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La risposta

Prefazione

Flavia Lepre

Leggendo il nuovo romanzo di Enzo Schiavi, di colpo mi ritorna in mente un pensiero molto profondo del poeta Fernando Pessoa: “Guarda da lontano la vita, senza mai interrogarla. Essa niente può dirti! La risposta sta al di là degli Dei!”. In realtà, in questo vivere terreno di domande se ne fanno tante… Molto spesso, però, le risposte non arrivano, restando chiuse nel grande mistero del mondo. E se qualcuna, improvvisamente arriva, volteggiando stancamente nell’aria e decidendo poi, alla fine, di posarsi sulla testa di un essere umano, la sensazione che se ne riceve non ha in sé nulla che possa essere d’aiuto a chi, a forza di chiedere, quasi urlando, perde non solo la voce… Perché in esso si è radicata la sensazione di essere diventato estraneo a se stesso e gli trema il cuore, temendo di aver costruito – inconsciamente – dimore d’argilla e pallidi simulacri su pianure ventose… Per fortuna, si tratta di un’incertezza passeggera, che transita velocemente nella mente di un autore, dove le idee non mancano di sicuro… Enzo Schiavi, infatti, è un poeta ed uno scrittore molto “prolifico” oltre che estremamente vario, mai stagnante e mai prevedibile. Le sue risorse intellettive sono inesauribili ed ampiamente diversificate.

Una prova più che evidente, sono gli ultimi due romanzi, con tematiche diversissime e quindi con personaggi anch’essi diversi. Il precedente romanzo, dal titolo Cancellazioni, svolgeva argomenti d’altro genere. Quest’ultimo, col titolo La risposta, è un vero e proprio “Giallo” e del “Giallo” ha tutti i crismi anche se, in verità, il suo stile si diversifica dai soliti gialli, perché qui, in questo suo libro, sempre emergente e sempre presente è la mente attiva e continuamente in eruzione dell’autore Schiavi, perché la sua, è una mente vulcanica, che sforna con sorprendente abilità e coerenza, una corposa gamma di “colloqui” personalizzati e aderentissimi ad ogni personaggio che agisce in questo straordinario romanzo. Ognuno di essi, come si trovasse sulle tavole di un immaginario palcoscenico, recita con estrema bravura la parte assegnatagli dall’eclettico scrittore. Ma non trattandosi di una rappresentazione teatrale, le parole dei lunghi e forbitissimi monologhi o colloqui, non si disperdono nel vuoto, ma restano memorizzate sulle pagine del libro, per cui diventa più facile seguire le evoluzioni che subisce il romanzo lungo lo svolgimento, attraverso l’iter oculatamente scelto dall’autore. E quale luogo migliore di una città come New York per far vivere una complicata storia “gialla”? L’intreccio è, già molto interessante, ma le superbe qualità dello scrittore Schiavi emergono proprio da tutto l’insieme discorsivo che regge il romanzo! Di straordinaria importanza sono i colloqui che i vari personaggi hanno con se stessi, perché proprio in questi, l’autore si sbizzarrisce e mette in chiaro, illuminandole fortemente con le sue forze descrittive, tutte le sue personali ombre.

Parla, spiega, enuncia… E tutto il suo dire così carico di debolezze umane, così pieno di reali verità, di difetti, desideri (talvolta contorti!), meschinità, gelosie, passioni, amori, tradimenti, ricordi di guerra, confessioni che sono verità e menzogna insieme, delitti, morti, strane amicizie, paure, carichi di pensieri e di errori, non è altro che l’enorme quantità di effetti speciali che Schiavi inserisce nel suo romanzo e che poi in esso pullulano in una forma pacatamente discorsiva, sufficientemente calma, ma di tanto in tanto anche disperata, dolorosa, dove nel silenzio del petto si scontrano urla spaventose, quasi inumane, che fanno domande, che chiedono, chiedono all’infinito… Ma l’agognata risposta non arriva e le grida, continuano a sbattere nel buio della gola…

Perché bisogna anche dire che questo libro non offre solo il mistero del “giallo” con delitti, ma regala anche una buona dose d’amore, che potrebbe dare la risposta se non fosse permeato di odio, suscitando reazioni negative nel lettore, grazie proprio al sistema di ottima narrazione che lo scrittore adotta con una passionalità quasi tangibile. La suggestione della sua ricchezza interiore, la sua capacità fantasiosa d’inserirsi nella realtà, con storie molto trafficate, dato che questo scrittore si esprime in un suo modo tutto personale intercalando, nelle sue stranissime storie, abbaglianti ed improvvise luminosità e masse quasi angoscianti d’oscurità, di tanto in tanto attraversate da quelle urla che sono il timbro che incide – come fosse un marchio – tutta la sua produzione letteraria. Echi che corrono nei suoi scritti con velocità supersonica, che fanno vibrare tutto l’intreccio venoso del nostro corpo, perché egli non scrive mai storie mielose o favole eteree che possono subire un subitaneo dissolvimento…

Egli cattura elementi complessi, immagini non facili da interpretare e tiene tenacemente sulla pagina, il dominio delle parole ed il groviglio complicato dei suoi pensieri emananti un intenso calore che, unitamente all’intreccio di luci, contrasta lo spessore del buio. E tutti questi suoi strani sistemi per costruire la sua narrativa, reggono l’equilibrio del suo insieme letterario, così che nessun appannamento d’anima o di sensi riesce a far deragliare i suoi passi molto decisi, verso altri binari che non gli sono congeniali e che lui, Enzo Schiavi, con tutte le sue forze, cerca di evitare, ignorandoli totalmente e proseguendo imperterrito verso quell’itinerario da lui scelto e curato nei minimi particolari. Ed è quindi chiaro che, quando il romanzo viene chiuso, questa sua totale partecipazione all’invenzione uscita dalla sua mente in continua fibrillazione, diventa una forma di eccezionale conquista, degna del massimo rilievo e della massima ammirazione, direi più che giustificata, perché pur nel suo apparente volere di ingarbugliare le situazioni, l’autore trova sempre il senso giusto, perché il lettore scopra la sorgente da dove scaturisce il magico fiume del suo dire fantasioso ed intellettuale, “insieme” di un eclettico scrittore che sa ben sventolare la bandiera della sua bravura letteraria. E non c’è, nei suoi scritti, una diminuizione del peso dell’immaginazione e della fantasia in favore del peso della realtà.

