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Il fucile da caccia

La vita è un gioco pericoloso. E’ una estrema sfida il cui risultato è sempre incerto. Incerto, rifiutato, disconosciuto. Ci si può mettere davanti agli occhi tutti gli ingombri più neri e pesanti, ma gli occhi vedono lo stesso. Gli occhi restano aperti sulla mente e sul cuore, e scavano; scavano dentro le profondità cavernicole del mistero della nostra natura umana.

Se ci si affida alla sola natura umana, nessun rimedio arriva; e non c’è soluzione, non c’è speranza; il risultato alla fine sarà sempre negativo.

Arriva la morte del corpo; arriva l’invisibile depressione del cuore; e ci sarà l’inevitabile allontanamento da tutto ciò in cui si è sempre creduto; da tutto ciò in cui si è sempre sperato. Ci si allontanerà da tutto ciò che un attimo prima era la nostra vita, la nostra speranza, lo scopo del nostro vivere, del nostro agire, del nostro amare.

Del nostro amare, per non morire nell’arido deserto della quotidianità, del noioso fare e disfare, del nascondersi dietro i mille rigagnoli delle finzioni. Se manca l’amore dentro di noi, non c’è speranza di sopravvivenza.

Il deserto brucia ovunque noi andiamo.

Ci saranno parole, abbracci e sorrisi. Ci saranno sogni, attimi di felicità, appagamenti del corpo e delizie dello spirito: tutto l’enorme bagaglio della creatività dell’uomo si sprigionerà in milioni di percorsi appaganti e si svuoterà nell’attimo della perdita dell’amore, sgonfiandosi e diventando carta straccia. La forza della creatività dell’uomo si tramuterà in urlo vuoto di solitudine.

Arriva la morte.

E la morte ha sempre il fiato puzzolente dell’irreparabilità; ha sempre il fiato dell’inspiegabilità. L’inspiegabilità, la confusione della mente, il caos dello spirito, la non risposta agli incubi che attorniano, aggrediscono e azzerano la logica del vivere.

La logica del vivere, la sua inflessibilità, la sua essenzialità, il suo assurdo percorso.

Assurdo percorso, e già si volta pagina. E nella pagina non c’è scopo di inflessibilità e di logica.

Quale logica!

La logica è deserto, terra bruciata, tempesta, brezza, cielo e sole. Ma tutto ciò non è sufficiente. Tutta la logica dell’umanità si disperde nelle pozze inaridite dei deserti. Deserti di vita, che si intercalano con gli oceani, i ghiacciai, le praterie e le voci. Le voci che si dissolvono negli echi delle parole e non catturano la potenzialità del silenzio dello spirito. E neppure catturano la sofferenza dello spirito, e non conoscono l’annullamento delle imperfezioni, della speranza, del mistero del futuro.

Il riso mefistofelico del demone dell’identità umana; la miseria dell’incompletezza umana; la constatazione irreparabile e visibile del limite dell’equilibrio umano; del non sopportare le sconfitte né la realtà che tutto è relativo nella vita dell’uomo. Basterebbe poco, un sospiro di vento, un raggio di sole rubato alle nuvole. Basterebbe saper tuffarsi con spirito di humour dentro il buio del percorso umano e riconoscere l’incompletezza della nostra identità.

Così si superano gli ostacoli. Tutti gli ostacoli.

Ma un ostacolo resta insuperabile: l’invisibilità dell’amore che oscura – diabolicamente – il cuore dell’uomo. Non si vuole mai ammettere questa realtà; eppure questa realtà domina l’intera scena del vivere. Accettarla, saper riconoscerla e dominarla con il sorriso dell’incompletezza del nostro cuore, è saper cogliere i frutti della nostra insondabile eredità.

Saper tagliare la testa del serpente della nostra debolezza interiore.

Soltanto così è vincere la morte dei nostri ideali. Non è poco. Non è poco, perché soltanto così è conoscere fino in fondo dove si vuole arrivare, senza gettare nel putridume delle fognature delle imperfezioni la fragranza delle voci del nostro cuore e del nostro spirito. Non c’è sincerità nel cuore dell’uomo; eppure la sincerità bisogna insistere a cercarla, ovunque e in ogni momento. Cercarla senza tregua, anche nel cuore dell’uomo, anche nella menzogna dell’uomo, anche nel travestimento dell’uomo. E poi ancora nelle sue finzioni, ipocrisie, mellifluità, apparenza, disonestà, doppiogiochismi, freddezze, glacialità, buone maniere, buoni sentimenti. E ancora nelle sue paure di esporre i propri sentimenti; di esporre l’amore che trabocca dal sangue e dai pori; che trabocca dagli occhi e dal cuore, dalle grida della sua disperazione e dai sorrisi della sua gioia. Un attimo di sincerità che trabocca dai suoi desideri appagati e non appagati; dalle sue infelicità, dai suoi insuccessi e dalle sue felicità. Per un abbraccio di affetto che va oltre il creato e tocca le altezze insperate delle galassie delle sorprese.

