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Il percorso di un poeta
(1988 – 2009)

Correre nel Percorso di un poeta alla ricerca della grande eco del silenzio.
© Enzo Schiavi

 1988


Io canto…

No, stasera non voglio cantare
alle luci accecanti del mondo!
Stasera il mio cuore s’affonda
nel buio di una contrada,
alla ricerca di una voce
estirpata dal tempo,
dissolta nel contorto turbinìo
dell’oblio.

Stasera io canto
il buio e il silenzio,
affondando gli occhi nella mollezza
di un lenzuolo lacerato di ricordi.

Io canto alla solitudine
di una contrada rimasta sola,
dopo una morte assurda.

***

Ottobre è l’urna del buio e del silenzio,
il messaggero dal mantello odoroso di sabbia,
che non fugge la morte.

Io canto, allora,
alla morte che urla,
all’oblìo vestito di bianco.

Canto alla mia contrada
che muore.
Canto, per non morire.

La tregua del riposo

Nel mio paese
non crescono i limoni.
Nel mio paese
non crescono gli aranci.
Nel mio paese
non crescono gli eroi.

Nel mio paese
crescono gli uomini
di fieno e di stalla,
e son tutti poeti.

Cantori di rime dimenticate.

Il tempo,
qui,
ha chiesto a Dio una tregua,
la tregua del riposo.

Il lento soffio della melanconia
viene dai boschi rigogliosi.
Il soffice vento dell’irrealtà
spira nelle strade contorte,
diventa brezza calda,
filo che lega le menti.

Nel mio paese
il tempo s’è fermato alle porte,
e non c’è sole che scalda,
non c’è neve che gela.

C’è
la tregua del riposo.

Dentro la paglia

Vidi gocce di rugiada
baciare i petali della rosa
e la farfalla bianca
disegnare arabeschi di sogno.
Vidi le bacche del ribes,
tra il verde dei noccioleti,
inchinarsi allo sciame delle api
e l’uomo con le rughe
bere il vino asprigno
della sua cantina.

Io stavo lassù,
sopra la paglia,
e guardavo i fantasmi
della mia giovinezza
con il macigno di pianto
dentro il mio petto.

Ballata

Gocce di rugiada
su rosa scarlatta;
petali di biancospino
su tegole striate di muschio;
tulipani sbiancati
in vaso di cielo;
steli di gigli
in cerchi d’arancio;
macchia d’inchiostro
su tastiera di pianoforte,
dove mani frenetiche
- velate di chiaroscuro –
battono vibranti note
d’infinito.

***

Lo sa il vento
il mio cammino
senza sosta.
Lo sa il cuore,
il mio grido
senza parole.
Lo sa il silenzio,
il mio buio
senza speranza.

Trema il mio cuore

Scendo il ripido sentiero,
guardo i tetti sempre uguali
intorno al Duomo.
I ciottoli, il muro,
mi sono familiari,
come trent’anni fa
quando, ragazzo,
andavo solo a guardare
i tetti intorno al Duomo.
Lontano, dopo la pianura,
il sole indora il Cervino.
Un attimo ed è buio.

Trema il mio cuore.

Notturno campestre

Amo gli abissi della notte
macchiata di luci,
con l’immortalità che mi scuote le viscere
come fossi un cinghiale infuriato.

Amo questo mondo avvolto di silenzio,
lacerato dal calore assurdo della luna.

Amo il mio passo senza tempo,
sconvolgente il sonno inquieto
dei folletti campestri,
banchettanti nel giorno
ai bordi dei mille sentieri
ammantati di rimpianti:
dove ognuno sogna spera
e poi muore,
come l’infimo cane di nessuno.

Dio! è vita qui,
se anche Tu
- lo vedo nel chiaro stupore della luna -
corri sul filo degli abissi notturni,
per involarti furtivo chissà dove?

Dio, non fuggire da qui. Più!

Pianura della bassa padana

Sotto un cielo di polvere
nel gelo degli stagni
gemono i pioppi:
anonime creature del passato.
Al di là degli stagni
il pianto della pianura.
Non volo di uccelli,
non profumo di fiori,
non grida di fanciulli.
Soltanto morte nelle stoppie.
Poi, la voce del presente:
un intreccio d’acciaio con ronzìo.

Passò di qui un tempo un forestiero,
quando il ronzìo non c’era,
e portava sul petto disegnata una colomba.
Passò di qui in silenzio,
senza parlare a nessuno,
con la bocca piena di pianto.
“Che sia colui che dicono
alla ricerca del futuro?”
dissero gli abitanti del luogo.
Ma non l’interrogarono.

Sono fredde le notti da queste parti
con le luci immobili dentro gli stagni.

Una nuvola nera

Una nuvola nera,
una piccola nuvola nera
nel mattino dorato
passò laggiù,
avvolta nella polvere della strada,
coi fiori freschi in mano:
andava zoppicando al cimitero.

Nei boschi
due cuculi si scambiavano
le prime impressioni del giorno
con monotono chiacchierio;
nell’aria
il momento magico s’avvertiva:
un silenzio vestito di sole;
nessuna voce disturbava la quiete:
le finestre sul pendio erano…
silenti macchie verdi.

La nuvola passò sopra la ghiaia
guardando il cielo
e io vidi,
sul suo volto scarno,
l’ombra fuggevole della solitudine.
Era la vita che passava
con gli anemoni stretti in mano;
era la storia di una vita
che andava zoppicando al cimitero.

Una vita

Diceva:
“Quando sarò grande
voglio fare come te”,
e mi sorrideva.
Dentro io gioivo.
Guardavo il suo viso forte,
che l’ombra di un dolce sorriso
faceva bello,
e vedevo nella luce degli occhi
la sua fierezza.

***

Diceva:
“Tu sei uno che seguirò”,
e mi afferrava la mano
perché non fuggissi.
Io gli sorridevo.

***

Poi, un giorno d’estate,
quando il canto dei grilli
già s’elevava dai campi di grano,
la terra tremò nella cava,
diede un urlo, s’impaurì,
divenne crudele.

***

E lui morì,
portando nel suo mondo di fiaba
il suo dolce sorriso.

Malinconia

Follia d’inverno.

Venne la neve
e mi trovò gelido.
Venne la neve
e tormentò il geranio
e piegò l’esile ramo
della rosa,
nel giardino dell’infanzia.

Poi fu il silenzio.

Il vento improvviso
venne dal Monte Rosso
e mi parlò di te
dolce fanciulla.
Mi disse, il vento,
che tu avevi paura
e io capii.
Capii che la mia strada
era la tua,
e la paura tua
era la mia.

