduszycka può farsi salvezza, arma di salvezza, sulle tragedie che incombono sull’uomo contemporaneo più efficace della bellezza.

Note

* Remo Bodei, La vita delle cose, Laterza, Bari, 2009

** Massimo Pamio (dalla ’Intervista di Giorgio Linguaglossa a Massimo Panio, L’ombra delle Parole, 21 gennaio 2020)

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