L’abbuffata dei nostri sentimenti prende il volo. Ormai è gozzoviglia smodata. Tutto scompare dalla tavola dei nostri desideri; noi cerchiamo la quiete; cerchiamo l’equilibrio; cerchiamo una qualsiasi risposta che venga dal nostro cuore che sanguina.

Ma il nostro cuore resta muto; il nostro cuore non risponde mai; il nostro cuore resta confuso, annichilito dalla presenza dentro di sé di una forza invisibile, invincibile, indistruttibile: inspiegabile!

La forza che non ha volto e non ha voce. La forza dell’inquietudine.

Ma l’uomo a questa forza dà un volto e una voce. E’ il suo cuore che gli trasmette il volto e la voce della forza della sua inquietudine. Inquietudine: presenza nel corpo e nello spirito del mistero di un amore che non ha nome, ma ha la voce inconfondibile della comunicabilità dello spirito.

Si potrebbe dire comunicabilità dell’anima, se per anima s’intende l’insieme delle gioie, dei desideri, della bellezza, della sincerità. Il cuore grida in questo grande deserto e in questa grande prateria bonificata dell’anima. L’uomo non può che accettare l’enigma della Sfinge che svela ogni eco nascosta nella profondità della nostra inquieta interiorità.

Noi non abbiamo il coraggio di svelare il mistero della nostra segretezza interiore; noi non vogliamo affrontare con coraggio – e distruggerla – l’inquietudine che affiora in ogni anfratto della nostra interiorità. Noi restiamo in silenzio ad ascoltare gli echi degli incubi che sfiorano il nostro equilibrio interiore e le perplessità che indeboliscono le nostre prese di posizione.

Allora ci sarà la morte. Allora noi invocheremo la morte. Allora noi non sapremo mai dove il segreto dell’amore nascosto nel nostro cuore ci condurrà.

Ma il segreto dell’amore ci svela l’impossibile.

Ci sarà incomprensione in chi ci ama; ci sarà impotenza di incomunicabilità verso chi ci ama. Il sorgere di realtà certe, il grande caos che provoca disordine, sofferenza, incompiutezza di vero sentimento d’amore.

Il segreto dell’incomunicabilità tra esseri che dicono che si amano.

Perché questi esseri hanno paura di perdere l’amore e ancora di più hanno paura di restare senza l’amore. Amare o essere amati? L’essere umano sa amare, ma non sa comunicare l’amore né a chi lo ama né a chi lui ama. E’ il segreto indiscusso della limitatezza del genere umano; della limitatezza del cuore del genere umano. E’ la realtà incontrovertibile della pusillanimità umana, della codardia umana, della diabolica incompletezza del corpo. L’essere umano non potrà mai raggiungere la felicità.

Ed è questo il suo inarrestabile destino; è questo il suo assoluto segreto.

Essere capaci di svelare il nostro amore a qualcuno senza metterci addosso nessun velo e nessun paramento. Essere capaci, finalmente, di raggiungere la felicità.

Ma la conoscenza della felicità sta nel buio dell’incompletezza. Non c’è via di scampo. Nessuna giustificazione, nessuna musica, nessuna fantasia, nessun urlo, nessun sorriso, nessuna parola d’amore. Essere amati. Noi vogliamo – sempre – essere amati. Se noi amiamo, restiamo delusi da chi noi amiamo. Ma essere amati non ci porterà mai alla completa felicità.

Meglio dunque la morte.

Così conclude Inoue Yasushi nella sua opera Il fucile da caccia.

E qui si sprigiona la forza riparatrice della poesia.

* * *

La poesia.

I confini della realtà; l’immaginazione tradotta in realtà; realtà catturata dal coraggio della mente e dal cuore.

La poesia.

Il segreto della vita dell’uomo tramutato in gioia, tormento, realtà.

Nella poesia, ogni segreto umano prende la forma della chiarezza; ciò che viene tenuto nascosto – gelosamente – nel cuore dell’uomo, esce allo scoperto, con coraggio e sincerità. Così non ci sono più timori, non ci sono più dubbi, non ci sono più terrori che deprimono.

