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“… Alla constatazione di tutto ciò che aveva spazzato via per conto proprio, apparentemente senza valide ragioni e, peggio ancora, contro le sue intenzioni, contro la sua volontà...”.

Questo è tutto di Everyman di Philip Roth.

In un romanzo – in qualsiasi romanzo – tu cerchi l’uomo. In quell’uomo tutto è possibile e tutto, come in uno specchio che ti viene messo davanti e poi tolto, compare e scompare. In un uomo, tu credi di afferrare qualcosa di lui; credi di essere il conoscitore dei suoi pensieri e delle sue emozioni; credi di poterne afferrare l’intimità, i desideri, le sue grandi gioie e i suoi inconfessabili tormenti; credi di potertelo fare amico e ti infastidisce chi ti dice che l’uomo – ogni uomo – è un tuo potenziale nemico. L’uomo è un’ombra che vaga nella luce e nel buio; lui può afferrare la luce, lui può penetrare il buio. Ebbene sì: lui afferra la luce e penetra il buio, perché insieme ai suoi organi che lo fanno vivere, c’è un organo invisibile che lo guida e lo protegge. Quest’organo è invisibile a tutti i raggi che analizzano l’organismo e nessun laser può penetrarlo per estirparne gli eventuali mali. L’uomo sa – anche inconsciamente – che questo suo organo (ogni uomo ne possiede uno, che è insostituibile e non è interscambiabile, per nessuna ragione, con un altro di un qualsiasi altro uomo) è tutta la sua ricchezza, tutta la sua originalità, tutta la sua chiarezza o nebulosità.

Quest’organo è conosciuto con il nome di “anima”.

Quando quest’organo sfugge al nostro controllo, la strada che ci siamo prefissi di percorrere si ramifica in mille tronchi ed è qui che la confusione ci precede, conducendoci spesso in direzioni opposte ai nostri programmi; in direzioni opposte alla nostra stessa natura umana. “… Alla constatazione di tutto ciò che aveva spazzato via… apparentemente senza valide ragioni… contro la sua volontà…”.

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La strada di un uomo, i mille tronchi di questa sua strada; Everyman: canto funebre dell’uomo – di ogni uomo – , dall’inizio alla fine della sua vita. Dall’Everyman’s Jewelry Store nella contea di Union, dove il figlio ancora bambino, per aiutare il padre gioielliere e meritarne la fiducia… – il mio ragazzo fidato, preciso, attento, laborioso –, si fa in quattro per dare impulso all’attività del padre nella vendita dei diamanti e degli orologi vecchi e da polso. Lui sa della forza che mette nel padre, offrendo la sua totale abnegazione al servizio del negozio paterno.

Ma il canto della vita non s’arresta all’infanzia; il cammino della vita è inarrestabile, tutto arriva, passa e corre avanti e lontano. Tutto non dà tregua al riposo. Il nostro Everyman dunque, dopo gli studi e la sua collaborazione nel negozio di suo padre, si tuffa nel campo della pubblicità e sfrutta le sue doti di creativo. Raggiunge l’apice del creative director, e dà fondo alla sua natura creativa, usando la sua natura passionale del tutto imprevedibile e contraddittoria. Lui ruota intorno a segretarie, agenti di fotografi, stiliste, modelle, account; ragazze con dentro la voglia di vivere e dell’avventura; ragazze piene di vitalità e nulla in testa. Ragazze bellissime che fanno breccia nel cuore di un uomo che constata, indifeso e inerme, l’inesorabile distruzione morale della sua interiorità.

