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L'utopia che porta oltre il muro

Davanti a un quadro che piace si prova una sorta di felicità che è molto difficile da esprimere: è uno dei tormenti del linguaggio. La felicità è muta o si manifesta in generiche esclamazioni. Ma di fronte alla poesia, specialmente quando si tratta di un particolare poeta, quel tormento è particolarmente acuto in chi, del parlare di poesia, ha fatto in certo qual modo il proprio mestiere e deve ricorrere all’aiuto della cultura, della storia, della psicologia, cioè il confronto dell’opera con altre opere, o con noi stessi, ovvero è spinto a cercare l’equivalente delle immagini, dei simboli espressi in termini letterari e ricorrere, quindi, alla letteratura.

In un caso o nell’altro una poesia esiste solo nella «interpretazione» che uno ne dà, nel linguaggio di cui di volta in volta ci si serve per leggerla, e, quindi, nella somma delle varie letture che se ne possono dare.

Come dire che una poesia in se stessa, per usare le parole di J. L. Schefer, non è altro che «la propria descrizione plurale». Questo nella teoria, ma in realtà una poesia ha una sua esistenza che condiziona e compone le varie letture possibili. Trovare quell’elemento condizionante è un lavoro misto, se così può dirsi, di logica e di intuizione.

Eppure davanti alla poesia di Lucio Zinna, che viene a noi dal 1964 ad intervalli non molto distanziati, ogni impegno di ricerca diviene sempre più difficile, più riflessivo, più introverso, più proteso verso un significato che va al di là del soggetto quale appare per entrare nel campo più specifico delle allegorie, dei simboli, ma soprattutto quello, che è il suo dono maggiore, la sottile, fine, spesso impercettibile ironia, che ne forma la vera anima.

In Zinna il carattere desolato dell’uomo contemporaneo con tutti i suoi problemi irrisolti, i suoi mali di vivere, le sue angosce irrazionali ed esistenziali, si riflette come uno specchio dentro uno specchio, incombente e inevitabile. Non vorrei comunque usare il termine nel significato kafkiano, dato che il messaggio di Zinna è molto lontano dall’essere avvolto nel misterioso, nell’inconoscibile, ma nel significato pirandelliano, certamente sì, in quanto l’inevitabile e l’incombente, formano il substrato essenziale ed imprescindibile se si vuole avere chiaro ed esatto il senso coinvolgimento umano del poeta collocato nel tempo e nello spazio e nel labirintico ed inesplicabile intrigo dell’epoca in cui vive, così piena di paure, di angosce, di incertezze per il domani.

Ma se la realtà presente è amara e difficile quanto più amara e difficile è ogni prospettiva futura, lasciare al caso «il diritto ad una compartecipazione alle scelte», non è neppure pensabile, tranne che non si voglia far decidere ad altri, come il Cavaliere della Mancia al suo Ronzinante, la scelta della strada da prendere. Bisogna invece mettere in guerra la coscienza ed operare per la propria parte, insistendo e stringendo i denti. A leggere questi propositi in un poeta del nostro tempo, quando prevale la rassegnazione e la deriva, sembrerebbe un controsenso, ma la tempra del poeta mazarese porta ancora in sé l’impeto delle raffiche che sconvolgono il mare della sua terra, e non è facile alla rassegnazione, la sua ironia c’è ed è anche sotterranea, ma spazza via ogni luogo comune, ogni utopia, ogni sogno che possa distrarlo, anche per un momento, dalla dura realtà della vita: «Imparo ogni giorno a costruirmi questa vita | contro visibili storture sotterranei tentativi | di sopraffazioni spesso disancorato cerco | rammento propongo ampliamenti progressivi di umani | spazi ulteriori conquiste di civile dimensione», ed è inutile cercare di cambiare il nome delle cose, ognuno porta fatalmente il suo e tale rimane: «Tali restano i roghi tali i lager seppure | mutano nome. Chi li gestisce con qualunque divisa | sempre si chiama aguzzino-carnefice-boia. Vigile | memoria passato freccia presente freccia futura».

La sola utopia che il poeta coltiva è quella della libertà, quella che indica agli uomini un cammino sicuro nel mondo; una utopia possibile, che lascia il segno nella realtà pur di sapersela conquistare e, per mantenerla, dice il poeta Zinna, «A volte stringo i denti urlo se capita | difendo mi difendo continuamente resisto». E se il tempo che ci consuma, che non conosce soste, e che (purtroppo) si trasforma in moneta, la più misera della materialità del- l’uomo, una triste e amara constatazione nell’esperienza della vita, questo non significa rinuncia, ma andare per le vie del mondo seguendo albe e tramonti, senza sorprese, perché tutto questo ci fu insegnato dalla madre prima di dirci addio per l’incuria e la indifferenza degli uomini. Sono questi i versi che chiudono la presente silloge («Abbandonare Troia») dal titolo molto significativo, e che lasciano con l’animo sospeso, nel controcanto “delle parentesi, come fra terra e cielo: «Tu sapevi madre che la vita non mi avrebbe serbato | che sorprese e inconfessati strazi ed era questa | la tua pena d’andartene e ignorare le strade | percorse da un figlio | fattosi presto adulto eppure | rimasto indifeso come tu eri stata – quando | il cuore avrebbe detto basta una mattina | d’estate all’improvviso | tra un ferro da stiro e le stoviglie. | Non poterti più dire una parola | e si bruciavano i tuoi ultimi istanti | di lucida coscienza della fine mentre tentavamo − | attaccati al telefono − di chiamarti | soccorso (“scioperano le ambulanze della Croce Rossa | può rivolgersi ai Vigili del fuoco” e questi rimandavano | all’autoparco della Croce Rossa) e venne infine un urlo | di sirena per un viaggio – poi senza ritorno. | Anche il commiato ci fu precluso. Non ti dissi | (né avresti creduto) che fin dall’età di ragion | avevo imparato a corazzarmi e mantenermi | un nucleo intatto (un osso di purezza) impenetrabile | ai tratti del volto ai segni della mano».

Ignaro è Ulisse, incerto fra il fermarsi o il proseguire oltre le Colonne d’Ercole, ma, ad inventare il Cavallo di Troia era stato proprio lui, lo scaltro, il sovvertitore di città, e allora, non fidarsi è meglio non ignorare del tutto l’utopia che porta oltre il muro, dove le voci delle nefandezze umane non risuonano e andare alla ricerca del villaggio più remoto e abbandonare tutto, «mettersi in pensione anzitempo vivere del minimo | prima che entrino falsi cavalli abbandonare Troia», con tutti i suoi mali le sue miserie ed il suo tragico destino.

Recensione
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