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Saudades

"pensare che in Brasile fui anch'io / vi conobbi il nome di `saudade' / e solo poi la vivo qui"

La silloge, "Saudades", di Carlo A.M. Burdet merita una particolare attenzione per novitÓ di contenuti, varietÓ di temi e sinceritÓ di ispirazione. Sono 18 liriche di varia misura e tonalitÓ di registri, che si leggono con piacere: una "poesia", dice Sandro Gros-Pietro, che "affascina per condensazione di spessore che il dettato poetico contiene".

Il titolo "Saudades", in portoghese, significa nostalgia, ma anche danza, con particolare riferimento al folclore brasiliano. In realtÓ, la parola si carica di pi¨ significati, si proietta come ponte che varca gli oceani, che sfida i mari, che ridesta memorie inebrianti di sinestesie esistenziali. Una silloge, i cui motivi ispiratori si rinvengono nel battito del tempo e nei movimenti dello spazio.

Nulla si muove per caso, tutto si carica di significazioni particolari ed universali, vicende locali spesso sconfinano oltre il visibile, rincorrono i bagliori del cosmo lontano. Nulla sfugge all'occhio della cronaca e della storia, anzi ribadisce Sandro Gros-Pietro, "della Storia con lettera maiuscola".

Carlo A.M. Burdet diviene, in tal senso, geloso custode della memoria e non solo; diviene interprete di vicende particolari ed universali: un "affabulatore, precisa Sandro Gros-Pietro, nel senso che Pasolini attribuisce al termine nella sua accezione poetica, (...) che mette in campo rappresentazioni episodiche e simboliche, sfumate e alluse". Per il nostro poeta, si pu˛ dire quanto dice Montale: "La vita / che t'affabula Ŕ ancora troppo breve / se ti contiene" (2 — 99).

I ricordi del passato si fermano, come rondini, sul filo della memoria: sono richiami di antenati, di luoghi vicini e lontani, frammenti di muro, sui quali rispuntano i fiori del sentimento. Il poeta si raccoglie spesso, in divoto ascolto, sotto l'albero e distinte percepisce le voci che riportano alle antiche radici.

Il racconto non esce mai dal tono bonario e pure divertito di un'elegia commossa ed anche compiaciuta: si compiace di quadretti domestici, appesi alle pareti; di legami affettivi, vicini e lontani; di nomi ormai consacrati dalla storia. Sono i tempi di fine ottocento e inizio novecento che danno apertura alle rievocazioni familiari, che ricostruiscono l'ambiente "gozzaniano" della memoria, che ridestano le radici del Canavese.

La silloge inizia con due dediche particolari: la prima si rivolge a Maia Pia; la seconda, fedele della propria vita; la seconda, Gustavo Mola di Nomaglio.

Maria Pia, compagna di vita, interpreta il legame del sentimento; Gustavo diviene simbolo di attaccamento alle anche radici, il motivo ispiratore della storia. Torino apre il sipario; Ŕ il luogo dell'addio e del ritorno: "tu sei la stufa e io il gatto" (p. 13). Non dissimile il sentimento, espresso da Saba per la sua Trieste: "In ogni parte" sei "viva", sei "il cantuccio a me fatto, alla mia vita / pensosa e schiva".

Nella lirica, "i quattro elementi - sogno contadino -", emerge l'affetto per le proprie radici: "le dita scrivono versi nell'acqua // solo / sfoglio carte e penso / (...) / mi sento stanco ma sono ritornato // e al mattino c'Ŕ sempre tanta brina e il gatto ritorna" (p. 17).

Spesso, nella narrazione, si assiste al fenomeno della bilocazione, la comparsa contemporanea in luoghi diversi, in particolare fra la terra brasiliana e quella d'origine, il verde Canavese. Ed Ŕ un'empatia tutta "gozzaniana" che ritorna "qui e la" sulle tracce del destino, dove "riarsa dal vento la terra / si straccia / si sgretola / invecchia" (p. 20).