L’inconcepibile doppia vita di un uomo che soffre per la sua inarrestabile condotta di doppiogiochista del sesso. E la vita scorre via veloce e non dà tregua. E’ la vita di chi constata che tutto gli viene spazzato via senza che lui possa farci nulla; è la vita di un uomo con gli occhi della sua interiorità sempre volti al futuro; un futuro che non può che portarlo alla paura della morte, meglio: alla constatazione che la morte è la somma del nulla. L’autore Philip Roth dice: “E’ impossibile rifare la realtà; per questa ragione devi prendere le cose come vengono. Eludere la morte era diventata – per l’Everyman – l’unica preoccupazione e la decadenza fisica tutta la sua storia.; e la storia del vecchio vicino alla morte è ciò che lui ha dentro. Forse dentro ha soltanto solitudine? O ha anche paura di andare, inevitabilmente, alla deriva? O forse lui si convince, alla fine, che la morte è soltanto la morte? Inutile – afferma l’autore – che lui si gridi contro: – Che uomo ero una volta! –. La vecchiaia è un massacro, e quando tu sei giovane non puoi sapere. Adesso è arrivato il tuo futuro remoto, nessuno può aiutarti e chi ti aiutava a tener duro se n’è andato per sempre. Finalmente tutto si è spento dentro di te; tutti i dolori se ne sono andati, tu devi sradicare ogni cosa dentro di te e devi lasciare la tua pienezza per quel nulla sconfinato che ti si para davanti e con cui avrai a che fare per l’eternità. Parla con le ossa di chi hai conosciuto e ti ha voluto bene. Ascoltale: le ossa durano. Tu hai vissuto. Adesso voltati indietro ed espia le colpe che puoi espiare. La tua ragione ti dice che Dio è un’invenzione? Tu sei libero di vivere la tua vita nella più completa libertà. La responsabilità della gestione del futuro remoto è tutta tua, soltanto tua. Tu entrerai nel ‘tuo nulla’ liberato dal peso di esistere. Non credi nella vita dell’aldilà? Così hai sempre pensato; così hai sempre temuto; così muori ed entri nel nulla senza neppure saperlo. La tua vita è stata spazzata via per sempre, ma restano le tue ossa: che parlano e durano”.

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Un uomo così, nella vecchiaia, si batterà il petto con disperazione, non può essere che così. La montagna degli errori accumulati nella vita gli crollerà addosso, lo soffocherà, lo renderà inerme e indifeso, solo. Lui non ha soluzione, e lui non vuole a tutti i costi riconoscere il suo organo invisibile chiamato “anima”. Il suo corpo, e basta. Ma non è tutto. Tutto va oltre, tutto non si affossa nella bara, tutto va oltre il ricordo di colui che è messo nella bara. Ma per questo Everyman, la morte è soltanto la morte: oltre c’è il nulla. Oltre la morte c’è lo sconfinato deserto del nulla. “… Alla constatazione della sua asprezza verso un fratello che mai una volta lo aveva trattato con asprezza, che non aveva mai mancato di consolarlo e venirgli in aiuto e dell’effetto che le sue ripetute diserzioni avevano avuto sui suoi figli; all’umiliante constatazione che si era degradato non soltanto fisicamente, diventando la persona che non voleva essere, cominciò a battersi il petto col pugno, colpendosi al ritmo dei rimproveri che si rivolgeva e mancando di millimetri il defibrillatore…”. Quest’uomo si batte furiosamente il pugno sul cuore, assalito dai rimorsi per tutti gli stupidi, inesorabili, inestirpabili errori che ha commesso; travolto dalla miseria dei suoi limiti, ma comportandosi come se tutte le incomprensibili contingenze della vita fossero opera sua. Adesso dice ad alta voce: – Senza Howie (il fratello)! Finire così, anche senza di lui!

Quest’uomo ha alle spalle tre divorzi e ha camminato con Phoebe, la seconda moglie amata, sotto una profusione di stelle nell’incubo del buio, impaurito dalla minaccia dell’oblio; ed ha nuotato con questa sua moglie dentro la turbolenza delle acque dell’oceano che li trasportava fino alla baia, fino alla catena delle dune. Quest’uomo vulnerabile, attaccabile, confuso; quest’uomo che agogna a qualcosa di stabile, ma che nella clausola del suo primo divorzio da Cecilia viene definito “notorio donnaiolo” (nella sua parata di amichette, Phoebe, che sarà la sua seconda moglie, è la n° 37).

Ma perché piangersi sempre addosso? Perché ricordare sempre Phoebe, la seconda moglie, conosciuta negli studi pubblicitari di Philadelphia – una ragazza pallida e carina, la cui aria dolce mascherava costanza ed equanimità. Perché ricordare la figlia avuta da questa donna, Nancy, abbandonata quando aveva 13 anni: persona straordinariamente buona… un miracolo. Perché perdere la propria combattività e diventare malinconici; perché sentirsi oppresso dai rimorsi verso Randy e Lonny, i figli avuti dalla prima moglie Cecilia; sentirsi oppresso dai rimorsi e dal fastidio di non essere da loro mai perdonato, al punto di essere chiamato da loro “l’allegro ciabattino”, quando lui si darà alla pittura, lo scopo di vita da lui sempre agognato. I due figli hanno deciso di farlo soffrire: loro conoscono l’uomo che è, e chi conoscono è colui che naviga perennemente nelle acque turbolente dell’inspiegabilità del suo comportamento umano. Il nostro Everyman dirà, riferendosi a loro alla fine della vita,: – Fottuti bastardi, sarei stato meno solo? Ho settant’un anni e questo è l’uomo che ho creato –. Ma questi due figli non potrebbero mai capire queste sue parole. Le capirebbe, invece, Nancy, la figlia avuta da Phoebe. Le capirebbe, perché lei ha ereditato dalla madre la sensibilità e la determinazione. Sensibilità e determinazione rivelate da questa madre prima di lasciare l’Everyman: – Perché hai deciso di scassare tutto? Ora io non potrò mai più credere a una sola delle tue parole. Forse tu non credi nemmeno di mentire… forse tu credi che le menzogne abbiano la natura delle virtù… forse tu credi di offrire un atto di generosità verso quella scema che ti ama…

