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E’ possibile che nel raccontare la storia di una famiglia, dall’Unità d’Italia alla caduta del muro di Berlino, ci si perda per strada come all’una di notte in un paese sconosciuto? Nel romanzo di Mariolina Venezia Mille anni che sto qui, questo non accade, perché la “millenaria” famiglia che “passa nel secolo” (1861-1989) non ti lascia mai solo, nemmeno quando i “suoi” se ne sono andati (quasi) tutti. Un famiglia nata all’ombra secca di una parola dura come pietra, liquida come olio: Sud. E’ nel sud che uomini e donne nascono e s’arrangiano, in un Sud fatto d’olio terribile, di acqua rossa, di sassi fortezza.

Entrando nelle prime pagine di questo romanzo non ho potuto fare a meno di pensare ad un libro di poesie di recente uscita di Elisa Davoglio: Olio burning. In questo libro l’autrice, racconta, in poesia, come è costituita la tabella olio burning, che, in tossicologia, misura i gradi d’inquinamento quando l’olio viene riversato in acqua e assume diversi colori.

Questa fusione impossibile fra l’olio appena nato e l’acqua nata da sempre, domina anche l’inizio del romanzo della Venezia, l’olio d’oliva, chiamato da “Felice la Campanella uscito dalle regie prigioni di Napoli” “bile del demonio” riversato nell’ acqua infelice e animata del Basento di Basilicata, che scorre nella terra e nel sangue della famiglia Falcone, famiglia di Grottole, protagonista del romanzo con i suoi figli, i suoi nipoti, e soprattutto le sue mogli. Sono le donne infatti le narratrici prime, quelle che iniziano la partita col canto del gallo e fanno goal con la prima femmina, Costanza, nata all’alba dall’ex contadina Concetta “con la pelle di grano” e da Don Francesco, il padre di tutti. Sono loro i promessi sposi dell’inizio di questo romanzo, tremendo e sensuale come uno schiaffo d’ acqua sulla pietra.

Si soffre a Grottole una sofferenza che viene da lontano, che soffoca al punto che ci si chiede, a quando altra sofferenza per uscirsene vivi e consapevoli dalla storia di padri tiranni e di madri nascoste nelle cave.

In questo inizio saga, che ricorda per forza e spietata bellezza le pagine di una famiglia diversa (ma non troppo), quella dei Vicere di De Roberto, se nascono i maschi si piange e si spara per la felicità, ma la storia la raccontano le femmine. Nella contr’ora, si fa l’unità d’Italia, nascono i figli e le donne conservano il racconto da filare nel tempo che verrà.

Certi fratelli del romanzo somigliano ad altri fratelli europei di quegli anni, i Tunner, di Walser, spiriti d’aria e fannulloni, e alcune sorelle morbose e dure come scorze di pesca, sembrano evocate dagli intrecci dell’immaginazione senza riserve di Checov. Ma in Mille anni che sto qui, avviene l’esplosione di una modernità senza limiti, una famiglia che diventa nel corso degli anni un corpo unico, una comunità dei sopravvissuti alle pesti, ai brigantaggi, alle guerre, alle rivolte, alle emigrazioni. E il linguaggio, tutto travolge e stravolge e a tutto resiste come resistono i “familiari” su cui i segni della storia restano indelebili sulla pelle. Figli legittimi e non di un sud da cui alcuni fuggono appena conoscono le occasioni del progresso verso i nord del mondo e che alcuni non abbandonano mai nemmeno quando la peste e l’ozio divorano i letti dove sono nati.

E i muri cadono tutti, ma piano piano, in Basilicata, a Grottole, mitico luogo dove ha inizio la saga moderna della famiglia Falcone. I figli, i padri, le madrimogli: Francesco, Concetta, Candida, Giustina, Costanza, Angelica e poi Albina e Vincenzo e Colino fino a Gioia.

Ma questi sono solo nomi di fusti, di alberi centenari, di piante grasse, nelle 244 pagine si susseguono, incalzanti e fascinosi i nomi di altri figli, di altre mogli, che si ripetono e che si placano con la nuova donna nata dalle nonne del 1861 e dalle zie del 1915: Gioia, che allude all’autrice e a molte donne, madri e figlie nate negli anni sessanta.

Tutti i Falcone sono protagonisti di fatti storici minimi e memorabili dell’Italia unita e disunita: dalla fine di un’Ottocento oscuro e contadino con le lotte contro il brigantaggio nelle province meridionali, con le guerre dei pezzenti contro i padroni, e con quelle fatte dai padroni ad altri padroni, all’inizio del Novecento con le affollate emigrazioni verso “Nuova York”, alle prime guerre mondiali, prime e non ultime. Intanto zie e sorelle passano anni senza parlarsi perché “offese a vicenda”, mentre i loro uomini aderiscono al fascismo o si fanno preti. La storia procede come un Basento più veloce, ed ecco sulla riva del fiume, una parola nuova, diversa, piena di promesse: “comunismo”, rosso e straniero. E allora gli uomini partono ancora, tornano a Grottole con i cambiamenti negli occhi e poi via di nuovo perché i cambiamenti sono lenti come i muli. Le donne sono portatrici di modifiche improvvise e durature, anche se pagate caro: “si fanno forza di quei sogni senza costrutto per far sì che i loro progetti diventassero realtà…”

E le più giovani vogliono andare all’università, anche se mogli fedeli e ubbidienti perché sono arrivati gli anni Sessanta, il boom nel Basento sordo si sente dopo, a Roma si avverte prima, e allora si va fuori, si emigra ancora come fosse una scampagnata fuori porta mentre è ancora guerra, tutti se ne vanno ancora, uomini e donne, padri e figlie, madri e sorelle, si esce dal destino segnato a mano.

Ma non basta tentare di cambiare le cose con la propria fede, quando la storia è più feroce e non concede prestiti: Quando nel 1969 la valle del Basento viene esclusa dai finanziamenti, dalla nuova produzione, anche la famiglia Falcone imparerà a cantare la nuova canzone popolare. Alcune donne della famiglia Falcone votano no al referendum per l’abrogazione del divorzio, altre stanno zitte, semplicemente.

L’ultima donna, la prima nuova donna è Gioia che ci porta negli anni Settanta, quando i padri tornano ad amare le donne, forse imparano solo adesso ad amare le figlie e le mogli di un’amore diverso. E quelle nuove donne non fuggono più dalla loro terra, semplicemente “decidono di andare via”.

E’ il 1977 quando Gioia l’ultima rosa della famiglia Falcone si sposa in maniera moderna, fa figli e cambia vita ogni giorno e pure uomo, e pure paese. Ma non senza aver dato il suo contributo alle lotte per i diritti civili di quegli anni di piombo e rum. Quando la politica dei padroni uccide e le speculazioni divorano le terre, si deve fare di tutto per cambiare radicalmente, anche scegliere di non tornare più indietro.

Gioia, l’ultima donna della famiglia sa che deve andare avanti e quindi lontano, perché il precipizio le sta dietro, nel passato del padre, del nonno, della madre, nel basento nero. E poi si accorge che mentre va avanti dunque lontano, non c’è solo l’ombra, il dolore, non c’è solo l’immobilità e l’umiliazione che la chiamano dalla sua terra madre, forse c’è ancora una natura sconosciuta in Basilicata, fatta di “un cielo leggero e celeste che sia ha sempre sulla testa...”.

C’è un tempo ancora non segnato dall’anno, che sa di una felicità antica rimasta intatta da qualche parte… che arriva da lontano.

Recensione
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