La speranza non muore.

Il cuore si apre alla vita; la vita scorre avanti; la morte non è più il traguardo finale. Il freddo scompare; l’arsura scompare; l’aridità scompare; e scompare la paura di voler comunicare a tutti i propri segreti.

La poesia è il canto della purezza e del coraggio.

“Il suo fucile da caccia, lucido e splendente, | gli preme sul fianco | scavando nello spirito solitario, nella | carne solitaria… | . E ogni volta nei miei occhi chiusi, | a fargli da sfondo non è il ghiacciato | paesaggio | del monte Amagi all’inizio d’inverno | ma il bianco alveo di un fiume desolato, | chissà dove…”.

La poesia, una solitudine umana che esalta lo spirito, un cammino nel silenzio di ghiaccio che assorbe gli echi dei voli degli uccelli, un passo lento nella bellezza umida di sangue. Nulla trabocca dalle canne di un fucile da caccia portato a tracolla da un freddo guerriero pronto a uccidere. Ma la poesia scava.

La poesia scava nel magma della miniera umana. Scava e trova. Scava, con irrinunciabile determinazione, nella verità dell’assurdo. E trova. Trova la verità del cuore umano; trova quella verità che il cuore – caparbiamente – non vuole svelare. Trova il segreto e la somma delle debolezze umane nascoste nel cuore.

Non c’è scampo.

Ogni cuore umano vive la sua profonda essenza di debolezza. Ogni cuore è debole e aperto alla vita. La poesia cattura la debolezza del cuore e tramuta questa debolezza in speranza.

* * *

La tristezza cammina nella solitudine, il serpente dell’irrisolvibile chiarezza interiore striscia nei meandri dell’enigmatica natura umana, tutto resta buio e fermo, tutto confonde e rattrista: la vita può continuare. E infatti la vita continua. Ma il traguardo è sempre nascosto e la soluzione non arriva.

Troppa inquietudine; poi, troppa instabilità. Nessuna chiarezza, nessun coraggio, nessuna umiltà.

Il destino dell’uomo è nelle mani del nulla. E il nulla genera il nulla. La risposta non arriva; la risposta arriva da un mondo invisibile: che dà speranza, e dà anche gioia, se si crede in questo mondo. Conoscere l’invisibilità del nostro mondo interiore. Conoscere la poesia dell’anima. Conoscere la voce non udibile del credere in qualcosa che sfugge alla logica umana.

Non avere mai paura di disturbare l’anima del vicino di casa.

E’ qui dove si sbaglia. Si sbaglia, perché si ha paura di disturbare e di non essere capiti. Paura di noi stessi, paura di svelare noi stessi agli altri. Paura di conoscere i punti deboli della nostra natura umana.

Sarebbe semplice.

Basta affidarsi all’insondabile silenzio e ricordarsi dell’eco di quella voce – della voce dello spirito –, ritenuta assurda dalla logica umana ma chiara e inaffondabile dalla natura della nostra interiorità. Un concetto assurdo che vince l’assurdità del vivere escludendo lo spirito. Un concetto inaccettabile dalla pura logica, che si trasforma nel grande cielo della soluzione di ogni assurdità di ogni controsenso, di ogni impossibile scopo di vita.

La solitudine impossibile arriva dall’esclusione totale dello spirito.

La parola si dissolve, diventa polvere di cenere, entra negli occhi e tutto resta invisibile. Ma non è la parola che risolve. La parola crea il cratere del vuoto nel nostro cuore. Ciò che risolve è la presenza dell’assurda verità custodita nel cuore.

La realtà del riconoscere dentro di noi il mondo assurdo della poesia.

A dirla dunque con Inoue Yasushi, riconoscere l’assurda verità che cresce nell’oscurità di un bianco alveo di un fiume desolato, chissà dove.

La soluzione del nostro percorso di vita, credere nello scorrere irragionevole del fiume del silenzio e della solitudine.

