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Storie d’ordinario infinito

Nell’introduzione al volume, Malaguti fa un ampio resoconto della sua attività di scrittore e di editore, rendendoci edotti, in particolare, che si è dedicato alla fantascienza per compensare esperienze frustranti subite in giovane età: «Coltivando queste cose importanti, non ho trascurato nep­pure alcuni hobbies: tra questi, quello della science fiction, che malgrado la mia proverbiale incostanza chissà per quale motivo mi ha tenuto legato per una trentina d'anni, dei quali venticin­que trascorsi, con una breve e non voluta interruzione, in posi­zioni di una certa rilevanza nelle redazioni di varie riviste e pe­riodici. E all'interno di questo hobby, forse a livello sostitutivo dei grandi obiettivi mancati (…) mi sono avventurato nella tranquilla (mica tanto poi) serena (e chi l’ha detto) e gratificante (quando mai?) attività di scrittore» (p.2).

A questa scelta di vita o, come la chiama il nostro Autore, hobby, si devono una cinquantina circa di racconti e una quasi dozzina di romanzi, le cui tematiche offrono il fianco a critiche di natura sociologica e teologica, come Il Sistema del Benessere, dove la società del futuro è rappresentata in chiave assolutamente negativa, la bontà è sinonimo di pazzia e la libera iniziativa è stata eliminata, ritenuta pericolosa perché apportatrice di cambiamenti; o come Satana dei miracoli, dove dei robot, persuasi di ubbidire ad un ordine di Dio, attaccano e uccidono gli esseri umani, la razionalità è giudicata fautrice di intolleranza e di violenza, il Male è confuso con il Bene e Satana, riscattato dalle sue colpe, viene giudicato dagli uomini più misericordioso di Dio e degno di prendere il Suo posto. Il tema sociologico ritorna in La ballata di Alain Hardy, dove la rappresentazione negativa della società del futuro assume toni ancora più aspri di quelli notati in Il Sistema del Benessere, ipotizzando l’uso dei negri come prede di caccia per le classi dirigenti dell’America e la trasformazione degli uomini di scienza in zingari per sfuggire ai loro rimorsi.

I succitati romanzi e la maggior parte dei racconti si collocano tra gli inizi degli anni sessanta e la fine degli anni settanta del secolo scorso, dopodiché l’attività di scrittore di Malaguti cede il passo a quella editoriale con il lancio della rivista “Nova Sf” e la fondazione della casa editrice “Libra”. A distanza all’incirca di una quindicina di anni dal suddetto periodo, il nostro Autore fa la sua rentrée, nel­la sparuta ma prestigiosa schiera di narratori italiani di fantascienza, con la presente antologia, contenente quindici racconti, in parte ine­diti, in parte già apparsi su riviste e fanzines, ma tal­mente revisionati rispetto agli originali che, come To­reador e A un passo di di­stanza, si possono considera­re recenti.

Vari i temi trattati: la storia fanta-archeologica ispirata al­le teorie di Peter Kolosimo (La gemma di Nazca); l'in­treccio sentimentale con ri­svolti ora drammatici (La giornata di un povero uomo), ora erotici (La pagoda); la trama sociologica in cui ven­gono denunciati il razzismo (Fino all'ultima generazio­ne) e l'oppressione delle na­zioni ricche e potenti verso i diseredati (Toreador)... Ma il tema che spicca su tutti gli altri e che, secondo noi, caratterizza in senso “uma­nistico” la narrativa fanta­scientifica di Malaguti, è quello metafisico/escatologi­co. Da Festa di primavera a II confine e da Elegia a Di ghiaccio e di stelle, è tutto un tamburellare di ipotesi e interrogativi inquietanti e incalzanti – a volte aspri e provocatori – sul significato dell’esistenza e sulla coerenza e razionalità dell’universo, concludendo con l’amara considerazione, secondo noi di natura prettamente ideologica, di un Caso o di un Caos che assistono indifferenti all'annichilimento delle cose uma­ne.

Il termine umanistico va, per­ciò, inteso nell'accezione del tutto laicistica e wellsiana del termine, vale a dire di fantascienza che attinge il suo nucleo ispi­ratore agli eterni problemi dell'uomo: che cos’il Bene? che cos’è il Male? esiste nella vita uno scopo per cui battersi? Dio e Satana sono la stessa cosa o il secondo è la scimmia del primo? Sono domande a cui il nostro Autore, come abbiamo osservato, non offre risposte convincenti, se non quella dell’alieno Elhk, protagonista di La gemma di Naczca: «Non so. Nurrah. Così si diceva in quella lingua antica, antichissima. Nurrah. Nulla è determinato, nulla è definitivo, nulla è certo, neppure ciò che appare solido e reale. Nurrah: il giorno e la notte non sono mai uguali, ciò che accadrà dopo un minuto può essere la cosa più strana e indefinibile di tutte, e poi, per anni o secoli, può non accadere nulla. Nurrah. E il caso ci ha portato qui, senza premonizione, o forse era già scontato e fatale che così fosse, ci ha condotto qui» (p.71).

Il mondo futuro malagutiano non può, perciò, offrirsi come prototipo di uma­nesimo rinnovato, cioè di quell'integrazione umanizzan­te tra scienza e uomo che, secondo noi, costituisce la soluzione ideale della crisi che attualmente la cultura occidentale sta attraversando. Molto spesso, infatti, gli es­seri umani, nel sistema socio-politico ipotizzato dallo scrit­tore bolognese, vivono più da vittime che da protagonisti, subiscono i cambiamenti epocali piuttosto che guidarli e con la scienza e la tecnologia hanno un rapporto conflittuale, svuotandole del loro significato umano e umanizzante.

Nel racconto Decadenza, l’informatizzazione del nostro pianeta è totale, ma alcuni cittadini, guidati dal gigantesco uomo di colore Krodl, non l’accettano e vogliono lasciare la Terra per emigrare su pianeti incontaminati, dove ricreare la civiltà a dimensione d’uomo: «… avete sbagliato tutto. Noi ci siamo oppo­sti fin dall'inizio a questo colossale errore, ma adesso, dopo tanti anni, ci rendiamo conto che l'opposizione non basta più. Dobbiamo andarcene, altrimenti anche noi verremmo assorbiti dal sistema, perché il sistema ha completamente impregnato la Terra (…). Gli elaboratori non dicono che i video soffocano completamente la fantasia, la capacità d'immaginazione, tolgono il meccanismo fondamentale della creatività che per millenni è stato quello che ha portato avanti la civiltà» (p.289). Ma la frattura tra uomo e macchina raggiunge il suo acme nel racconto La giornata di un pover’uomo, dove, a causa di una massiccia automazione, non solo il numero dei disoccupati è sterminato, ma anche le risorse si sono esaurite e la Terra, a causa del prelievo dei minerali, è divenuta talmente leggera che è destinata a precipitare nel Sole. Le masse sono tenute all’oscuro del loro tragico destino e sono artatamente distratte dal crudele gioco della caccia ai propri simili: chi ucciderà un certo numero di individui, cambierà la sua qualifica da Disoccupato ad Occupato!

Che la fantascienza sia specchio del nostro tempo è, qui, ampiamente dimostrato, come pure è dimostrato lo smarrimento della visione armonica dell’uomo, che faceva esclamare a Max Scheler: «Noi siamo la prima epoca in cui l’uomo è diventato pienamente e completamente problematico a se stesso; in cui non sa più ciò che egli è essenzialmente, ma allo stesso tempo sa pure di non sapere».

Recensione
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