La bufera cessò
e io rimasi solo
nella casa di calce
a guardare lontano,
nel Monte Rosso
coperto di bianco.
Lassù cavalcavano
le ombre di gioventù
ed eran lievi
come le ali degli angeli.
Sopra gli alberi
c’eri tu
che sorridevi nel vento.

Nel sentiero dei rovi

Come nell’antico tramonto,
quando l’ultimo raggio di sole
brillò nel mio cuore tremante,
io vago ancora
nell’immensa prateria dei sogni,
sul cavallo azzurro della giovinezza.

E come allora
corro nel sentiero dei rovi,
alla ricerca del grande “sì”
che mi gridasti
allo spuntare della prima stella.

1991


Pensieri nell'aria

Andare nel sole
per sconfiggere solitudini
di un cuore palpitante.
Andare nel vento
per rivivere echi urlanti
di giorni ruggenti.
Andare nella notte
per sciogliere nell’argento
lunare
paure struggenti.
Punto indecifrabile,
come albero senza rami
su stoppie bruciate.
Punto sfuggente,
come carezza d’amore
nel quadrato invisibile
del tempo.

Notte di novembre

Guardai dalla finestra
nel silenzio della notte:
mi venne incontro
la fata Paura
vestita di niente.

Nuda e fredda,
come il buio del novembre
che mi stava dinnanzi.
Nuda e fredda
a sfiorarmi i capelli
come amica fedele.

Mi ritrassi,
gettandomi nella luce
del caminetto ardente:
il fuoco mi sprizzò dentro,
gentile e suadente,
facendomi sognare.

Quando rivolli veder fuori
vidi una vecchia senza rughe
sorridermi.
La Speranza, pensai,
ma restai fermo presso il fuoco
a sognare.

Lontananze

Attonito, come l’antico albero
nel prato dei sogni,
guardo la cinciallegra alzarsi in volo
con soffice sussurro d’ali.

La vedo volare nei boschi
ammantati di bruma scolorita
e il mio cuore sussulta:
quell’esile punto nel cielo
carpisce fragrante la mia fantasia.

Attonito, la vedo sparire.

Resta, adesso, soltanto il silenzio,
resta l’oblìo.
Resta il respiro inquietante
del macigno nel petto.
Restano gli occhi bagnati
di pianto.
Resta leggera la dea di sempre:
la solitudine,
coi morbidi veli di rosa.

Libero, il cuore

Era un giorno col cristallo nell’aria,
quando la terra si sposa con la luce.
Era un giorno di concerti armoniosi,
quando l’erba e gli uccelli
dialogano col vento.
Era un giorno di primavera.

***

Sopra acque diafane,
molli di crespe lucenti,
un uccello bianco volava.

In silenzio.

Un gabbiano, forse,
con le piume aperte al sole.
Un segno di libertà
che puntava al cielo:
soffice, leggero, struggente.

***

Lontano, oltre la brughiera,
un suono lamentoso di sirena.
Un fumo denso.
Da tempo, laggiù,
le campane erano mute.

Sussurro nel vento

Ombre
luci
sussurri.
Un lume fioco
nella casa del centro,
un passo stanco
nella stretta via,
un sospiro struggente
che si perde nel nulla.

Si spengono,
infine,
le luci.
Resta,
il sussurro del vento.

Un gioco antico

Mi svegliai nel sole d’agosto
e le rondini mi salutarono
coi loro gridi di cristallo:
i cantici del candore.

Mi vennero incontro
nei loro vestiti di festa,
con timidi voli di danza giocosa,
disegnando arabeschi d’incanto.

Non erano rondini esperte
ai perigli di vita,
erano rondinine incerte e gentili
che tentavano nell’aria
un gioco antico come il mondo.

Era, il loro, il gioco dello stare insieme,
per raccontarsi, civettando,
i grandi misteri della notte.
Era il gioco della fraternità,
per trasmettersi, a cuore aperto,
le gioie e i timori dei primi passi.

Era un parlare nel sole,
per dare speranza ai rumori
del giorno che nasceva.

Rapsodia di gioventù

Col tremore di sempre nel cuore
ho guardato oggi le nuvole
rincorrersi nel chiarore del tramonto,
e i ricordi di un tempo mi vennero incontro.

Mi ricordai dell’amico ambasciatore
che mi portava
i messaggi d’amore dell’amata.
Aspettavo tremante il suo arrivo
e guardavo lassù,
tra le case di tufo,
la figura slanciata dai capelli neri.

Lasciai per sempre il mio cuore
nella strada dei rovi,
una sera d’estate,
quando lei venne col sorriso di fata
e nel tramonto incantato
noi ci dicemmo l’eterno amore.

Fu un attimo, un attimo infinito,
come l’ultimo raggio di sole
che ci moriva negli occhi.
Poi lei fuggì via, nel vento,
tra le ombre nere della notte.

E s’involò con lei la mia gioventù.

Un filo di speranza

Vieni, andiamo al fiume!
A fare il bagno
nella chiusa delle anguille.

Vengo: un minuto e son pronto,
cambio i calzoni nuovi.
Vengo con la bici del nonno:
quella a gomme piene;
l’altra, la Legnano,
è dal ciclista.
S’è rotta la moltiplica,
sarà un lavoro lungo.

Fai presto,
che l’acqua vien fredda!
Sai com’è alla chiusa:
alle cinque fa buio
con tutte quelle canne intorno.

***

Si pedalava sulla strada dei fossi,
aspirando polvere a pieni polmoni,
facendo a gara per scansare i sassi.
Si pedalava, volando nel vento;
si pedalava, sgualcendo le gomme.
C’erano i passisti costanti,
i grimpeurs di razza,
i discesisti rompicollo,
e si faceva, tutti insieme,
un polverone per arrivare al fiume.
A tuffarsi dentro la chiusa,
nel cristallo delle anguille.
A gridare con esse
la libertà della vita.

L’amico

C’è il vento negli alberi del giardino,
la luce scolora nel muro sfarinato,
carico di edera sfilacciata.
L’anima resta in estasi,
rapita nel quieto silenzio della sera.

Il piccolo amico becca contro i vetri
gli ultimi semi di riso.
Ancora un respiro,
poi mi saluterà con nota stridula,
volando soffice al di là del muro cinerino.

Tornerà l’indomani,
nel raggio pulito dell’alba;
mi chiamerà con gioia,
beccando il ferro a ritmici tocchi;
attenderà a saltelli la mia mano
colma di semi,
chiamando alfine i compagni
per far festa con loro.

Lui sa.
Lui sa che gli affiderò
la mia anima per l’intero giorno.
E mi attenderà fino al tramonto,
per ridarmela più forte, con fierezza;
pronta ad addentrarsi senza timore
nelle lunghe ombre della notte.

