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Canti di anima e di vento

“Cammina, poeta. Alla fine della tua strada
troverai l’insegna incolore con il grande?
Ma i tuoi versi non saranno mai alla fine della tua strada”
L’autore

© Enzo Schiavi

Notte

Lampi d’argento
nella notte di luna,
e la fontana
gorgoglia nel silenzio.

Un mare nero di quiete
resta immobile
tra i mostri delle case.
Sette lame inquiete
si tuffano nel vuoto,
sette notturni melodiosi
nella grande città
che dorme.

Alla finestra
guardo la fontana
e la musica
acquieta il mio tumulto.
Passa nell’aria un angelo
con le trecce bionde
dell’aurora.

Una rosa di Novembre

Quel bocciolo vellutato di rosa
in questo grigio giorno di novembre.
Quel rosso scarabocchio:
- soffice, tenero, sospeso nel vuoto –
in questa pagina anonima
macchiata di tenebre.
Quel rosso segno di vita
in questo immenso mare
di silenzio.

E’ spuntato così, all’improvviso,
nel verde stinto del rosaio:
punto anomalo di un infinito
annunciante il mistero.

E’ comparso così, come sogno
in una notte agitata:
piccolo segno rosso di rinascita.
Come bocca delicata di giovinetta
annunciante la grandezza della gioia,
come canto maestoso di gioia
nel bianco spettrale del silenzio.

Sì: una pausa profumata d’autunno
nel grigio correre della nebbia,
un sospiro raggelante di cuore
avvolto nel magico mantello
dei ricordi.

Solitudine

Una casa
nell’immensa pianura.
Un filo nero di fumo
nell’azzurro.
Rami spogli smarriti
nel gelo.
Zufolo di passero
nella paglia.

Tutt’intorno…
silenzio.

Ritorno alla vita

Briciole
di ricordi antichi
nel campo verde.
Ricordi
dissolti nel vento
portati leggeri
nei monti lontani.
Il mio capo
è sul tuo cuore:
ascolto
la tua vita passata.
Nel supremo smarrimento
mi doni
la tua malinconia.

E’ primavera.

Un raccontare conosciuto

Sotto il candore dei ciliegi
il mio animo s’invigoriva,
cullato dalla brezza d’aprile.
Intorno, il profumo di fantasia.

° ° °

Apparve d’un tratto, silenziosa,
tra i rami immacolati, bianco rosa,
e da lassù, nel sole lucente,
mi raccontò le cose del passato.

° ° °

Udii un raccontare conosciuto
con le lacrime calde sopra il viso.

Il giorno dell'anima

Sole nell’immensità
di un attimo di respiro,
musica antica impregnata
di sogni rapaci,
sospiri di carovanieri
in deserti di favole,
clamori sopiti.

Un giorno diverso d’inverno:
il giorno dell’anima.
Luminosità sul filo monotono
di nebbie agghiaccianti.

Vuoti sono ancora i nidi delle rondini,
immobili gli alberi nel gelo spettrale,
inquieti i lupi disossati nei boschi.
No, non cantano i corvi della morte!
Sorge… il giorno dell’anima,
con note di angeli plaudenti
il coraggio del silenzio.

Occhi che accarezzano

Occhi ti accarezzano
e già senti l’onda lieve
di un calore purificante
lambirti l’anima.

E’ la prima volta.

Bruciavi di passioni,
odio e rancore erano
i tuoi compagni,
l’urlo dell’indifferenza
ti legava al letto di spine,
la morte faceva paura.

Passò lei, occhi di rugiada,
guardò i tuoi occhi
fuggevolmente:
udisti nell’anima
il suono di campane a festa.

Oggi è la tua Pentecoste,
l’urlo del Getsemani s’è smarrito
sulla via della riconciliazione,
e tu sei Uomo.

Ci sei tu

Paure nella stanza di legno
fruscio di ricordi lontani
fantasmi di vita vissuta:
ci sei tu.

Sono entrato nella tua casa,
solo.
Ho bussato lieve
senza destarti:
dormivi nel tuo mondo di fiaba.
Ho guardato il cielo,
il tuo cielo,
la tua anima vagava tra le stelle.
Vivo ora con te i tuoi ricordi
profumati d’amore.

