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La luce è l'elemento fondamentale nella poesia di Ferdinando Banchini. Essa trasfigura le cose, il paesaggio, un episodio dell'esperienza e trasforma la visione in contemplazione mistica del mondo. Il risultato è la dimensione della preghiera.. In queste liriche si percepisce quel senso di religiosa fiducia implicito nel titolo stesso della raccolta: Attese.

A tale esigenza espressiva viene piegato anche il linguaggio, esso pure trasfigurato luminosamente e quasi scardinato fuori degli angusti limiti in cui lo relega l'uso quotidiano. In Esortazione (p. 18) si sente l'anelito ad esprimere l'immensità: "Oh l'azzurro, l'azzurro, vela protesa | immersa sulle terre e le genti fervide, | torri eccelse sonore, vibrante luce, | verità ritrovata d'amore e canto!".

L'attesa quindi è un'attesa della luce. Nell'introduzione alla sezione Attese l'autore scrive: "Attesa paziente che il barlume divenga luce piena, che il passo lontano arrivi a farsi presenza, che l'idea informe faticosamente si vesta della definizione ultima. Che il mistero si riveli, e la rivelazione prenda dimora in noi" (p. 25). Credo che il punto di riferimento della poesia di Banchini possa trovarsi nel prologo del Vangelo di Giovanni, inno alla luce, al Verbo che "ci fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi" (Gv 1, 14).

Può essere luce anche uno sguardo. Osservando il volto delle persone impariamo a conoscerle. Questo senso di osservazione lo troviamo soprattutto nelle prose, raccolte nella sezione Brevi incontri. Anche se, mi sembra, nello stile tendente al lirico viene posta una certa distanza fra lo scrittore e le cose che lo circondano.

La luce rivela, purtroppo, anche lo scorrere del tempo, per cui certe poesie, per esempio Passato (p. 34), appaiono leggermente velate di tristezza ed acquistano tonalità gozzaniane e crepuscolari. La tristezza è anche quella delle città, delle grigi periferie presenti sia nelle poesie (Passeggiando solo in periferia, a p. 36-37) che nelle prose (Passeggiate in periferia, a p. 67-71).

La poesia che riassume il candore di tutto il libro è Creato (P. 46): "Cercarti. Dove, se non nel profondo | respiro che inesausto corre il mare | assorto nella pace mattutina; | se non in questa trina, | lieve di spuma – tuo riso giocondo – | che coi ciottoli scherza e le conchiglie? || E dove amarti, se non è nel canto | tuo limpido che il sole mite sparge | su borghi, campi, vigne e tutto l'ampio | verde piano disteso alle colline | in cerchio festose, | svanenti in misteriose lontananze? || Dove, dove pregarti, se non sotto | un cielo – vivo palpito – gremito | di stelle, tuo infinito | armonioso sogno? || Dove, Signore, | se non in mezzo a tanta tua profusa | luce d 'amore?"

Recensione
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