L'ispirazione di Burdet, non solo ridesta it fantasma di Gozzano, "in quella grande pace settembrina" di "Villa Amarena", in "Signorina felicita", ma anche di Cesare Pavese, per il comune sentimento che riconduce alla propria terra: "Un paese ci vuole non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'Ŕ qualcosa di tuo che, anche quando non ci sei, resta ad aspettarti" ("La luna e i fal˛").

In altre parole, ci vuole un tetto per ripararsi dalla pioggia; l'ombra d'un albero, per raccontare le proprie memorie; un focolare ci vuole per riscaldare i propri affetti. In "Nonna Catterina, scritta secondo l'usanza piemontese d'altri tempi, c'Ŕ tutto questo e di pi¨, come in una "saudade" che si ripete d'antico tra l'aia di San Grato e il Planalto; tra le "vecchie foto sbiadite" che ricordano "il peso di casa Gedda": "e cerco tra un passato ignoto / e un ricordo lacerato / l'illusione d'un sogno di dolcezza / che illuda il cuore" (p. 27): legame, fra la terra d'origine e la terra di adozione, percorre l'intera silloge e si fissa in momenti di alta liricitÓ: "la tempesta del cuore Ŕ anche gelosia / in questa stasi di ricostruzioni storiche / e tu non puoi capire questo mio passato / che adagio vado ricomponendo a tasselli" (p. 33

L'amore sospinge l'esistenza oltre le colonne del visibile, si perde nell'invisibile e ritorna sulle ginocchia del focolare: "no a me non dispiace che ti piaccia / per ci˛ che solo non pu˛ dispiacere / se sapere che mi capisci" (Ibidem). Infatti, pi¨ facile accettare che capire il senso ed / Ŕ semplice se a parlare sono le dita che suonano il corpo" (Ibidem).

E i segni del tempo restano visibili, per ridestare i sensi della memoria e i geroglifici del destino: "tra le tracce rimaste d'intonaco dipinto / e i colli ancora brulli bruciati ancora d'inverno // e tu lasci che sia diteggiata la musica che sola primavera sa riproporre / per le nostre solitudini" (Ibidem) Nei momenti di "saudade", si coniugano le stagioni della vita, tra le "finestre in collina" e "una lazenda' ricca di quelle terre estranee" (p. 44): tutto ritorna nei racconti di "Nonno Martin Massoglia" e del "Bisnonno Antonio Gedda": "la storia non detta sa di fantasia! / e rivive con te le pene di chi emigra / e sento la fragilitÓ del corpo che e un po' tuo / e tra i cancelli dell'imbarco e dello sbarco / vedo te solo sull'oceano e lÓ e qua trovo motivo..." (Ibidem).

Pure, nonostante il peso degli anni, "la casa di San Grato", seppure "tra ragni e concimi", ancora permette di guardare "il campanile della cappella e Superga... davanti a se e ancora piace" (p. 51). Prosegue un lungo salmodiare fra "quartine brasiliane" e canti ridesti dell' "upupa" con "minuscoli scriccioli tra i rovi in collina" (p. 50).

Presso il "cippo" si raccoglie il senso epico ed elegiaco di chi lascia l'antico per il nuovo: "questa era l' America che per te si compi? / la tua stirpe ancora vive lÓ ma a Macugnano /quasi nessuno sa che andassi cosi lontano..." (p. 57).

La silloge di C.A.M. Burdet merita la pi¨ alta considerazione per i valori che interpreta e per la grande varietÓ di registri che accompagnano il canto.

Il linguaggio si muove secondo il dettato dell'ispirazione, obbediente ai registri della mente e del cuore; diventa discorsivo, metaforico, altamente lirico, a seconda delle circostanze; si compiace di rime, allitterazioni, consonanze ed assonanze: "ma venne il tempo che mestizia ha lento / alle Fontanasse cosi non smise il canto / e Giuseppe arriv˛, arriv˛ Caterina / minuscoli scriccioli trai rovi in Collina —" (p. 50).

Ed Ŕ un'empatia tutta “gozzaniana” che ritorna “qui e lÓ” sulle tracce del destino “riarsa dal vento la terra / si straccia / si sgretola  / invecchia // si fa bel dire ma sarebbe morire / non pensare al gatto” (p. 20)

Recensione
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