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La doppia morte di Quincas l’Acquaiolo

 

L’impossibile.
Ognuno si preoccupi del proprio funerale,//non c’è niente di impossibile
Quincas l’Acquaiolo è arrivato a gridare così, nel rumore impetuoso della tempesta, dopo essersi gettato in mare dal peschereccio di Capitan Miguel e aver gridato, con tutta la forza della sua convinzione – inattaccabile, inconfondibile, impossibile -: Mi seppellisco quando voglio//All’ora che mi pare.//Potete metter via la bara//Per una migliore occasione.//Non mi lascerò rinchiudere//In un buco sottoterra.

Così finisce, per la seconda volta, la vita di Quincas l’Acquaiolo, nato Joaquin Soares da Cunha.
Seconda o prima morte? La risposta non viene. A meno che… già, a meno che non si vada dentro quella tempesta di fatti, di dubbi, di contraddizioni e di dettagli assurdi… sì, non si vada dentro quella tempesta che con la sua caotica confusionedà una risposta “impossibile” eppur vera.
Dà una risposta. La risposta. La soluzione.

Non è facile avere una risposta che riveli in pieno le parole dell’estrema preghiera di Quincas, gridata nell’attimo supremo e finale prima del suo gettarsi in mare. Dunque ci vuole un fatto, un incontro tra esseri umani, supremo e impossibile, che riveli, spieghi, dissolva e coinvolga con il parlare dell’uno con l’altro tutta quanta l’umanità.
Tutta quanta l’umanità: il cielo, la terra, il mare, l’impossibile totalità degli esseri umani riuniti insieme.
In quest’opera di Jorge Amado, titolo “La doppia morte di Quincas l’Acquaiolo”, la spiegazione dei fatti, degli accadimenti, dei comportamenti dei protagonisti, narrati e fatti vivere da Amado, si rivela chiara e convincente – chiara e convincente ma difficile da compenetrarla e accettarla fino in fondo -.Comunque la spiegazione avviene nel discorso che si fanno Quincas e sua moglie Otacilia in un cerchio imprecisato dell’universo astrale.
Loro si diranno cose prima mai dette e prima mai voluto dire. E neppure mai voluto ascoltare, per non sentirsi né disturbati né confusi né infastiditi.
Ma il luogo dove avviene il loro incontro è al di sopra di tutto l’universo terrestre e da lassù ogni cosa “impossibile” può essere detta e ascoltata.
Incomincia naturalmente Quincas e Otacilia ascolta con attenzione rivestita di curiosità. Di curiosità, e da qui è già un bel passo avanti nel rapporto tra i due.
“Anche da morto” incomincia Quincas. “Anche da morto la rispettabilità svergognata, vero Otacilia”.
La donna non risponde. Ma le sue labbra, sempre laggiù dure, serrate, affilate come due coltelli appena molati, hanno preso una curva dolce, quasi di sorriso benevolo.
Quincas prosegue: “La mia condotta malfamata, la mia irresponsabilità di ubriaco e di patriarca del meretricio”.
Ancora silenzio della donna.
“Il più grande bevitore di cachaça di Salvador… Il principe delle balere… Il pittoresco vagabondo, re di tutti i vagabondi di Bahia”.
Soltanto un fruscio di labbra appena accennato; di labbra non più dure, non più affilate e taglienti. Poi un sussurro, un dolce suono di voce appena: “Joaquin Soares da Cunha”.
Null’altro. Eppure già tanto. Senza nessun riso beffardo sulle gote. Un viso soave e accogliente. Amico.
“I cantastorie hanno cantato tutte le storie delle strade, della salita del Mercato, delle Fiere di Bahia, e in tutte le loro storie c’era lo zampino di Quincas l’Acquaiolo” dice Quincas.
“Di Joaquin Soares” corregge la dolce bocca di Otacilia.
Quincas resta di stucco, ma prosegue: “Tutte le vergogne, tutti i pettegolezzi, ogni rispetto buttato a mare, ogni decoro, ogni memoria di rispettabilità. Joaquin Soares era morto nelle grandi braccia dei compari di gioco, delle tenutarie delle case di meretricio, degli spacciatori di macomba…”.
“No, Joaquin, tu eri morto, sei stato morto, e sei risuscitato”.
“Nessuna predica, adesso”. Quincas è un po’ spazientito. “Qui dove siamo non ci sono pulpiti e non ci sono incensi che disperdono i diavoli. Qui non ci sono funzionari pubblici di imposte dirette, non ci sono passi misurati, barbe curate, cartelle lucide portate con discrezione sotto il braccio. Qui non ci sono voci pacate che parlano con rispetto di tempo atmosferico e di politica democratica, di parità sociale e di benessere per tutti”.