I personaggi del romanzo di Yasushi sono chiari e ben determinati. Loro dicono quel che vogliono ottenere. In loro non c’è incertezza, ognuno va per la sua strada fino in fondo. Là in fondo c’è un traguardo da raggiungere, ed è ciò che conta. Nessuno vince e nessuno perde. Tutti hanno nel cuore la propria verità e se la tengono ben stretta. Soltanto Misugi, il personaggio maschile che non teme compromessi, ha il grave compito di raccogliere nel suo cuore la verità incontestabile della conoscenza del buio; del grande buio che nasconde il cuore di chi gli ruota intorno. Ma lui è assente, lui è lontano, lui è distaccato. Sembra non appartenere al mondo intollerabile di chi rifiuta la realtà. Misugi vive la stagione dell’assenza e resta lontano e distaccato da tutto ciò che gli accade. Lui non parteciperà alle inquietudini, ai tormenti, agli scoppi delle emozioni: lui dedicherà la sua vita all’inganno dei sentimenti, e per questo indissolubile “patto d’inganno”, con se stesso e con l’amante Saiko, il suo futuro non può che essere la grande solitudine.

Non c’è eco di dramma nel futuro di Misugi.

Misugi ha amato; eppure anche lui ha fallito nella realizzazione della vera felicità. Perché anche in lui scorreva – e scorre – il serpente dell’oscurità. Non c’è chiarezza nel suo cuore, non c’è umiltà; non c’è la certezza – impareggiabile – di poter distruggere la limitatezza della propria natura umana.

La spietatezza camuffata da un cinico patto d’inganno.

Bastava non insistere nella realizzazione del diabolico patto, bastava conoscere la vera natura dell’amore che unisce due esseri umani. Ma l’amore non potrà mai entrare nel cuore di chi fa della propria vita il veicolo che porta alla realizzazione dell’inganno contro tutta l’umanità.

La caduta irreparabile della natura umana attraverso l’oscuro veicolo della superbia. L’irrisolvibilità della risoluzione in chi crede nell’esclusività della forza del proprio cuore, l’oscuro buio del cuore che confonde e chiude tutte le porte del correre avanti. Alla fine bisogna fermarsi e fare un bilancio completo della propria vita.

E si arriva a una verità certa.

Si arriva alla convinzione che le proprie certezze – indissolubili all’apparenza – hanno bisogno della presenza di un qualcosa che sfugge all’assurdo di amare per la sola soddisfazione di sentirsi amati, distruggendo tutto ciò che ci circonda.

La sconfitta è dietro l’angolo; la sconfitta è certa. Non c’è aria di libertà.

* * *

Vivere per un uomo, dargli tutto l’amore possibile, tutto il sacrificio del proprio cuore. tutta la forza della solitudine, tutta la felicità, la dedizione, il proprio tempo, la propria disponibilità, il proprio sorriso, il sostegno, la sofferenza, l’ansia, il malessere, la stanchezza, la gioia, la speranza, il rifugio, la tristezza, la solitudine, la disperazione… Offrire all’uomo tutto il proprio egoismo, la gelosia, l’amarezza dell’inganno, del nascondimento, del travestimento, dell’insopportabilità di ogni fatalità. Eppure, dentro questa donna c’è un Karma che ingoia tutto e la lascia senza forza di mutare tutta se stessa. Lei non può – non potrà mai – dare felicità all’uomo che la ama con la forza incontestabile della certezza.

Ma nell’amore non c’è certezza. Nell’amore c’è l’assoluta certezza dell’effimero fumo di un grande fuoco che acceca. Nell’amore – nell’assoluto amore – c’è il silenzio della colpa, c’è la paura del sogno, c’è la quiete che sconvolge perfino la superbia del sentimento e della commozione. Nell’amore c’è il vuoto, la calma, la forza, l’irresponsabilità. Non è Misugi – l’uomo – che vince il Karma. Il Karma non sarà mai vinto da un uomo che ama con la ferma intenzione di ingannare l’intera umanità.

Chi vince il Karma che ingoia ogni sentimento umano è l’invisibile Kadota – l’ex marito di Saiko, la donna amata da Misugi. Kadota, l’ex marito traditore di Saiko, che invisibilmente fa dire a Saiko: “Ho cercato la felicità di essere amata e non sono che una donna malvagia. La mia mente si arrende a qualcosa di fatale. Tu, Misugi, mi hai proposto di ingannare Midori – tua moglie e la mia migliore amica – e io ho accettato. Adesso tutto è bruciato in me. Ma non è la tua effimera proposta d’inganno che elimina la mia felicità – che elimina la mia dignità di donna. Ciò che mi dà la morte – la morte vince l’amore, la colpa, l’inganno, la diabolicità, la falsità, l’ipocrisia, la finzione, perfino la gioia e la felicità –; ebbene, ciò che mi dà la morte è aver perduto la sicurezza del vivere nello stesso momento in cui ho saputo di aver perduto per sempre l’amore di Kadota. Io – Saiko – dopo aver saputo della nuova moglie di Kadota, mi sono resa conto della mia malvagità e del mio inganno. E ho saputo della mia vanità per aver vissuto esclusivamente per essere amata da un uomo, a cui, per ben tredici anni, non ho regalato che bugie.

