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Testamento biologico, volontà di fine vita, nutrizione artificiale, eutanasia attiva e passiva; accanimento terapeutico: sono questi i termini oggi maggiormente utilizzati dagli organi di informazione in Italia e che hanno animato – e continuano ad animare – il dibattito pubblico e privato, monopolizzando non raramente (come in occasione delle drammatiche vicende di Piergiorgio Welby e di Eluana Englaro) le principali trasmissioni televisive in onda nelle fasce serali di maggior ascolto. Tuttavia, vien da chiedersi, quanto di tutto ciò aiuta i cittadini a farsi un’idea chiara su un tema complesso, che riguarda i diritti civili di ognuno di noi?

In questo clima, reso ancor più ‘rovente’ dalle ultimissime discussioni parlamentari, è da poco uscito un volume che ha il merito di approfondire alcune delle spinose questioni sopra richiamate. L’autrice, Federica Verga Marfisi, è un’antropologa, e il saggio, preceduto dall’introduzione di Francesco Remotti, è stato pubblicato dalla Fondazione Ariodante Fabretti ONLUS, che da più di dieci anni si occupa di temi legati alla morte, al morire e al lutto.

Prendendo le mosse da un questionario e da numerose interviste fatte a operatori del settore (medici, infermieri, psicologi), l’autrice ci accompagna in un viaggio ‘denso’, dal punto di vista emotivo e concettuale, alla scoperta di aspetti che il dibattito più recente ha purtroppo teso a banalizzare o ad appiattire su posizioni troppo spesso ideologicamente e sterilmente contrapposte, che non consentono una vera e accurata riflessione.

Suddiviso in quattro capitoli e corredato da un’appendice finale che riporta le risposte del questionario utilizzato nel corso della ricerca, il libro consente anche al lettore non dotato di specifici strumenti medici o bioetici di districarsi in un ambito che coinvolge molteplici sfere disciplinari.

Molte sono le pagine dedicate all’analisi del rapporto medico-paziente, che da qualche anno ha conosciuto anche nel nostro Paese una progressiva, seppur non lineare, riformulazione, finendo per acquisire caratteristiche di maggior attenzione da parte della classe medica nei confronti del dolore (inteso nella sua dimensione ‘globale’) e dei soggetti che si trovano a vivere la drammatica condizione imposta dalla malattia terminale.

Vi è tuttavia un aspetto, in particolare, che contribuisce a rendere il libro di Federica Verga Marfisi una novità interessante nel panorama della saggistica italiana sull’eutanasia, ed è l’approccio antropologico che ha guidato l’autrice. Un approccio – come sottolinea Francesco Remotti nell’Introduzione – che «non offre soluzioni immediatamente pratiche, né fornisce definizioni e strumenti per tagliare nodi e imporre scelte», e che consente all’indagine di fare «della sospensione il criterio del suo stesso procedere, registrando dubbi, riflessioni, persino silenzi».

Un volume, quindi, che non si prefigge di tracciare una netta linea di demarcazione fornendo risposte certe e valide una volta per tutte; piuttosto, il tentativo coraggioso di allargare ancor più il dibattito in corso, nella convinzione che la discussione e il confronto – anche accesi – non debbano e non possano evitare di fare i conti con l’onestà intellettuale che sempre dovrebbe caratterizzare lo sguardo di chi si appresta a indagare le vicende umane.

Recensione
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