Sul monte dei lecci

Quassù, tra i lecci in fiore
in bilico sull’aspro declivio,
la mia anima vaga tra tombe
di morti tutti conosciuti.
Cerca i castelli di sogno
per far muro agli echi
dei vetusti canti,
sfumati nella luce del sole
da note cadenzate di respiri ardenti
mai domi.

***

Quassù, il vento dei ricordi
batte sul quadrante di un orologio fermo:
il tempo resta sospeso nell’aria.

1995


L’uomo e il cane

Grande pianura d’autunno.
Stoppie bruciate,
sentiero di zolle,
un uomo e un cane.
L’uomo guarda l’orizzonte,
il cane guarda l’uomo.
Una lacrima,
un dolce sguardo,
un sospiro.
Intorno pascola il gregge.
Poi, un sussurro vago,
e il saluto corre
nelle vette lontane.

Un'anima in ritardo

Nella notte dei silenzi
vidi un uomo
inforcare la bicicletta
dal manubrio ricurvo
e prendere la via segnata
dai chiarori azzurri.

Filava leggero nel firmamento,
su per la via irta di vuoti incubi:
biondi i capelli
forti i muscoli
pieni d’infinito gli occhi
a cercare l’oblìo nelle pieghe
delle nuvole schizzate di luna.

Pedalava lieve,
il cuore sereno,
vestito di brezza
d’oriente,
la gioia nel viso
per fare presto.

Vidi l’uomo
toccare la prima stella
e farsi luce.
Allora capii.
Era una luce nuova
sempre vissuta,
era un’anima in ritardo,
avvolta nel magico fiato
della fantasia.

Infinito

Se mai ti ritrovassi
su questa terra
dai mille colori,
davanti all’albero grigio
avvolto nell’urlo accorato
delle rocce innevate,
ascolta in silenzio
la voce infinita degli abissi,
come preghiera azzurra
di perdono.

Ombra di Galleria

Ombra di galleria
con il lampo dell’ignoto
negli occhi chiari.
Mani inguantate
sfiorano tasti rossi
di fisarmonica
come gridi di lupo,
monete di piombo
cadono sul cemento
logoro di passi.

La libertà ha un prezzo.

Si allunga l’ombra
nel soffio caldo
dell’indifferenza,
ciò che conta
è non far rumore
cantando la primavera.
Bisogna far presto,
il tempo fugge;
bisogna spegnere le luci,
è tempo di chiudere i battenti.

La commedia è finita.

Il grido del silenzio

E’ tardi ormai.
I lupi urlano fame
nei dirupi del tempo,
il mondo non cambia.

Corri, ragazzo, corri.
Inutile voltarti ad ascoltare
nomi scomparsi nei ricordi,
tu non puoi sentire
il grido del silenzio
che ti accompagna
nel rincorrere lucciole spente.
Dimentica.
Oggi hai visto il cane fedele
fuggire nei filari
senza voltarsi indietro ad attenderti.

Poi cadranno le tenebre
e il giorno non sarà mai stato.

Una finestra antica

Era nel sole.
Una finestra antica
tra i rami di pesco
in fiore,
avvolta nella brezza aurea
del mattino.

La finestra antica
della maestra d’infanzia,
di chi m’insegnava,
paziente,
le facili regole
della vita.

Ho rivisto le rincorse
gli affanni
gli addii
delle gare impossibili.
Ho rivisto la luce
di una finestra antica
che rischiarava,
dolcemente,
la piccola strada
della malinconia.

Suono di campane

Le mille campane
del sabato santo.
“Dai, pompa!
Dobbiamo lavarci
i peccati”.
Noi ragazzi
eravamo alla peschiera,
nei campi
gli aratri si fermavano.

Suoni accorati
del sabato santo.
La mamma stava là,
nel rosa dei peschi,
e mi tendeva le mani
per ricordarmi la gioia
che torna sempre
a primavera,
portata dal vento
su soffici ali di rondini.

Lassù
nel riverbero delle nuvole

Sono tornato
sul sentiero dei sogni
a cercare il mio cuore
perduto una sera,
nell’ultimo raggio di sole,
lassù, tra le case di tufo.

Ho camminato sull’antica erba
accarezzata dal profumo di verbene,
a passi lievi,
ricordando le attese
di una soffice treccia nera,
nel silente tramonto di un’estate.

Sono tornato
a riprendere il mio cuore
per completare la vita,
ma non l’ho trovato.

Lassù,
nel chiaro riverbero delle nuvole,
la mia gioventù è scomparsa
per sempre,
tra i respiri accorati dei ricordi.

Nove luci

Nove luci sulla costa.
Fermati un poco,
riposa.
La campagna è muta
dentro un cielo
che non piange paura;
dimentica il buio sulla costa
e non tremare.
Adesso non fa freddo.

Da una stella
di San Lorenzo
scende il silenzio.
Ricorda.

1999


A mia Madre

Mi chiamano per nome,
nel buio,
so che sei tu
che aneli a questo pellegrino
della steppa siberiana.
Piango nella notte,
sento che mi pensi,
lassù nel tuo letto di spine,
aggrappata al filo incorruttibile
dell’amore;
e quando mi vedrai
farai finta di nulla.
Come ai bei tempi andati
quando, dopo silenzi di anni,
mi dicevi: “Sto bene, sai,
non ho paura del buio,
conosco ogni suo mistero”.

C’è tremore,
adesso,
nella mia mano,
sento vicino il tuo richiamo
e mi asciugo una lacrima
che proprio vuol sgorgare.

Là, nel bianco dei mandorli

Poi venne il tempo del riposo
e nell’aria grida di uccelli liberi
e negli occhi luce di colori forti.

Tu, donna del sale, camminavi
sui sentieri dei tuoi padri e portavi
nel cuore il profumo degli aranci
e nelle vene il calore del sole.

Intorno ti stormivano gli ulivi:
- Dio, là, non era mai morto! -
e, tu, respiravi il profumo della tua terra.

Nel monte saliva la tua gente
coi cavalli fieri di gualdrappe di raso,
tessute con mani di madri dal grande silenzio.

E là, dentro il bianco dei mandorli,
io ti vidi, sola, a guardare le saline.

Verrà la notte

Verrà la notte
e porterà nel vento
il gelo attonito
dei ricordi.
Noi staremo nel buio
ad ascoltare l’ultimo
canto del gallo
nelle stoppie bruciate
dai sorrisi.
E le nostre mani
coglieranno
silenzi turchini d’infinito.

Come in un blues

Come
in un
blues
canterò
per te
l’impossibile
piangendo
la mia
salvezza.
Non
ascoltare
il vuoto
degli abissi,
le campane
fuggono
i lupi.