Ed è in questo sostanziale irrealismo che si cela quella profonda complessità esistenziale che è la principale ruota che mette in moto tutto l’originale sistema della narrativa dello scrittore piemontese.

Dentro i suoi romanzi, infatti, vivono tutte le realtà e tutte le finzioni sceniche della vita. E quando in qualcuno di essi fa capolino la morte, è perché questa è il polo opposto al tempo. E il tempo è l’inganno che divora, la morte è il triste accadimento della vita, per cui essa non può essere lasciata fuori da un romanzo, soprattutto se questo è un “Giallo”. E per restare dentro le reali componenti della vita, aggiungo che la morte, vera o inventata che sia, è l’ultimo momento del tempo, ma è anche il primo momento del mistero che sta per rivelarsi, per diventare, alla fine, quella realtà lungamente pensata senza però mai arrivare a scoprirla. Il segreto dell’abilità dell’autore, sta proprio nel suo un po’ folle tono, un po’ fiabesco e un po’ immaginario, un po’ surreale, un po’ metafisico. E se il reale del tempo che fugge, è illusione o menzogna, c’è da pensare che la verità sta altrove, forse dove avvengono esplosioni silenziose, seguite poi da un pazzesco gridare che rompe i timpani e che oscura immagini, che immette nel cuore furiosi battiti di paura, per gli assilli tormentosi che assillano l’intera umanità.

Comunque, il “giallo” di Schiavi, ha anche il pregio di farci conoscere un “personaggio-genio”, quello del detective Gordon Willspie che si occupa delle indagini, quello che ci fa conoscere la risposta, dentro cui sta la verità e da questa verità che scagiona una presunta colpevole, si sprigiona anche la Speranza. Per un futuro migliore.

Per cui termino col dire che Enzo Schiavi, con la sua originale La Risposta, dà un lodevole saggio della fecondità della Parola!

° ° °

Capitolo 1°
Matthew

Possono essere respiri affamati di mare, ma anche sorrisi complicati di cielo. Noi avremo sempre la nostra faccia scontata e questa faccia la offriremo ai vinti, ai pericolosi amici, alle lunghe ombre dei dubbi e dei sospetti. E’ così! La nostra faccia sputerà via, con la precisione del millesimo di secondo, tutto il calore umano che in qualche modo le verrà offerto e cadrà nel tranello, insondabile, dell’incredulità Già: la nostra faccia sarà perennemente scettica – siamo nati così! –, e noi non crederemo alle statue che ci sorridono e ci parlano e ci abbracciano e ci baciano. No, noi non potremo mai credere alle statue perché le statue non possono darci nessuna risposta: almeno, mai “la risposta”! Che è il trovare il significato della vita, la gioia della vita, il suo dolore, la sua grandezza, la sua miseria… Che è il trovare l’uomo! Perché l’uomo è, e non è possibile che lui non possa trovare il significato del proprio essere, della propria intima conoscenza di possedere l’attimo insostituibile dell’amore. In fondo lui sa. Lui, alla fine, arriva a capire che tutto ciò che lo circonda è da capovolgere, e che una volta capovolto il tutto, quel tutto deve ripartire da zero. Insomma, questo profumo dell’assurdo, è la ruota che gira all’infinito, ed è la ruota dei capovolgimenti.

Poi, per ogni manovella, per ogni mozzo e raggio e cerchione e fusello e disco e ceppo e cilindro del freno e coprimozzo… poi, per tutta questa ruota, ci vuole chi ne controlla il funzionamento (bisogna ben sapere dove la ruota porta!) Ma poi? Poi l’uomo scopre che chi controlla è semplicemente uno straccio che raccoglie tutti i letami. Da qui, il sorgere di un’altra risposta. E l’uomo sa! Sa che con la risposta può risolvere la vita di tutti.

La risposta: una soluzione globale?

Annoiare: fa parte del gioco! La pura sincerità del cuore? Parla il cuore: non c’è problema, tutto va! E’ tutto il resto che non va. La grandezza dell’assurdo! Perché non incominciare? Via tutte le “verità rivelate”! Ma… forse il caos! Forse il caos? Ci vuole poco, a pensarci su bene: ci vuole il silenzio del cuore! Nel cuore non c’è mai caos. Ma millenni di anni non sono riusciti a convincere l’uomo a non dimenticarsi del cuore. Il cuore ormai è ramingo: lui va! Cammina nell’aria tiepida della finzione: tutto è permesso… accettato! Una betulla in fiore… occhi salmistrati tentatori… sabbie del Mozambico… galassie scoppiate nell’universo… Tutto resta sospeso, ingoiato, dimenticato. Incominciare a restare muti. Già! L’intelligenza dell’uomo, la conoscenza dell’uomo, la cultura dell’uomo: incominciare! Il corpo e lo spirito, uniti insieme per sempre: coerenza! Non impaurirsi per così poco. Chi racconta, sfrondi e resti con i piedi in terra. Lui sappia… sappia che nessuno ha più voglia di ascoltarlo. Ormai fa parte del gioco dell’assurdo far finta di ascoltare. Oggi è così, ma domani sarà tutto il contrario. E’ l’aria che ti ha dato gli occhi! Uomo, non avere paura: tu hai occhi di aria. La verità fugge e si dissolve, tu sei esonerato dal fornire alibi. Alla fine, la grande partita, decisiva, si gioca sempre nello stesso campo neutro: tu, uomo, da una parte; Dio, l’Essere che non ha riposo, dall’altra.

