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Prefazione a
E ci sono angeli
di Maria Luisa Daniele Toffanin

Di luna in luna un anno e più

Mario Richter

Nel corso del suo precedente itinerario poetico, Maria Luisa Daniele Toffanin ci ha fatto conoscere nella sua più viva specificità il mondo degli affetti familiari intimamente congiunto col paesaggio della città natale, della campagna, dei colli euganei e dei viaggi in terre di grande suggestione letteraria e classica come la Liguria e la Sicilia. Ci ha così addentrati, per accennare soltanto alle linee essenziali, in un mondo di colori e di suoni osservati e ascoltati nella loro impressionistica immediatezza, ma subito anche portati alla stabilità di valori immutabili, illuminati dall’eternità degli archetipi.

In questo nuovo libro siamo progressivamente accompagnati nel cuore stesso dell’evento più ricco di misteri e d’incantesimi che accende di speranza, sorprende e talvolta turba la nostra esperienza di vita, quello della nascita di un bimbo, dello “scrigno magico di primizie” (è uno dei primi versi d’apertura) che ci viene offerto come dono da scoprire, da capire nella sua sempre inaudita portata, nel messaggio che sempre richiede di essere nuovamente interpretato.

Nella prima delle tre arcate tematiche che strutturano la raccolta (Il volto dell’infanzia), la Toffanin prende le mosse dal primo vagito di un bambino che si affaccia al mondo. Di qui trae vita, attraverso i palpiti segreti che costituiscono uno dei cardini universali dell’umanità, tutta una realtà di inattesi stupori, di straordinarie visioni legate alle speranze e ai ricordi, alle gioie, fino a condurci al misterioso luogo “ove la tenerezza di Dio | depone sogni di luce | per albe nuove sulla terra” (Infanzia-cuna). Il canto è disteso, si avvale di accenti larghi per un ritmo che conforta e illumina.

Nella seconda (E ci sono angeli) la riflessione entra nel vivo di un dramma umano e sociale che il nostro tempo vuole sempre più diffuso e raccapricciante. Una ininterrotta strage degli innocenti provoca il grido accorato di chi pure amerebbe innalzare un gioioso “canto alla vita”. A momenti la riflessione si ferma a invocare, nella grande desolazione che l’affligge, il fraterno soccorso di un poeta come Zanzotto, di uno scrittore come Camon, entrambi veneti, ma cerca anche il sostegno della Morante, della Fallaci, per poi ricondurci a una figura emblematica come Anna Frank. Il canto quasi si spezza, assume tonalità gravi, cariche di dolorosa passione. Di fronte alle atrocità di cui sono vittime, ad esempio, i “meninos de rua”, la voce poetica s’infrange contro le frontiere della sua stessa capacità espressiva e quasi finisce con l’arrendersi, soffocata dallo sdegno e dal dolore: “… non regge parola | al peso di tale orrore”.

Nei ventitre componimenti dell’arcata conclusiva, l’evento concreto che, dopo la trepida attesa, giunge ad allietare nella sua viva presenza il cuore e i giorni di una mamma-nonna conferisce al canto le note che già conosciamo più consone all’originale voce lirica della Toffanin. Circostanze dall’apparenza comune e quasi scontata si sottraggono vittoriosamente alle parole convenzionali che da sempre le insidiano. Così, nel fiorire quotidiano di una nuova esistenza, attentamente osservata per un anno e oltre nelle sue più impercettibili manifestazioni (nelle mani, nella voce, nei gesti…), si fa strada in lievi ritmi, particolarmente felici, tutta una realtà densa di promesse. Ciò che più rende unica questa esperienza di poesia è l’incontro del particolare con l’universale, della gioia e della “cosmica malinconia” (Voce i tuoi occhi). Le emozioni non restano mai isolate, non si esauriscono chiudendosi nella loro autonomia: si caricano di significato fondendosi spontaneamente, con rari e sorprendenti effetti, alla natura che le circonda e le anima; si inverano nelle “musiche del cosmo” (Risveglio).
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