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Lo schermo immaginario

Riccardo Rosati è un intellettuale bilingue italiano-inglese e ha al suo attivo saggi e articoli apparsi su pubblicazioni italiane e straniere. Con Starrylink, ha pubblicato La trasposizione cinematografica di Heart of Darkness; con Armando Editore, Perdendo il Giappone; con Solfanelli, Museologia e Tradizione; con Profondo Rosso, Godzilla 2014. scritto a quattro mani con Luigi Cozzi. È uno studioso di cinema, etichetta che però egli respinge: «Il nostro è un cambiamento totale. Da sempre sosteniamo la neces­sità di applicare alla critica cinematografica la stessa “gravosità” — per dirla con Benedetto Croce — che richiedono gli studi filosofici, letterari e linguistici. Più e più volte, un po' arrogantemente, ci siamo compiaciuti nel distinguerci dai tanti critici festivalieri, attraverso una semplice etichetta: “studiosi di cinema”. Ecco, ora che lealmente siamo forse giunti a questo fondamentale traguardo, vogliamo liberarci di essa e avvicinarci a ogni pellicola come faceva Alberto Moravia: da scrittori e intellettuali immuni alle mode» (p. 9).

Coerentemente con questa scelta di campo, il saggio che presentiamo è ricco di riferimenti letterari e filosofici, come si evince dal saggio che il nostro Autore dedica allo scrittore Howard Phillips Lovecraft: «Poniamoci ora una domanda essenziale per compren­dere il complesso rapporto tra cinema e letteratura: che cosa è una trasposizione cinematografica? Essa è il movimento/passaggio di una storia scritta in una filmata. Ovvero, il transito da una forma artistica ad una altra. Difatti, il sostantivo “trasposizione” sta a indicare uno spostamento o il cambiare di posto; nel nostro caso il passaggio di un soggetto letterario in un film altro non è che il cambiare di identità, o sarebbe meglio dire di forma, di una storia. La trama di un romanzo compie un vero e proprio viaggio che può alterarla, come vedremo ad esempio nel caso dei racconti di Lovecraft, in modo positivo o negativo» (p. 119).

Date queste premesse, ci si aspetterebbe, nel presente libro, l’esegesi di films di successo come 2001: odissea nello spazio, Solaris, Blade Runner, ecc.. Invece, niente di tutto ciò. Tra le recensioni, che costituiscono la magna pars del volume, troviamo titoli poco noti al grosso pubblico (Body, The Host, The Possession, Thermae Romae…) o ignorati dalla critica accademica (Gattaca – La Porta dell’universo, L’invenzione di Morel, Ultimatum alla Terra…). Per Rosati, tutte le opere cinematografiche hanno la stessa dignità; anzi, i capolavori sono tributari del cinema, classificato pregiudizialmente come di serie B: «… condividiamo anche l'idea che quei film, comunemente denominati di serie B, non abbiano bisogno di difensori d'ufficio, giacché la loro semplice visione basterebbe per suggerire a uno spettatore “ingenuo” privo, cioè, di pregiu­dizi intellettualistici, l'esistenza di un mondo senza il quale la Settima Arte non avrebbe mai potuto sviluppare tematiche prossime al sogno e all'esplorazione di nuove dimensioni spazio-temporali» (p. 54).

Ed è per questa ragione che sono passati in rassegna non solo pellicole minori, ma anche sono messi per così dire nello stesso calderone generi diversi e opposti: fantascienza, fantasy, horror, oriente fantastico. Altra sorpresa per il lettore sarà nel constatare che il libro di Rosati non è un’arida disquisizione a carattere specialistico. Le riflessioni di tipo umanistico, morale e religioso sono sempre al centro dell’attenzione del nostro Autore, come si evince particolarmente nel saggio Fede e scienza nel cinema di fantascienza: Star Trek e Star Wars a confronto. Prendendo in esame le due celebri saghe fantascientifiche, Rosati nota una sostanziale differenza così sintetizzata: «se Star Wars incarna l'eterno conflitto tra il Bene e il Male, conferendo al trascendente un ruolo assolutamente di primo piano: Star Trek si attesta invece come una opera di stampo positivista, lasciando pochissimo spazio alla questione religiosa, la quale viene esclusivamente giudicata da un punto di vista meramente antropologico, dunque ridotta a semplice rito e mai riconosciuta come elemento base di una civiltà» (p. 72),

In sostanza, l’Autore vede in Star Wars, a differenza di Star Trek, una possibile confluenza tra due fattori fondamentali per la nostra civiltà e per ogni civiltà: quello umanisitco e religioso e quello scientifico e tecnologico. Tesi non dissimile da quanto noi andiamo sostenendo con la nostra idea di fantascienza, vista come ponte gettato tra le due culture in conflitto di snowiana memoria, e che abbiamo esposto nel nostro libro Fantascienza umanistica, che Rosati gentilmente cita nel suo studio e di cui lo ringraziamo.

Se le riflessioni di tipo sociologico, etico, filosofico, politico e culturale hanno un lodevole e apprezzabile rilievo nel libro di Rosati, tuttavia il discorso tecnico rimane il suo aspetto fondamentale, che rivela la preparazione e la professionalità dell’Autore. In tale ottica, l’analisi non si ferma solo agli aspetti superficiali delle pellicole, ma scende anche in profondità, scavando negli ambiti più reconditi. Ad esempio, parlando del film thailandese Body, Rosati scrive: «Il linguaggio utilizzato dal regista è davvero fin troppo vicino a quello di un video clip. Anche la fotografia lascia abbastanza a desiderare, con un brutto digitale, il quale ricorda molto quelle atmosfere oniriche e dai colori pastello dei videogiochi (…). Tuttavia, è giusto notare come questo sia il primo horror asiatico a utilizzare massicciamente gli effetti CGI, non solo nelle scene più prettamente di terrore, ma anche, in maniera meno invasiva, in alcuni esterni» (p. 140). E a proposito della protagonista femminile del film La congiura della Pietra Nera, diretto a quattro mani da Su Chao-Bin e John Woo, Rosati, riferendosi al secondo, nota: «… è difficile che egli si conceda al romanticismo e alla dolcezza, come avviene invece in questa pellicola, e le storie da lui dirette rivelano il più delle volte una certa misoginia» (p. 142).

Recensione
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