Quassù, nel verde bruciato

Quassù,
nel verde bruciato
dai ricordi,
un filo d’edera resta
aggrappato alla chiesa.

Silenzio.
Ascolto i rintocchi del cuore.

Ricordo un uomo
che mi parlava
di antichi padri
nella lingua amica:
le sue mani erano
di terra.
Ricordo un giovane
dai riccioli d’oro,
la bici incollata
sui tornanti erbosi
per giungere sul piano
a discorrere con le anime.
Ed era bello vederlo,
nel vento,
scendere a precipizio
nel vallone.

Quassù,
nell’erba bruciata
dal tempo,
le ore aspettano mute.

Dopo il tramonto

Qui,
sospeso nell’urlo
azzurro
dei dirupi,
colgo
il sapore acerbo
della mia anima
e canto
l’inquieto abbandono
di una poiana
nell’arida ombra
del silenzio.

La luna afferra
il mio vuoto.

Nel vento

Qui,
nel vento,
a contare le luci
rimaste sospese
sul filo incerto
della costa.

Al freddo,
ad ascoltare l’abbaiare
di un cane
che mi ricorda
l’indifferente andare
della luna.

Poi guarderò le stelle
e griderò nel buio
la mia canzone
d’infinito.

Fuggire, dove ?

Che ci sto a fare
quassù,
dove i lupi mordono
i fili spinati dell’anima.
Che ci sto a fare,
se anche la mia anima
ha smesso ormai
di pregare
e io ascolto nel buio
l’urlo dello sciacallo
che strappa,
inascoltato,
le mie carni nude.

Verrà l'inverno

Verrà l’inverno
e spegnerà i canti
delle allodole
nel bosco libero
delle betulle.
Verrà il bianco respiro
delle albe,
io ascolterò
il silenzio gelido
dei lupi,
senza il soffio soffice
dell’addio.

Grido di anima
che cerca invano
un’eco di grazia.

Tra le pietraie

Urla
la mia
anima,
accarezza
i palpiti
del vento,
canta
la sofferenza.
Tra
le pietraie
del firmamento
fioriscono
gli anemoni.

2001


È l'alba

Un anno è passato.

Voci che urlano
ricordi di amici
arrivati lassù
senza voltarsi
a dire addio.

Ululo di cane nel vuoto.

Ascolto nel buio
il fischio del treno
che si perde
tra colline di fumo
e guardo avido
tra gli specchi
il biondo frusciante
delle canne.
E’ l’alba.
Nell’azzurro mite
le voci urlano
notti libere di compagnia.

Il giorno si è tinto di viola

Vai
cammina
urla.
Hai tempo per riposare.
Ora ascolta,
in silenzio,
il sussurro del vento.
Il cielo è vuoto,
il tempo ristagna nel sole,
la campana è muta.
Battono all’improvviso
le ore dell’addio,
ma tu resta ancora
un poco a discorrere
con le anime,
sottovoce.

Il giorno si è tinto di viola.

Il sospiro profondo del mare

Si discorreva nelle notti azzurre
di anime e di cuori
con lo stesso impeto
dei giochi del giorno.
Si recitava a soggetto,
prendendo spunto dai sorrisi
carpiti tra i rasoi del barbiere
a metà costa del paese,
e si cantavano le filastrocche
dell’esule che ritorna
ammucchiati sui sassi di roccia
carichi di storie antiche,
con gli occhi immobili
sull’ultima stella del carro.

Adesso si cerca l’infinito
nel parlare sommesso dei fantasmi
guardando il chinarsi ombroso
dei pini nel vento,
e la voce della notte
ci parla di coraggio
senza conoscere la fine.
E’ un lontano sussurro di luna
che ci riporta a ricordare
il sospiro profondo del mare.

In una sera qualunque d'inverno

Guardo il fuoco
che graffia
un silenzio bianco
di bufera.
Ascolto ululi lontani
di lupi affamati
che mordono la terra
arida di galaverne
e ignoro le ombre
delle filastrocche
aggrappate alle pareti
dei ricordi.

Ormai è notte
e nel vallone rintrona
il buio grido
dello sparviero.

Là,
dove canta l'allodola a primavera

Ricordi, amico,
la sorgente delle anguille,
là, dove l’ansa
rompe il monte?
Si rotolava, allora,
dalle colline polverose
con le mitiche due ruote
a gomma piena,
e si veniva qui,
a porgere l’orecchio
al gorgoglìo accecante
delle acque opulente.

Ricordi ancora?

Adesso siamo qui,
sdraiati sulla ghiaia rovente
ad ascoltare trepidanti
l’attimo fuggente
di un grido di gabbiano,
che ci porta lontano
sulle ali della notte,
là, dove canta l’allodola
a primavera.

Prima del buio

Raggio di tramonto
che sfiora
il vago errare
di un’anima.

Tremito di ali.

Dai querceti
sfumati nei valloni
il vento trasporta
un grido azzurro
di gabbiano.

Terra antica

E’ trascorso
l’attimo del giorno
nel rosso inquieto
del tramonto
e tu accogli
in silenzio
il grido disperato
dei corvi nei campi,
prima di fuggire
sulle ali dell’airone
avvolta nel morbido mantello
della notte azzurra.
Ascolti, trepida,
il quieto sussurro delle stelle
che si confonde
con il respiro inarrestabile
delle pallide ore,
e guardi furtiva gli olmi
inghirlandati di luna.
Ma il gallo non canta
nelle stoppie bruciate
e il treno fischia nel buio.

L’alba è lontana.

Ma è già sera
(in morte di un amico)

Poi ci sarà
solitudine di stelle
intorno.

La tua assenza vive
al di là degli occhi
di morte,
e io non grido
la paura dell’addio.
Avrò il tuo respiro,
avrò il mio riposo
aspettando in silenzio
il canto accorato
del pettirosso
nel canneto.

Ma è già sera.

Un po' come morire quietamente

Luce aspra nella mia mano,
quando le voci antiche si confondono
con la brezza saporosa della dimenticanza.

Non cantano nel buio i grilli:
il tempo infinito delle illusioni
è morto in questa notte stregata.

Notte delle luci dischiuse,
con le voci smorte
di incessanti dubbi.
Notte delle anime raminghe,
palpitanti di sogni inquieti.

Un po’ come morire quietamente.

Il viandante

Raggiunsi un viandante,
lui mi guardò di sfuggita:
aveva il viso di luce.
Andai avanti con lui nel cammino,
poi gli parlai:
“Che c’è nel tuo sacco, viandante”
dissi. “Sembra vuoto, eppure
fai fatica a portarlo”.
Lui mi guardò sorpreso:
aveva la luce negli occhi.
“Illusioni” disse infine sorridendomi.
“Illusioni?” dissi incredulo,
e affrettai il passo per stargli al fianco.
“Sì” affermò con dolcezza,
“il mio sacco porta soltanto illusioni”.
Gli guardai le spalle: erano curve
sotto il peso del sacco.

