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Tre ordini di problemi si affacciano a chi affronti ai nostri giorni una scrittura poetica in dialetto. Anzitutto il dialetto in quanto tale, il suo uso e il suo destino in una società in via di massificazione come la nostra, dove lo standard è la regola, non la conclusione di un iter, ma la ferrea norma tassativa. Un problema che è drammatico ora più di ieri, davanti all’incalzare del computer e della parlata piatta, scialba e opaca dei mass-media, in particolare a livello della Tv.

Poi la poesia dialettale, come forma particolare di fare poesia in modo più immediato e comunicativo, ma a volte per iniziati o per circoli chiusi di audience, con tutte le questioni sollevate anche recentemente dall’odioso Obiurgatore. Un personaggio anche lui della carta stampata che citiamo solo come contraltare di una esigenza effettiva, quella di verificare la “tenuta” della poesia dialettale aldilà delle celebrazioni magari interessate.

Infine la poesia dialettale d’amore, una venatura poetica che in Trentino come noto ha avuto finora ben poca fortuna, forse per i retaggi tridentini controriformistici o forse per la nostra naturale riservatezza, di gente di montagna poco abituata alle effusioni sentimentali o altro. La rivista “Ciàcere en trentin” proprio nei suoi ultimi numeri ha messo in evidenza grazie ai saggi di Elio Fox la presenza minoritaria di questa venatura, che peraltro può contare sul resto d’Italia su una vasta e affezionata schiera di cultori e appassionati, a partire dal famigerato Giorgio Baffo di veneta memoria, vissuto tra sei e settecento, profeta dell’amore licenzioso.

Questa introduzione serve per situare la poesia che stiamo per presentare, la raccolta della poetessa Lilia Slomp Ferrari dal significativo titolo “Amor porét”, scritta in dialetto dopo le altre opere scritte invece in italiano.

Lilia da questo punto di vista è una poetessa molto versatile, perché ci ha dato ottimi esempi poetici sia in italiano che in dialetto, dimostrando di essere una poetessa bilingue non solo nella forma, ma nella sostanza, come concorda anche il critico Renzo Francescotti. Che poi nella poesia è quello che di solito si conta di meno.

Dopo le due prime raccolte di poesie in dialetto, En zerca de aquiloni del 1987 e Schiramèle del 1990, Lilia ha scritto altre due raccolte in italiano, Nonostante tutto del 1991 e Controcanto del 1993.

Alla quinta opera Lilia ha di nuovo scelto, o meglio è tornata al dialetto. Motivo? Può essere duplice, o seguire l’alternanza più perfetta ed armonica tra dialetto e lingua italiana, o un ritorno al suo primo “amore”, il dialetto appunto, perché più comunicativo ed efficace, persino in cose d’amore e in sentimenti intimi. Oppure una mescolanza di ambedue.

Sicuramente dal confronto tra raccolte in italiano e raccolte in dialetto emerge la immediatezza del secondo rispetto al primo, per così dire la voglia di comunicare direttamente con il vasto mondo che circonda Lilia e il vasto mondo che sta dentro di lei, il mondo variegato dei sentimenti (un qualcosa che sconfina con l’inconscio freudiano).

Nonostante tutto è il canto della sensualità marina, Controcanto è la canzone d’amore di una donna per la donna, ambedue sillogi poetiche dove il mondo fantastico e surreale, immaginifico, è visto con occhi smagati e con la ragione indagatrice e sezionatrice. Qualcuno parla per Controcanto di una ricerca del proprio nucleo ontologico: più ragione e sguardo filosofico di così non si può!

Non intendiamo dire che la poesia lasci il passo alla riflessione, ma solo che si nota un certo distacco rispetto alla tematica dovuto all’esigenza di riflettere sull’argomento.

En zerca de aquiloni è il primo tentativo poetico di Lilia, legato alle esperienze giovanili del gioco dell’aquilone, Schiramèle è l’irruzione della fantasia nell’incantesimo dell’astrazione, Amor porét è il fascino della bellezza d’un amore profondo per la vita e per gli esseri, tutte e tre sillogi poetiche dove il mondo fantastico è protagonista assoluto della poesia. Questo senza mediazioni o “filtri” razionali o riflessivi, ma con tutto l’impulso del cuore e del sentimento.

Al proposito del rapporto tra poetica della riflessione e poetica del cuore, Giovanni Prati ha scritto una bella terzina nella poesia “Le due scuole” per segnare il distacco della nuova concezione della poetica del cuore rispetto alle regole del classicismo:

“Dal cor si favelli! ché libera e sola
Su penne di foco del cor la parola
Il turbine varca dei secoli – e stà!”

