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Questa volta, più che di una raccolta di poesie, si tratta di una storia narrata in versi come gli autentici poemi eroico-amorosi del passato che tanto hanno colpito i nostri sensi. E’ la vicenda di Didone, una donna capace d’amore al di sopra di tutto, nel mito dell’amore eterno, che giunge dal mare con gli orecchini di perle e i “sandali alati” nascondendo “i palpiti del cuore | sotto i petali scarlatti di una rosa”. Inizia, così, il percorso magicamente femminile –e quale donna non si è sentita così?- di una vita anche oltre la vita, l’autobiografia di un cuore descritto con le immagini più affascinanti e doviziose, come è d’uso nella poesia della Ferraris. Un canto maturo  e perfetto che non ha perso, però, l’entusiasmo, la dolcezza ed il coraggio della gioventù. Il mistero della passione unisce due persone e poi le allontana, “simile al vento che trasporta | il polline al pistillo | e poi con furia strappa | stami ed antere.” Davanti a Didone, a noi, appaiono luoghi avvolti dalla magnificenza della descrizione, vivi nel ricordo, la delusione che prende il cuore, “l’amore infranto” che spegne gli occhi, l’amore perduto che rende arida la pelle...

E poi c’è Itaca, mitico spazio dove torna “una donna in cerca dell’oasi”, “la città dove vissi fanciulla”. Qui si ritempra nella memoria, domani il suo cuore potrà battere ancora. E così è: “trema il mio sangue” ella dice “Io donna e terra, | che l’onda lambisce | in dissolvenza”.

La figura di Didone, mai compresa completamente dall’uomo, affascina tutte le donne che si riconoscono in lei in quanto simbolo di chi pone l’amore come primo valore assoluto della vita. Di fronte a lei, a noi, l’uomo sbagliato, indifferente, superficiale, egoista, duro...

Fin dai tempi più antichi, Didone ha suscitato emozione, ma ancor più oggi ci si può identificare in questa versione moderna della Ferraris che diventa occasione per parlare di tutte le donne, dei sentimenti perfetti delusi dal tempo e dalle circostanze, ma poi ripensati, ricreduti, in una speranza che va al di là del quotidiano. Siamo tutte Didone, sedotte dal mito, compagne di uomini che ci hanno abbandonate sole con i nostri sogni più grandi (e l’abbandono non è solo quello fisico: forse sono vicini, ma lontani mille galassie!)...  Eppure ancora troviamo la forza di continuare ad amare e a sognare: “Fu la mia parte | possedere uno sguardo | che animava la vita con i sogni.”

Dinanzi alla poesia della Ferraris, che sa giocare in modo sublime con le immagini e le parole, eleggendo coinvolgenti archetipi, che inanella ghirlande di anafore, assonanze, consonanze con melodiosa ritmicità e divino splendore, non ci sono parole che davvero possano dire di più!

Recensione
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