° ° °

Stava nell’incrocio della 51st con la 7th Avenue un po’ più in basso della Broadway e non lontano dalla Monty Tower. Sì, era lì a lambire quasi il Central Park South e neppure stonava tanto anche se il suo stile normanno faceva a pugni con la massa dei grattacieli che opprimeva dappertutto. Era difficile trovare in quella città di ferro spezzoni di architravi polverosi che elevavano al cielo capitelli corinzi; se uno poi, distrattamente, si avvicinava un po’ di più, poteva sentire voci rugginose della Groenlandia che resistevano al caos. – Voga… voga… voga… –. Quegli echi vulcanici di Vareghi scalmanati sugli snekars non si arrendevano tanto facilmente all’usura del tempo e si incuneavano tra i colonnati del dongione merlato, ricco di crepe e di gallerie con gli archi rampanti. – Voga… voga… voga… –, e quegli echi s’insinuavano nelle calci dei muri e nelle strombature.

Ma poi, quel normanno palazzotto esisteva sul serio o era tutta una favola, un colpo gobbo della fantasia, un canto di corvi tra strozzature di merli e comignoli vittoriani. Incunaboli! Un giorno Lala Deen Dayal infilzerà i piccoli uomini con le sue mille unghie affilate.

Non potrà essere che così!

Adesso, che ci sia o non ci sia il palazzotto, a noi poco importa; importa invece che ci sia stato all’epoca in cui accaddero i fatti che qui riportiamo. Della sua esistenza noi siamo certi: abbiamo mappe, documenti e carte topografiche a sufficienza. Siamo a posto, possiamo procedere.

Dunque, il palazzotto esisteva e il normanno Matthew abitava nella cripta sotto un soffitto a crociera che proteggeva un pavimento ammuffito roso dai topi. La cripta era umida e se fosse stata illuminata da insegne multicolori e dai muri fossero trapelate arie strappalacrime caucasiche, tutto avrebbe preso la piega del tea room vecchia Russia.

Eccoci dunque qua, nel mistero e nel silenzio, dove il possente Matthew, testa lucida, naso diritto, occhi tempestosi, passava tutte le sue ore libere.

Ma: un normanno nel respiro di Carnegie Hall? Proprio così! Matthew Croworth, novello varego, abitava nel dongione decrepito e c’era proprio da ridere a crepapelle. Polvere d’altri tempi, okay! Ma Matthew, appena varcava la soglia del palazzotto, diventava romantico come una melodia di Bill Coleman. Tutta la storia romantica dei suoi avi gli si sbrodolava dentro gli orecchi e lui quasi piangeva per l’emozione dei grandi ricordi che gli gonfiavano il cuore. Storia antica, tragica e romantica: uomini rudi e feroci, tra onde trapezoidali e inganni di finti naufragi da parte di armatori delinquenti per incassare polizze fedifraghe di rischio di mare. – Ma che culo per quella mia gente! – diceva tra sé ogni volta che saltava l’ampio threshold della porta. Si guardava intorno e declamava: – Mia nostalgica terra lontana, tu sei la patria di uomini rudi, romantici e fortunati. L’uomo, spesso, resta un uomo, e lo è del tutto quando s’innamora dei tuoi re –. Matthew rideva e benediceva quel capitano romantico, salvatore dei suoi avi perché innamorato del suo re Ruggero III e del suo transatlantico che ne portava il nome.

Scendeva la scala che portava alla cripta, saltava sempre il quarto scalino: chissà perché!, sorrideva alle pareti. – Oh, il colpo gobbo! La sottile fortuna! –.Arrivava in fondo alla scala. – I miei grandi avi sconosciuti salvati da un amore nostalgico! –. Rideva forte. – Ruggero II, il re di Puglia e di Sicilia! Il saltimbanco dello Ionio… Crotone… Capo Rizzuto… Golfo di Squillace… Oh, l’aura delle Terre bruciate dagli dei! –. Rideva, rideva, rideva. – Ruggero II, in nere lettere gotiche sulle fiancate della grande nave! Ruggero II, scritto sui documenti di bordo! Ruggero II, il mago del capitano siciliano, vergato sulle mille copie dei documenti di bordo per dare lustro alla cassaforte del capitano… Anno 1095, nasce colui che unirà tutto il Meridione d’Italia… Il capitano rovistava nella cassaforte, leggeva sui documenti, sbavava su quel nome: – Colui che seppe mettere d’accordo papi e antipapi… –. Di notte, le mani nervose dentro la cassaforte, i documenti impilati sul tavolinetto di alluminio…estasi! Ruggero II, il magico, l’eletto, il camminatore del cielo. Un sospiro, una carezza, fogli salmastri, nostalgie, fili diretti col cuore.

Matthew era arrivato davanti alla porta della cripta. Rideva sempre, restava assorto nel buio dell’ampio corridoio, spingeva infine la porta e andava difilato al letto buttandovisi sopra a peso morto. Era sempre patetico per via della sua storia romantica che ancora ricordava. Davanti agli occhi aveva la faccia sudata del capitano. – Miracolo! – diceva al soffitto. – Il mio grande uomo di Caltanissetta volato lassù tra i fiordi per essere capitano di un transatlantico! Era notte, i flutti dell’oceano sfioravano l’oblò della sua cabina, lui soffriva: “Comando questa nave, vivo per il grande nome che porta sui fianchi, via dalla mia mente, varego di m…! Mai l’affonderò!” –.