Ci sei tu.

Donna del silenzio

Non chiamarmi insano,
voglio soltanto specchiarmi
nella purezza della tua anima.

Tu sei i colori dell’arcobaleno,
le brezze del mare,
i sussurri della vita.
L’universo, tu sei,
donna del grande silenzio.

Ma tu non sai
la mia gioia di vivere
nell’immensità del tuo sorriso,
né la mia brama
di piegare la mia superbia
nella sorgente della tua anima
per cogliere sprazzi di vita.

Lievità dolcezza tenerezza,
questo mi dai,
donna del silenzio e del sorriso.

Ritorno

Sono tornato a casa
nella luce del sole
sferzata dal vento gelido di neve.
Sono tornato a rivedere le cose
che mi fecero capire,
senza trovarne alcuna.
Tutto il ricordo antico s’è involato
nella gola stretta dei ginepri
e il vento, sferzante come un tempo,
impazzisce nella quieta radura,
portandosi via, negli oscuri alberi,
le mie brame spogliate di forza.

Sono le cose di un tempo che mancano
a rendere vuota la luce del sole,
e nei miei occhi rimasti assenti
si dissolve la lunga ombra delle cose perdute.

Esile sinfonia

Guardo
le dita assorte
della luna
che sfiorano
tetti disadorni
rabbrividenti
sui dirupi.
Il cielo è arido
di nuvole sbandate
e io ricordo
l’esile sinfonia
delle galaverne
inquietante
nel fiato caldo
di un sogno.

Echi lontani

Ascolto
echi lontani
modulati dai battiti
dell’amico fabbro.
Sono echi accorati
di passato
rapiti dal tremolante
chiarore di lucciole
nel grano.

Ascolto
sussurri di favole
involati nei pensieri
di vento:
le fratte inseguono
ricordi.

Là, sui sassi antichi

Ci si guardava negli occhi
contenti di sentire insieme
il profumo del fieno
confondersi con la paura
di una frase
detta a mezz’aria.
Ci si lasciava cantando,
aspettando il domani
con gli esili imbrogli
inventati di notte
a farci sorridere.
Era un mondo di tuoni
in cieli lacerati
da animi cavalcanti
nuvole infuocate di addii.

Adesso,
là dove ci si lasciava in allegria,
accorrono i fantasmi a battere
con mani imploranti
gli antichi sassi ricoperti
di muschio raggelato,
allungando gli orecchi invano
alla ricerca degli echi dirompenti
di risate disperse nei valloni,
un tempo in gara coi primi canti
dei galli nel sole.

Il pioppo

Terra ombrata di calce.

E’ rimasto là,
riverso con le radici
ghirlandate di galaverna,
a raccogliere languidi echi
di felci rabbrividenti.
E’ rimasto là,
nel pianto degli stagni
senza volo d’uccelli,
e i suoi compagni
non si sono mossi.
Non hanno gridato.
Non l’hanno svegliato.
Adesso dorme
come bambino dimenticato.
La mamma non canta.

Scorrono dolci,
oggi le acque.
Gorgogliano.
Sussurrano.
Giocano placide
a rincorrere
fantastiche luci
di sogno.

Incontro

Sole di ghiaccio,
suona la campana.
La strada sale
sui muri di calce
rugosi di passato.
La campana suona
ancora.
Passa un vecchio,
i passi sono brevi
come il filo bianco
del camino
che sale al cielo,
svolta l’angolo
dove la strada
prende l’abbrivio,
scompare.

So che va
alla messa grande,
ripasserà più tardi
silenzioso come prima,
il sorriso nel cuore
maestoso.

La campana cessa
di suonare,
il vecchio riposa,
il sole tinge
di turchino
i tetti antichi.

Intorno,
una brezza lieve.

Respiro di mare

Scogli.

Voli di gabbiani
oscurano
quiete sinfonie
di risacche.

Nell’azzurro,
echi di anima.

La sera andavamo al Luna Park

La sera
andavamo nei vicoli
dei luna park
per il tiro a segno.
Poi tornavamo
ai nostri giacigli
di granturco
per contare le stelle,
senza mai raggiungere
le cento.
Nel giorno
ci si era scorticati
le mani
tra le zolle erbose
dei filari,
dimenticando perfino
di bere:
tanto non c’era vino.