Da qui, tolto naturalmente l’empito poetico verso l’eternità (elemento tipico del movimento romantico) possiamo dedurre che il ritorno al dialetto rappresenti per Lilia un più diretto innesto nel fragile e delicato mondo dei sentimenti intimi, come quello dell’amore.

Il rimando pratiano – alle penne di foco del cor – ci richiama due altri caratteri della Lilia delle Schiramèle, anzitutto il suo stile inconfondibile fatto di un fraseggio poetico molto fantasioso e creatore di immagini e metafore, immagini traslate di fatti e sentimenti che la poetessa lascia leggere e sbucare dal profondo del proprio spirito.

In secondo luogo il Leitmotiv unitario che collega la silloge, l’esigenza di amore – amore per se stessa – amore per gli altri, in definitiva amore per l’infinito (altro tipico elemento del movimento romantico) – accanto al desiderio di essere compresa e accettata così come la poetessa è, con le sue paure e i suoi timori e tremori, per dirla con il filosofo Kierkegaard ( attualmente c’è a Trento un Convegno sul filosofo dell’esistenzialismo).

Da tutto questo lavorìo incessante di Lilia nasce la nuova silloge poetica, sulla base della ricerca di amore della raccolta precedente. La silloge poetica ha avuto finora significativi riconoscimenti, tra l’altro è stata finalista al premio Triveneto di poesia dialettale “Aque Slosse”, mentre è stato presentato solo alcune volte al pubblico, come a Rango lo scorso giugno, grazie al critico Elio Fox.

“Affascinante” la definisce nella sua introduzione al volumetto il critico Renzo Francescotti, colpito dalle apparizioni poetiche nuove, dalla musicalità del verso così come dalle immagini ardite e fascinose. “Me s’è smigolà adòss | stanot el temp | co’ la so mantèla | de stéle repezzade, | la pù bela, quela | che mi volevo | ricamar per ti | tòch dopo tòch | al s’ciocar dei basi | robadi arènt al foch”

La ricchezza delle immagini assume in effetti un andamento musicale travolgente, dove la musica delle parole può incantare e anche trarre in inganno. Perché? Perché la stessa musica travolgente non è fine a se stessa, ma metafora dell’esistenza umana gettata nella miseria e soggetta al dolore e alla morte. L’onda dei sentimenti non può nascondere la verità del destino umano, e questa verità fa capolino quando meno te l’aspetti, in un verso o in un interstizio della poesia.

La vita per Lilia non è gioco o fantasia, è una cosa da prendere terribilmente sul serio: solo che lei ce lo dice non con le parole seriose del predicatore, ma con i veli soffusi di profumo della bella parola, dell’immagine ammiccante e addirittura fascinosa. Diviene così ammaliatrice e portatrice di sottile sensualità femminile.

La poesia di Lilia non è però solo magia, è anche coscienza dei drammi del nostro tempo, che lei segue e denuncia senza enfasi o senza particolari accentuazioni, ma con la semplice e levigata parola dialettale.

Cos’accade nella poesia “E i sbara, i sbara”, dove Lilia denuncia senza mezzi termini la inutile crudeltà e le violenze della guerra, condotte sulla carne di esseri innocenti come i bambini. E le donne.

Cos’accade nel momento della nostalgia per i propri cari, la madre del sonetto 3 o il padre del sonetto 5, o ancora nel ricordo infantile dello straccivendolo, “strazzaro”.

Ma poi la parabola dell’amore riprende il sopravvento su tutto e su tutti, sulle contraddizioni della vita e sul suo destino amaro. Ero mi che te ’nventavo oppure El so, no ero mi | che te volevi… in una felice contraddizione, che rappresenta poi il sentimento stesso dell’amore, dell’amor porét, non tanto dell’amore idealizzato e idealistico cantato da tanti poeti, ma dell’amore terra-terra e tanto più concreto e vissuto nell’animo di Lilia.

Mi ero en fior dichiara Lilia paragonandosi a un fiore che sboccia raramente, e che è visibile solo per chi è adatto a raccogliere fiori a mani giunte (quasi in preghiera): non un fiore da raccogliere con le mani sporche, un fiore quindi da carezzare, da incorniciare, da ricordare (magari da seccare tra le pagine d’un libro, il libro stesso della vita?).

Mi, ero en fior conclude Lilia con fare pensoso, dopo aver espresso tutto il suo sentimento per la vita e per l’incontro con l’altro, che non deve raccoglierla con le mani sporche di fango, ma con le mani giunte. Mi, ero en fior.

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