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Le cose del mondo

ed è il pensiero che ti fa estraneo,
è il suo invisibile sentiero
a trascinarti di peso verso l’alto…

Come potrei non amare un’opera che fin dal titolo evoca quella di un poeta che ho amato ai tempi del Liceo, compulsato da insegnante e stra-amato da appassionata di poesia nei tentativi di cimentarmi in prima persona. Lucrezio con il suo De rerum natura ha compiuto il miracolo di farci amare macrocosmo e microcosmo, inseguendo il desiderio di conoscerli in tutte le loro manifestazioni e relazioni: denique caelesti sumus omnes semine oriundi (veniamo tutti dal seme del cielo) è il verso che, nel secondo libro del De rerum natura, apre la descrizione della cosmica appartenenza di ogni essere al tutto. Come l’acqua che feconda la terra e fa nascere le messi e nutre i viventi. Come gli atomi che, combinandosi, danno forma ai corpi. Come le lettere che, combinandosi, formano parole. Sorprendente analogia, questa, che mette a confronto la disseminata e plurale formazione dei corpi e l’azione delle lettere nel linguaggio. Ed è bello che sia il cielo ad aprire la sequenza di questa ospitalità del mondo ad opera del linguaggio e nel linguaggio.

Una fede nel linguaggio che attraversa e sostanzia anche quest’ultimo labor di Paolo Ruffilli, Le cose del mondo, durato più di quarant’anni, che risponde “a una mia precisa necessità, e cioè quella di perlustrare il concreto del mondo in cui si è venuta muovendo la mia esperienza tra io e realtà esterna attraverso la pratica del linguaggio” scrive il poeta nella breve ma illuminante nota introduttiva, una forma di paratesto, in questo caso utile se non necessaria per marcare la soglia di accesso al libro orientandone la lettura. Un’opera certamente impegnativa come ogni altra di Ruffilli  ̶  di saggistica, traduzione o narrativa che sia  ̶ , ma confezionata con la cura e la leggerezza che ne consente vari livelli di lettura e dunque accessibile anche ai non addetti ai lavori.

A questa sorta di prefazione fa riscontro il testo di congedo in corsivo, in cui sono i versi a dire con altra suggestione ed efficacia ciò che è accaduto nel pensiero e nell’interiorità del poeta durante il viaggio in cui fin qui s’è dipanata la sua vita: Il nominare chiama e, sì, / chiamando ecco che avvicina / invita ciò che chiama a farsi essenza / convocandolo a sé nella presenza. Come dire meglio ciò che accade nel miracolo della scrittura dove, contrariamente a ciò che purtroppo ancora molti pensano della poesia, non è l’emozione a governare il tutto, ma la ragione che si fa linguaggio / volto a spiegare perfino il sentimento. E aggiunge come questa, nell’atto di farsi linguaggio, diventi musica interiore che su da sotto sale / e consegnandosi all’urto materiale / delle precipitose scaglie ondivaghe sonore / parla nel suo scontrarsi per domarla / con la resistenza delle cose. Cioè a dire che la poesia, in virtù della sua grazia pacificatrice, ha il potere di parlare con le cose nel momento stesso in cui con esse si scontra, facendosi (anche) suggestione metrica, piacere sensoriale.

Ecco, basterebbe, a mio parere, questo testo di congedo per dire dell’impresa coraggiosa di Ruffilli che mi piacerebbe, fatti salvi i limiti di qualsiasi catalogazione, definire Poema lirico ed è, in ogni caso, una importante dichiarazione di poetica. Lirico solo perché c’è un io, un soggetto che fa entrare nel suo campo visivo le cose (sostantivo polisemico a cui siamo tanto affezionati e che usiamo infinite volte nel parlare quotidiano) con lucidità di sguardo, minuzioso e chirurgico ma affabile, permettendo a ciascuno di noi di stargli dietro o, addirittura, dentro, in un rapporto paritario e fraterno che unisce fragilità e precarietà umana a potenza di pensiero, arbitrio e desiderio. Il tutto tramato da una ricca gamma lessicale e sostenuto da una sensibilità musicale innata, oltre che coltivata ̶ di cui ha dato ampia prova pure nella narrativa ̶ capace di esprimersi in una sapiente orchestrazione di toni e ritmi, che non disdegna uso frequente di una rima che non disturba, ma accompagna e contrappunta il giro della sua riflessione.

Ma prendiamo un paio di altri testi, a mio parere esemplari per dire il potere e le potenzialità della ragione pensante: “L’oggetto del pensiero” nella sezione “La notte bianca” e l’ultimo della sezione “Il nome della cosa”:

È un’astrazione e non un fatto, / l’oggetto di un pensiero, / figura, idea, sogno o concetto / più che un reale sentimento / puro stato andante del desiderato /cercato e inseguito dalla mente / eppure insoddisfatto, perduto / prima di averlo conquistato / e, dunque, mai goduto / (sempre sul punto di essere…) / creduto e delirato, un atto / del volere: il senso del piacere.