Ma un giorno
qualcuno venne
da lontano,
forse da una nave
lunga tre mesi,
e tu abboccasti.
Ti vidi allora lassù
per un assurdo addio,
e tu fuggisti.

Le tue lettere
non furono mai scritte.

Addio e ritorno

Un giorno gettai gli stracci infangati
dietro l’uscio di casa
e dissi addio al mandorlo in fiore,
calpestando senza voltarmi
la polvere rugginosa della campagna.

Dimenticai, da allora,
i soffici fiori bianchi del mandorlo,
confondendo i sapori aspri delle nespole
con gli acidi aromi delle ciminiere:
opachi riverberi di circhi equestri
dissolvevano ardenti sorrisi
di compagni antichi.

Ho ripercorso adesso, finalmente,
la strada polverosa della mia campagna
e sono tornato a respirare, lieve,
gli acerbi profumi dei fiori bianchi
del mandorlo,
ritrovando, nella luce radiosa dell’aurora,
gli ardenti sorrisi dei compagni antichi
velati di pallide trame di oblio.

Adesso finalmente ho capito,
e ho ripreso a indossare gli stracci infangati
lasciati dietro l’uscio di casa
per conoscere fino in fondo
gli echi prorompenti di anime amiche
mai conosciute.

Nei bar

Ma certo… certo… certo!
Nei bar, sempre e ovunque:
per tutta la vita!
Sempre come un alcolizzato
che non ha mai bevuto alcol.
Mai!, e in anni all’infinito.

Cappuccio e brioche,
brioche e cappuccio;
e quando era caffè,
il caffè era lungo, lunghissimo:
all’americana e alla germanica,
magari corretto latte.
Eppure: il bar è stato tutto.
Tutta la vita, tutte le chiese,
tutti gli stadi, tutti i locali notturni
e le discoteche.

Era l’aria che si respirava dentro
la molla di tutto;
erano i visi rilassati, le pance riposate,
i gesti pacati e le risa soffici
che sapevano di parole abbandonate
toccanti cuori caldi.
Poi c’erano le mani:
sempre alzate ai soffitti,
come una lunga preghiera.
Perfino le coscienze erano di un altro tipo;
erano come di pagine ben scritte
e mai con errori.

Tutto ciò è stato per cercare qualcosa
e trovare un punto per dare riposo al periodo:
mettere virgole, mai!
Perché le virgole scivolano via nel nulla.

Nel buio

Brezza
di luna calante,
io ricordo
in silenzio
il lungo respiro
del vuoto.
Nel buio,
ore inquiete
segnano
battiti di cuore
in attesa.

Una presenza di tramonto

Sui tetti di gelo
un lieve fruscio d’ali.
E’ un dolce vagare
nel tremore del sole,
un lieve racconto
che parla di sogni
come armonie di fuga.
E’ un battito fuggente
di richiamo del tempo,
una presenza di tramonto
in campo verde smeraldo.

Riflessi

Un sogno lieve
come volo
di gabbiano;
un riflesso
nel tempo
tra palme
sfiorate
da salsedine;
un ricordo dolce
di occhi pallidi.

Una speranza.

Il salice piangente

Dalla cappella
sull’abisso
ascolto
il vacuo parlare
del vento.
E’ tardi ormai
per raccontare
antichi sussurri
di cuori.
Le tiepide mani
che offrirono
palpiti attoniti
al mio cuore
in fuga,
hanno finito
di tessere
la storia infinita
del passato.

Salice piangente
dei ricordi,
è tardi ormai
per raccontare.

La notte canta il silenzio

Lo so
che tu vorresti
porgere l’orecchio
ai canti di chi
ti scaldava
il cuore assente.
Ma la luna
è lontana
e il passero
ha finito
di beccare
il pane sbriciolato
sul davanzale
in silenziosa
preghiera.
Non c’è tristezza
nel soffio di nebbia,
le ombre bianche
restano
al di là della cresta
degli alberi
ammutoliti.

La notte canta
il silenzio.

Dopo la partenza

Sole pallido
tra alberi spogli.
Nel campo,
mani di vecchi
implorano
il silenzio.
La tua immagine
scolora
nell’azzurro
incantato,
il passero
cessa
il suo volo.

