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Esule in patria. Notizie da un eremo

1° Congresso Internazionale Dantesco di Poppi, ottobre 1992

Spero mi si vorrà scusare se, per illustrare una certa mia concezione circa i fini e contenuti della poesia, inizierò dalla personale esperienza esistenziale che me l'ha suggerita.

Ricordo che quando da ragazzo scrivevo poesie, cominciai presto a spostare il mio interesse dalle immagini e dalle parole alle vere cose del mondo che esse rappresentavano: i misteri della natura e della vita, di cui il mistero più affascinante era la sostanza vivente, quella sua inspiegabile diversità dalla materia inanimata; era forse in quel mistero, che si celava il Divino? L'ingenuità e il conformismo mi indussero a credere che non la poesia, ma la scienza positiva, fosse il luogo deputato alla "soluzione" di tali misteri: fu così che da poeta in erba divenni, anima e corpo, biologo. Che poi continuassi, quasi clandestinamente a me stesso, a scrivere di quando in quando poesie lo attribuivo ad una specie di vizio ostinato da tenere nascosto nel cassetto.

Non passarono però molti anni d'un coinvolgimento quasi amoroso nella ricerca sperimentale, che – sazio – m'accorsi di quanto questa fosse inadeguata e lontana non solo dal risolvere, ma anche soltanto dallo sfiorare. quei misteri che mi turbavano. La grigia realtà della scienza positiva non permetteva alcun posto all'umanesimo che io m'attendevo; a causa dell'enorme dilatazione del sapere, lo scienziato è costretto a vivere confinato nel suo strettissimo campo specialistico come in una prigione senza luce, assorbito dal tran tran della sua ricerca anonima e arrogantemente amorale; è felice delle sue soluzioni provvisorie e particolari, ben sapendo che da ogni soluzione scaturiscono solo altri problemi particolari, in una moltiplicazione infinita di piccole, limitate, contingenti e utilitaristiche conoscenze che non portano a nessuna Verità. E poi su tutto, persino sulla ricerca cosiddetta "pura", odi base, il pugno occulto. sovrano e schiacciante, del potere economico. Solo pochi scienziati, arrivati vecchi e saggi all'apice della carriera e della potenza, possono permettersi di dedicarsi a qualche sintesi interdisciplinare o a qualche speculazione filosofica: ma nondimeno, sono anch'essi tormentati dalla consapevolezza che la loro visione non è la Verità, bensì solo un'arbitraria, se pur coerente e forse anche elegante, rappresentazione del mondo, fatalmente destinata ad essere, dal terribile incalzare delle osservazioni empiriche, smentita e abbandonata: agli uomini non è concesso di attingere nessuna Verità, anche se il bisogno innato di rassicurante ordine e coerenza ci fa dare alle nostre fantastiche rappresentazioni il truffaldino titolo di veritiere.

Deluso, fui preso da un imperioso bisognodi salvazione; e poiché qualsiasi impresa fossi riuscito a compiere nella vita, sarebbe stata solo un miserabile niente nella grandezza dell'universo, abbandonai quell'inutile strada cercando rifugio nella natura. Era mia intenzione viverla nel modo più semplice e diretto, nell'isolamento dì un monte, come il più umile e povero coltivatore, o forse fraticello, che nel voto dell'ora et labora annulla il passato per potersi far terra, boschi, animali, pane, vino, tutte cose che ritenevo essere alla radice della vita e l'unico fine dell'esistenza umana.

E' stato certo rilassante e rassicurante accenare umilmente di scomparire in tanta grandezza, essere finalmente padrone dei miei pensieri; e il silenzio di quegli anni mi andava chiarendo le cose che prima percepivo solo indistintamente: non era stata la scelta di chi è stufo della società o del proprio lavoro: il ritiro sulla montagna, anche se non se ne è consapevoli, è una metafora; il monte rappresenta il bisogno eterno dell'uomo di trascendere sé stesso per avvicinarsi alla Verità: forse è il bisogno e la speranza di Dio. Ma finalmente anche seppi che questa speranza non può esaurirsi nella contemplazione: deve esprimere tutta la materia vulcanica dei pensieri e delle emozioni che pullulano in quel silenzio; formulare, anche a se stessi le proprie scoperte, le intuizioni, le illuminazioni. Rinasceva la speranza di poter parlare agli uomini, tramite la parola poetica: ed essa sarebbe stata certo compresa, perché prodotta non da una anonima, amorale e sterile ricerca utilitaristica, ma da uno slancio creativo di alta tensione morale verso la consapevolezza della conoscenza, che è comune a tutti gli uomini, e in me sì faceva quasi carne della Parola.

