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Veramente il titolo del suo ultimo libro (il nono, il decimo? ho perso il conto: ha cominciato a scrivere giovanissimo nel '79) è Un cuore lacerato, però qualcuno potrebbe dire che per un poeta il cuore è tutto. E invece no. Per Maurizio Zanon il poeta è una realtà complessa e perciò reale, e la testa è importante quanto il cuore, forse di più. Specie in questo suo ultimo libro, che è una analisi commossa e a volte però spietata del vivere d'oggi. "Per anni non ho avuto altro che in mente | la poesia – dichiara, ma poi si chiede: ma sarà ancor d'aiuto a quel mio arrivo freddo, muto?

L'interrogativo sembra un fatto personale, ma investe evidentemente tutta la condizione umana, dove la poesia non è solo l'espressione di sentimenti umani in versi, ma rappresenta tutta una visione del mondo e della vita. "Perduta la nostra identità | siamo esseri abnormi, smarrite anime". E forse il risultato più evidente di questi instabili mutamenti è proprio quella che Miguel de Unamuno dichiarava essere la tragedia del vivere umano, che Maurizio Zanon rappresenta con queste desolate parole: "Quale civiltà stiamo sposando | se non quella del suicidio | in nome del soldo e del progresso?! | Dove pensiamo di andare | così belli incravattati, così inquinati?" E la speranza? uno si domanda; non c'è spazio per essa in una difficile soprawivenza? Zanon tende un dito verso l'orizzonte del futuro, che vale per lui ma deve valere per tutti: lo amo molto la natura, forse per mia natura.

Recensione
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