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Quello di Alberto Raimondi probabilmente è un nome conosciuto da molti lodigiani più per la sua professione (pediatra con studio in città e direttore sanitario della Fondazione Danelli) che per l'attività di scrittore e poeta, attività discreta e centellinata nel corso degli anni. A questo si aggiunga che l'impegno nella cultura di Raimondi ha spesso preso la forma dell'organizzatore e del coordinatore più che del protagonista "in prima linea", come nel caso dell'attività di cura e realizzazione delle pubblicazioni del "Salotto letterario" di Lodi. È quindi una buona occasione per dare uno sguardo d'insieme a una produzione poetica limitata nella quantità ma di certo curata ed elegante nella qualità e nella sostanza il libro Poesie in forme musicali recentemente pubblicato. Si tratta di una raccolta che, come spiega l'autore in una nota in ultima pagina, parte dal 1963 e arriva a oggi recuperando inediti e liriche pubblicate in ordine sparso su riviste e testi vari offrendo, quindi, la possibilità di avere un quadro completo, per stile dello scrivere e tematiche toccate, della produzione di Raimondi. Del primo si rileva innanzitutto la cura. La prima impressione, infatti, è quella di un autore che dedica motto tempo alla scrittura e alla revisione dei testi, dotati di una loro musicalità più o meno esplicita. È il caso dello "Studio numero 5 (Musica, anima mundi)", non a caso nato sull'ascolto del Concerto per clarinetto e orchestra in la maggiore K622 di Mozart: «Il suono del roco clarino | volteggia e si libra nell'aria, | s'infila in dirupi scoscesi, | s'innalza su  candide vette. | Ma poi quando irrompe l'Adagio | (dolcezza straniante nel cuore) | la musica invade ogni fibra, | con l'essere mio fa tutt'uno».

Quanto a temi e argomenti, Raimondi scava soprattutto nella memoria del luoghi (in primis quello di nascita), degli affetti e degli amori giovanili. Il fiume Adda («Bella corrente | fluido barbaglio di luce» nella poesia omonima), la campagna lodigiana, gli alberi del parco dell'Isola Carolina, i tetti rossi di coppi appaiono nelle composizioni sia come "destinatari delle liriche che come cornice in cui si muovono gli affetti familiari di Raimondi, altri destinatari dei sentimenti dell'autore, onesto con se stesso nel fare i conti con il dolore che la separazione e la morte inevitabilmente comporteranno. Come nei primi versi di "A mio padre", in sottile equilibrio tra pudore e bisogno di raccontare: «Uscire di scena | con piccoli passi malfermi | incerto dirigerli | verso una via di pace | giocato da un giorno festoso | di tarda estate  (--)».
Recensione
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