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Non vedo, per la veritŕ, dove si trovi la salvezza nella poetica di Giorgio Bárberi Squarotti e da dove Maria Grazia Lenisa, tragga i motivi della fede e della grazia; non certamente dai versi che essa ha citato, e tanto meno dallo straordinario itinerario poetico del poeta-critico, che per la sua struttura umanistica, per la sua posizione polemica nei confronti di Dio e soprattutto della storia quale maestra di ogni presente e futuro comportamento umano, a me sembra ben lontano da ogni determinismo luminoso.

Tuttavia la Lenisa, per altro verso mi sembra che riesca a penetrare abbastanza profondamente nella poesia di Bárberi e che nella visione di insieme riesca a distinguere momenti, motivi e posizioni, che possono considerarsi fondamentali per un ulteriore approfondimento della invenzione barberiana e delle passioni profonde che la spingono al suo messaggio di amore e morte. La disperazione portata ad un bivio di riflessione, le piů disparate tensioni europee di ricerche, la minaccia del nulla, di una prigionia nell'angoscia senza scatto metafisico, col peso della morte di Dio che assicura una libertŕ pari all'angoscia, la solitudine heideggheriana senza scampo, e cosě via, fino al rilievo di una ironia che costituisce uno dei motivi fondamentali della poesia del Bárberi, all'affermazione che «fare poesia per Bárberi č... andar contro o ancor meglio oltre le strutture sociali, č spesso coscienza vera, al di lŕ degli interessi di casta, pontificati dalle rispettive ideologie, che non sono altro che falsa coscienza», il mettere in evidenza come questa poesia ironica e appuntita, sia da considerarsi utopica e irreale, appunto perché vuoi mutare, e molte altre sottili ed intelligenti messe a punto, costituiscono un merito per la Lenisa, che riesce cosě a mettere in chiaro certe caratteristiche di questa poesia, e a porne i problemi piů essenziali.

Č evidente che ci troviamo di fronte ad una critica sostanziale e non formale; una critica che, in senso verticale, affonda le sue indagini nella situazione drammatica della poesia di Bárberi e che cerca di scoprire, ed evidenziare i motivi piů riposti e profondi del suo dettato poetico profondamente indicativo dello stato umano, dell'esserci nel grande contesto degli altri. Una critica, insomma, priva di preoccupazioni tecniche, non improntata a freddezza, distacco e impersonalitŕ, ma preoccupato delle sue ragioni esistenziali, la ricchezza e la molteplicitŕ del suo essere stesso in relazione al malessere, ai dolori, alla crudezza di un'esistenza assurda, deliberata alla crudeltŕ e priva, oltretutto, di qualsiasi responsabilitŕ verso l'altro, che in fin dei conti non esiste, e se esiste non č attingibile.

Č in questo quadro che i vari volumi di poesia di Giorgio Bárberi Squarotti, vengono passati al vaglio di una attenta, e nello stesso tempo, appassionata analisi, da La voce roca (1960), a Da Gerico (1983) che costituisce, per adesso, il punto d'arrivo del poeta-critico, che, come tale, fonda con la sua poesia un nuovo punto per la determinazione della veritŕ-realtŕ, niente affatto favorevole alle condizioni dello stato passato e presente della sua storia e dello svolgimento della sua partita tra vinti e vincitori, frasottoposti che subiscono e signori che fanno la storia, che č soltanto la loro, vana quanto crudele.

E per finire, una nota della Lenisa che contraddice la sua pretesa di poetica della salvezza : Tuttavia se la storia sono «i signori del mondo», se č la loro storia alla quale Bárberi, come ci dice, si oppone, mi pare che non č né distrutta né dissolta a vedersi trionfare, in quanto questi padroni si succedono e, alla fine, sembrano proprio sempre gli stessi.

Quale salvezza, quale Grazia, quale fede, dunque? Se Bárberi arriva, come ultima ratio, alla stessa conclusione d Elliot, che l'unica strada da tenere per l'uomo č quella dell'ignoranza, dell'ignorantia felix contro la sapentia angens, penso che non ci sia Grazia con la G maiuscola che possa tenere contro l'utopica speranza di poter costruire ex novo un mondo migliore, o di un altrettanto utopico ritorno alle'tŕ dell'oro.

Recensione
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