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Singolarmente, per quei percorsi magari inconsapevoli ma mai casuali, la raccolta inizia con una significativa epigrafe di Borges dove l’incipit “Si apre il cancello”, oltre che a fungere quasi da ouverture scenografica del volume, richiama le “porte” dei titoli delle precedenti opere, con tutto il forte carico metaforico e simbolico collegato all’atto di osservazione del mondo, agli “sguardi” – citando ancora Borges – del poeta. Il verso conclusivo di Forse con una donna (p. 26), «ora più aperte sul mondo sono le porte», pare inscriversi in questo approccio esplorativo e conoscitivo. Curve di livello si articola in tre sezioni, Ho visto corpi e terre, Ferite, suture ed Al margine dei fuochi, le quali presentano una marcata omogeneità stilistico-strutturale, accomunate, infatti, da una parola lieve ma tutt’altro che esile, da un dettato piano e calibrato senza eccessi lirici o schiacciamenti narrativi. Il verso è libero, i componimenti, salvo rare eccezioni nella terza sezione, hanno tutti una campitura di medio respiro, generalmente sui venti-trenta versi circa. Il verso metrico si modula quasi invariabilmente sul respiro sintattico, accentuando la morbidità del testo (ancora viene da citare la davvero indovinata epigrafe di Borges nella prima sezione, laddove dice della “docilità della pagina”). Raffaele Piazza, in uno scritto comparso nel sito letterario Sinestesie, bene evidenzia come, in Curve di livello, ci sia “un grande equilibrio nella disposizione dei sintagmi, un ritmo costante e pacato e, nello stesso tempo, vario e mosso, che rende felicemente la sicurezza, la riuscita, di una poesia alta e, fattore fondamentale caratterizzata da originalità”. Non mancano, com’è da attendersi in qualsiasi scrittura matura e personale, alcune peculiarità stilistiche e lessicali, in particolar modo nella prima sezione. Tra le prime si registra l’uso frequente di versi in parentesi, come ad aprire finestrelle e feritoie attraverso cui lo sguardo, canalizzato attraverso le “porte”, coglie, aggiunge, sottolinea dettagli obliqui. Si reperta poi l’uso di neologismi per fusione, anche multipla, aggettivale o sostantivale (“naturadonosopravivenza” “mentaradiciossaconsunte”, “orgogliosperanzasudore”, “messapicagrecaegizialibica”, etc.). L’uso di conglomerati verbali così forzati ha esiti talora contrastanti, talora forse più vigorosi, ma meno immediati che in casi più sfumati, come “blusevero”, “odordimosto”, “frescazzurro”, “vocecanto”. L’angolo visuale che Ferramosca abbraccia è quanto mai ampio e vario, ma, come evidenzia Raffaele Piazza, pur essendo scandito in tre parti, Curve di livello, per la sua forte compattezza, presenta una vaga unitarietà poematica. In effetti, il volume appare omogeneo ma, volendosi trovare, magari azzardando qualcosa, una sottile faglia, una linea di discontinuità parziale, questa è tra le prime due sezioni e la terza. Non tanto per la presenza di alcune particolarità strutturali in alcuni testi di Al margine dei fuochi (l’andamento micropoematico di Vineide in cinque stanze e di Inno per un libro di poesie d’amore e non solo; il doppio binario narrante di Dialogo) o per le peculiarità stilistiche già citate in Ho visto corpi e terre, ma essenzialmente per l’oggetto d’innesco e lo spazio abitato dalla parola e dal pensiero poetico. Infatti, nelle prime due sezioni l’Autrice colloca il punto d’abbrivio del percorso versale e cognitivo in contesti riconoscibili e dichiarati. Che sono, nella prima sezione, essenzialmente luoghi, sia toponimici (Marrakesh, Dublino, etc.) che mitologici o della memoria (Mediterraneo, Cnosso, Montagne); sono, nella seconda sezione, eventi, cronicistiche occasioni, taglienti “ferite” nell’accidentato percorso della contemporaneità, gli orrori e gli errori della storia. Per exempla ed archetipi, la macrometafora del dolore nella condizione umana (“ferite”), solo parzialmente emendabile (“suture”), è condotta fin sotto l’ombra del melo, all’originale ferita edenica. È proprio questa seconda sezione che mette in risalto la maturità e la misura del verso di Ferramosca: affrontando tematiche come quelle, ad esempio, di Tsunami, Memoria dell’Olocausto, Kamikaze, una voce meno sicura e originale avrebbe potuto incorrere negli immaginabili rischi retorici ed in ovvietà assortite. L’Autrice sorvola queste paludi e polverizza i grumi delle scontatezze possibili grazie agli scarti visionari, all’invenzione percettiva, all’urgenza delle riflessioni, al filo «che lega al possibile | mille e una parola». L’esplorazione dei luoghi, così