Un palpito,
e il vento
ti porta lontano.

Nove rintocchi

Il vento, questa sera,
mi ha portato
i nove rintocchi
del passato.

Nove rintocchi
come in quella sera
d’estate,
quando lei venne
vestita di bianco
e nel silenzio immenso
della prima stella
sussurrò il mio nome.
Fu una dolce preghiera
di usignolo
tra gli steli bruciati
del pagliaio.

Il nome di un'antica leggenda

Stavo nel prato ad ascoltare
il passero della notte
e sulle fronde dei tigli
passava la luce della luna azzurra
che m’indicava i rapidi voli
dei pipistrelli.

Gridavo al vento
la canzone della vita
e quando cadde
l’ultima stella
ricordai il nome
che un’antica leggenda
mi aveva insegnato
a ripetere nei sogni.

Guardai il cielo,
offrii quel nome all’infinito
con dolce desiderio
di passato.

Attimo inafferrabile

Azzurro,
che raccoglie
nel vento
l’accorato respiro
di un ricordo.
Inafferrabile attimo
di treccia bionda
schizzata di melograno.
Nel filo rosa
del tramonto
smuore
il volo disperato
di un gabbiano,
nel vuoto.

Resurrezione

Luce
estasi
profumo
d’infinito.
Una donna
ama
e la goccia
di sole
tocca
l’universo.

Sorgerà
l’alba.

Poi, morire...

Sogni
su nuvole
azzurre:
la tua
poesia
penetra
la mia
carne
muta,
il tuo
respiro
placa
la furia
degli inganni.

Nell'aria ingiallita

Nell’aria
ingiallita
d’autunno
l’airone
resta
inquieto
ad ascoltare
il crepitare
di canne
battute
dal gocciolare
delle stelle.
E le tue
lacrime
portano
al mio
cuore
il vago
richiamo
dei sogni.

Oltre il mare
(vedrò i tuoi occhi?)

Quassù,
su queste rocce di buio,
oltre il mare,
oltre l’oblio infinito
di un grido di gabbiano.

E’ tardi,
la mia anima graffia
il piccolo lume dell’abisso,
e io fuggo.
Fuggo come non mai.
Fuggo come nessuno.

E’ tardi:
vedrò i tuoi occhi?

Preghiera assente

Canto
l’addio del cielo
nel sorriso scarlatto
dell’alba
e guardo
un sole muto
sull’ignara rugiada.
Canto
il volo dei passeri
nel riverbero
infinito
delle ore
ed è preghiera
assente
di cuore in cammino.

Il bianco profumo del mandorlo

Hai dimenticato
il tuo odore aspro
di pagliaio
e sai di lontani
pianti
su labbra aride
di mezza luna.
Non riconosci
il caldo velluto
dell’alba
e sei grido sordo
che tocca
mani screpolate
di sabbia.
Ti perdi
nel sole avverso
del deserto
e fuggi
la luce del cuore.

° ° °

Un giorno stavo
dietro il muro
a raccogliere
i segreti
del mandorlo,
e avevo negli occhi
il suo bianco profumo
di passato.
Era il profumo
del suo grido chiaro,
era il suo parlare amico.

La tua voce

Non più respiro
di occhi.
La tua voce!
Vivo oltre
la morte.
Nei tuoi occhi
il colore
di un lungo
sorriso.

Poi canterò...

Resto
nell’urlo viola
del tramonto
e fuggo
il silenzio.
Vivo
l’attimo
di respiro
al di là
della luce,
dentro
il tuo grido
azzurro.
E’ notte,
e l’attesa
è melograno
di sogni.

° ° °

Poi canterò
la vita,
e canterò
la morte.

Soffio di un mistero

Un lungo sorriso:
il tempo va
dentro il rumore
del nulla.

° ° °

Sorrido su sterpi
a piedi nudi,
resto confuso:
una luce di stella
cade sulle mie piaghe.

° ° °

Soffio di un mistero,
che grida da lontano
la luce muta
di una stella.

Verrà la luce ?

Gioia
dietro alberi
di pietra.
Guardo l’abisso
dei miei occhi
che cercano
la croce:
aspetto la luce.

