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Il prof. Francesco Di Ciaccia è un pescarese che ha studiato filosofia, letteratura e teologia e ha scritto tanti libri, su tanti argomenti. Nel 1988 ha ricevuto il Premio della Cultura della Presidenza dei Consiglio dei Ministri.

Singolare è il suo libro su D’Annunzio e le donne che frequentavano il Vittoriale: D’Annunzio e le donne del Vittoriale. Egli ha scovato, negli archivi, tante lettere scritte da D’Annunzio (in genere, alle donne), le ha riportate, interpretate e commentate. Le lettere sono conservate nell’Archivio generale del Vittoriale (AG), nell’Archivio personale di D’Annunzio, sempre al Vittoriale (AP), e poi nell’Archivio Provinciale Cappuccini Lombardi (APCL). Questo libro, perciò, è una storia dei sentimenti, e soprattutto, degli amori di D’Annunzio: una storia che non fa onore all’uomo D’Annunzio, anche se non appanna il suo valore di poeta. Inoltre, quei documenti hanno dato l’opportunità, a Di Ciaccia, di accennare al legame affettivo (malgrado tutto) da parte di D’Annunzio per sua moglie e al rapporto con la religione.

D’Annunzio, malgrado la sua vita dissoluta, continua ad amare sua moglie, la Signora Maria Hardouin di Gallese (principessa di Montenevoso) e, quando essa si ammala, il poeta si impegna perché venga curata. E, in occasione del suo onomastico, le scrive: «Cara, cara Maria, penso sempre a te, ma oggi è con te tutto il mio cuore, con tutta la mia tenerezza» (pag. 74). Lei, a sua volta, gli scrive: «Non ho dormito dalla gioia. Sì – mi sento sicura di te – questa mattina mi sento di avere due ali» (pag. 74). Questo significa che, malgrado tutto, essa ha compreso e compatito quel marito singolare. E, a me, ha fatto capire quello che mi confidò un domestico di D’Annunzio, quando, una ventina d’anni dopo la sua morte (D’Annunzio morì nel 1938), andai al Vittoriale. Quel servo, dapprima cercò di opporsi al mio ingresso (un prete non può ammirare... un D’Annunzio donnaiolo). Poi, non solo mi fece vedere il Vittoriale, ma volle fare con me una foto sulla nave Puglia e mi portò a vedere anche la casa di D’Annunzio e il giardino. Ed egli, tra l’altro, mi disse che, quando D’Annunzio era vivo, ogni tanto, la Signora Maria, venendo dal lago, si affacciava alla casa di D’Annunzio, ma cercava di non farsi vedere da lui, per... non disturbare la vita del Poeta. Le lettere riportate da Di Ciaccia, sono dei biglietti, e sono tanti e, la maggior parte, sono quelli indirizzati a Giuditta Franzoni che faceva da infermiera a D’Annunzio (pag. 23). Essa, poi, fece dono, di quelle lettere, ai Cappuccini di Barbarano di Salò, sempre sul Lago di Garda. Questo ha dato lo spunto, a Di Ciaccia, per parlare della relazione di D’Annunzio con quei Cappuccini e con i frati in genere: una relazione cordiale, dice Di Ciaccia. Non solo: D’Annunzio si interessò perché il Governo italiano «restituisse, ai Francescani, il Sacro Convento di Assisi, requisito dallo Stato, dopo l’Unità d’Italia» (pag. 3). Io aggiungo che D’Annunzio fece porre una statua di S. Francesco nel giardino della sua casa. Purtroppo, accanto a quella statua, circondata da cespugli di rose (così la trovai, quando andai al Vittoriale), c’era la scritta di significato fortemente edonistico: «Rosas cape, spinas cave» (Cogli le rose, evita le spine).

D’Annunzio faceva offerte al suo parroco e, nel 1925, fece visita alla Trappa di Maguzzano e si inginocchiò «con molta devozione, dinanzi al Sacramento» (pag. 4). Purtroppo, nello stesso tempo, D’Annunzio viveva da dissoluto. C’era in lui (in grandissima evidenza) il contrasto che c’è in tutti gli uomini: il desiderio del bene e la spinta verso il male. Pascoli ha scritto: «Un desiderio che non ha parole – v’urge, tra i ceppi della terra nera – e la raggiante libertà del sole». L’uomo deve essere forte (e pregare Dio) per reprimere il male e far prevalere il bene.

In una intervista concessa a Mario Mantelli, D’Annunzio disse: «Mi si gabella per ateo, irreligioso e immorale. Ho sempre creduto in Dio; ho rispettato, anche nei libri, la religione. Quanto alla morale che ho praticato secondo il mio talento, riconosco, oggi, di essere terribilmente castigato» (pag. 2). Quel «terribilmente» ci fa pensare che «castigato» significa «punito» (le delusioni di una vita dissoluta) e non «pudico».

Concludendo possiamo dire che D’Annunzio, come uomo, è vissuto nel peccato (almeno nell’ultima parte della sua vita), come poeta ha ammirato il cristianesimo e non ha perduto la fede. Ed è possibile pensare che egli abbia chiesto perdono a Dio, riconoscendo la sua debolezza.

Recensione
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