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Oltre

Eravamo sconosciuti / quando incontrai il tuo occhio / fisso sul mio / nel consueto bus giornaliero // Non ero ancora maggiorenne / ma già ti attendevo / per un vuoto da colmare // Sceso alla mia fermata / mi hai fermato / e per mezzo secolo / sei stato lo scopo del risveglio. (p. 58).

Così Laura Pierdicchi, in Oltre, una silloge particolare per delicatezza di contenuto e misura di forma, ispirata dall’amore per il compianto marito, il pittore Franco Rossetto, animatore per tanti anni della vita culturale ed artistica veneziana.

In tutto 64 composizioni, che hanno per titolo il primo verso d’ogni lirica, come quella di apertura e di chiusura di Emily Dickson.

Benedetto Croce definisce l’arte, intuizione, lirica, pura, cosmica, e, in particolare, nella poesia lirica, rinviene il vertice dell’espressione soggettiva, nella quale la condizione personale del poeta assume valore universale.

In Laura Pierdicchi, la poesia nasce dall’esperienza personale e diventa sospiro dello spirito: Tra l’erba prima / l’inizio ebbe il vanto di tenerci fuori dal tempo. // E già l’amore era sovrano. (p. 19).

L’inizio della propria vicenda d’amore registra nella memoria il delicato segno d’un percorso, lungo e riservato, non contaminato dal tempo e dall’effimero.

Ci troviamo di fronte ad una poesia, tinta di sentimento, sobria nell’espressione, capace di penetrare con semplicità l’essenza delle cose, ognuna nella propria odissea: Non datemi carezze. / Solo polvere tra le dita (p. 20)

Una poesia pura, in quanto libera da riferimenti logici ed etici, che non mira né alla cattedra né al pulpito, tutta compresa nella propria sincerità: Il sentire serpeggia tra le pietre / s’intreccia con le foglie / vibra nell’aria e nella luce // si fa parola, (p. 23).

C’è, in Laura Pierdicchi, un’ispirazione biblica, che si estrinseca dalla spirito alla materia, dalla parola al cosmo: Nella complessità dell’abbraccio cosmico / gli atomi vagano // consci della relativa molteplicità. (p. 20)

Una visione stoica, ma anche provvidenziale, nella quale la natura è buona e materna, nonostante il perenne conflitto tra bene e male, vita e morte, tempo ed eternità:a noi è dato di vivere, nell’eterno presente, ad una prova / necessaria alla coscienza / per la vera Realtà, che si comprende solo / dopo il soffio d’addio. (p. 25).

Il dolore, segnato dal distacco, è vissuto con la consapevolezza del momento, prima che l’attesa si compia, oltre il varco terrestre.

Allora l’esistenza sperata, parafrasando Dante, diviene sostanza di cose sperate, perché segnate dalla propria fede: sustanza di cose sperate, / ed argomento de le non parventi (Pd XXIV 64-65).

Credente nel Dio cristiano è Laura Pierdicchi e lo dimostra una non comune cultura religiosa, docile all’insegnamento teologico e pastorale.

L’esperienza, vissuta con la persona cara, persiste nella memoria, nelle viscere di chi vive, quando la luna rischiara ancora (p: 31), e resta solo la sera / che si confonde in contorni di mistero (p. 35).

Il sentimento che persiste, oltre il distacco, sostiene il passo di chi resta ed il ricordo diventa visione, piacere d’incontrarci // il sorriso / raggio di sole (p: 38).

La consapevolezza nel poi illumina il cammino, riaccende il bisogno di unirsi al cosmo / captare il vibrare / della tua energia (p. 41)

Ne deriva un atteggiamento che si pone all’opposto del sentire pascoliano: E tu, Cielo, dall’alto dei mondi, / sereni, infinito, immortale, / oh! d’un pianto di stelle lo inondi / quest’atomo opaco del Male! ( X Agosto).

Il cielo, in Pascoli, resta insensibile, non reca alcun soccorso, non una luce che illumini, oltre il dolore.

Nella nostra poetessa, invece, la fede, oltre l’ultimo varco, si esprime nella consapevolezza che tutto finirà, prima d’essere pura energia // Esplosione / di una nuova/antica passione. (p. 46).

Nuova, antica passione, per poi emergere / ed essere trama / connessa al tuo essere. (p. 51),

trama, come insegna Epicuro, nella più alta definizione di piacere, dove il soggetto fruisce, possedendosi, il suo proprio essere. (Cfr. Enc. Fil., Lucarini, Vol. 3, p. 134).

E’ nella concezione cristiana dove s’invera la più alta epifania di piacere, dove il piacere catastematico, fondamentale di Epicuro viene concepito, come piacere spirituale puro, in comunità di fede: Nell’unità / di tutti gli esseri coscienti / emerge la condizione ideale / di capire e provare / la Verità. (p. 55).

E, nella Verità, si compie la nostra pace, sintesi tra spirito e materia, tempo ed eternità, rerrurectio corporis, in quanto la tua Forma invisibile è anch’essa Materia. (p. 56).

Infatti, in riferimento a Dante, l’epifania più alta dello spirito creato è forma: Le cose tutte quante/ Hanno ordine tra loro, e questo è forma / che l’universo a Dio fa somigliante. (Pd 1 103-104).

Il riscatto dal dolore è possibile già in questo mondo, se l’animo si rende disponibile a pescare nell’eterno / gli attimi di luce // disporli sull’albero dei passi / come tante candeline // riaccendere il tragitto / della nostra comunione. (p. 57).

L’itinerario del canto si conclude nel lavacro d’un battesimo purificatore, dove la grande pioggia, diventa copula astrale (p. 80 e 81).

Una silloge, Oltre, che coinvolge, che ridesta pensieri e sentimenti delicati in chi legge e fa bene allo spirito.

L’arco di fedeltà, che non s’incrina, segno distintivo d’amore, è il nutrimento dell’ispirazione piedicchiana.

Il linguaggio risponde alle vibrazioni dell’anima con tocco di grazia, misurato, armonico, pertinente, in una parola, poetico., modellato sul rigo della tradizione bella, da Petrarca ai più recenti, come Saba, Sbarbaro, Ungaretti.

La poesia con la quale Laura Pierdicchi si pone in armonia, per contenuto e forma, è certamente quella di Emily Dickinson, poetessa che compare, in apertura e chiusura della silloge.

C’è una profonda affinità elettiva tra le due poetesse: proiezione dell’amore nell’eternità, senso di pace, di liberazione, che non è di questa terra, l’attesa della vita immortale

Affinità anche per l’elezione dello stile, pertinente, misurato, armonico, vivo e moderno che al viandante parla del presente.

Una silloge, quindi, che nulla indulge allo sciame dispersivo della lirica moderna, in particolare di tante poetesse, rapite dall’urlo e dall’effimero dell’applauso.

Torino, 19.04.2016, ore 16.29

Recensione
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