***

Camminammo ancora
e questa volta in silenzio.
Alla fine lui disse:
“Laggiù c’è”. Non disse altro.
“Cosa, viandante?”.
“L’amore, amico” spiegò.
“L’amore che mi aspetta.
L’amore che aspetta il sacco”.
Affrettò il passo,
andò avanti da solo,
il vento stormiva tra i rami.

2003


Nomi infiniti di Dio

Nomi infiniti di Dio:
tabacco, alcol, droga, vacanze, viaggi,
amore, delitti, studio, politica, economia,
finanza, eccetera eccetera.

Dio nelle chiese sta calando vertiginosamente:
pensare che a guardarli,
quelli nei banchi davanti agli altari,
sembrano i soli che nulla hanno a che fare
con quei nomi detti più su.

Dio è sempre stato un rebus, un mistero.
Non lo è mai stato nel cuore di noi giovani:
Lui bussava ed entrava in noi senza fatica.

Adesso guardo e dico a me stesso:
che siano tutti giovani quei vecchi
che stanno su quei banchi davanti agli altari?

Cogliere l’attimo della vita
anche nel caos della vita stessa:
Dio è lì.

Ancora un pensiero mi assale:
e già, altroché che mi assale!
Guardo dal fondo della navata e penso:
che Lo veda meglio degli altri
quell’ uomo tracagnotto e breve
che guarda fisso lassù con fare dimesso?

Anche lì è mistero,
e Dio è dentro il mistero.

Sul lago

Perché queste onde di lago nel vento,
con la luce del sole che smuore sul monte.

Bisbigli e pance all’aria,
nel silenzio graffiante di uno zufolo
schizzato da chissà dove.
E perché?

C’è il grande silenzio delle carni
annerite dall’aria immobile.
Indorano le cime degli ulivi,
come canto lontano d’aquila
affogata nel ghiacciaio.

Un passo lieve di ninfa,
una leggera brezza tra i pini:
adesso.
Mosse ilari carpiscono
l’ultimo raggio nel crepaccio spaccato.

Tenui monti sul lago senza vele.
Rumore di onde senza fine.
Ali spezzate di airone tra felci bruciate.

Sembra tutto a posto;
anche il mio canto che raschia di urlo gutturale,
nel silenzio.

Nell’assillante fruscìo di ginestre,
una lunga striscia grigia.

Tenebra.

Cos'è poi sta soluzione ?

Cos’è poi sta soluzione?
E di che?

Certo, è di pochi farsi una tal domanda:
troppa sofferenza, troppi dubbi,
troppe domande e risposte insolute.

E anche quando si dice:
tanto dove si arriva?
E’ sempre la stessa solfa:
vince il più forte, il più spietato,
il più cinico; e poi, chi ha più soldi,
eccetera eccetera eccetera.
Ebbene, anche quando si dice così,
non si arriva a nessuna soluzione.

Ma allora, dove sta la soluzione?
E che cos’è?

Ho pensato così appena ho aperto gli occhi,
stamattina.
E che cosa ho dedotto?

Nulla, naturalmente.

Non ho saputo darmi una sola risposta,
una rispostina qualunque:
pensare che ne avevo una voglia matta
di darmi una bella risposta coi fiocchi;
e anche di averla una bella risposta coi fiocchi.

Allora ho cercato di non torturarmi più di tanto
e di non pensarci più tanto su.

Leggerò il giornale e ce l’avrò,
sta benedetta risposta.
Così mi son detto di sfuggita,
poi mi sono stirato ben bene
e mi sono lavato i denti con il dentifricio YX,
quello con il fluoro che sa di fiori di campo.

Ho letto il giornale.

Nulla!
Merda!

***

Così mi sono messo davanti allo schermo bianco
del computer livido di vuoto,
e ho pensato alla soluzione da solo,
sfacciatamente, con il morale che toccava le suole.

E la risposta venne, netta e convincente.

“Disprezza tutti e tutto, fai come se tu fossi
l’unico abitante dell’universo. E ancora: fai tutto
il contrario di ciò che ti è stato insegnato
nell’infanzia e nella gioventù”.

Semplice, logico, socratico: no!;
e mi sono messo a ridere.
La rivoluzione era appena iniziata.

Ma l’equilibrio?
Ce l’avrai poi l’equilibrio per vivere solo
e mettere in pratica tutto questo miracolo
che vince il tempo e la materia umana?

Risi.

Arriva fino in fondo, eroe!
Toccalo sto fondo.
Vivilo sto fondo.
Sprofondaci dentro questo fondo.

E poi?

Poi ricomincia daccapo.
Logico, no?

A Bukowski (1)

C’era, ma è morto.
Peccato!
Anche perché in fondo non era poi così
tanto vecchio: potrebbe ancora esserci.

Ma è morto!

E’ sempre stato uno come vorrei essere io:
ce la sto mettendo tutta per diventarlo.

Dio come ha sofferto!
Quanto ha sofferto!
Perché, anche quando lui scriveva ‘porcherie’,
porcherie non lo erano assolutamente.

Però c’è riuscito: alla fine tutti lo hanno acclamato
scrittore e poeta.

Bravo lo era ancora prima di essere acclamato.
Bravo lo è ancora adesso, perché sempre attuale.
Bravo lo sarà sempre: mi ci gioco la testa!
Però scrive in un modo che non so come
i lettori cosiddetti “esperti” lo abbiano capito e riverito.
Come abbiano potuto metterlo in pista!

Questo almeno qui da noi.

Per una cerchia di lettori esperti,
beh: è grande!
Scrittore e poeta inverosimilmente grande.

Bravo, l’artista.
Bravi, i lettori.

Ma adesso, basta!

Lui è stato, è, sarà: per sempre.
Grande scrittore e poeta, lui;
grandi lettori coloro che lo leggono
e lo amano e lo capiscono.

E’ così!
Giuro che è così!

Questa è la vita stessa

“Dio mio, aiutami a morire con dignità!”.

Ecco, è fatta!
L’ho detto, finalmente.

Così lo dico,
ed è il mio cuore che lo dice:
il mio cuore è cosa onesta e chiara
perché tutto vide e visse.

Se così lui adesso dice
(solo adesso!),
è perché prima non era pronto.
Vedete, per essere pronti a dire:
“Dio, Dio mio, la morte che cos’è in fondo?”,
bisogna avere una gran voglia di dirlo.

