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Poesie future

È una poesia che dice, quella di Poesie future, di Carla Malerba, nel mentre che la vita porge occasioni e l’io poetico si dispone a quel sentire da cui sgorga la necessità del dire, ma è anche una poesia che riflette sullo stesso dire poetico, sulla parola che afferisce dall’occasione e la veicola nel verso.

In quest’ottica la prima lirica (pag. 11) assume quasi valenza di manifesto:

Cercherò la parola mare
per quante volte l’ho scritta
cercherò di non farmi dominare
dalla perversità della rima
o dalle immagini aperte.

Meglio la chiusa parola
che travesta il mistero
meglio celare il pensiero
di ciò che tocca a ciascuno.

E la riflessione, che riecheggia il titolo, lascia altre ricorrenti tracce:

«cerco / la parola che non dica» (p. 25);
«le parole / si perdano pure nel riciclo / della carta straccia» (p. 30);
«forse la mia poesia, stanotte / ha bisogno di alimentarsi / alle porte del silenzio» (p. 36);
«districare le mie parole da intrichi di rami» (p. 47).

Nel breve scorrere della raccolta (trentadue poesie, disposte sulla pagina incentrato) lo sguardo della poetessa si rapporta a prospettive ampie, talora con sfalsamenti dei piani ottici e sensoriali («giallo il sole / lontano un abbaiare / una sedia nel mezzo della stanza» p. 17), e alle loro valenze metaforiche, come a pag. 21:

«Simile alla fuga del capriolo incauto / è quella del cuore / per sottrarsi ai sortilegi dell’ombra».

Sull’abbrivio di quest’ultimo verso non sarà disconoscibile una poetica amorosa che, come evidenzia Ivan Fedeli nella prefazione, «dialoga a distanza con un tu di montaliana memoria», specchiando il presupposto accennato di un io e di una voce che si esprimono in prevalenza in prima persona.

Un topos che ricorre è quello della finestra:

«Guardo quella finestra / da cui un lembo di tenda / appena s’intravede» (p. 26);

«Ad ogni ora passo / sotto le tue finestre / se mai un tratto mi appaia / del tuo viso» (p. 36). Superfluo richiamare la ricchezza simbolica della finestra, luogo di confine, di separazione, ma anche di apertura e comunicazione con altri spazio tempo (come non ricordare l’incipit di Mattino di Attilio Bertolucci: “Dalla finestra aperta / entran le voci calme / del fiume…”), ma l’utilizzo che ne fa Malerba nel testo a pag. 19 è decisamente originale e straniante: «Noi qui / siamo sospesi / come finestre spalancate nella notte».

Utilizzando un’ampiezza lessicale media, Carla Malerba, si muove tra registri narrativo-parlati («Senti, facciamo che ognuno / va per la sua strada», p. 35; «E lei, che ne sapeva / che per tutta la vita lui / non aveva dimenticato / quella ragazza strana….», p. 49) e, con buona sintonia sintonia complessiva, slanci di puro lirismo, come nel testo a pagina 29: «Quella notte mi persi / in una solitudine di stelle […] Misuravo i moti di quel cielo / distante, straniero ai miei. / Ma dalle schegge dei mondi / traluceva un riflesso verso me».

Recensione
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