Quest’uomo – Misugi Josuke – mi ha amata perdutamente per ben tredici anni, e io l’ho sempre ingannato amando Kadota, il mio ex marito.

Il peso della mia felicità, adesso, è tutto collocato sul piatto della bilancia della morte.

Non c’è altra scelta.

Io sono la malvagità trasformata in diabolicità. Nessun dubbio, nessun timore, nessuna paura: la colpa sta proprio qui, nella mancanza di dubbio, di timore, di paura”.

Saiko non ha pietà per se stessa. E non risparmia la condizione umana della donna. Non c’è speranza per nessuna donna che ama. La donna che ama si porta nel cuore il serpente che divora il suo amore. Tutto in lei diventa effimero, terreno, patetico dibattersi di una vita che non ha futuro. Per la donna che custodisce nel cuore il tormento di un amore irrecuperabile, l’effimero, terreno, patetico dibattersi del suo amore perduto la conduce irrimediabilmente alla morte.

La donna che ama un uomo ed è amata da un altro uomo non ha via di salvezza: il tormento di amare e di essere amata la distrugge.

Tristezza, solitudine, malvagità, inganno.

Saiko dice a Misugi: “Sono passati tredici anni, ma la bellezza delle foglie rosse degli aceri sul Monte Tenno a Yamazuki – la bellezza delle foglie rosse che abbiamo visto insieme: solo noi! –… No, ormai non si può più tornare indietro… fuggire da te… Ma quelle parole, egoiste e disperate… diventiamo malvagi per tutta l’umanità: ricordi? Malvagi per tutta l’umanità, anche verso di me, verso di te, verso Midori… Con quale facilità seppi assolvere al mio tradimento!”.

Assolvere al proprio tradimento. Quale tradimento? Sentirsi colpevole di aver tradito se stessa, accettando il patto malvagio dell’inganno propostole da Misugi.

Saiko, dopo il patto con Misugi, dorme un sonno profondo e tranquillo: cosa passa dentro di lei? Forse è il serpente della rivalsa che le buca il cuore; o forse è la sua natura non proprio cristallina; forse, invece, è la vanità di sentirsi amata e di voler essere amata per tutta la vita.

Ma andando fino in fondo ad analizzare la sua accettazione del patto, Saiko non ha mai amato Misugi.

Saiko conosce se stessa? Conosce la felicità? L’inganno? Saiko conosce soltanto la natura della sua infelicità; e conosce la colpa del suo falso amore per Misugi. Per questo suo caos interiore ci vuole la morte.

Lei avrebbe continuato a vivere nell’inganno, assolvendo fino alla morte il patto diabolico con Misugi. Ma lei non conosce se stessa, e quando scopre di conoscere se stessa, si avvelena. Finalmente lei ha capito che la sua vita senza Kadota non vale nulla. Tutti sono stati ingannati da lei.

* * *

Due donne. Due donne per Misugi Josuke. Ma lui le vuole tutt’e due? Midori, la moglie, scrive a Saiko: “Non te la prendere. Anch’io ti ho ingannato per più di dieci anni… Ti ho visto con addosso l’haori che indossavi all’Atami Hotel, la prima volta che ti ho scoperta con Misugi. Adesso il momento del giudizio è arrivato. Ho vissuto dieci anni per questo momento…”.

No, Midori non è Saiko.

Amare ed essere amata sono le componenti essenziali per Saiko. Se queste componenti non si realizzano, meglio la morte. In fondo la sua morte è una necessità di vita; il tentativo di arrivare a una chiarezza interiore; una decisione di lealtà, verso se stessa e verso chi l’ama. Midori è volubilità. Lei vede nell’uomo l’esatto contrario di ciò che vede Saiko. In Midori calza bene la frase “una donna può raggiungere la santità anche grazie alle menzogne di un uomo”. Midori conosce la storia del marito con Saiko. E sa di tradire, a sua volta, il marito con altri uomini. Eppure scrive al marito: “Abbandonarmi sul tuo petto chiudendo gli occhi… oppure affondare il coltellino egiziano nel tuo petto”.

Il controsenso della volubilità. La nullità della leggerezza. Lei sa. Lei sa che né si abbandonerà mai sul petto di Misugi, né affonderà il coltello nel suo petto.

