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Solitudo

Le verità della solitudine

“Stavo. Sul tempo che, avrei capito,
serviva per credere alla vita.”.

L’apertura verso chi sta di fronte, la fede nelle relazioni umane (seme povero, / … sprofondato non s’apre. / … Così un uomo, se l’amore tace / senza uno sguardo in cui rinvenire), il richiamo alla responsabilità delle parole, l’adozione di un codice espressivo scarno denso incisivo dicono l’orientamento etico di questa poesia, a partire dal titolo in latino Solitudo, di forte connotazione. Una conquista, un solido pilastro mi sembra questo nuovo libro di Annamaria Cielo, poeta, narratrice, critica letteraria di esperienza, una conquista con tutto il significato che può contenere ed espandere.

Il mondo visibile, i luoghi amati dell’infanzia e del ricordo, le contrade comuni a tutti gli uomini, ma sopra tutto la ricerca delle verità ultime: questo si dipana con discrezione e convinzione attraverso la parola della nostra poeta. Il mondo visibile, dunque, fa sì da contrappeso alla vertigine conoscitiva, alla sete metafisica che muove dalle domande fondamentali dell’esistenza, ma è ancorato al brulichìo della vita, al sentimento che essa sa generare e sta a noi rifiutare o accogliere e coltivare come un fiore delicato, come un bene di cui rendere conto, come un sostegno a cui appoggiarci nelle inevitabili traversie dei giorni.

Di fronte al mare, alla montagna, al buio Annamaria Cielo si inchina come per un mistero; così di fronte allo spettacolo della neve, evocata con insistenza in contesti diversi insieme al bianco (Da vecchia avrò una panchina / bianca, sospesa nella notte – la siedo / e ricevo stelle sopra i capelli / lucidi di neve -) non come materia, come elemento naturalistico, ma come manto di protezione e calore, come presenza rassicurante, come movimento di pudica armonia. In essa la poeta sente la presenza di un significato più profondo rispetto a quello immediatamente percepibile, capace di rimuovere ansia e angoscia (Come infilarsi in corni di bestie / in disperata corsa, / in un dimentico di freno / per infilzare incrinare frantumare / ciò che umilia e crepita). Splendida la sequenza onomatopeica in climax dei tre infiniti: infilzare incrinare frantumare! Come splendida è la sinestesia del testo successivo: La poltrona rossa della quiete / portata via, dove comincia. / che segue all’immagine dell’erba, dunque il verde vitale, che si fa tre volte più alta.

E il monito-incipit di un testo che parrebbe dedicato alla paura ( Ma è in ciò che fa paura che devi cercare - / dove i pensieri volano alla cieca e tutto / precipita e accade. / Se devi morire giovane, tu vai là e muori), a lettura ultimata, vien voglia di intitolarlo Coraggio per la potenza di quel vai là e muori , indicativo, che però suona come imperativo.

È, questo libro, come una Primavera, segno di resurrezione e di ri-creazione. Esso mantiene nel suo farsi il senso del risveglio, del rinnovamento, del cambio di energia, soprattutto psichica: Semi hanno pazienza e prospettiva. / Loro battito nel buio è di crescere. / …E da un seme inghiottiamo la vita. Via gli accumuli, via gli eccessi che ingombrano, via la pigrizia in nome dello svuotamento di sé, per far posto solo a ciò che conta: ad esempio la meraviglia, lo stupore di fronte al creato e alle creature; ad esempio i ricordi che ci scorrono dentro come linfa e lievitano nell’età matura, al tempo dei bilanci. Lievitano e nutrono e diventano vitali quando la nostra fragilità sembra cedere il posto alle certezze: Padre. Madre. /  Amo il vostro volto / con cui sono cresciuta / assorbendovi come neve, / neve calda e lenta. Di nuovo la neve, un sentimento che permea l’anima di Annamaria Cielo e dura nel tempo, assicurando protezione e tepore (lenta, calda). Oppure, più avanti: Rosario del silenzio. Rovereto. / Viale lungo d’ippocastani in fiore. / Frange di sole dietro i monti…. / Questo ricordo ancora è scala e tiro / per la vita mula, nella vita dura, pesante come la soma che il mulo deve, per destino, sopportare pazientemente.

Versi in cui la poeta patisce tutta la sua vita, poesia in cui risplende tutto il suo volto, quello che nel tempo ha saputo plasmare con lavorìo paziente, con la meditazione e attraverso la relazione con l’altro e l’Altro. Un processo lento che pare aver subìto un’accelerazione nell’ultimo tempo, quello testimoniato da questa esemplare raccolta di testi, che raccolta di fatto non è. Piuttosto libro compiuto, covato nella sofferenza, anche rabbiosa in certi momenti, ma purificata attraverso una parola denudata, essenziale, verbo incarnato, che le ha consentito di placarla e sedimentarla in una accettazione sostanziata di luce. Libro coerente, carico di simboli solo in apparenza oscuri, in realtà decifrabili, a una lettura attenta, come tappe di numerosi piccoli-grandi approdi nel percorso di una vita. Ora disponibili come segnali di positività e di luce per chi volesse approfittarne.

In fondo Annamaria ha compiuto uno straordinario atto di fede nella poesia, chiedendole tutto: non ha guardato al proprio ombelico, ma ha tastato il terreno arduo della conoscenza e della salvezza personale. Lo ha fatto per sé, ma anche, come dicevo sopra, per chiunque, da lettore attento, volesse respirare una boccata d’aria e di universalità, uscendo dalla propria miopia per dilatare lo sguardo verso un oltre.

Molto altro ci sarebbe da dire su questo libro.

Come non ricordare il romanzo di Annamaria Cielo (del 2010) dedicato alla storia di Bruna, sua madre, quasi prodromo inconsapevole di Solitudo? Come non evidenziare l’originalità di alcune scelte lessicali come aggrappo, contento, dimentico usati come sostantivi? E le frequenti sinestesie, alcune marcatamente visive, altre olfattive?

Un’ultima nota: bella la grafica del volume. Pulita, essenziale, rigorosa: la veste giusta per una creazione che da carne sangue respiro s’è fatta parola universale.

Recensione
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