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Alessia e Mirta

La figura di Alessia è lo strumento con il quale Raffaele Piazza filtra la porzione di mondo da osservare e da rendere in versi. Per alcuni poeti l’osservazione del mondo avviene attraverso l’ascolto sinestesico e sublimato della natura parlante, per altri puntellando i minimi atti del proprio quotidiano, per altri ancora roteando tra i propri pensieri. O per altro ampio, ma non infinito, ventaglio di occasioni. Per Piazza l’occasione poetica, da tempo è stata plasmata con le forme di giovani figure femminili: già in Frammenti dall’esilio, e-book apparso nel 2005 sullo storico blog Vico Acitillo 124 Poetry Wave, il topos della “ragazzina”, della giovane adolescente, (indossante originariamente una pluralità di nomi: Laura, Alessandra, Serena, Sara, Daniela, Rosaria, Rosanna, Floriana, Evelina, Aurora, Carolina etc) era centrale alla narrazione. O, ampliando, il topos dell’adolescenza, in senso generale, come ripreso anche nella raccolta Del sognato (La Vita Felice, 2009). Nella seconda sezione della quale la «ragazza Alessia», è già nodale; ritornerà poi in Alessia (Edizioni Associazione Salotto Culturale Rosso Veneziano, 2015), con una struttura che anticipa quella della presente raccolta (tutti i componimenti titolati ad Alessia).

Ora, nel 2019, con la nuova raccolta, edita da Ibiskos-Ulivieri, Raffaele Piazza, prosegue con coerenza il proprio progetto letterario, ma introduce, fin dal titolo che si sdoppia in Alessia e Mirta, nuovi elementi.

Nell’affrontare questa raccolta, si ha subito la sensazione, allorché si sappia dell’esistenza delle precedenti, che la lettura, potrà risultare monca, sospesa, come nella visione di un sequel senza avere adeguatamente in vista i trascorsi. Ma questa parzialità, vista la freschezza insita nello stile, potrebbe essere un punto di forza.

La raccolta si compone di quaranta testi ed è inevitabile osservare che le due protagoniste femminili si dividono asimmetricamente il campo, già che solo sei testi (consecutivi, da pag. 37 a pag. 42) sono titolati a Mirta.

Dalla lettura dei titoli – prima di scendere nei testi - si intuisce una dislocazione delle situazioni su due polarità differenti: lirico-onirica (Alessia “sfoglia la margherita rosa”. “vola sulle nuvole”, “vestita di luna”, “campita nel cielo”, “alle porte del sogno”, “alla scuola delle stelle” ecc), e quotidiano-cronachistica (Alessia “vince la corsa”, “al cinema”, “compra calze nere”, “a cavallo”, “con i tacchi alti”, alla mostra di pittura” ecc). Una dualità che precorre le sfumate polarità, nel profilo della protagonista, emozionale (dire “spirituale” è forse troppo) e carnale (concretissimo e onnipresente è Giovanni, terminale del desiderio goduto «nell’ebbrezza dei sensi»). Polarità che però si amalgamano e si sfumano reciprocamente. Se, come già detto, Alessia è lo “strumento” con sui Raffaele guarda il mondo, il mondo osservato da Alessia ha il suo invariante, il suo sublime (che definitoriamente include il tremendo), nell’amore, quello passionale, giovane, insaziabile e necessitante per il Sé che oltrepassa l’ambito corporeo. L’assenza, o il semplice timore dell’assenza di Giovanni, dell’amore, costituisce e disincarna l’angoscia, l’abisso:

«S’inalvea un pensiero / di gioia multiforme / (sono viva e non mi lascia)», p.11

«(stasera l’amore con / Giovanni, anima e corpo)», p .26

«Arriva Giovanni e l’amore / a farlo nel fieno afrodisiaco, / negli occhi lo guarda Alessia/ (comprende: non mi lascia)», p. 31

Gli stessi luoghi dell’amore si stendono tra una nuda concretezza e una simbologia dilatata di senso: il letto, la camera, ma dell’Albergo degli Angeli, dell’Hotel Paradiso!

«Si tratta di annotazioni, come se avessimo di fronte un diario - scrive nella Prefazione Vittoria Serofilli - con i titoli come didascalie scritte sotto una fotografia»: ma anche se ciò non può essere negato, è un diario con vista sull’oltre, sul senso che ispira l’azione e, spesso, la trascende.

La prima volta che viene nominata Alessia è “la ragazza Alessia” e così sarà in diversi testi. Conservo un testo dell’Autore, un breve poemetto dal titolo Camere 2006, in cui la protagonista si chiama Mirta, in cui alcuni versi mi parvero significativi per indicare una delle possibili ascendenze del progetto poetico del nostro: «va pagando e godendo quel tratto / borghese per cui da / ragazza Carla si differenzia», con chiaro rimando al celebre romanzo in versi di Pagliarani.