“Perché, Joaquin, insisti? Tu stesso hai appena detto che qui siamo in un mondo pulito e senza false ipocrisie. Perché insisti a ricordare cose che non hanno più storia. Joaquin, amico mio”. Così parla adesso Otacilia, e Quincas la guarda con grandi occhi di sorpresa. Poi però continua:”D’accordo! Ma per fare pulizia e parlare di pulizia nel mondo, bisogna pulire lo sporco parlando di sporco.
Non solo.

Bisogna anche capire il vero significato di sporco e come concepire lo sporco. Cara Otacilia, laggiù non è come qui. Laggiù, all’inizio, tutto appare facile, molto facile. Tutti ti dicono che è facile: è facile ubbidire, è facile comandare, è facile perdonare, è facile lavorare, studiare, inventare, riposare, colloquiare, selezionare, capire, andare d’accordo, assistere, divertirsi, fare arte, curarsi, vincere tutte le tentazioni, tutte le paure, tutte le difficoltà… è facile amare!
Bene, basta così!
Vedi, Otacilia, io sono morto avvolto in un lenzuolo nero di sporcizia, con una coperta sfilacciata sulle gambe e l’alluce del piede destro che spuntava dal buco della calza. Eppure io sorridevo. Sì, sorridevo, e posso dirti che nostra figlia Vanda era molto dispiaciuta del mio sorriso. Direi che lei era dispiaciuta tantissimo perché era lì, in quella stanza lurida che si affacciava sulla salita del Tabuao, con un padre morto che sorrideva nella morte. Ed era anche molto dispiaciuta, perché non vedeva l’ora di portarmi via di lì nel silenzio più assoluto, senza che nessuno sapesse, e traslocarmi nella nostra casa onorata, con tutti gli amici, i colleghi, la gente per bene intorno a far finta di essere addolorata.
A far finta, Otacilia!
Sì, perché almeno così tutto era sistemato: il corteo funebre con le macchine lucide e ben lustrate al seguito, la bara coi fregi dorati portata a spalla dagli amici, la bella orazione del prete, con i canti e le giaculatorie a scortarmi fino al cimitero…
Alla buca del cimitero, all’onorata buca del cimitero.
Tutto a posto. Dietro la bara, gli occhi lucidi di Vanda, Leonardo il marito, Marocas mia sorella, Eduardo mio fratello.
Tutto a posto!”.
“Joaquin, ti prego” dice Otacilia. “Tu vedi ormai la mia bocca che non ha più labbra dure e affilate; tu vedi i miei occhi che sono dolci e non accusano più, che non tramandano più il freddo e il terrore.
Tu mi vedi, Joaquin; tu mi vedi adesso, e sai. Tu adesso sai che sono diversa, e ti guardo in modo diverso e non ho più nel cuore la vanità di possedere ciò che ottenevo da te con l’uso del mio comportamento duro e severo… meschino, Joaquin!
Allora, ti prego…”.
Otacilia vorrebbe gridare, ma lassù dove si trovano il grido è vietato Quincas capisce tutto ciò che Otacilia vorrebbe dirgli, ma continua a parlare a modo suo. “Sì,” dice “ridevo, e Vanda s’infastidiva. Ridevo, perché lei mi aveva trovato tra gente non di classe, con i calzini rammendati, la camicia a brandelli, il panciotto bisunto, le mai sporche, il dito del piede destro che spuntava dal buco del calzino, il viso non rasato…
Sì, e devo dirti che mi dispiaceva un po’, devo ammetterlo! E devo anche dirti che mi dispiaceva di vedere Vanda che non piangeva e che sapevo il motivo dei suoi occhi senza lacrime. Sapevo che lei non piangeva, perché lei era lì con un morto poco presentabile, senza pudore e senza rispetto… con un morto da obitorio e buono solo per gli studenti di medicina… con un morto da fossa comune, senza croce e senza lapide.
Sì, Vanda non piangeva perché pensava a quel morto che da vivo era stato un uomo libertino e giocatore, senza famiglia, senza casa, senza amici; e aveva lasciato la famiglia – rispettabile! -, andando a vivere con le puttane e nelle bettole.
Ora lei era lì, in quella stamberga, e lì c’era il padre morto disteso su una branda lercia. Lei non trovava spiegazioni; lei non si dava pace che suo padre non era andato neppure al funerale della moglie…”.
“Qui, mi hai fatto tanto male, Joaquin” lo interrompe Otacilia, un po’ scura in viso.