Ma l’autore non dice la cosa più importante. Lui non dice: – Forse tu non credi a quell’organo segreto che sta dentro di te ed è chiamato “anima” –. Il nostro Everyman vuole sposare (sposerà) una donna con metà dei suoi anni ed è priva di capacità di arrivare alla fine di un qualsiasi ragionamento. Questa donna è piena di paura di invecchiare (ha 24 anni!); piena di paura delle malattie e si sente inutile davanti a tutti i pericoli. Questa donna è piena soltanto di erotismo e in questo loro due – lei, Merete, e l’Everyman – s’intendono perfettamente.

… Guardare l’oceano e non pensare che la vita gli era stata data fortuitamente per una volta sola senza motivo… Guardare quel mare che non aveva fatto altro che cambiare senza cambiare mai… Tutto era lo stesso….

No, l’Everyman vive il suo mondo fittizio, immobile e immutabile, variabile e inaffidabile; lui non potrà mai stare in compagnia di una persona cara a cui dare e da cui ricevere. Lui è un serial husband per devozione ed errori. Lui dissolve famiglie. Lui non merita di stare con la sensibilità e l’amore della figlia Nancy. Lui non merita neppure di essere ustionato dalla lava della paralisi di Phoebe… Un’accusa, una poesia, una protesta, una campagna pubblicitaria… La schietta e aperta Phoebe Lambert, l’opposta di Cecilia e di Merete, imbavagliata dalla terrificante paralisi.

… Senza Howie! Finire così – in questo villaggio chiamato Starfish Beach, che sorge come per incanto sulla costa del New Jersey – anche senza di lui! Può il nostro Everyman sopportare la presenza massiccia, gentile, serena, fiduciosa, gioviale e pratica del fratello Howie? Lui afferma: – E’ mai esistito un fratello fortunato come me? –. Ma il nostro “ogni uomo” è sincero dentro? Accetta con sincero entusiasmo questo fratello che corre a Manila, a Singapore, a Kual Lumpur… insomma, in ogni parte del mondo, per fare arbitraggi di cambio per multinazionali, diventare sempre più ricco e vivere – sempre – con la stessa moglie e quattro figli? No, sembra proprio di no. Lui non tira al piattello e non gioca né a pallanuoto né a polo; lui non ha studiato né all’University of Pennsylvania né ha ottenuto il master alla Warton School. Howie non ha allucinazioni, come le ha il nostro uomo quando si trova davanti alla bara del padre… Smettete di seppellire la faccia di mio padre… Così pensa il nostro uomo nel vedere i quattro figli del fratello e i suoi due riempire di terra la fossa del padre.

Ci vuole coraggio per vivere; ci vuole coerenza e mai lasciarsi andare agli impulsi disordinati e alle tentazioni trasversali e no. Ci vuole un coraggio da leone; anzi, un coraggio che va oltre quello del leone. Ci vuole il grande coraggio innestato dalle esperienze – negative e positive – di tutta una vita. Ma il nostro uomo ha saputo ricavare dalle sue esperienze di vita questo coraggio?... Odiava Howie per la sua buona salute; odiava Howie perché non era mai stato sfregiato da un bisturi e non aveva sei stent di metallo nelle arterie. Howie: l’inespugnabilità fisica; lui, l’Everyman: debolezza coronarica e vascolare. Howie: quattro ragazzi e una sola moglie… muscoloso e atletico.