Matthew rideva, poi falsettava: – “Via, varego di m…! Mai affonderò la mia anima!” –.

Retorica fin che si voleva, ma intanto il bel mediterraneo gli aveva salvato gli avi e adesso gli permetteva di godersi La Tour de Cesar con gli echi moreschi e russi: struggenti lamenti della nostalgia. Lui rideva ancora, era patetico. – Tutto brucia e lascia nell’aria odore di illusioni: ceneri! Io ascolto gli immortali battiti dei cuori… il vento del Grande Nord ha messo in moto le pale del Grande Mulino di Manhattan. Io sono qui, e l’immortalità dei teatri sfiora la mia mente; tutti si inchinano a me, e io ascolto. Ascolto… già, ascolto cosa c’è là fuori! Sento fruscii, corpi di pazzia, luci farsesche: Natale! Baccanali e orge di cuori! –.

Lui restava disteso a gambe larghe sopra le coperte, poi si tirava su con un gomito, arricciava le labbra, arrotondava il suo falsetto più tetro, quello da palcoscenico tragico. – Hai scampo, Matthew? –, recitava. – Qui non hai scampo. Per quel pugno di speranza! Per quel pugno di mosche che ti resta quaggiù. La tua alcova, il tuo placido nasconderti, la tua vigliaccheria. Vedrai, Matthew, non disperare! La legge dell’uomo non perdona chi si nasconde nelle alcove: tu non hai scampo! Nascondersi non serve, aspettare allunga soltanto la paura. E il freddo incalza, non dà pace, stuzzica il sangue: le fredde leggi dell’uomo, la dicotomia universale, l’incerto di tutte le cose: quale archetipo? –. Lui farneticava da solo, lo faceva spesso. – Non c’è scampo, Matthew! – gridava. – Non hai scampo, vedrai! Qualcuno, prima o poi, si affaccerà da quella porta e ti sparerà nella pancia. Vedrai! I conti pareggiano sempre, la contabilità è scienza esatta, ogni essere umano ha i suoi conti esatti da pareggiare: inganni e vendette, e così sia! Fermati per un po’, adesso! In fondo, tu cosa sei? Hai la coscienza limpida? Due più due fa quattro: non avere paura, i conti pareggiano sempre, il revisore dei conti viene, registra tutto, quadra tutto, tira un grosso sospiro, se la ride un po’ e se ne va.

E’ un attimo di gioia, il sorriso della felicità, un fulmine, poi il fulmine incendia, brucia ogni cosa, e intorno a te restano sterpi inceneriti e nudi.

° ° °

Caos e verità: rivelazioni! La selezione è spietata, tutto si riduce in registro e il registro cattura le onde delle emozioni e le onde avvolgono gli spiriti nelle bobine e le bobine convogliano nelle asticine i loro bip selettivi che graffiano tutto il mondo e tutto il mondo resta ai tuoi piedi attorcigliato al suo caos, alle sue verità, ai suoi sospiri e urla e imprecazioni, promesse, bugie bugie bugie… le onde che avvolgono, i bip che uccidono. Clic… drin… pronto! Guizzi, soffi, agonie di parole, di toni smorzati, di denti digrignanti. – Ci sono… spedisco subito… tranquillo!… faccio un salto lì… incontriamoci… provvedo immediatamente… tutto a posto… tutto da rifare… come stai?… se vuoi vengo subito… adesso non posso, ci sto pensando… oh, quanto ti amo! –. La puntina seleziona veloce ogni cosa… zip zip zip… vortice di caos, viluppo di verità, nomi che s’ingoiano, qualcuno implora, qualcuno cerca un nascondiglio, qualcuno attende, qualcuno freme, qualcuno sorride, qualcuno schizza via e impreca. Le parole del mondo, le emozioni del mondo, le salvezze del mondo…tutto passa sui cavi coassiali e si distende sui ponti radio.

Sotto il Verrazzano Narrows Bridge le acque rotolavano senza un grido, andavano via in silenzio, impastavano, insieme al loro bianco latte mefistofelico, il soffio dei fantasmi vaganti nella brezza dell’alba. Sul ponte stagnava la tregua mattutina del traffico. Presto, tutto sarebbe scoppiato.

Matthew filava verso Staten Island sulla sua Jaguar. Tutto a posto: il color pesca acerba, la sovralimentazione, il filtro dell’olio, i collettori di scarico, le bielle e le valvole a farfalla. Tutto lucentissimo, funzionalissimo: un colpo d’acceleratore e… vuuummm, via!

Via dal tuo calcio nello stomaco, dalle pietre che hai nello stomaco, dai lunghi spilli che ti infilzano i tessuti e i testicoli. E la vita va! Matthew fantasticava e imprecava: – Eccomi qua! Dov’è la gioia? Dove il sorriso? –. Si guardava intorno. . Ferro… ferro… ferro… Stanghe di ferro che t’incatenano! Guardali quelli! Già pieni di sudore! Dove correte avvoltoi da strapazzo! Il mondo resta attonito, lecca i vostri piedi, s’incanta, ammirato, davanti alla vostra follia. Correte, correte pure!… Andate a farvi fottere!

Matthew filava via veloce sul Bridge. Il Verrazzano, il conquistatore oliato e cotto a puntino per il palato fino dei brasileros: anni quaranta tre! Che ponte maestoso! pensava Matthew. Sì, quale maestosità, quale occasione per farsi fare un così bel ponte! Quale mistero! Nessuno si ferma davanti alla fama: viva i cannibali del Brasile!