Verrà la luce?

Aspetto.
Poi ci sarà
il dolore
che coprirà
l’addio.

La passione del cuore

No che non è facile vincere
la passione del cuore!
Chi l’ha mai detto?
E’ come una raffica di piombo
scaricata nel petto,
e tu resti lì, ancora,
in piedi e con tutto il resto.
Insomma sei vivo, ancora;
sei un umano che vede e che sente,
e forse ride e piange
qualche volta ancora
dentro l’urlo del tempo e dei fiori:
fate voi!
Resti lì in piedi,
con la raffica di piombo
che ti scardina il petto.
Ma il problema è un altro:
è che sei vivo,
e nessun sangue è sul tuo petto
e nessun pianto ti è intorno.
Guarda: non c’è neppure
l’ombra dell’odio e dell’invidia
a coprirti la faccia.
Nulla!

La passione del cuore:
oh, la passione ingrata!

Mi guardo nello specchio

Mi guardo nello specchio
e mi sembra ancora tutto a posto.
Certo, non c’è più l’antica freschezza:
e va beh!
Però sul viso c’è quel mistero
che più mistero non si può avere.

Cent’anni così, mi è stato detto.
Già, fino a cent’anni: e perché non fino a mille?
Purché, però, senza i ‘vietato’:
vietato fare all’amore;
vietato prendere lezioni di chitarra;
vietato leggere buone letture;
vietato amarsi;
eccetera eccetera eccetera.

Anche se poi restano sempre aperti
gli odi, le vendette e le maldicenze:
vai, cammelliere dei miei stivali!
vai a farti fottere nella lurida polvere
del tuo indiavolato deserto!

Guardo ancora lo specchio,
lui sta lì, immobile come sempre.
Dentro: riflessi dorati di sole.

L’urlo infinito

L’urlo infinito:
uhhhhhhhhhhh!

E poi?

Poi, l’eco di quell’urlo:
huuuuuuuuuuuuuuuuu!

Ma tutto ciò ha un senso?

No, assolutamente no!

Come d’altronde non ce l’hanno,
il senso,
tutti gli urli dei sì e dei no della terra.

Oh, i nostri poveri orecchi!

Graffio

Graffio di luce
nel mio lungo cammino
che sa di steppa arida
in favola antica.

Dov’è il sogno?

Rondine,
non urlare sotto il portico
l’autunno imbevuto d’azzurro.
Tutto è come sempre.
Le canzoni tacciono.

Divagazione

Scoppi di uragano
su boscaglia di platani
che s’inchinano a re
saturi di risa giullaresche.

La pioggia cola gemme
sfilacciate
da cortecce sfibrate,
i corvi respirano avidi.
L’ultima vela va
nella follia dei sordi.
Fugge l’orizzonte.
Precipito.

Corri ancora

Folla sulle strade dei lupi,
con il sole a sorridere
all’esile pino rinsecchito.
Cosa pensi, fratello,
se il silenzio del deserto
non ti offre allegria.
Tieni in tasca l’ombra che
ride delle rughe benigne
e spezza i sogni che
sono fruscii di arie
di filastrocche.

Corri ancora.

Nel buio, fischi leggeri
avanzano.

Ho freddo

I miei occhi s’acquietano
nella paura.
Sto qui, nella brezza
accennata del tramonto,
e offro al sole morente
l’ultimo centesimo di perdono
prima del grande buio.
Aria di bufera che arriva,
la mia pazzia avanza
nel canto dell’ultimo uccello
che sorride all’urlo del cielo.

Ho freddo.

La nebbia sale...

Questo filo di neve
che si spezza nel vortice
della bufera.

La nebbia sale e copre.

Copre la mia bocca che urla
silenzi sconosciuti.
Non c’è riposo
nei miei occhi di buio.

La nebbia sale e copre.

Un respiro appena

Io non so del lungo vagare del cuore.
Io soffro l’attimo di una carezza
che non ha riposo
dentro il soffio azzurro del tramonto.

Attendo un respiro appena:
il tempo di ricordare
il lieve grido di un sogno.

Dio sorridi ancora.

E’ l’alba,
la luce graffia la calce sfiorita.