Ma Quincas continua, anche se nel cuore nasconde un po’ di tristezza. Dice: “Quest’uomo non era pazzo: tutti i medici erano concordi; almeno non pazzo da manicomio. Però, ora che era morto lui non meritava neppure un fiore e neppure una preghiera.
Sì, d’accordo però. Adesso era vestito decentemente, quasi elegante, e aveva il suo bel certificato di morte redatto da un medico, e avrebbe avuto un funerale decoroso di fronte ai vicini, ai colleghi di Leonardo, alla sorella Marocas e al fratello Eduardo.
Si sarebbe perfino parlato di eredità lasciata dal morto ai parenti”.
Un attimo di pausa
“Quante cose si dovrebbero dire” dice Otacilia, approfittando di quell’attimo.
“Già!” fa Quincas un po’ rabbuiato. Poi continua come se niente fosse. Dice: “Frequentavo gente del Tabuao, plebaglia. Ero un’invenzione del demonio, un cattivo sogno, un incubo”. Quincas guarda Otacilia e lei non dice nulla. Però in lei non c’è più quell’espressione dura del viso che laggiù la rendeva insopportabile. Quincas continua: “Non ci sono spiegazioni… non possono essercene. E’ stato forse il destino? Direi proprio di no. Siamo noi il destino, cara Otacilia. Ognuno di noi. Con il nostro assoluto egoismo. Se non ci si vuole ascoltare; se non ci si vuole sottomettere all’assoluta volontà di far bene e di dare il bene, ognuno di noi è un assoluto carceriere! Nulla può essere accettato da un qualsiasi altro, anche se questo altro fosse tuo padre, tua madre, i tuoi figli, i tuoi fratelli, tua moglie e tuo marito.
Otacilia, questa è la mia spiegazione.
Io me ne sono andato via dalla mia casa, da te, da mia figlia, dai miei fratelli, da tutto il mio mondo voluto da voi, per togliermi di dosso l’aria infetta della carcerazione”.
“Adesso posso capirti” dice Otacilia con dolcezza, “ma se fossi ancora laggiù non so se capirei”.
“Va bene così, Otacilia” dice Quincas. “Io, comunque…, io, morto con Vanda davanti, non ho potuto fare a meno di ridere spassosamente; lei, così piena di vergogna per essere lì con me, in quella lurida stamberga. Abbi pazienza, Otacilia, proprio non ho potuto farne a meno, e non solo: non ho potuto fare a meno di dire ‘vipera’ a Vanda e ‘imbecille’ a suo marito Leonardo”.
“Stai tranquillo, Joaquin. Adesso stai tranquillo. Io adesso capisco!”.
“Sai che ti dico, Otacilia? Non sono riuscito neppure a trattenermi dal ridere in faccia al dottorino che ha redatto il mio certificato di morte. E sai quando? Quando lui ha sussurrato tra sé: faccia da schiaffi. Lui si riferiva a me, a come avevo vissuto.
Allora, adesso ricapitoliamo: io ho riso in faccia al dottore, a Vanda, a Marocas, a Eduardo e a Leonardo, e sai perché? Perché tutta questa gente ha cercato di farmi ritornare Joaquin Soares da Cuha e quindi di distruggere per sempre Quincas l’Acquaiolo.
Tutti pensavano esclusivamente a se stessi, per salvare faccia e portafoglio. Nessuno pensava a me, al perché avevo voluto trasformare tutta la mia persona”.
“Ti capisco, Joaquin. Credimi. Adesso che sono quassù con te, capisco tutto di te. Soltanto di una cosa devi scusarmi. Io continuo a chiamarti Joaquin e non Quincas. Proprio non ce la faccio a chiamarti Quincas l’Acquaiolo; abbi pazienza, caro…”.
Quincas sorride a questo ‘caro’, poi dice: “Non preoccuparti, Otacilia. Adesso siamo quassù, e quassù tutto è diverso. Quassù Joaquin è Quincas e Quincas è Joaquin. Chiamami come vuoi, Otacilia!”.
“Devo confessarti, Joaquin,” dice Otacilia, “che laggiù ho sofferto quando tu te ne sei andato. Ma voglio esserti sincera fino in fondo. Ho sofferto solo per la vergogna di cosa tu eri diventato.
Insomma, solo per vergogna di essere legata a un vagabondo.
E così è stato anche per Vanda, per i tuoi fratelli, i tuoi parenti, i tuoi colleghi del passato”.
“Bene, Otacilia. Adesso vorrei che non parlassimo più di tutti i traffici di cuore e di pensiero avvenuti nella gente a noi vicina: sia quando ero in vita, sia quando ero morto.