Matthew era ormai uno dei centomila incolonnati a biscia. Ascoltava i blues spirit… Bessy Smith, Leadbelly, Hooker, Sonny Terry… Adesso ascoltava Crayton (After Hours Boogie), e il sogno dell’anima veniva assalito dai fumi degli scappamenti, le acque bianche ruggivano là in fondo. Forse, da qualche parte e neppure su quell’interminabile ponte, una realtà misteriosa opprimeva mille… mille milioni di cuori.

Matthew accompagnò con le palme sul volante il ritmo melenso del blues, poi gli venne voglia di aprire il finestrino e ghignare in faccia alla prima faccia scura del mattino di fianco a lui. Ma decise di lasciar perdere, perché nel frattempo era arrivato davanti all’edificio di vetro dove lavorava. Tutte le mattine era la stessa solfa: lui guardava l’edificio e ci filosofeggiava su, costruendolo e decostruendolo. Ogni mattina. Un supplizio per la sua mente, ma anche un allenamento per restare in qualche modo vivo e fuori dalla norma. Dunque, pannelli tamponati sulle armature di acciaio, si diceva sottovoce, e senza un granello di calcestruzzo. E’ la fine del mondo, la depravazione dell’universo! Via miscele esplosive… silice, carbonato di calcio, allumina, ossido di ferro: che botto, ragazzi! Rideva e intanto saltava giù dalla macchina, nella semioscurità del grande garage sotterraneo. Ma i molini sono andati tutti distrutti, i denti delle macine si son tutti cariati: calcari e argille verboten! Via i dosatori! Via i forni ruotanti, gli essiccatoi, i refrigeranti, i gessi, i silos, gli insaccatori: tutte litanie del passato. Adesso tutto brilla, tutto è riflesso delle nostre anime impure. Via gli altiforni che le bruciano, le nostre anime corrotte e vive! Noi abbiamo bisogno di luce… luce! Le nostre anime hanno paura dei respiri infernali del coke e della ghisa. Tutto è fermo e spento. Aria, aria, aria; vogliamo aria, non lingotti d’acciaio! Le nostre anime hanno paura dei neri paranchi; hanno paura degli uomini neri di carbone; hanno paura dei loro peccati, neri! Aria, vogliono; luce, vogliono; amore, vogliono. Loro, adesso, non hanno più paura!

Qui, a Staten Island, tutti correvano a cogliere le magnolie Blossom con i larghi petali bianchi riccioluti e umidi di rugiada mattutina. Visi con labbra di sonno, patinati di Dolphimiums blu; visi col vuoto eterno, senza labbra e senza urla di rabbia nelle rughe degli occhi. Tutto si dischiude nel sonno, ma la rabbia del vivere si attorciglia alle braccia e sale verso il collo, come i rami degli aceri campestri artigliano nella calura il suolo in attesa della furia dei monsoni imminenti. Ombre di tetri presagi, le rughe delle ombre, le sigarette che bruciano, i mozziconi che si buttano, gli occhi che ridono, gli occhi che si allontanano, gli occhi che si buttano via, assenti e pieni di violenza. L’immensità delle nuvole, il loro suono metallico nell’incontro con la luna calante, i sottili fiati delle onde adagiate sulle sabbie fameliche. Risucchi, risacche, risa, ritorni, ricalcoli di tutte le avversità conosciute: fantasie, respiri di ombre, corse all’infinito su per le scale, porte girevoli scintillanti: un’alba appena.

Matthew entrò nel palazzo di cristallo, fece come sempre le scale mobili saltando tre scalini alla volta senza guardare in faccia nessuno. Il suo modo di entrare in azione senza cercare giustificazioni. Gli altri lo infastidivano, eppure sarebbe stata la prassi guardare le loro facce e salutarle. Ma, in quel palazzo di vetri schermati antitifone, non c’era bisogno di andare tanto per il sottile, visto che ognuno se ne andava indifferente per i fatti suoi, riflesso dai pannelli solari, libero dai sogni terrificanti della notte appena messi via alla rinfusa tra le colonne in acciaio imprigionate dalle flange indistruttibili. Tutti si sentivano protetti là dentro, riscaldati, liberati. Tutti correvano da qualche parte, specchiandosi negli intradossi dei vetri, protetti dalle travi diagonali, accolti a braccia aperte dalle piattaforme circolari solidamente bullonate. C’era là dentro, tra gli acciai e i cristalli, il grande urlo dei sogni appena fatti, ma ognuno di quegli esseri frenetici si guardava bene dal rivelarli in pubblico e se ne andava difilato per i fatti suoi immergendosi nella grande musica armonica delle mille finestre, delle mille luci, delle mille controventature, dei mille pannelli a vista. A tutti piaceva quella musica, come se ogni loro faccia volesse partecipare agli acuti dei pozzi degli ascensori e, poi, volesse far parte concreta dell’immensa musica gridata delle gru di manutenzione.

La fantasia grottesca della musica di un palazzo megalitico di cristallo.

Matthew scrollò le spalle e puntò veloce verso il suo ufficio.