Amico

Amico,
non c’è
eco di chiodi
sul ghiaccio
stemprato,
dopo un tramonto
di rami ingobbiti
sui dirupi.

Il tuo sorriso
resta
nel sospiro azzurro
del tempo.

E non fu più nulla

“Ma se hanno detto tutto!” disse.
“Cosa ho da dirti ancora io?”.
“Qualcosa che non hai mai rivelato
a nessuno” lo pungolai.

Era un vecchio triste e diritto.

Disse: “Amore, perdono, pazienza,
sacrificio, comprensione, fraternità,
umiltà... Parole! Parole immortali”.
Esitò, ma spiegò subito con fermezza:
“Immortali soltanto per chi si fabbrica
con le proprie mani una qualsiasi
autorità”.
Disse ancora qualcosa che non capii.
Ma già si allontanava nel buio.

Poi scomparve...e non fu più nulla.

Lo so

“Volevi arrivare prima tu!”.
L’uomo di stracci ride.
Sta rigido sotto il ponte
ed è al riparo dagli urli
eterni.
Resto di sasso a guardargli
gli occhi di stoppa.
“Non c’è immortalità
sulla terra” mi grida.
Io fuggo.
Il cielo avvampa nel tramonto.

In cammino

Dov’è quel tempo
rubato agli inganni?
Dio, grida la luce
alle Tue anime
che piangono il buio
assetato d’orizzonte.
I tormenti di parole
restano sull’orlo
dell’abisso eterno,
la morte insegna.

Notturno nr. 3

Ti vedo nel buio
di questa cella senza pareti.
Davvero non hai pietà?
Non vedi le mie lacrime
che inceneriscono il mio cuore!

E’ passata l’ora del mio riposo,
l’ora batte l’inesorabile ferro:
dipingimi, adesso, gli incubi
che ti hanno crocifisso.
Incidi nel mio cuore
il Tuo urlo di perdono.

Domine quo vadis?

Notturno nr. 4

Ho diritto di vivere!
Ho un dovere verso la mia sofferenza
quando vedo che ti nascondi dentro
le mie lacrime.
Voglio abbracciare il Tuo perdono,
bere le mie lacrime che non hanno
gioia senza di Te.
Anche se muoio.
Anche se sto impazzendo.

Domine quo vadis?

Notturno nr. 6

Cosa cerco dentro le bocche bavose
che fanno scempio della mia anima?
Respiro l’urlo della luce dentro la mia
incredulità dagli occhi chiari.
Tu sei arrivato da lontano
e io non conoscevo il Tuo tormento.
Abbi pietà della mia sordità!
Dipingi la mia ingordigia
fino a farmi male.

Domine quo vadis?

Verrà la morte

Quieto canto di ginestra
su maschere addolorate senza riposo.
I rimpianti non raccontano la storia:
sono canzoni assenti di pettirossi
frettolosi;
sono tenebre pazze di canti
in grida di luce;
sono il nulla dell’inverno che avanza;
sono il silenzio dell’aratro che affonda
sulla sabbia del deserto.

Occhi che gridano il canto dei serpenti.

Nella bufera che artiglia le ombre
degli angeli, la morte mi fa paura.
Aiutami, ti prego, a non vendere
l’anima per quattro soldi.
Chiederò alle rondini
di non svegliare la mia rabbia:
in fondo è soltanto un lungo cammino
di polvere,
è il canto di un’allodola ferita a morte.

Verrà la morte...

Eccomi,
finalmente!

Eccomi, finalmente!

Ti parlo del mio correre
sulla neve d’amore.
Non posso bere nella coppa
di una mano morta,
i miei occhi gridano
l’agonia dell’addio.

Verrà la morte
e avrà pietà del mio grido
spezzato.
Fiato che non chiedi gioia.
Camminerò sulle acque sottili
dei sorrisi, dentro un dolore
che copre lunghe ombre
di urli.

Verrà la morte nell’aria
e avrà ali di luce
per dirmi il vomitare
dei dolci sapori.

L’arida stretta di mano
resta in ascolto.

Davanti all'Inferno dei dannati
di Luca Signorelli

Carni d’inganni.
Non vedo la sofferenza dell’umiltà
dentro le lacrime degli affanni.