Inutile parlarne ancora, non arriveremmo a nulla. Quel che è stato è stato. Ricordiamo soltanto il sole di Bahia e la brezza del mare che la circonda. Il resto sono luci e ombre di candele intorno al feretro; di candele accese e di candele spente”.
“D’accordo” fa Otacilia.
“Vorrei soltanto chiederti una cosa” dice Quincas.
“Dimmi. Tu sai che adesso, qui, puoi chiedermi qualsiasi cosa senza vedere labbra oltraggiose e mani secche e nemiche”.
“Grazie. Vorrei chiederti: - Quando mi ha rivestito di nuovo, scarpe comprese, e mi ha messo in quella bara con le maniglie dorate e il fregio sul dorso; e poi le pompe funebri hanno messo le tavole e i cavalletti di legno e hanno costruito il catafalco e il feretro severo… ebbene, Otacilia, tu, da quassù, hai tirato un sospiro di soddisfazione? Sii sincera”.
“Devo dirti di sì, caro Joaquin. Sì, sono stata felice, devo ammetterlo. Anche per quelle candele accese che guizzavano sulle scarpe nuove”.
“Ti ringrazio, Otacilia, Apprezzo la tua sincerità”.
“Devo purtroppo confessarti” puntualizza Otacilia, “che anche qui apprezzo di più Joaquin Soares da Cunha che Quincas l’Acquaiolo. E’ più forte di me; più forte dell’aria che spira quasù”.
“Ancora grazie” afferma Quincas con soddisfazione. “So che Vanda mi ricorda come il padre alle giostre di cavallini alla festa del Bonafin… come il padre che rideva a cavalcioni del cavallino di gesso.
Va bene, Otacilia. basta così. Però, ancora una cosa: mi fa male ricordare che alla festa della mia promozione, dopo il discorso del dono della penna stilografica, tutta la festa che doveva essere per me, al contrario sembrava una festa tutta per te”.
“Basta, Joaquin! Ti prego”.
“Va bene, Otacilia. Adesso basta sul serio. Però, che bomba la notizia della mia morte! Tutta Bahia ferma. Poi i commercianti ad alzare i prezzi per l’invasione dei turisti alla notizia della mia morte. Poi le valanghe di parole sui tram, negli ascensori, sugli autobus, nelle gelaterie coi dolcetti di tapioca. Poi sui pescherecci coi marinai abbronzati e coi musi lunghi per la sorpresa della delusione che gli avevo procurato… Era proprio un conta balle – dicevano quei marinai -. Diceva che la sua tomba sarebbe stato il mare… Lui, che si faceva chiamare ‘vecchio marinaio’, ma che non aveva mai navigato in nessun mare… Mai sotto sette palmi di terra! – gridava sempre -. Esigo la libertà del mare!
Con la sepoltura dentro un buco nella terra, davo ai marinai dei pescherecci una grande delusione. La più grande!
Quincas l’Acquaiolo, morto nel raccontare balle a tutti, anche ai giocatori di porimba, di ronda e di sette e mezzo. Quincas l’Acquaiolo, il capo indiscusso di tutti… il bevitore più bravo e mai ubriaco… sempre lucido… sempre brillante… sempre pronto a indovinare ogni marca di alcolici… calore… sapore… profumo.
Lui, l’Acquaiolo! E già! Aveva voluto fare il furbo nel locale di Lopez, lo spagnolo… Lui vede una bottiglia piena di cachaça, riempie il bicchiere, lo beve d’un fiato.
Acquaaa…
Un urlo disumano… dal Mercato all’Ascensore Lacerda, al Pelourinho, alle Sete Portas, alla Diga della Calçada, a Itapoa.
Acquaaa…
La notizia della mia morte: tutte le donne a piangere, Quiteria Occhigrandi, straziata… Tutte quelle della Salita di Sao Miguel, fino a quelle della piazza del Pelourinho
Oh, Quiteria Occhigrandi!
Indimenticabile amante che mi chiamava pazzo, allegro pazzo, saggio pazzo… Tutte le ragazze in lutto, quella notte della mia morte”.
“Va bene, Joaquin! Però mi sembra che stai andando fuori riga. Vuoi o non vuoi terminare in bellezza il tuo necrologio? Così come parli adesso, stai diventando noioso, provocatorio, impertinente”.
“Scusami, Otacilia. C’è stato ancora dentro di me, per un attimo, l’accenno ingannevole della vanità. Adesso mi spiego e mi correggo.