Direi che dire queste cose ci vuole
una gran bella dose di coraggio.
Via, diciamocelo ben chiaro:
al giorno d’oggi, di quella cosa detta sopra,
al nostro cuore proprio non importa nulla.

Vedete, è già tanto facile morire,
al giorno d’oggi,
e quando si sta per morire
non se ne ha poi tanta voglia
di pensare come si deve morire.

E la ragione è una, solo una:
di morire non se ne ha mai voglia!

Così, dire: - morire con dignità –
è conoscere fino in fondo se stessi.
Fino in fondo e già in anticipo,
prima del grande evento.

E’ cercare di vivere il tempo che resta
con la certezza che la vita ha un suo
valore che è fuori discussione.

La morte non spaventa mai,
e l’attesa non è vana.
Questa è la vita stessa.
Questa è tutta la vita stessa.

Forse…

Forse era nell’aria,
o forse negli scritti ingialliti delle galassie.
Ma meglio ancora forse è: un canto di pazzia
che tormenta l’andare a sghimbescio nei fossi.

Comunque, sia quel che sia,
sta di fatto che io nella vita non feci nulla.

Nulla: avete capito bene.

Oh, il mondo laborioso che fece!
“Io lavorai nei campi,
io alla fabbrica della plastica,
io in quella dei tondini
per le armature cementizie.
Dodici ore al giorno
(s’intende, con gli straordinari!):
un martirio nelle ossa e poche lire a casa”.

Così, sempre così!

Io, invece, cosa feci?
Nei campi non andai;
alla fabbrica della plastica non andai;
in quella dei tondini neppure

Allora, cosa feci io?
Io guardai per tutta la vita
soltanto gli occhi della gente.
Null’altro!
Forse un po’ poco,
certo assolutamente poco se si affronta
la questione (delicata) della sopravvivenza.
In più, adesso, mi sono quasi stancato
di guardare tutti gli occhi:
sarà che adesso ci vedo troppo freddo
di caverna, umido e malsano.

Al di là delle vette eccelse restano gli occhi
del cane amico senza lacrime.
E il mio andare è un andare affranto
verso un cielo neutro che non ha amore.
Tu, cane amico, resta comunque ancora un poco
ad aspettarmi: sai – a te solo lo dico -,
tu solo puoi ancora insegnarmi quella via sottile,
dove l’amore va.

Forse nel cielo le stelle brillano pallide.
Forse.

Che Dio eri ?

Credi ancora di essere Dio?
Veramente ti sei sempre creduto tale:
confessalo (ma è proprio il caso di confessarlo?).

Te ne andavi nell’aria, gelida o torrida che fosse,
e catturavi tutti gli strilli del mondo con avidità:
eri Dio!

Catturavi, ascoltavi, rapivi, strillavi come un matto
la tua umiltà verso tutti e tutto: finto dio da strapazzo
che non eri altro!
Un fantoccio che rideva: io sono in cielo, in terra
e nell’aria. Sono Dio!

Capivi qualcosa? Ne dubito.
Tu non capivi neppure il volare della foglia
nella brezza dell’alba: che dio eri?

Ci vuole una vita intera per capire un’ombra
di sfumatura: dov’è l’eco della fiaba lontana?

Vai!

Eppure è qualcosa che ti mangia il fegato
e tutto il resto.
Qualcosa che ti trapana le ossa:
perfino il sangue ti beve.
Sei praticamente folle e lo sai tu solo.
Sei l’uomo che non fu mai:
niente fegato, niente ossa, niente sangue.

Speri forse, così, di rimetterti a camminare?
Sei un disperato ottimista, amico caro!
Nessuna maschera nuova! Nessuna promessa
che non vedrà mai il sole!
Ti manca tutto , mon ami, anche l’affetto del cane.
Vai menestrello dei tempi ridenti.

Vai!

Quel sorriso

Passavo,
lui ci dava dentro nel tubo del sax.
Aveva estro.
Restai ad ascoltarlo fino alla fine del blues.
Feci dieci passi per allontanarmi:
lui sedeva sul pavimento senza scarpe,
e a lato, sulla sinistra, teneva un cartello
scritto a mano, a grandi lettere.
Ben scritto.
“Aiutatemi. Ne ho proprio bisogno.
Anche una piccola moneta mi fa comodo”.

Io feci dieci passi poi mi fermai
dietro una colonna.
Lui continuò a darci dentro nel tubo del sax.
“Se non gliela do, la moneta,
poi me ne andrò battendomi il petto” mi dissi.
“Vigliacco che non sono altro!
Cosa mi costa, infine?
E’ una piccola moneta che mi chiede.
Senti come suona, quel dio!”.

Devo confessare che la voglia di andare via,
per il solo gusto di battermi il petto ipocritamente,
era cocente.
“Il primo che incontro e mi chiede la moneta,
giuro che gliela do, cascasse il mondo!”.
Fui lì lì per andarmene: il piede destro alzato,
lo stacco dalla colonna, i pensieri già altrove.

Poi mi decisi.
Tirai fuori la moneta e la depositai nella scatola
di cartone, di fianco al suonatore di sax.
Ce l’avevo fatta!
E quel suo sorriso mi ripagò di mille mie monete.

Nel buio, un respiro appena

Oh, la leggerezza del cuore!

Andai a comprare le tele e corsi a portargliele.
Il mio amico pittore stava lì, nel suo antro umido:
stufa accesa anche d’estate
e tutt’attorno ricordi dipinti di un passato lontano.
Stava abbracciato alla stufa:
occhialini neri, magro come un chiodo, cane accucciato vicino.
Pensava nel buio e davanti aveva una tela appena finita.

Presi la tela e la portai alla finestra:
‘Madonna con Bambino’, nulla di Masaccio e di Ercole de’ Roberti.

“Non mi è riuscita” disse. “Oggi non sono innamorato”.

Lo guardai: novantenne, tutto pelle e ossa.

“Tu non puoi capire”, disse ancora, “ma io sono sempre innamorato.
Vedi, l’amore, quello degli altri, finisce sempre.
Sempre!
Il mio: mai! E sai perché? Perché ogni dipinto che faccio
è un mio atto d’amore: e io dipingo tutti i giorni!”.

Si fermò: gli occhialini sopra la fronte e gli occhi vaghi
che mi scrutavano nel buio.
Finì: ”Oggi non sono proprio innamorato!”.

Andai a posare in silenzio la Madonna sopra il cavalletto:
uno schienale di sedia rovesciata e una scatola di latta come base.

Nel buio, un respiro appena.

A Bukowski (2)

A questo punto mi fermo:
qui scorre l’immortalità dell’uomo.
Cos’è la letteratura, per favore?

Leggo i racconti di un dio (blasfemo!)
e mi batto il petto: dove sono quei mille
racconti cosiddetti ‘grandi’,
letti riletti adorati?

