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Ognuno di noi sa bene quanto il viaggio è diventato un fenomeno di massa. Più che mai il viaggio si è banalizzato, si è standardizzato, si è ridotto a un prevedibile elenco di stereotipi. Ciò è almeno provato dai racconti e soprattutto dalle immagini fotografiche e dai filmini che gli amici viaggiatori si affrettano a farci vedere al loro ritorno (naturalmente non mancano le testimonianze capaci di suscitare un autentico interesse).

Si capisce che questo stato di cose costituisce una difficoltà enorme per chiunque voglia oggi rendere conto con originalità (con verità) di qualche viaggio che fa. Il rischio di essere risucchiati dai luoghi comuni è un buco nero che incombe ad ogni passo di chi viaggia (tanto più che a monte della nostra tradizione preme un’imponente letteratura di viaggio, davvero sterminata, a cominciare dall’Odissea). Ebbene, del tutto noncurante di tante difficoltà decisamente scoraggianti, Maria Luisa Daniele Toffanin non ha esitato a fare del viaggio, anzi dell’iter, il filo conduttore di una sua recente esperienza poetica.

Ha voluto sfidare (senza spingersi verso l’esotico o lo strabiliante) la quasi domestica Liguria, ossia la regione che da più di un secolo costituisce, specie per la buona borghesia padana, il luogo delle vacanze marine e di un privilegiato riconfortante clima. Luogo turistico per eccellenza. Ma c’è di più come agente condizionante. Per chi pratica l’arte poetica, la Liguria rappresenta la patria di elezione della poesia del Novecento. Basti dire che a quella regione appartengono alcuni dei poeti più significativi per la poesia del secolo passato, a cominciare da Eugenio Montale (se non altro per la sua enorme influenza) senza dimenticare, prima e accanto a lui, Angiolo Silvio Novaro, Angelo Barile, Camillo Sbarbaro, Giovanni Boine, in buona parte anche il livornese Giorgio Caproni (che però fu ligure di elezione).

Credo che la Toffanin, come vedremo brevemente, abbia saputo perfettamente difendersi da questi condizionamenti.

C’è da chiedersi per quale ragione, nel titolo, la Toffanin abbia voluto denominare il viaggio col termine latino iter. La prima risposta che sorge spontanea è che iter, diversamente da viaggio, tende a suggerire uno spostamento non solo verso il passato latino della nostra civiltà, ma anche (a dispetto di certi usi burocratici, tipo iter parlamentare) verso qualcosa di alto, di nobile, e comunque di diverso dal normale e banalizzato viaggio moderno. Aggiungerei però che iter può evocare anche l’idea di itinerario, ossia di un percorso che ci allontana dalle piacevolezze di una sensibilità borghese (di un turismo elegante) per orientarci piuttosto verso qualcosa che costituisce una meta, un obiettivo (e qui non riesco a sottrarmi al ricordo dell’ “itinerarium mentis in Deum” di san Bonaventura da Bagnoregio). Ma non anticipiamo.

Il libro si articola in tre sezioni. Qui abbiamo un’altra sorpresa. I titoli di queste sezioni non ci propongono le tappe di un itinerario di tipo geografico (o magari turistico), ma orientano i pensieri piuttosto verso valori di sentimenti (“Trame d’armonia”), di visioni (“suoni – Colori”), di percezioni del tempo (“Pause”).

C’è insomma una generale e prevalente proposta di interiorità, di assunzione della realtà visibile per trasformarla in messaggio umano, in verità dell’anima.

Si diceva del carattere in certo senso nobilitante del termine iter. Ebbene, coerente con questa linea alta e impegnativa, la Toffanin ci mette subito di fronte, fin dal primo componimento (“Umano e selvaggio”) alle articolazioni classiche dalle quali i poemi prendevano normalmente solenne avvio. Avevano una Proposizione dell’argomento e una Invocazione di aiuto alle divinità che presiedevano alla poesia. Nei versi che danno inizio al nostro libro sono appunto riconoscibili questi stessi procedimenti cari alla nostra più illustre tradizione. C’è una invocazione alla natura e alla vita, seguita da una proclamazione della forza poetica, del pensiero poetico “acceso dal nume creatore”.