° ° °

‘Respiro passi di bassifondi, vorrei il tuo respiro azzurro, l’eco di un amore oltre il correre del tempo’. Ma non ci sono che scale lerce che occhieggiano su panni anneriti, e i ganci sono ingialliti dalla ruggine e la ruggine imbratta i muri e i muri respirano aria di calcio, arsenico, bromo, pollonio, lantanidi, attinidi e transuranici. ‘Ascolto passi umidi di ombre che mordono respiri furtivi di parchi’. Ma cosa sta succedendo! Forse una rivoluzione chimica di proporzioni incalcolabili? Tutto mi sfugge ed ecco allora che mi guardo intorno: cosa vedo? Vedo i ghetti lividi che urlano le loro proteste là in fondo: – Rivoluzione! Lacerazione dell’aria, bombardamenti di vulcani, mostri di pace. Tutto ha inizio! E’ la fine del mondo! Mosè salvaci tu! Il grande urlo, l’infallibile rivoluzione! Tutto ha fine, fino al prossimo avvio, che viene sempre e infallibilmente. Non c’è pace nei cuori, ma tutto è a posto. Vedi? I teatri continuano a sfornare a getto continuo le migliori maschere della follia. Sì, caro Matthew, hai sentito bene: follia! Della follia! Della grande follia del vivere. Pensaci, Matthew! La follia del vivere è il continuare a credere, il continuare a far finta di nulla e guardarsi intorno con occhi puri. E’ il grido della fanciulla innamorata, il gioco delle luci nel buio sacro della cattedrale millenaria, la voce di un dipinto. Pensaci, Matthew! La vita è follia, il credere alla vita è la maschera della follia. Eppure, che ti piaccia o no, questa maschera la devi portare anche tu: inutile che tu ridi! Arrivi pure qui, ogni mattina, con la tua dolce Jaguar, specchiati nei cristalli del tuo palazzo, posa il tuo bel sedere sulla pelle dorata della tua poltrona: che ne sai tu delle maschere delle finzioni? Impreca, dì che nell’aria c’è l’irreparabile rivoluzione degli ossidi, che l’acqua che beviamo buca lo stomaco. Dì quello che vuoi, Matthew! Pensa quello che vuoi! Urla contro quelli che si fanno saltare in aria per la bellezza dell’aldilà! Questo meraviglioso palazzo è la tua casa: Matthew non lasciarti divorare dalle maschere della vita, partecipa alla rivoluzione degli ossidi e non ridere come un ebete. Se non te la senti di essere una qualsiasi maschera, abbi il coraggio di dimenticarti di questo palazzo e vai all’inferno! Chi abita qui, si porta dietro la sua maschera e fa la sua finta rivoluzione. Qui, ci sono milioni di spilli nei cristalli che lacerano le carni e tutti vogliono essere lacerati. E’ forse un vecchio che ti parla? Vai a farti fottere, Matthew! Non hai carattere, vedo che entri nel tuo comodo ufficio: la tua cripta ammuffita può attendere, i topi possono continuare a correrti sul letto quando dormi, russa pure beato. Ho trent’anni, mi dici, cosa posso fare? Nulla! Continua a venire qui e non ascoltarmi. Entra qui, e continua a non vedere la folla. La follia del vivere sta proprio nel saper confondersi con la folla e non darsi in pasto a nessuno. Tutti sono lì per sedere alla tua tavola e abbuffarsi: dagli del fumo, Matthew, così i loro occhi piangeranno. Hai trent’anni, Matthew! Non ascoltare la voce di questo vecchio, offri ai tuoi ospiti del fumo e non ascoltarmi. D’altronde, Matthew, non hai via di scampo: prendere o lasciare, e tu non sei fesso da lasciare.

Matthew ascoltava la voce e andava avanti nei corridoi, serio e azzimato. Adesso salutava anche e stava al gioco. Non rideva più.

– Hai visto i Nuts? Cosa ti dicevo! Quelli non sono outsider, Matthew! –.

Lui sorrise. – No, i Nuts non sono outsider, se lo fossero tutto si sfracellerebbe. Nicols, teniamo duro! –. Ma a lui cosa importavano i Nuts? Diede in una grande risata, ma Nicols non capì la sua risata. Avrebbe voluto aggiungere: – Nicols, ridici sopra ai Nuts e togliti quella maschera di merda dagli occhi –. Ma restò in silenzio ed entrò di botto nel suo ufficio.

L’ufficio era ancora deserto. Lui si avvicinò alla macchinetta del caffè, cercò il caffè nero e ristretto, lo bevve d’un fiato, si sedette alla scrivania e non toccò nessuna carta. Quelle carte andassero a farsi fottere, meglio rilassarsi nei sogni. In queste carte non c’è nulla di tuo e tu sei in loro completa balìa . Merda! Pensò così. Voglio graffiarmi dentro, io! Chiuse gli occhi, tanto non c’erano rumori di passi nel corridoio, forse non sarebbe venuto nessuno, perfino. Lui non ricordava se lì, in quell’ufficio, sarebbe o non sarebbe venuto qualcuno. Ma a lui poco importava. Getta via quella maschera, avrebbe voluto gridare, ma restava a occhi chiusi e pensava ai fatti suoi. Non innamorarti, Matthew!, pensava. Lo sei già stato. Ti ricordi la lettera? Carissima, l’uomo realizza la sua umanità se raggiunge in pieno la realizzazione della propria sessualità. Nessun trattato di scienza del corpo né di scienza dell’anima, ma semplici parole di un uomo che ha raggiunto la sua totale convinzione di scienza umana attraverso le sue esperienze di vita. Cazzate! Forse che qualcuno ti sta a sentire? Tu hai scritto così alla donna che amavi, ma lei non pensava altro che la volevi penetrare col cazzo. Questo, e basta! Poi se tu tentavi di spiegarle, lei ti tirava fuori che tu volevi stuprarla e non pensavi altro che al sesso. Alla fine ti ha detto: – Voglio la mia libertà!–.

Hai capito? Matthew rideva con gli occhi chiusi. L’amore assoluto, l’amore umano, l’amore del cuore: ma quale amore! La cecità, la pura e semplice cecità dei rapporti tra uomini e donne. Libertà: chi la conosce? Tu hai amato, Matthew!, e ti sei illuso di aver trovato in te, finalmente, un equilibrio. Già, un equilibrio! Coglione! Parlagli di dolcezze, al tuo amore, e vedrai cosa ti succede! La distruzione totale della tua anima, ti succede,… il caos! E il caos genera irreparabilità, qualcosa di irreparabile tra l’uomo e la donna.

