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La storia dell'alimentazione e della gastronomia è, di per sé, una disciplina affascinante, poiché ci consente di avvicinare la storia con la S maiuscola da un lato familiare e quotidiano, quasi in sordina. Eppure, in ogni tempo e luogo, la necessità di provvedere al vitto quotidiano ha spinto l'uomo a esplorare, combattere battaglie, inventare strategie.

Più si va lontano nel tempo, più rare si fanno le fonti, e servono studi specialistici molto approfonditi per comprendere appieno la materia. È il caso dell'agile e documentato libro di Stanislao Liberatore, giornalista ed "esploratore letterario", come lui stesso si definisce, docente di Stona dell'alimentazione presso l'Università di Chieti, quindi "persona informata sui fatti". Lo scrittore indaga sapientemente alcuni aspetti più noti di Roma a tavola, quali la produzione del garum, la cena di Trimalcione e le ricette di Apicio. Ma si sofferma, con dovizia di particolari, su aspetti meno noti quali, ad esempio, la "cucina avvelenata" che caratterizzò la fine dell'Impero, quando il veleno era diventato uno strumento di lotta politica non indifferente. O gli eccessi presenti nei Saturnali, periodo durante il quale ogni aspetto della vita sociale era ribaltato ed era possibile indulgere in vizi comunemente condannati; la sacralità del vino e i metodi di produzione e conservazione del prezioso nettare; e la povera necessità del pane quotidiano, della puls; i formaggi conditi raccontati da Columella, cibo degli dèi e le modalità per stare a tavola e per apparecchiare la mensa. Ma anche nozioni interessanti sulla dietetica del periodo, su usi e costumi alimentari sconosciuti ai non specialisti, sull'ostentazione della ricchezza e il desiderio di stupire, ma anche sulla povertà sempre in agguato.

Un testo fondamentale per chi voglia conoscere da vicino Roma a tavola.

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