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Pietre

Il poeta sahrawi Ali Salem Iselmu scrive che “le pietre hanno bisogno di essere libere” (trad. di Giulia Maltese). Leggendo questo verso ho pensato alla silloge di Giovanni Di Lena, dove le pietre potrebbero essere il simbolo di una forte ed incisiva poesia civile. Le dediche “ad Elisa Claps / e Ilaria Alpi, / a Giulio Regeni e / alle vittime / celate nel mistero” (pagina 3), presuppongono un referente nell’attualità politica e sociale. Pino Suriano, tuttavia, scrive che: “ci piace il Di Lena che si infila semplice, narrativo e non politico nelle pieghe della vita: vorremmo forse scoprirlo di più” (p. 46). Tuttavia il critico riconosce che “il Giovanni Di Lena di ‘Pietre’ è un poeta cresciuto rispetto alle opere precedenti” (p. 46).

Si tratta di una poesia molto equilibrata, dove i versi tendono a disporsi in strofe regolari con molti rimandi interni. Al poeta (p. 7), la lirica di apertura della silloge, può servire di esempio: le prime due strofe si aprono evocando “la prostituzione morale”, intimamente aborrita dal poeta, che non cede alle sue lusinghe tentatrici; l’allocuzione ad un “tu”, che è il poeta destinatario della lirica, ma anche il lettore o lo stesso Di Lena, esprime una partecipazione accorata, una presa di posizione dura e inequivocabile. C’è, in queste poesie, l’indignazione per le guerre che insanguinano il mondo, la consapevolezza che la giustizia è assente e le persone oneste sono ostacolate ed emarginate: “vivo una lercia tragedia” (p. 13). Il poeta non si prostituisce, ”non si è venduto”, scrive Pino Suriano nella Postfazione (p. 45) non cede alle lusinghe, non baratta il suo pensiero, è voce libera che chiede giustizia in questo mondo spezzato” (Lucio Attorre, Risvolto di copertina). Di Lena vive fra delusioni e silenzio: “Imparai a vivere in silenzio / e a fare della rinuncia / il mio stile di vita” (p. 12). Il suo destino è la solitudine; non è lui a cercarla, ma se la vede crescere dentro ed intorno col passare degli anni e il tramontare dei sogni: “La solitudine non sei tu a cercarla, / è il tempo che te la offre, / naturalmente” (p. 37). Solo nella solitudine egli riesce a farsi custode di speranza: “Rimasi fedele al patto fraterno / e custodii / le speranze di quel tempo [sc. dell’infanzia]” (p. 36). C’è, insomma, “la nostalgia di ciò che non è stato” (Suriano, p. 46).

La consuetudine imbavaglia le coscienze. Il nostro senso di socialità si narcotizza grazie al tran tran della vita quotidiana ormai scandita da soap opera e pubblicità. “Non cambia il vento” (p. 15), oppure non soffia affatto. Mi piace allora immaginare queste poesie come delle pietre scagliate contro le finestre di un paese dormiente, per svegliarlo e scuoterlo dal suo torpore. Tale metafora è giustificata dal ritmo martellante dei versi, magari da recitare marciando. Di Lena “ha cantato con voce ostile”, scrive ancora Suriano (p. 45). È una poesia satirica dal linguaggio espressionistico che mira a riprodurre un assurdo caos. Sembra quasi che la rabbia impedisca il lavoro di lima.

C’è un senso di tradimento e di presa in giro: siamo “rabboniti con un pezzo di pane amaro” (p. 16), verso che ricorda quelli, sconsolati, che Dante mette in bocca a Cacciaguida: “tu sentirai si come sa di sale / lo pane altrui”. Il pane, che nella cultura mediterranea è simbolo di cibo, ma anche di bontà, diventa amaro, quasi veleno, quando è offerto per comprare le nostre coscienze. Di Lena non smussa le sue pietre; al contrario, le appuntisce, scheggiandole in modo da renderne gli spigoli taglienti, per esempio quando esprime la rassegnazione verso un progresso che elimina i meno competitivi: “Una sporca rassegnazione ci investe / e avviluppa il nostro essere” (p. 23). Definendo “sporca” la rassegnazione il poeta ci fa toccare con mano la dolorosa e vergognosa perdita di dignità degli sconfitti: Suriano parla di una “constatazione rassegnata” (p. 45).

La poesia che più mi ha colpito, e in cui mi sono riconosciuto in pieno è Ignoranza provinciale (p. 33). Neanch’io posso permettermi “spese pazze” e, non avendo molta possibilità di visitare i musei di tutto il mondo, conosco l’arte solo attraverso illustrazioni di riviste. Non mi riconosco, tuttavia, nella “benestante attempata” che ignora la cultura del suo territorio. Il problema è che sono le istituzioni come la scuola a favorire l’ignoranza provinciale, snobbando o ignorando i monumenti artistici e letterari del territorio. È fondamentale, allora, la funzione del poeta anche come operatore culturale, quasi custode della memoria dei luoghi e della gente. Le pietre divengono allora monumenti (e moniti) per le generazioni a venire. Questa, in fondo, è la segreta speranza di Giovanni Di Lena.

Recensione
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