Il primo: una carrellata di ipotesi in una sorta di climax ascendente per tentare di definire l’oggetto di un pensiero desiderato, cercato, inseguito… creduto e delirato, alla fine un atto del volere: il senso del piacere. La conclusione è spiazzante, ma solo in apparenza; di fatto, realistica e convincente. Capita spesso che Ruffilli ci trascini con sé nel suo percorso mentale su una pista di cui ci pare di conoscere il traguardo, e alla fine ci lascia con un palmo di naso, ma pacificati per quel quid di sapienziale che la sua parola porta in sé.

Nel secondo si susseguono quattro domande suddivise in due terzine, un distico e una quartina:

Ma cosa fanno le cose quando / sfuggono di vista al controllo /che su di loro esercitiamo? Tre le ipotesi elencate: che rimangano passive in attesa di essere nuovamente considerate, che si contraggano in difesa sperando di rimanere ignorate o che fidenti anelino a una nostra presa capace di rianimarle. Ma poi se ne affaccia una quarta, quella che forse il poeta privilegia, che ad annullare la libertà delle cose sia sufficiente che noi le pensiamo…

Una tale chiarezza di ragionamento, che attraversa l’intera opera, non può non stupire, soprattutto se non se ne sono lette altre. E non importa se l’atto del pensare non si svolga per ampi voli ma piuttosto per frammenti, constatazioni e riprese. Cosa, del resto, più vicina a ciascuno di noi, cosa che permette di puntare per gradi all’altra faccia del mistero e porta in sé qualcosa di sacro. La luce vera della vita non può infatti ridursi a cronaca, a descrizione; ma può comparire per intermittenze, pause e successive riprese  ̶  suggerisce il poeta  – perché nel momento in cui viene rappresentata nella sua tensione, nel momento in cui lo sguardo intercetta la realtà riflettendola nel pensiero, essa si fa epica. Vale come conferma il fatto che citare un verso o due di un testo del nostro poeta è impresa difficile perché essi hanno una tale concatenazione concettuale e ritmica da non poter essere interrotti se non con grave vulnus, sia interpretativo sia dell’armonia complessiva.

Ci sono momenti nel personale viaggio della vita in cui si avverte, talvolta urge il bisogno di fare ordine dentro di sé, sostare per una sorta di bilancio del proprio peregrinare su questa Terra. Coetanea di Paolo Ruffilli, ne azzardo due di fondamentali, il primo verso i quarant’anni, il secondo verso i settanta. Che sia, quest’opera, il risultato felice del secondo? Un corpo a corpo tra pensiero e immaginazione in una nuova, più consapevole sfida, di tradurlo in parola. Un rischio affrontato con strumenti sperimentati in oltre quarant’anni di prove e all’interno di una precisa architettura che  ̶  come sempre  ̶  nulla lascia di intentato, nulla alla casualità. Una topografia tra interno ed esterno che muove dalla percezione, come Dante ci ha insegnato (Così parlar convinsi al vostro ingegno, / però che solo da sensato apprende / ciò che fa poscia d’intelletto degno. Paradiso, IV, vv.40-42) e tenta un approdo con la conoscenza per via di consustanziazione tra nome e cosa, a confermare la sua totale fiducia nel linguaggio poetico capace di sottrarre le cose al nascondimento, all’indifferenza, alla distrazione, finanche all’incuria oppure lasciarle nei luoghi dove vogliono sostare.

Ma una cosa ancora mi preme dire su Paolo Ruffilli. E mi soccorre in questo caso il testo Specchio, sempre nella sezione “Il nome della cosa”, ma vale anche per la narrativa:

L’io all’erta di fronte a sé stupito, / ostacolo inibito e sulla traccia / del fatto depistato. Ma buco della chiave, / fessura aperta verso l’impensato…

L’immagine diversa dall’immaginato. / E, nel gioco tra differenza e identità, / svelato il poco di verità, nella scoperta / che il mondo noto non è l’unica realtà.

Lo vedo, qui, dietro a una macchina da presa in carne e ossa come il Serafino Gubbio operatore della nota opera pirandelliana, che guarda insieme agli altri e non come un turista casuale. E, nel guardare, si domanda se l’umanità sappia o, quantomeno, s’interroghi, con quel suo continuo muoversi e affannarsi, su cosa sta facendo (“Studio la gente nelle sue più ordinarie occupazioni, se mi riesca di scoprire negli altri quello che manca a me per ogni cosa ch’io faccia: la certezza che capiscano ciò che fanno.)

“Studio” dice Serafino definendo con precisione la sua attitudine, la sua postura riguardo alla vita, al mondo.

“L’io all’erta di fronte a sé stupito” dice Paolo Ruffilli, tenacemente fedele a una autoimposta impassibilità di sguardo, che scopre alla fine, non senza stupore qualcosa d’impensato, svelato il poco di verità…

La morale dei due è diversa, certo, ma lo sguardo smagato sul mondo, la volontà di com-prendere si somigliano.

Recensione
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