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“ ... eppure | d’improvviso | ritorna il sorriso sulle labbra | no, non c’è più freddo | tra di noi” (p. 23). Così, Raffaella Bettiol, in Una sprovveduta quotidianità: una silloge, misurata in 30 liriche, di varia fattura, che si ispirano al passo del quotidiano andare.

Il titolo traccia il solco dell’ispirazione e muove i toni dell’espressione, tra motivi dettati dall’amore, dagli accadimenti, vicini e lontani, racchiusi gelosamente nello scrigno della memoria.

Ritornano sul palco, vestite in “maschere”, le favole belle, nelle quali diventano “fantasmi” i ricordi lontani, portati sull’ali dal senso elegiaco dei sentimenti: “Nessuno ritorna, | io, piccolo fantasma, | il lenzuolo a terra | piango a lungo | desolato” (p. 87).

Lo stile avvince per intelligenza, sempre desta ed acuta, per novità di ispirazione e per la cifra espressiva che estrinseca nobiltà di gusto e dimestichezza simbolica. Uno stile vario e vivace, sempre attento ai moti del cuore ed ai giochi, non sempre prevedibili della fantasia.

Una silloge per tutti e per tutte le stagioni che si legge volentieri e con trasporto nei momenti dell’inverno o sulle sdraio dell’estate: sempre vi spira una brezza di vita, in attesa d’una piacevole sorpresa , nel gran mare del nostro sentire.

L’amore nasce come spirito di vita, luce del giorno, dolcissima quiete, dopo l’uragano dei sensi. In Raffaella Bettiol, l’amore spunta e si esprime fra i gesti che accompagnano il ritmo del tempo: “Negli anni gli amori | restano tenaci | o si disperdono nell’aria” (p. 13); c’eravamo persi | senza negazioni, inseguendo | le radici d’un amore, il nostro, | nell’intimità d’un silenzio cosciente, | puro” (p 17).; “Non temere | muta la luce | il tempo cambia || ma l’amore non cede, | certezza d’una strada percorsa” (p. 18).

“Omnia vincit amor”, dice l’antico detto virgiliano: l’amore vibra tra le corde sensibili del cuore, compare “in una morbida vestaglia | sfoglia un giornale, | io ascolto un ritmo sudamericano | tenero e passionale” (p. 27).

Pure, non è soltanto la passione che vince le prove del tempo, bensì, ancor più, vince la dolcezza del sentire che diventa elegia sul davanzale d’ogni stagione: “Passa il tempo, amore, | vorrei fermarlo, per cogliere l’ebbrezza della vita, per cogliere l’ “improvviso (...) sorriso sulle labbra” (p. 23): per invitare al banchetto del nostro destino il “primo amore”, l’amore sconvolto dalla tragedia, l’amore che diventa poesia sulla via della memoria.

Ed è proprio la memoria che lievita l’inchiostro di Raffaella Bettiol: Venezia spunta tra le pagine del sentimento con le sue rose, trapunte di spine: “S’apre piazza S. Marco | luminosa ed incurante” (p. 52); “Venezia sempre, madre, | dal giorno in cui | per la prima volta | scalciai” (p. 79). Ma ritorna pure Urbino, ridestata dal ricordo paterno: “E’ molto stanco mio padre, | in un altro tempo ha sorriso | giovane ad Urbino” (p. 86).

Il carattere della madre ricompare nei versi “spesso adirata || folle e generosa, | impervia ed innamorata. | La rivedo adesso” (p. 87).

Bella ed originale l’immagine dell’amica: “Avevi l’aurora sulle guance ... | nel pieno del suo giorno | versi semplici ha scritto | la madre, per te bambina” (p. 36).

Ritonano luoghi cari, vicini e lontani, come “La torre Contarini del Bovolo”, “Il porto fluviale d’Aquileia”, “Cividale del Friuli”, “le ragazze dei troll”, le donne che in Norvegia, in tempi antichi, portavano i greggi ai pascoli verdi in compagnia degli spiriti: “Presto si sposeranno | nell’inverno che subito viene” (p. 41).

La voce di Amalia Rodriguez, la grande cantante portoghese, ridesta l’ “eco dei brindisi”, là dove “volteggiano | nubi gonfie”, “verso l’ignoto” (p. 84).

C’è, nella Poetessa, l’istinto d’una curiosità pertinace che l’intelligenza muove, oltre le colonne del visibile.

Lo spirito penetra i luoghi reconditi dell’anima e del cuore, rivive l’amore sul filo della memoria; trapassa le pareti del tempo e dello spazio; si ferma tra le “maschere” dell’umana commedia, dove i sentimenti diventano le sorgenti dell’ispirazione simbolica.

Le parole non si stancano mai fra le calli del destino, sostano sulle rive dell’infinito, in mitica contemplazione. La piccola Raffaella si rivede nel “fantasma” fanciullesco di tempi lontani, respinta nel silenzio dalla brigata fraterna, di lei più scaltra e maliziosa: “Io il fantasma | loro i fuggitivi, | ridono, scherzano | scompaiono” (p. 87)

Poetessa d’indole innata è Raffaella Bettiol, per l’ispirazione verace, per semplicità espressiva e per il senso musicale del verso: un linguaggio il suo, vario, vivace, sempre pertinente. L’arte della Poetessa rifugge d’ogni inferenza retorica, fine a se stessa, misura il verso come il cuore comanda, disdegna il plauso gratuito dello spettatore distratto. C’è, in Lei, il gusto di scrivere, di comunicare con gli spiriti eletti della simbologia universale, c’è il piacere di vivere, di esistere sul balcone , rapito dal sole.

Con piacere si legge il testo d’Una sprovveduta quotidianità, ma, soprattutto, sono i sentimenti delicati che la lettura ci dona e che portiamo con noi, stretti nel cuore della nostra memoria.

Recensione
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