Certo che mi hanno insegnato qualcosa!
Anche a scrivere, anche ad amare:
erano i racconti dei “Grandi”!.

Questi, però: una spanna sopra!

E la ragione è semplice
come il fuoco che brucia.
Questi, di questo dio (blasfemo!),
mi insegnano anche a morire.

Grazie, per questo: dio che capisci.

2005


Il sole è ancora alto
sugli altipiani

Io ci sarò.
Ramingo, tra sterpi polverosi
e passi radenti che non
hanno ritmo di presenza.
Io sarò lì
a contare tutti i passi inutili.

Ma l’uomo vince la morte.

Io ci sarò
a vincere il ronzio
delle mosche negli occhi.
Quando gli urli incapaci
resteranno muti
nell’arcipelago azzurro
degli inganni.

Lì, seduto sulla cenere azzurra,
io ascolterò il corvo
parlarmi di cose lontane.

Il sole è ancora alto sugli altipiani.

Perché non ci sono
papaveri in cielo ?

Inganni e grancasse:
ma tu fermati,
poeta!
Canta la rugiada
nell’ultimo grido
di corvo,
grida al mondo:
“Perché non ci sono
papaveri in cielo?”.
Il filo d’erba
ti ha aspettato
prima di morire,
il grano è tutto
maturo.
Canta allora
le spighe nella luce;
canta le lucciole
partite.

Perdizione

Terribile è l’attimo!
Davanti, il foglio bianco;
fuori, la folla delle immagini
sbiadite.
Quale capolavoro vuoi scrivere?
Non senti il vento
che sfiora il deserto
della tua anima?

La commedia finge

Se non mi aggrappo ai chiodi
muoio.
Le mie lacrime bagnano
polveri di deserto,
il mio vuoto tradisce
occhi sbarrati di cavalli.
La commedia finge.

Immutabilità:
certezza di pazzia
sterpaglie
echi di sorrisi graffiati
abbracci nei melograni.

L’aria è lilla,
vola un pettirosso.

I miei urli non tradiscono
le certezze,
la terra copre fiati smarriti.

Grido una preghiera.

Così
era l'autunno

“Fine del sole” dicevano l’uno all’altro.
Erano i corvi:
l’uno di fronte all’altro,
l’uno a scrutare l’altro,
l’uno a bere la nebbia con l’altro.
Il cielo era la terra,
gli alberi erano i pali dei filari,
i sussurri erano l’autunno di pietra.

***

Io stavo lì a respirare il buio.
E i miei passi sapevano di uva appassita,
la mia bocca gridava gli enigmi dell’odio.
Io stavo lì a respirare la mia anima,
e la mia anima ascoltava
il muto discorrere dei corvi.

***

Così era l’autunno.

Il vecchio

“E’ perché tutto il mondo
approfitta delle disattenzioni”.
Era un vecchio con il viso
di mela bruciacchiata.
Battè il bastone sul terrapieno.
“Anche le donne approfittano!
Anche Lillì!
Sì, mi amava – diceva.
Alla follia! – diceva”.
Si fermò a guardare lontano
(ma lontano c’era soltanto
il buio della notte).
“Sai cosa mi ha salvato?
La fantasia” disse sottovoce.
“La fantasia...”.

Sì, lo ascoltavo,
ma già lo vedevo dissolversi
piano piano.
Come nuvola sbattuta
sulle pareti del vento.

Due cani

Il silenzio del cielo
nell’azzurro dei sogni.

Loro mi aspettavano lassù
sul piazzale franoso.
Il vento gridava la neve gelata,
il suo fischio assente restava
attonito nei canaloni chiaroscuri.

Loro mi aspettavano
dietro la grande quercia,
un po’ discosta dal portone
cigolante del bar.
Uno era piccolo e curioso,
un incrocio di bracco e
foxhound,
l’altro, grande e furtivo,
era un classico pastore
tedesco.
La nebbia li avvolgeva
e c’era una coda che faceva festa,
c’erano occhi tristi
che mi schizzavano in faccia.

Le loro ombre sapevano di cielo.

Notturno N° 1

Ti prego:
dipingi questo dolore
che frantuma l’attesa.
Non ho scampo.
Non c’è quiete
nel grano maturo,
le mie lacrime non svelano
il mio viso:
io non mi conosco.

Ti prego:
abbi pietà del mio correre
su lapidi storte.

Domine quo vadis?

Notturno N° 2

Ti prego:
dammi la Tua fantasia,
io soffro la Tua misericordia,
soffro la Tua assenza
come sorriso di bimbo
perduto nel tempo
del suo crescere.

Cosa ti costa dipingere
la mia sofferenza pazza
quando colgo il Tuo respiro
nei vortici delle tempeste.

Io ti imploro l’attimo
che ruba la mia anima
girovaga.
Non ti è difficile
dipingere quell’attimo.

Domine quo vadis?

Notturno N° 5

Ti imploro!
Dipingi l’ombra
dei miei peccati
che non ebbero pietà
degli inutili sorrisi.
Conosci la mia compassione
di esistere,
già le mie spoglie
hanno l’odore del mio passato.
Guardami, ti prego!
Voglio tutti gli urli della quiete,
voglio il Tuo furore d’amore.
Come potrei vivere
senza il Tuo fiato?
Vorrei dipingere il Tuo sorriso,
ma non so dipingere.
Tu cosa aspetti a prendere
la mia anima?

Domine quo vadis?

L’urlo

Cristo, che dipingi la pazzia
della mia rabbia:
quale rabbia d’amore!

Passerò sulle acque del tempo,
urlerò una goccia soltanto
per spegnere la mia sete ingorda:
dov’è la pietà che ristora?
Voglio la rabbia che divora
il mio cuore senza vergogna.
Voglio quella Croce che stritola
le mie paure.

Cristo, dammi l’assoluzione!
Tu, che tocchi i gemiti
dei germogli fioriti
e gridi tra gli alberi
la pazzia del vento.
T’imploro!

Raccogli nel Tuo pugno
il tormento del tempo
che sfiora le tenere cortecce,
prestami l’attimo della madre
che dà la vita.

Voglio la Verità!

Rivesti gli ignudi nel gelo,
Tu che gridasti nell’azzurro:
“Amami, e spegnerò la tua sete!”.
E’ questo il mio Calvario?
Dov’è la polvere
che divora le mie paure!
Troppo tempo è trascorso
sulle mie nudità.

Ti prego,
fratello dagli occhi pallidi:
dammi il Tuo percorso di sangue!

