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Storie di guappi e femminielli

Guappi e femminielli nella realtà del vicolo

Quando ci si addentra nell'analisi di fenomeni e figure complesse ci si appresta a un'operazione ricca di ostacoli, potenziali contraddizioni e sovrapposizioni di epoche storiche e punti di vista e ci si avvia a percorrere un terreno di per sé scivoloso.

Scivoloso perché quando si solleva il velo su realtà tuttora taciute o sottaciute ci sarà sempre qualcuno che storcerà il naso, quasi che si sia infranto un atavico tabù o che si stia violando il comune senso del pudore.

Con il saggio “Storie di guappi e femminielli” (Guida Editori, pp. 146, euro 15) Monica Florio dimostra di avere questo coraggio e lo esplica senza cedere a giudizi di valore sin troppo facili e dribblando la tentazione di dividere l'universo sociale tra buoni e cattivi.

Compie un'operazione di analisi attenta alle sfumature, agli avvicendamenti storici di senso e significato e alle relazioni interne a uno specifico microcosmo. Al rigore analitico e alla fedeltà alle fonti storiche e antropologiche associa un linguaggio accessibile e coinvolgente, sfuggendo alle spire di un eloquio accademico poco comprensibile e potenzialmente noioso.

In base alla sua analisi, il guappo non è un criminale in toto e si estinguerà in seguito al mutamento, prodotto prima dal progresso tecnologico e poi dal terremoto del 1980, del vicolo stesso per cui diventa una presenza non più necessaria e quasi anacronistica. È un personaggio ibrido che si muove tra istanze negative di violenza e sopraffazione, atte a ottenere acquiescenza acritica, e richiesta di consenso e legittimazione nel microcosmo del quartiere.

Non è un capo riconosciuto dal potere costituito, è avversato e talvolta strumentalizzato, ma nel vicolo riesce a ottenere – come direbbe Weber - tre tipi di legittimazione del suo potere: religiosa, come se fosse filiazione di un'entità divina e sovrannaturale; carismatica, in relazione a una personalità oscillante tra vessazione e blandizia che mira ad affascinare; legale, riconosciuta e regolata da un sistema di regole alternativo a quello ufficiale dei probi viri della società medio-alta.

Il guappo e il femminiello sono entrambi alla ricerca di una forma di legittimazione e di inclusione.

Il guappo cerca, però, di dominare con l'arma della violenza e della sopraffazione, ma anche attraverso la lusinga e un'etica alternativa che lo rende giudice super partes nel vicolo, in grado di sanare dissidi e rimettere a posto le cose, come accade nell’edoardiano Il sindaco del Rione Sanità, ispirato alla figura di Luigi Campoluongo.

Lui rappresenta una sorta di alternativa allo Stato, laddove lo Stato latita o sembra essere sordo ai bisogni e alle istanze dei reietti, dei più poveri, e, in quanto alternativa, reclama weberianamente l'uso legittimo ed esclusivo della forza. Il guappo è, al tempo stesso, benefattore, carnefice, giustiziere.

Anche il femminiello è una figura ibrida. Né uomo né donna, ma affine alle donne per il suo sentire e vicino agli uomini di cui ben conosce il corpo e le strade del desiderio. Una figura che solletica la curiosità e, al contempo, tranquillizza gli uomini perché collaborativo e rispettoso dello status quo. Ma donna nell'essenza, anche in quella nostalgia per una maternità preclusa e negata, mimata attraverso il rito della figliata dei femminielli.

Se il guappo predilige l'arma della forza, il femminiello sceglie con uno sberleffo quella dell'ironia e della canzonatura, stili comunicativi sconosciuti, anzi aborriti, dal guappo, che non ne comprende il senso considerandoli una minaccia alla sua virilità.

Sia il guappo sia il femminiello violano la norma dominante propria della società dei "giusti", ponendosi ai margini del loro sguardo giudicante. La norma giuridica è sociale per l'uno; quella fisica, ma anche quella sociale, per l'altro.

Sono fuori dagli schemi, da quello che prescrive come opportuno e desiderabile l'asse normativo dominante, sono degli "outsider", ma il vicolo, con il suo spirito solidaristico, nutrito da chi ha eletto a stile di vita l'arte di arrangiarsi, ne accetta l'esistenza. Anzi, nel vicolo il femminiello, pur essendo oggetto, a volte, di sfoghi bonari, perlopiù è trattato con amorevolezza: a lui si affidano, infatti, piccole commissioni, rammendi e la cura dei bambini.

Come dicevamo, talvolta subentra la presa in giro, ma è sempre affettuosa, riflesso di una Napoli popolare che non ghettizza né condanna.

Con il secondo dopoguerra, però, l'atmosfera comincia a cambiare e diventerà sempre più ostile. La cultura del vicolo gradualmente scompare e la solidarietà inclusiva che lo contraddistingueva lascerà il posto alla solitudine e all'isolamento, a cui viene condannato il femminiello e, a ben vedere, tutti i rappresentanti di una legittima differenza, percepita come diversità scomoda e vilipesa.

Recensione
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