Poi, l’autore azzarda una tesi morale alquanto forte. Dice (a proposito dell’Everyman): “Nulla poteva ridargli la salute e lui era in un perenne stato di agitazione. Lui poteva arrivare perfino a credere che la salute di Howie fosse responsabile dei suoi malanni. Odiava Howie per quella dote biologica che avrebbe dovuto essere anche sua…”. E’ una considerazione forte, una tesi psicologica che lascia perplessi e fa pensare. Forse, questa considerazione e questa tesi vengono rifiutate, respinte perché troppo spinte, troppo azzardate. Oppure la vecchiaia del nostro uomo è il totale opposto di quella del fratello: tristezza, solitudine, indecisione, confusione, insopportabilità, vuoto, stanchezza di tutto, anche della pittura a cui il nostro Everyman dedica – una volta andato in pensione – anima e corpo. Di tutto era stanco, anche dei suoi corsi di pittura: forse Millicent Kramer, la sua allieva migliore, suicida, rappresenta la somma dei suoi controsensi? L’opposto di Howie, sempre in entusiastica attività…

– E’ nel Tibet con la mamma – così risponde il figlio alla telefonata dell’Everyman.

– E tu, zio?

– Tiro avanti –. Ma è una risposta poco convincente. Howie ha 77 anni, il nostro uomo ne ha 71.

Ma, forse, tutte le tesi e tutte le considerazioni sono azzardate e inconsistenti. Forse la vita è tutto un controsenso ed è anche una sorpresa. Si parla del nostro uomo malato – morirà sotto i ferri per arresto cardiaco, per una ostruzione della carotide destra – e si dice: la rabbia del malato… il peggioramento del proprio carattere… la distruzione di unione con chi gli era caro… l’ammirazione per Howie, davvero buono. Loro due erano stati reciprocamente fedeli; adesso lo aveva perduto come aveva perduto Phoebe… Dissolvere famiglie era la sua specialità.

Un’ultima considerazione su questo romanzo, tutto rivolto al corpo e all’esperienza del corpo. Si dice – nella quarta di copertina del libro – che il tema è quell’esperienza comune che ci terrorizza tutti. Potrebbe essere così. Senz’altro è così! Ma non si dimentichi che il corpo contiene dentro di sé quell’organo invisibile chiamato “anima”. Ecco allora attenuarsi le ombre del vivere in funzione, soltanto, della materialità. Quali sono le ombre nel romanzo di Philip Roth? a) La cosa più straziante è sempre la normalità, il constatare che la realtà della morte schiaccia ogni cosa; b) perché il tempo aveva trasformato il suo corpo in un deposito di oggetti artificiali; c) affrontare da solo la misteriosa natura della malattia; d) fili attaccati a una macchina per il monitoraggio cardiaco; e) il suo EGG indicava gravi occlusioni delle principali arterie coronarie; f) anestesia locale, così lui sentiva incidere e raschiare; g) stent nell’arteria discendente anteriore sinistra… catetere sospinto nella coronaria… by-pass… defibrillatore… angioplastica, angiogramma: tutto viene seguito sul monitor…

Le ombre fanno naufragare; le ombre fanno cercare una sicurezza che non arriverà mai. Alterità: uno stato d’animo estraneo all’ interiorità dell’uomo; assenza di conforto; aridità mascherata da consolazione. Non sarà una bella fine, quella del nostro uomo. Non per le sue arterie danneggiate, non per le ostruzioni delle due carotidi, non per tutti gli oggetti artificiali che si porta addosso: altre sono le cause della non bella fine. Lui non ha capacità di riconoscere il valore di chi gli sta vicino; lui non conosce il bisogno di chi gli vuole bene; lui non sa riconoscere la forza dell’amicizia e vede tutti come fossero trasparenti. Nessuna realtà in ogni persona; lui, l’Everyman, riconosce parlando di se stesso, il rappresentante di ogni uomo: – A volte mi sento come se stessi cercando di espellere tutti i farmaci che mi assalgono. Prima di andartene devi affrontare la realtà, campione! Cosa te ne fai dei tuoi dottori? Espelli tutti i tuoi oggetti artificiali senza piangerci sopra: se tu riuscirai a non piangerci più sopra, riuscirai a rivelare al mondo la tua identità ripulita di tutte le sue contraddizioni. Forse, non piangendoti più addosso, potresti vincere la tua banalità, che non è altro che il tuo sentirti sempre stoicamente sconfitto e paurosamente colpito dal panico, dalla solitudine e dal terrore di vederti così mal ridotto.

Ecco dove sta tutto il segreto del romanzo di Philip Roth. Il grande segreto sta nelle parole della madre e del padre dell’Everyman, sepolti nel cimitero ebraico a sud dell’aeroporto di Newark. Lui dice loro ad alta voce: – Ho settant’un anni. Il vostro ragazzo ha settant’un anni –. – Bene – risponde la madre – hai vissuto –. E suo padre incalza: – Voltati indietro ed espia le colpe che puoi espiare,e con quello che ti resta tira avanti meglio che puoi –.

Ma tirare avanti meglio che si può, è dire: Dio è un’invenzione?
Recensione
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