Lei ha scelto la via delle sigarette, del mahjong, della cipria, della compagnia degli artisti del teatro e del cinema. Lei ha scelto di restare nella famiglia – bella, disumana, triste, ingannevole, glaciale e ipocrita – con Misugi. Di restare con il marito comunicandosi, reciprocamente, con il sorriso immobile dell’inganno.

E’ la scelta di una donna che non ama l’uomo con cui vive, ma ama l’inganno che la unisce a lui. L’inganno è un comodo alibi.

Morto il personaggio che è la chiave di apertura di tutti gli inganni: Saiko; Midori non ha più motivo di continuare il suo gioco di comodo dell’inganno e può venire tranquillamente allo scoperto, togliendosi di mezzo il marito. Per lei, il marito non è né affascinante né passionale ed è privo di passione, di emozione e di commozione. Per lei, lui è un superbo freddo, calcolatore, insopportabile; ed è anche privo di qualsiasi eccitazione, di selvaggità e di fianchi armoniosi. E’ un uomo distaccato da ogni impulso d’amore, che non conosce la modestia ed è patetico, pratico, sbrigativo. Un uomo che non conosce nessun complimento.

Così, Misugi, per la moglie Midori.

E Misugi, per Saiko è l’esatto contrario. Per Saiko, lui vive il dolore, il silenzio, l’amore.

Misugi dà la risposta al contrasto assoluto delle due donne che gli occupano il cuore. Ed è da questa risposta che si sprigiona la sua sconfitta. A lui non resterà che il suo compagno fedele: il fucile da caccia.

* * *

Tornare ad Akashi, aprire una piccola sartoria occidentale, uscire da questo groviglio di colpa che ha soffocato mia madre. La mamma è spirata stringendo la mano di Midori, la sua amica più intima e più temuta. La mamma è morta per salvare il suo segreto.

E’ la voce della terza donna coinvolta nella storia di solitudine estrema dei personaggi incontrati. La voce di chi ancora non conosce il mostro spaventoso, solitario e triste degli adulti. La voce che dice: “Ho bruciato il diario di mia madre che nascondeva il segreto degli inganni di mia madre e di zio Misugi. Adesso non voglio più vedere né zio Misugi né zia Midori”.

E’ la storia di un amore che è del tutto simile ai petali di un fiore crocifissi in una campana di cristallo; una storia raccontata da una voce che ancora non conosce l’enigma svelato dalla vita. Una voce che vede nella zia Midori, eccellente nel mahjong, nel golf, nel nuoto e nella danza. Una voce che ancora non può distinguere le sfumature dei sorrisi e i toni delle parole. Shoko, la figlia di Saiko e di Kadota Reiichiro, divorziati. Shoko, che legge il diario segreto della madre e lo brucia, infine, senza conoscere nessuna verità.

Nessuno, alla fine, svelerà a Shoko la verità della colpa della madre.

Shoko, la vittima senza colpa, che non conoscerà mai la vera natura dell’orrore degli inganni della sua famiglia. In lei sarà sempre presente il ricordo di una immensa malinconia, di una abbagliante bellezza, di una sconfinata solitudine; in lei sarà sempre presente il ricordo di sua madre.

Ma in questa malinconia, bellezza, solitudine, lei, Shoko, non potrà mai scoprirvi la verità di un amore che non potrà mai ricevere la benedizione di nessuno.

Perché nessuno saprà mai la vera verità.

* * *

Il poeta Inoue Yasushi ci tramanda, con la sua opera in prosa, il colore inconfondibile della tristezza, servendosi delle parole di Shoko scritte a zio Misugi. “So tutto di te e la mamma. Ho letto di nascosto il suo diario. Sono solo triste. Non sono triste per te, per la mamma e per me. E’ tutto quanto il cielo azzurro, la corteccia dell’albero di lagerstroemia, le foglie di bambù, l’acqua, le pietre, la terra… Da quando ho letto il diario, la natura si tinge di un colore triste”.

Ma il poeta non si ferma alle parole di Shoko. La tristezza di Shoko non è completa, manca dell’inconfondibile urlo dell’esperienza. Un urlo che viene dal mistero nascosto nel cuore umano e che coglie l’essenza delle voci dello spirito e dell’anima.

Un urlo che solo la forza della poesia può cogliere e che contiene emozione, freddezza, cinismo, virtù e grandiosità. Al di là di tutti i confini dell’immaginazione.

Recensione
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