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'A me tra 'a me znte. non c' bisogno di spiegazione: il titolo un programma. Io lo parafraserei in un altro: il bisogno di essere, perch nella propria terra e nella propria gente ritrova l'identit di ciascuno: e di ritrovare la nostra identit tom singoli prima che come "gens" abbiamo tutti bisogno. Ma prima di aprire il libro interessante notare in copertina un segno di distinzione, la grafia del titolo: l'apostrofo davanti all'articolo e l'accento acuto sulla "e" di "tera" e l'accento grave sulla "e" di "zente". Davanti a tante improvvisazioni nella grafia dei nostri dialetti (come quella di inventare segni grafici strampalati) questa ci pare una grafia rispettosa di una tradizione, che conta quasi ottocento anni di dialetto scritto, e al tempo stesso adeguata alle esigenze della pronuncia odierna. E dentro il libro trovi lo stesso equilibrio fra a correttezza descrittiva ed espositiva e la pregnanza degli stati d'animo.

E allora il richiamo a storie passate e a tradizioni appena rinverdite acquista l'emozione della novit, come nella deliziosa lirica intitolata I panevin (tutti sappiamo che cos'), i cui primi versi riassumono il senso di tutta l'opera: "Mai come 'sta note | alti fghi [nota anche qui l'accento acuto] segna ai nostri d | strade dementege". Il libro si arricchisce poi di un parco numero di note che spiegano quel poco che ha bisogno di essere spiegato, luoghi persone eventi, e di un glossario che al giorno d'oggi utile non solo ai foresti, ma anche ai parlanti nativi.

Recensione
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