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Sono passati quasi venticinque anni da quando Franco Battiato scrisse Un'altra vita, una canzone che con l'apparente banalità delle verità semplici e grandi enunciava la necessità di un cambiamento dentro e fuori di noi, di ciascuno e di tutti. Nel frattempo la nostra insoddisfazione e i disastri prodotti dal nostro operare non hanno fatto che crescere, né risultano segni evidenti di un'inversione di rotta. Ma forse qualcosa che sotto traccia si muove verso orizzonti diversi c'è, e forse è in moto da sempre.

Prendiamo ad esempio le venti brevi storie contenute in Un'altra vita, l'ultimo libro di Paolo Ruffilli (Fazi Editore): si tratta di esistenze che a lungo cozzano contro un blocco per il quale trovano infine uno sbocco, esistenze cui viene offerta o che ostinatamente si conquistano una seconda occasione, grazie alla quale, quantunque a volte in maniera paradossale, esorcizzano la morte seconda.

Per quanti di noi siano passati attraverso esperienze del genere non è in nessun modo possibile fare di questo libro una lettura neutrale. Leggendolo si prova rabbia (la propria rabbia) e appagamento, come se in certi punti Ruffilli avesse compiuto degli atti di riparazione non più sperati. 

Un'altra vita è opera di poesia e al contempo critica del costume, della cultura e della società, del nostro mondo almeno, che solo da poco abbiamo scoperto non essere  l'unico possibile, ma anzi sempre più periferico e in declino. Ed è, in particolare, fenomenologia (ormai quasi postuma e tuttavia ancora sanguinante) della nostra eretica ossessione che l'amore, nel senso di passione amorosa, sia il centro della vita, un centro però in moto perenne  verso oggetti sempre diversi se non anche proibiti.

A questo proposito mi viene spontaneo accostare la scrittura di Ruffilli, parte per simpatia parte per contrasto, a quelle di D.H. Lawrence e (per certe inversioni preziose) di D'annunzio; ma il parallelo più stretto mi pare quello, da lui stesso indicato sia pure a mo' di omaggio, col brusio ipnotico e bruciante di Anaïs Nin, con la sua sensualità destinale – sensualità e fatalità, coppia irrinunciabile per l'amore-passione.

In questo libro non luoghi, se non toponimi che sembrano più che altro categorie dello spirito; né nomi, se non di pittori, di musicisti, di sante. Le sue storie risultano perciò dislocate nel tempo e nello spazio, con personaggi che dichiaratamente non vogliono che essere funzionali alle storie stesse; le quali magari non sono che un'unica storia, osservata sotto punti vista di vista differenti e differentemente narrata  per evidenziarne gli aspetti potenzialmente variabili e quelli assolutamente invarianti. Una storia che ri-vela un messaggio cui già si accennava poc'anzi: fino al momento di chiudere gli occhi, e forse anche oltre, qualsiasi pagina  può essere riscritta, qualsiasi nodo spezzato può essere riannodato.

Messaggio sì perturbante, ma non privo di promesse, che sarebbe sbagliato confondere con  minacce pure e semplici, quasi  non si trattasse che di coazione a ripetere: l'errore non esclude la comprensione e il perdono, né l'errare il ritorno.

Un'altra vita è comunque e anzitutto un riuscito poema in prosa, che fonde le due forme (posto che siano due davvero) in una sintesi sorprendentemente adeguata ai tempi e persino, io credo, capace di guadagnarsi nuovi lettori: quanti  diffidano della poesia esibita come tale ma che al contempo  non ne possono più dei romanzi da spiaggia.
Un ultimo cenno alla prosodia di questa scrittura, del resto già autorevolmente sottolineata fin dal risvolto di copertina. Prosodia che il lettore comune avverte come una intelligente guida sui punti sui quali appoggiarsi o glissare, mentre l'addetto ai lavori riconosce come una fitta tassellatura di versi più o meno regolari: se nata di getto o frutto di paziente costruzione – ai fini del godimento che offre – ben poco importa.

Recensione
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