La tua presenza resta

Colori,
attimi di nuvole
sfiorano la tua bellezza
nella luce lontana
del tramonto.
Amo il tuo fascino
immaturo
che sa di indaco
stemprato
nell’ampio scenario
del roseto.
Ci sarà infine un grido
di colori
che non teme l’inganno.

La tua presenza resta.

2008


Vai per la tua strada

Vai per la tua strada,
le pietre in tasca.
La notte non ha ombre,
una sigaretta brucia
nell’umido dei rumori.

No, non urlerò parole
di polvere,
resto nel grande fuoco
della tua anima,
recito una filastrocca
sfilacciata
che sa di lunga brezza
di furore.

Vai per la tua strada,
le pietre in tasca,
lanciale lontano
finché è buio.

Sul filo dell’orizzonte,
una stella.

I passeri raccontano

Un volo,
una voce turchina
di tramonto,
un attimo rabbrividente
di spine.
La morte non ha ancora
tempo
di chiudere i battenti
in faccia alle stelle,
i passeri raccontano
occhi di tenebre
nei fragori.

Forse raccontano
colori.

Millenni di passi

Millenni di passi
logori.
Vaghe lucciole
sfiorano spighe
mature,
io guardo lassù,
nel caos del cielo,
e vedo l’airone
danzare
nei riflessi di una
luna banale,
come nuvola di
anima inquieta.

Brividi di un’
incognita.

Segreto

Alba,
rarefatto universo
di segreti,
ferite di cielo.
Una storia:
un uomo e un gatto
si raccontano
passi perduti
sui tetti.

Ancora un attimo
di buio,
forse il soffio
di un respiro,
poi…
maschere di
chiaroscuri.

Dita dimenticate
graffiano il sole.

Attesa

Tramonto,
brezza di profumi
nel rossore dei ghiacciai.

Forse i miei occhi…

Le rondini in volo
chiedono pietà
per le mie mani
pallide di riverberi
di suoni.

Attesa nel ronzìo
di un’ape.

Biancore di alghe

Biancore di alghe.

Le tue mani
graffiano
ombre della notte
come gocce
di rugiada smarrita,
io resto nel gemito
della nebbia
perduto nella fame
di stelle.
Vorrei il coraggio
del tuo cuore
in questo ignoto
discorrere di luna.

Ma il silenzio
afferra
il mio sogno.

Ascolto

Ascolto il vento
non sazio di pianure,
ascolto il mio vuoto,
qui,
davanti a questa parete
di parole scritte e vuote.
Ascolto il mio non essere,
la mia superbia,
la mia vanità,
il mio distacco,
la mia lontananza,
le mie risa sardoniche
di durezza,
di pochezza,
di boria,
di uomo del nulla…
e vorrei!
Vorrei le tue carezze,
i tuoi baci,
le tue paure,
la tua fame d’amore,
il tuo respingermi,
il tuo volermi,
il tuo morire
e il mio morire…

Momenti

Momenti urlanti,
brividi,
corpi,
silenzi…
Momenti di carne
sanguinante,
labbra di fantasia
affamate di respiri,
passi senza confini.
Ceneri.

Momenti.

Insaziabilità

Il mio tempo
di ferite e di pietre
crocifisse nelle mie carni.
Grido
la tua selvaggia luce
sull’inferno di gioia
della mia follia
e raccolgo stille di rugiada
nella tua compassione
di labbra di bufera.
Bevo
la tua armonia di fragore
di cipresso.

Insaziabilità.

L’albero

Sta nel vapore dei cori
notturni.

L’albero,
le dita di cenere,
placa rincorse di colline
sfiorate da arpeggi
di lucciole,
il suo respiro
insegue follie di rami.
Nell’intrico delle felci
geme un ronzìo di api.

Il cielo ascolta.

Forse un canto

Sì,
in questo attimo di luce
io l’afferro!

Forse è un respiro,
un grido di passero,
un soffio di sole,
il passo del mio pensiero,
la lontananza,
il dolore di un cavallo…

Forse è il tuo nome
in questa estasi di mattino:
io canto.

I miei occhi

Ronzìo di api
nel sempreverde
del mezzogiorno:
i miei occhi.

I miei occhi
hanno il sapore
dei lunghi silenzi
degli alberi.

Infinite ironie
di canzoni di cavalli
sanguinanti:
i miei occhi
fuggono
nell’infinito di pietre.

Quiete,
nel fragore di ali.

2009


Il mare ascolta

Segreto,
tu mi tendi
le braccia
prima di correre
nel sole.
Attimo
di un sussurro
tra le palme.
Vivo la fuga
di un sorriso
nell’eco
del tempo,
resto nel vento.

Il mare ascolta.

L’impossibile istante

Il respiro
di un battito
d’ali,
l’eco
del pallido
rossore
di una voce,
tramonto.
Nell’impossibile
istante
del tuono,
un canto resta.

Desiderio

Correre
nella luce rapace
del sole.
Un rumore
di foglie staccate,
un grido spezzato
di rondine:
la rugiada
sfiora
abissi di carezze.

Desiderio.

Eco di sogni

Lassù,
nelle macchie vaganti,
la luna penetra
il caos dei sogni.
Vagabondaggi.
Laggiù,
un mormorio di luci
accarezza la profondità.
Tutto tace.
Resta l’immenso stupore
delle palme,
e il grido della luna
è eco di sogni in cammino.

L’infinito chiama

Un grido:
cielo,
palme,
silenzio.
Mani
colgono
ombre
di riflessi
di onde.

L’infinito
chiama.

Qualcosa resta

Schizzi,
fili di fumo,
fantasie.
Non c’è pace
nel dissolversi
delle nuvole,
le sorprese sono
echi di bicchieri
vuoti.
Vado nel fischio
della notte,
colgo il fiato
di Dio,
e la stretta
di mano
è una fuga
nel cammino
del vento.

Foglie nella bufera:
qualcosa resta…

Lassù, qualcosa non muore

Una carezza,
un pianto
su melograni sconosciuti.
Mani rapiscono
fiati di giovinezza.
Poi,
una risata appena.
Tornare a casa
con la fame nell’anima,
la luna corre lontano.

Lassù,
qualcosa non muore.

Zufolo di luna

Immensità,
nuvole,
notturni.
Offerta di anima
nella magìa
del tempo:
una luce
va e torna.
Follia

In cielo,
uno zufolo di luna.

Il sole attende

Buio
luce
battiti di ali
spezzate:
nell’azzurro,
un cielo impossibile.
Vivo
l’invisibile follia
di una sabbia rovente,
i miei occhi
urlano
la grande fuga.

Il sole attende.

Farfalle raccontano

Onde,
echi,
fughe
nel vuoto.
La follia
ha
occhi
di pianto,
un soffio
resta.

Farfalle
raccontano.


Materiale
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