Lei ti ha detto chiaro e tondo: – Adesso, carissimo, che tu voglia o no, io vivrò libera, deciderò e non deciderò, disferò e non disferò, agirò e non agirò… che tu lo voglia o che tu non lo voglia. Adesso sono me stessa e con me ci resto per sempre.

– Ti ho parlato di sessualità come ti avrei parlato di spirito – le ho detto con le lacrime agli occhi.

– La mia libertà è più importante della tua sessualità – ha risposto senza fare una piega.

– Ma era per spazzare via tutte le incrinature che ti ho fatto dentro.

– Me ne frego delle incrinature, ormai. Prima di loro vengo io.

– Allora non soffrirai se me ne vado! – le ho detto.

Mi ha riso in faccia. – Questa è bella! Mi ha fatto soffrire tutta la vita e adesso mi minaccia.

Io ho sorriso amaramente. – Eppure mi amavi – le ho detto serio.

Lei mi ha guardato come fanno tutte le donne quando parli loro d’amore– Ti amo ancora, Matthew,– mi ha detto in un soffio, – ti amerò sempre. Ma questo non cambia nulla. Io ho scelto, e ho scelto di sentirmi libera: se vuoi possiamo restare insieme.

– Ma come la mettiamo con la sessualità? Credi che ti porti via la libertà?

– Sì, Matthew, è così e se tu hai trovato la tua soluzione di vita cercando la sessualità, è una tua esclusiva soluzione. La sessualità non ha nulla a che fare con me.

– Allora?

– Allora io resto come sono. Posso dirti che mi dispiace.

– E se avessi un’altra donna? Sono mesi che non facciamo l’amore.

– Problemi tuoi! Io non ne ho di questi problemi, il sesso non m’interessa, semmai lo penso come una dipendenza, soltanto come una frustrata dipendenza.

Ancora nessun passo lungo il corridoio, tutto era silenzio, tutto il tempo si era fermato, tutto il palazzo era lontano. Matthew restava a occhi chiusi e pensava a Beryl, la donna di Arnold, e Beryl, ogni sera, scendeva giù nella cripta, s’infilava nel letto e facevano l’amore.

Matthew aprì gli occhi, scrollò le spalle e aprì la prima cartella a portata di mano.

° ° °

Com’è l’uomo? Un groviglio di sentimenti che non si rivela mai. Tutto resta nel buio e forse lui non ha colpa se brancola come un topo sottoterra. Scava infine la sua fossa, ma in fondo non gliene frega nulla di sapere dove la sua fossa arriva e dove il suo percorso di cammino lo porterà. Lui si aggrappa a una corda effimera: la montagna è spietata, il suo abisso lo ingoierà, presto o tardi.

Era verso sera, loro due erano nella cripta e in loro c’era inconsapevolezza: si amavano ma erano perfetti estranei. Dopo aver fatto all’amore si annoiavano, qualche volta facevano discussioni impegnate. Si guardavano nei riflessi dello specchio come gocce di colori colanti ed esplodevano nei loro nudi provocanti: ma era un amarsi al massacro, fili spinati tra gli alberi d’inverno. L’inutile freddo. Parlavano d’amore guardandosi nello specchio, e così sembrava fossero le loro ombre a parlare, perché le loro voci venivano assorbite dai riflessi del vetro e del metallo.

Beryl disse improvvisamente: – L’amore finisce. Mia madre dice che l’amore è un soffio d’aria che muove foglie morte. Lei non sbaglia mai. Lei dice che tutto è un volteggiare di foglie morte e che tutti i profumi dell’amore sono ormai morti da un’eternità. Basta un soffio di vento per spazzare via l’ultimo grido di godimento e così tutte le foglie morte diventano risentimenti tra amanti. Lo dice mia madre, Matthew!

– Metti un dito su un punto qualsiasi di questo mappamondo – disse Matthew prendendolo dal comodino e posandolo sul letto. – Tienilo ben premuto, perché quel punto potrebbe fuggire in un altro continente. Bene, io ti dico che lì, dove tieni il dito, c’è una strage. Adesso – in questo preciso momento –, fra un’ora, fra un giorno, fra un mese, fra un anno, fra un secondo! –. La guardò attraverso lo specchio. – Una strage fra un secondo – ripetè con sarcasmo. – E’ il Vangelo dell’uomo che non viene mai letto in chiesa. Prova a dirlo in pubblico: ti urleranno “disfattista”, “paraculo”, “venduto”, “terrorista”. Tu non sai nulla delle stragi; che ne sai, tu, delle bombe che rotolano tra la frutta e le verdure? Ci sono momenti che il nostro cervello si trasforma in una lacerazione di colori di Pollock: tutto salta in aria e tutto ti prende il cuore e tu salti in aria coi colori e con tutte le putrefazioni. Un bel quadro, vero? Di lì non fuggi via, tu resti attaccato alle bombe come una sanguisuga –. Le schiacciò l’occhio attraverso il vetro brunito, – Tutti morti, anche tu. Tu mi parli di amore e di foglie morte e di risentimenti. Direi che non sei poi tanto lontana dalla verità.

– Lo dice anche mia madre, Matthew! Mia madre non mente, tu potresti mentirmi dicendomi quel che mi hai detto appena adesso, ma mia madre ha l’occhio lungo dell’istrice che va dentro la terra per cercarvi le radici più squisite. Le radici, capisci!.

– E l’orgoglio! Dove le metti le foglie morte dell’orgoglio? – fece eco Matthew.