Inganni:
quali battiti di cuore tenero!
Non c’è scampo nell’abisso
dei calanchi urlanti il mistero
del vuoto.
Non c’è grido di lussuria.

Tace la chimera.

Arte, non dipingere il pallido sole
degli inganni!
Il mondo vende a caro prezzo
il tuo amore di vita.
Quale canto urli?
Forse il canto delle cornacchie
che ride dello spirito?
Dove sei, uomo, che vivi
l’attimo disperato della tua anima!

L’ultima nota stonata rompe l’incanto.

Per quell'attimo di luce

Colori.

Il tuo fascino
graffia
l’ampio scenario
di un sogno.
Non c’è fuga
nel silenzio della sera,
i tuoi colori
gridano la luce.

Dipingimi
Il grido del vento

Eco di fiato dal sapore di nebbia.

Sto sull’abisso senza pareti
e ti chiedo uno scampolo
di mani trafitte dai sorrisi.
Dipingimi il grido del vento
nell’ombra assurda di una foglia
nel fango.

Fuggo i lamenti dell’ignoto,
dimentico gli occhi di deserto
che conobbero urla di ghigni.
Riposo.

Il cielo è lontano.

Per quel mistero

Credo
al silenzio del tuo pensare
tra gli alberi.
Non c’è solitudine
nei tuoi colori
che conoscono il mistero
della luce.

Credo
e vinco la morte.

Respiro
il tuo colore

Grido il tormento
del tuo colore
che urla cortecce
strappate nel vuoto.
Dammi la tua libertà
fino all’ultima goccia
di follia.
Nel tuo respiro di colore
copro la mia nudità
inseguendo ombre laceranti
di purezza.

La luna fugge nel grido.

Dove sei

Ci sarà quell’ultimo respiro
nel vento folle della fuga.
Urlo baratro crocefissione.

Dove sei,
tu che invochi il tormento
degli angeli
dentro la sete
del tuo silenzio attonito.

Laggiù,
il grande sonno ascolta.

Il cielo è chiaro

“I miei colori incontrano i tuoi suoni”.
Dio, Dio mio!

Tu canti un’avventura che urla
l’immortalità di un attimo
e l’attimo vince la vita.

Senza respiro!

° ° °

Vorrei...
Ma già la quiete resta,
e il tuo cipresso d’arancio
assorbe il vortice blu dei flutti.

Il cielo è chiaro.

Forse per un abbraccio

Quando questa mano...
Silenzio!
La Croce attende l’eco
di un attimo.
Deserto:
occhi che furono
sabbia inutile.
Resta soltanto l’attimo
della Croce:
per una goccia ancora,
forse per un abbraccio.

Speranza

Il tuo cuore
grida
la sofferenza,
come graffio
d’anima
su note
di fuga
laceranti.
La notte
accende
le sue luci:
i tuoi colori
vincono
i segreti
del buio.

Improvvisamente

 Improvvisamente
una luna dimezzata
dentro i miei occhi
di solitudine.
Resta un silenzio
ferito a morte,
restano le luci
turbate
di una terra buia,
resta un cielo
di agonia,
come il gemito
del mio canto
bianco.

Strada
senza fine.

Come allodola appassionata

Ancora un istante,
una pallida eco
di mani
nel mio canto
errante
di brividi di luce.
Io fuggo
l’ombra amica
del tuo sussurro,
come allodola
appassionata
nella brughiera.

Vaghezza

Nel falò delle ceneri
respiro
lo scorrere lento
del fiume.
Ancora
crepitii di ceppi
nei riflessi
degli echi dei sogni,
ancora
briciole di pane
nel volo sospeso
dei cormorani.

Vaghezza.

Il tempo

Sfioro
l’urlo del tempo
nel respiro di un sogno
e fuggo
l’attimo della vita.

Nell’abbandono del tempo
accarezzo
le tue dita d’attesa.

Una lucciola ascolta
tra le more.

Impronta

Scelgo l’eternità.
Il mio canto di mani
di pioggia
intreccia
ore di attese
nei riflessi
di cattedrali nude.
Inseguo
solitudini di ombre
liberate da gemiti
di occhi
graffiati da silenzi
implacabili.

Impronta.


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