Un gioco a specchi, contemporaneamente sincero e fantasioso, nel quale si amalgamano elementi biografici, invenzioni o trasposizioni simboliche personali, humus letterario. Questo è Alessia.

Per Mirta, invece, il discorso appare differente. Se Alessia ha tutte le caratteristiche di un personaggio letterario, ed è complessivamente realistica, Mirta, almeno quella di questa raccolta, è reale, sia pure per assenza-presenza («esisti / più di prima»). Alessia è la protagonista di un film, di lei si racconta in terza persona. Mirta è l’amica reale, morta suicida, «ragazzina di 44 anni», a cui il poeta parla in prima persona e dando del tu del dolore ricevuto dalla sua morte drammatica e dalla sua assenza («Hai spezzato / me stesso mio col tuo / ammazzarti; «hai / aperto in me la ferita; «Amica / Mirta suicida e mi hai / spezzato il cuore) ma al tempo stesso dell’ispirazione presentissima e vera che ne riceve:

«nelle cose aurorali ancora / mi parli e mi dici di non / avere paura / […] / Grazie per avermi dettato / questa poesia»;

«ti sento / ancora viva mentre scrivo / e affido al mare del web il messaggio / per te»;

«bevo / ancora al tuo ruscello / di parole quelle che / tu lettore leggi perché / Mirta mi era Amica».

Alessia e Mirta si incontrano in due testi che non potranno non interessare particolarmente il lettore della raccolta. Nel secondo (Alessia campita nel plenilunio), di fatto, Alessia solamente pensa a Mirta, già suicida. Intreccio di presenza e assenza, finzione e realtà? Il primo incontro avviene nel testo Alessia al blu sottesa, forse uno dei più belli della silloge e più significativo, che merita la citazione per intero:

Sottesa Alessia ragazza al blu
di un cielo serico nell’apparire
Mirta nel fondale di una via
deserta pari a una dea
terrena, lei così bruna e così
donna tra bagliori d’alba e
semispente stelle nell’inalvearsi
nel sentiero chiarezza d’acque
in un rigo del pensiero a inumidire
del giorno la terra per germogli
di primavera ora che è febbraio
bianco e innocente come il freddo.
Responsi dal blu più che dalla
chiesa in un nuovo transito
di idee fino all’azalea.

Riportare per intero il componimento serve anche a introdurre qualche breve osservazione stilistico-formale. Il linguaggio che l’Autore utilizza è coeso, e questo era in qualche modo atteso, proprio in virtù della forte impronta scenografica del racconto (almeno per le vicende di Alessia). Meno scontato, anzi decisamente personale è il tessuto linguistico-sintattico che l’Autore (ri)propone. All’interno di una verificazione libera, ma tutt’altro che piana, i componimenti si adornano – è il caso di dirlo – di vari aspetti. Il primo consiste nell’uso ricercato di un florilegio di verbi desueti o inusuali, non molti, ma ripetuti più volte come vere e proprie impronte autorali: “iridarsi”, “stellarla”, “inalvearsi”, “incielarsi”, “campire”, “interanimarsi”. L’aggettivo “fiorevole” è un altro lemma prediletto. Il secondo aspetto, altrettanto evidente, ma non esclusivo, è il ricorso a neologismi composti: “tintadifragola”, “rosapesca”, “finestravisore”, “lucevestita”, “lucelunavestita”, “rosa tramonto” (vestita). Anche alcune locuzioni ricorrono e si rincorrono: ad esempio «fabula che si fa favola» e «anni contati come semi». Un ultimo aspetto interessante è l’uso di anastrofe e iperbati, talora molto forzati: «per del viaggio la prosecuzione»; «L’atterraggio è il più / dolce in dell’aeroporto / l’immensità»; «nell’interanimarsi / con di aprile il verde arboreo»; «fino al telefono / procede per di bellezza / un’epifania nell’interanimarsi / con dell’amato la voce».

Questo breve repertorio ha principalmente lo scopo di testimoniare come la scrittura di Raffaele Piazza, sia che lambisca il parlato, sia che si avvicini (con attenta distanza) al lirico, lo fa con piena consapevolezza e mestiere. È una conferma di come il poeta campano abbia saputo allestire una nuova scenografia al tempo stesso leggera e profonda, narrativa e simbolica, vivificandola con i tratti mobili di un linguaggio riconoscibile e coinvolgente.

Novembre 2019

Recensione
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