Tutto ciò è molto suggestivo, perché è ottenuto con mezzi letterari assolutamente moderni e, meglio ancora, con la particolare lingua (essenzialmente lirica) che ormai sappiamo essere propria della Toffanin.

Nulla in questi versi fa infatti pensare a una volontà classicheggiante, arcaicizzante. In uno schema che certamente riprende un nobilitante gusto antico, sentiamo circolare tutta la freschezza di una vita vera, una vita partecipata, fatta di palpitante presenza, di accordi nuovi, pieni di colore e di luce. Così ci troviamo di fronte a quella che la voce del “poeta” chiama con accenti quasi commossi:

Mia natura variopinta regina
di rare essenze radiosa
puella eterna sempre nuova a festa
ed amicizia nel tuo arboreo vivere.

Si noti come anche qui il termine latino puella abbia la funzione di conferire alla sempre rinnovata giovinezza della natura invocata, alla “variopinta regina”, uno spessore di nobiltà antica.

Questa puella non tarda infatti a rivelarsi nella maestà mitologica di Venere “rapita nel sogno d’amore/ che non può morire”. Sono versi che leggo nella quarta poesia della raccolta, quella che porta il titolo “Golfi di poesia” e che a me sembra uno dei momenti più luminosi e più esemplari del libro. Mi sia concesso il piacere di leggerla per intero ad alta voce (p. 18).

C’è in tutto ciò un felice abbandono, un gioioso trasporto (rilevabile nelle tre prime strofe unicamente nominali e quasi esclamative, ma soprattutto in quell’arioso, in quell’amoroso attacco “O seni verdi d’Appennino”).

Insomma, c’è qui una grande apertura di visione, una partecipazione viva di sentimenti e di affetti, una simpatia sincera per una natura bella, amata, bella da sempre, e sempre nuova nel suo dono antico.

Così è, con diverse tonalità, tutto il libro. Voglio dire che domina in queste pagine della Toffanin un sentimento positivo della vita, sentita appunto come un dono, come un atto d’amore.

Fa bene, allarga il cuore – in tempi troppo spesso soffocati dal pessimismo e dalla più cupa malinconia (quante sono le raccolte che premono questo tasto!) – sentire questa voce orientata alla gratitudine, diciamo pure (nonostante tutto) alla gioia di vivere, una gioia che arriva a sprofondarsi nell’intenso significato di “un morire di speranza” (“Al poeta”, p. 34).

Ecco la conclusione della seconda parte di “Catarsi e scoperta” (p. 31). Le parole sono rivolte al precedente “mio cuore”:

E rinato al fermento della vita…

Non meno rasserenanti e luminosi sono i versi della poesia intitolata “Sono” (p. 33), dove l’io poetico si fonde intimamente con la natura per concludere con questi accenti commossi nella loro bella semplicità:

Sono una donna…

Dicevo prima che l’iter ci accosta all’idea di un itinerario e che, in questo senso, tende a portarci verso un traguardo. Non c’è pagina di questo libro che non ci faccia sentire questa discreta tensione verso una meta non chiaramente definibile, ma solo avvertita in controluce come emozione, sentita dal “cuore ardente” come un altrove delicatamente percepito attraverso le visibili meraviglie colorate della natura ligure e intimamente collegato ai moti segreti dell’anima, talvolta in rapporto con certe lontane emozioni provate nell’infanzia. Ecco uno dei testi che più rivela il senso di questo singolare e suggestivo itinerario. E’ quello intitolato “Al davanzale del creato” (p. 35):

Sempre ansima la strada del pensiero

Ebbene, questo modo di sentire mi sembra restituire al viaggio – all’iter – il suo significato profondo, illuminandolo dall’ interno e respingendo ogni tentazione di facile illustrazione turistica.

Recensione
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