Ora m'appariva chiara, pur attraverso i molti errori, la straordinaria unità e continuità della natura umana, quest'insaziabile ricercatrice della Verità; ora si riannodava quel filo poetico, allora ancora ingenuo, che aveva condotto il ragazzo, affascinato dal mistero della materia vivente, a percorrere l'ingannevole progresso scientifico credendo di perseguire il progresso dello spirito. Certo anche la poesia, come la scienza e ogni altro sapere umano, consente solo rappresentazioni del mondo probabili, ipotesi verosimili, intuizioni; ma esse prorompono nella mente con una forza persuasiva e una adesione del cuore del tutto sconosciute alle dubbiose verità della scienza. E solo dalla poesia, dunque, che si può sperare di essere saziati; essa è l'unico mezzo in possesso dell'uomo, capace di cogliere relazioni nascoste fra le cose. farle conoscere a sé e agli altri; è una forrna di conoscenza primaria, l'unica possibilità che ha la mente di rappresentarsi finitamente l' infinito, di praticare il pensiero astratto agganciandolo per mezzo della metafora alla concretezza delle cose materiali, le sole accessibili ai sensi.

Ma il Vero non è sempre bello e gradevole. Talvolta si può essere tentati di tacerlo, di non sturare la fogna in cui è tenuto nascosto; eppure nessuno ha mai stabilito che la poesia debba esplorare soltanto piacevoli verità. E ci sono anche aspetti buffi degli esseri viventi, o anche soltanto ovvii, su cui mai la poesia si è soffermata: ma che ovvii non sono affatto, se li si considerano con occhio non distratto. Insomma, se si guarda alla vita senza auto-censurarsi, si affollano domande che da millenni attendono una risposta: come mai un essere è come un piccolo sacco caldo nella gelida immensità dell'universo? Perché il figlio deve essere contenuto proprio nel ventre della madre e la vita è stata così autolesionista da imporre ad essa di partorire con dolore? Perché Dio pennette che creature senza colpa si divorino per restare in vita? Perché mai il nostro corpo contiene un'anima così bella insieme a visceri e materiali ripugnanti? Ma sono poi queste parti del corpo proprio così innominabili, oppure rispondono ad un ordine superiore, ad un disegno divino?

Io penso che occorra battersi per una poesia che rompa con la tradizione minimalista e autobiografista della poesia sfogo o dei trastulli a base di rondini e prati in fiore, tutta roba che può interessare al più solo lo stesso autore; penso che, per uscire dal ghetto dei poeti e interessare veramente il pubblico, la poesia debba affrontare finalmente le nude realtà della vita, fare una vera rilettura del mondo, diventare trasmettitrice di contenuti d'urto capaci di coinvolgere e indurre alla riflessione ogni uomo capace di leggere e scrivere. Il poeta non dovrebbe rinunciare a una sua statura morale unitaria che leghi insieme, dando loro significato di messaggio. tutte le singole verità poetiche, poesie, versi, illuminazioni, racchiudendoli in un vero libro, anziché in sillogi e “plaqucttes". Mi sembra triste passare la vita a scrivere frammenti per fissare le proprie private e momentanee sensazioni, che non possono sollecitare negli altri alcuna vera emozione. finché si evita l'impegno morale di coordinare in un discorso più ampio, quello di un poema. un romanzo lirico, una riflessione di carattere universale.

Penso che il cosiddetto uomo della strada senta profondamente questo bisogno; e che sarebbe meritevole portare avanti con coraggio tale programma, indifferenti all'emarginazione da parte dell'establishment letterario, questa potente congrega di fossili dell'ermetismo: anche a costo d'essere scacciati dalla propria patria e di restare alla fine soli e inascoltati su un monte: perché solo in tal modo fare poesia può significare approssimarsi a quella Verità che si sa di non poter mai cogliere appieno con la ragione, ma che si può forse contemplare con la mente poetica.

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