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L'arte di cadere

L'arte di cadere di Raffaela Fazio, edito da Biblioteca dei Leoni, febbraio 2015, con prefazione di Paolo Ruffilli, è un delicato canzoniere d’amore in cui il lettore non è mai chiamato a distinguere fra il sacro e il profano dell'esperienza d'amore: perché sacro e profano, anima e desiderio, spirito e carne, linguaggio e natura, Dio e uomo si fondono in quella sottigliezza prensile del sentire.

L'amore attraverso cui l’autrice parla nei suoi versi ha un'infinità di valenze e di rapporti: è un sentimento alto e complesso, tormentato, vitale, che nasce sì dentro di lei, ma che muove energie che ne vanno ben oltre, e investono la realtà intera. L'amore è visto nel suo perenne oscillare fra la sofferenza e la gioia, nel suo legame eterno con l'assenza: [...] Sono / quella me / che mi rivela. / Ma è sempre / un volto dell'assenza.

C'è nell'amore una bellezza che sfugge, che non si fa catturare e lascia soltanto il presente nelle mani: Non dire mai / - come se arrivassimo - / che il fondo del presente / è prossimo / la gloria o il fronte. / Non promettere niente. / Di serio / c'è solo il perdono / del più felice istante.

Il desiderio desta immagini e visioni; ma possederle, stringerle è impossibile, e la strada si smarrisce per chi cerca troppo lontano.

Quanto alla lingua, a certuni potrebbe dare, a una prima lettura, l'impressione di un convergere di richiami che ritornano, che riaffiorano sommessamente. Ma nel momento in cui si coglie il senso sapienziale, che regge tutta la concezione dell'amore dell’autrice, allora ci si accorge che il linguaggio rituale, iterativo e insieme sfuggente, denso e al contempo lieve, è quanto mai naturale e necessario. Peraltro la dicotomia, la luce che illumina i piccoli figli:Non vedete / la coda lunga che avete / mentre sfrecciate nel cielo. / A me ne basta la punta / che si disserra / uno sfrigolio di arpeggi / per non tagliare gli ormeggi / da questa terra e l'ombra che pare quasi carezzare la ferita d'amore:Inclina / il verso dei nostri mille addii / facci passare / il corpo / in tutto il suo mistero / a morsi spicchi aghi di luce / come il bagliore / che si ostina e si allena / settimana dopo settimana / tra le doghe / di una veneziana,è tensione polare che nutre e disarticola il verso sempre dietro l'urgere di un' attesa di senso in una sorta di teatro onirico in cui creare  / non è libertà / ma scuola / di scelta.

Recensione
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