Voglio parlarti dell’amicizia, di quella vera, di quella che solo noi di quassù possiamo capire fino in fondo. Dell’amicizia nel suo nucleo, nella sua sincerità, nella sua totalità”.
“Joaquin, dimmi di questa amicizia. Io so che ho guardato sempre e solo me stessa, dunque non ho dato nessuna amicizia. Io ho soltanto approfittato della tua compiutezza… Sì, compiutezza, che è sinonimo di disponibilità, debolezza, servilismo. Come vedi, sono dura con te. Io sono nata piena di superbia e, purtroppo, della mia superbia ho fatto uso contro di te”.
“Non fartene una colpa, Otacilia. La colpa non è stata tua. La colpa bisogna andare a cercarla dentro la mia debolezza”.
“Debolezza, Joaquin? Non mi sembra proprio. E l’hai dimostrato, di non essere debole, lasciando tutti noi e andando a vivere con la gente non amata da noi. Tu sei stato il più grande di tutti noi; tu hai avuto più coraggio di noi; tu hai dimostrato che si può vivere con meno arroganza e con più umanità. Tu non ti sei mai vantato con i tuoi nuovi compagni del tuo stato sociale diverso”.
“E’ qui che vorrei finire il nostro primo incontro di quassù. Parlarti dei miei compagni: ma di questi te ne ho già parlato. Parlarti poi dei miei amici, di quei quattro amici che hanno voluto stare con me a vegliare la mia morte.
A vegliare me, morto, nel modo più umano, nel modo di più grande calore e di assoluta amicizia.
Voglio ricordare qui, davanti a te, in questo luogo che sta al di sopra di ogni limitatezza umana, i miei quattro amici che mi hanno permesso di morire con assoluta dignità.
Voglio ricordare il mio amico Pettirosso con il suo vecchio frac, sdrucito e sporco, che fa l’imbonitore davanti ai negozi, e per essere più convincente a far entrare gli eventuali clienti, corre al bar per schiarirsi la gola con la cachaça.
Voglio ricordare il Negro Brillantina, sempre al Largo das Sete Portas a dare una mano, con l’altezza dei suoi due metri, ai suoi amici delle lotterie clandestine e con davanti, sempre, una bottiglia di cachaça semivuota. Voglio ricordare questo mio amico che quando ha saputo della mia morte ha gridato: - E’ morto il padre di noi tutti… era un uomo buono -.
Voglio ricordare il comandante Martim, sempre da Carmela, tenutaria di un bordello, sempre a chiacchierare alla salita del Mercato o a giocare a carte – truccate - alla fiera di Agua dos Meninos.
Lui non fa altro ed è manipolatore eccelso nelle carte e a pizzicare corde di chitarra. Cantante insuperabile nelle strade, nelle piazze e nei bordelli.
Voglio ricordare Piedivento, cacciatore di topi e di rospi per laboratori di analisi e ricerca. Di questo amico voglio ricordare la piccola rana verde che mi portò in dono mettendola tra le mie mani incrociate quando ero nella bara.
Questi miei quattro amici si cercarono disperatamente, per comunicarsi l’un l’altro la mia morte e farsi forza per venire davanti alla mia bara a lottare contro il perbenismo della nostra famiglia”.
“Perbenismo, Joaquin?”.
“Sì, perbenismo dell’anonimato, della disumanità, della lontananza da ogni calore e da ogni atto di amore”.
“Sì, Joaquin, capisco”.
“Otacilia, in questi miei quattro amici non c’è mai stata invidia, cattiveria, gelosia, odio, rivalsa, maldicenza, biasimo, scorrettezza.
Non c’è mai stato abbandono.
Le loro risa erano sincere; le loro lacrime erano sincere; i loro abbracci, le loro strette di mano, i loro slanci di affetto e di umanità erano sinceri.
Tutto, in loro e tra noi, è stato sempre sincerità.
E le loro risa, le loro lacrime, i loro abbracci, i loro slanci di affetto e di umanità mi hanno fatto ritornare in vita per affrontare la morte che ho sempre voluto; per darmi l’attimo supremo di amore, di amicizia, di calore umano necessario per conoscere la vera libertà del mio essere; libertà sempre cercata, sempre sognata, sempre voluta e mai vissuta.
Voglio ricordarti qui, cara Otacilia, le mie ultime parole di libertà gridate nella tempesta, davanti alle onde del mare che mi sorridevano insieme ai fulmini e ai tuoni… Ognuno si preoccupi del proprio funerale,//non c’è niente di impossibile.
Sì, Otacilia, ognuno resti se stesso; ma con nel cuore il calore dell’amicizia, nulla è impossibile”.


Recensione
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