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"Nessun pentimento | se ho scritto tanto in questa vita". Maurizio Zanon, "peregrino ansimante | in questa vita d'affanni", è un cuore lacerato che danza tra la gente. Perché la poesia è sofferenza, dolore, fitta al cuore, percezione discreta che spesso ti fa straniero della dimensione di tutti.

Poeta è chi per essa vive, muore e rinasce, in ogni verso che stilla ancora l'inquietudine del male di vivere. Un percorso già scritto. Sofferenza nel cuore, ribellione sulla carta, e un epilogo che sa di amaro silenzio. Uno strabiliante tacere, quasi montaliano, che fa del poeta il detentore di verità al confine tra il quotidiano e la spiritualità senza volto. Ecco perché le parole di Maurizio Zanon sono spesso di fuoco. E i suoi lavori, brandelli di un cuore lacerato che forse ha sbagliato epoca, ma che in fondo, di questa epoca, non può che essere cosciente interprete. Critico dei mali del suo tempo e dei vizi acquisiti dalla sua società, spogliata degli antichi valori umani. Quelle di Zanon sono parole che provocano, fino a denunciare una civiltà "del suicidio | in nome del soldo e del progresso". Una falsità ipocrita che contamina anime smarrite, prive di ogni identità. Una distanza incolmabile dettata dall'arroganza e dall'egoismo. Le sue poesie sono trama di parole quasi tangibili, disegno di linguaggio e ritmo che consente il respiro necessario alla presa di coscienza. Ed è così che quella stessa poesia relegata spesso ai margini della comprensione, diventa ancora una volta il mezzo di comunicazione. La voce che urla al mutismo dell'abitudine. Il silenzio che parla più di ogni inutile vociare. Maurizio Zanon sa che la poesia non sana le ferite dell'anima, ma, il poeta ci insegna, che può essere salvifico medicamento. E allora, aver per essa sofferto e combattuto una vita, sarà valsa ogni pena di un cuore lacerato.

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