come degli eventi, viene condotta consapevolmente non per la “stretta planitudine” dell’orizzonte o sulla “superficie piatta dell’oceano” ma preferendo «i versanti inquieti | il moto ondulante | dei desideri delle profezie | la statua barcollante | portata a spalla in processione». Tutt’al più si può, marginalmente, discutere della tensione comunicativa, della necessità di chiarezza che la poetessa sente e che porta talora ad affidarsi per qualche chiarimento, non sempre necessario, alle note esplicative in chiusura del volume: vexata quæstio ma che solo in alcuni casi si riflette sensu strictu nelle scelte testuali. Diversamente dalle prime due sezioni, incorniciate come visto in luoghi e fatti, la terza sezione propone una minore omogeneità (o maggior varietà, che dir si voglia) di occasioni poetiche, attinte in ambiti simbolico-metaforici o dell’immaginifico collettivo, anche mitologico. Senza tacere, comunque, dei diversi testi autoreferenziali, in significativa vicinanza (Nostra fiera del libro, Poeti, Inno per un libro di poesie d’amore e non solo, Poesia che a metà corsa s’impaluda), che dicono, insieme ad altri numerosi passaggi, sparsi in tutto il libro, della sentita riflessione sul fare poetico e sul valore della parola. Ivano Mugnaini, in una recensione al volume apparsa sul sito Vico Acitillo 124 – Poetry Wave, molto appropriatamente osserva che Annamaria Ferramosca “esplora un universo che non ammette né giustifica delimitazioni. Viene fatto di dire che esplora l’universo. Senza bisogno di aggiungere altro. Un mondo, un insieme di mondi, di cui è artefice e prodotto, galassia e molecola. […] La visione e il sogno, l’infinitamente grande, si sposano all’osservazione dell’infinitamente piccolo, che è però, a sua volta, specchio di prospettive sconfinate”. Così, ad esemplificare questo concetto, convivono, in armonica contiguità, gli estremi molecolari di Inventario dei luoghi domestici e quelli cosmogonici di Eva (diario dell’Eden). Ed altrettanto mobili e articolate sono le rotazioni dell’io poetante, di volta in volta (apparentemente) autobiografico, impersonale, di protagonisti certi o meno definiti. La poesia di Ferramosca è attratta da una necessitante sensorialità, della quale si fa causa ed effetto, e tutte le “porte” percettive della poetessa sono vigili e attivate. Si noti come, in un solo testo (Piazza Jemaa el Fna), partecipino tutte le afferenze sensoriali: «le narici inalano magia di terra | […] La piazza ha occhi che saettano | arcaiche voci acute […] | E strana pure questa voglia di datteri | oltre il sapore, smania | che l’oro bruno penetri la pelle» (p. 15. Ed altrove la poetessa coglie il mondo «accostando l’orecchio al tronco dell’ulivo» (p. 9) o «seguendo | la lunga luce obliqua | nell’iride riflesso l’infinito | guardare…» (p. 9). Il substrato di partenza assume nei tratti più connotativi una densità quasi materica che, però, non schiaccia ed áncora al basso il verso di Curve di livello ma, anzi, ne costituisce fondamento per uno slancio ampio, per un ondulato volo speculativo e ideale. La famiglia simbolica pronunciata con più decisione è quella inscritta nei lemmi “pietra”, “terra”, “roccia”, muro” ed in altri termini per certi versi affini quali “fango”, “campi”, “radici”. Ma la distanza tra oggetto e soggetto, tra “pietra” e “carne” tende ad annullarsi; la partecipazione al luogo, all’evento, non è mai di freddo distacco bensì di intima unione:
Non solo: la transustanziazione terra-corpo si nobilita e si vivifica accogliendo, non senza sofferenze, il logos, il poiein, la parola detta e scritta (“graffiti”, la pietra incisa con le sillabe). Così i “segni sulle rocce” diventano i “segni sulle pagine”, il suono “privilegia labbra di donna”:
Da queste eco e per questi gesti quasi sacralizzanti si inscrivono alcune delle venature più intense nella densa materia di Curve di livello, alcune delle “isoipse” più marcate, per usare il lessico del componimento omonimo. Il mondo, osservato appassionatamente – per sensi e simboli, miti e cronache –, in tutte le latitudini possibili – dalla molecola alla costellazione –, decifrato con tutti gli strumenti – ragione, intuito immaginazione,–, sceglie per mostrarsi la vis della parola, scolpita come una cicatrice, nella «dolce terra [e nella] carne insieme, dilaniate». Di questo tramite Annamaria Ferramosca si assume, assolvendoli con merito, tutti gli oneri, anche estetici ed etici, elevando così la propria parola narrante al rango privilegiato di autentica parola poetica. dicembre 2006 |
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