– Sì, anche questo lo dice sempre mia madre – disse calma Beryl. – E dice anche che la bestia se avesse lo spirito sarebbe mille volte superiore all’uomo. Eh sì, mia madre è proprio una grande donna!.

Matthew ebbe uno scatto d’ira. – Lo spirito, sempre lo spirito!

Ma Beryl non si scompose. Lo guardò fissa nello specchio, disse glaciale: – Lo spirito, mio caro, è la vera superbia dell’uomo. Anche questo lo dice mia madre!

Matthew non riuscì a cogliere l’ironia in quelle parole.

Parlavano nel grande letto d’ottone stile Impero. Facevano questi intermezzi di parole, come per prendere una boccata d’aria, poi si riabbracciavano con passione e rifacevano l’amore. Una messinscena d’amore, a cui ci tenevano in modo particolare. Boccate d’aria e d’amore, i grandi nuotatori nel mare dell’amore.

Avevano trovato il modo giusto per non annoiarsi e finirla in poco tempo. Dopo una faraonica scopata, si mettevano sui gomiti, prendevano un’aria seria e si facevano del male, buttandosi le parole in faccia attraverso lo specchio messo accanto al letto a regola d’arte. Sfidavano il movimento della vita, di quella loro vita fatta di nulla. In fondo bisognava scavarla, quella loro vita, andare giù fino alle radici più profonde, dare l’ultimo colpo gobbo prima del grande baratro.

Il loro grande gioco al massacro fatto di parole.

– Dove vuoi arrivare – disse Matthew.

– Al vuoto – disse Beryl.

– Al vuoto?

– Sì, al vuoto! Perché no!

– Non alla vacuità, immagino.

– Nella vacuità c’è ancora qualcosa; io intendo il vuoto come il nulla del nulla.

– Ma il vuoto può anche essere inteso come il tutto – disse ironicamente Matthew. – Ma questo – fece una pausa ad effetto, – tua madre non te lo ha detto –. Le rise in faccia attraverso lo specchio. Era fastidioso e insensato, e il suo sarcasmo fuoriusciva liquido e sinuoso dalla sua fronte alta, lambendo il suo duro profilo e inumidendo le sue labbra carnose velate da una smorfia fastidiosa. A Beryl venne voglia di torcergli quel suo collo ben levigato che le ricordava la statua di Fidia. – Non è facile capire il vuoto – disse ancora l’uomo. Poi cambiò argomento. – Sai – disse quasi sottovoce, – di tua madre mi piace la riga azzurra dei suoi capelli cenere. Hai presente Jean Harlow sulla sua convertibile rossa e il filo di fumo della sigaretta negli occhi come attimo azzurro di finestrino di treno in corsa nella notte? Beh, – disse ancora più sottovoce, – è l’anti Harlow, ma mi piace: quei suoi capelli cenere tirati a piombo!

Beryl si fece di fuoco, i suoi occhi gli iniettarono odio. Disse tagliente: – Sono venuta qui per fare l’amore con te e tu mi sforni ‘stronzate’.

– Ma lo stiamo facendo l’amore, cara! –. Matthew protese il labbro carnoso inferiore allargando gli occhi. Non era bello a vedersi, eppure continuò: – Togliamoci i veli dello spirito, restiamo nudi come le nuvole dopo l’uragano. Arizona, dolce buio dell’anima!

Beryl sospirò delusa: – Perché sono qui! Arnold…

– Arnold è un tragico – la interruppe subito l’uomo, – uno scansafatiche dell’amore.

Insopportabile, pensò Beryl, poi rabbrividì pensando a cosa stava facendo lì in quel letto con quell’uomo spregevole. – Arnold è un poeta – disse forte, – il cantore dell’altra faccia dell’amore–. Ebbe una violenta contrazione di tutta la faccia, scoppiò: – Perché sono qui!

L’uomo sorvolò sull’ultima frase, disse invece con sarcasmo: – Il cantore del buio.

– Dove sono… dove! – gridò Beryl con rabbia – Dov’è il mio respiro… il mio corpo… la mia anima… il mio sorriso! Dove! – gridò, stazzonando la coperta di mussola. – Maledetti numi, dove sono?

– Sei nella mia cripta – disse Matthew ridendo.

– Sono in una pozzanghera! – gridò Beryl. – Che ci sto a fare qui? – Divenne poetica per fare il verso all’uomo che la guardava ridendo. – Che ci sto a fare, qui, nella tua cripta, quando gli alberi creano arabeschi di luce e il trenino di montagna manda i suoi sbuffi di fumo alle primule addormentate sotto le rocce innevate.

Matthew rideva, ma ormai tutto rotolava nel baratro.

Beryl continuò a gridare: – Sto qui a sognare il contadino con l’aratro, sto qui a guardare l’ombra della donna del villaggio sui muri pieni di graffiti, sto qui a pensare al generale defraudato dei suoi gradi.

Era un urlo di sofferenza di una donna, ma l’uomo continuava a ridere. Beryl gridò ancora più forte: – Non c’è storia nel nostro rapporto d’amore! Tu sai cos’è un sorriso di un cuore? Tu conosci il profumo delle anime dei pittori? Perché dipendo da questo tuo lurido corpo? Io cammino con le scarpe di vernice sui miasmi di un liquame, faccio la filosofa in una cripta dissacrata, corro su un cavallo che mi disarciona al primo ostacolo. Qui, tutto mi sconvolge! –. Beryl urlava, il suo cuore urlava.

Matthew fu trascinato suo malgrado dalla veemenza della donna. Disse serio: – Ti ascolto. Ascolto i tuoi inganni, i tuoi falsi sospiri, il tuo lasciarti trasportare dal carretto dei rifiuti, le grandi ruote cigolanti, e tu guardi compassionevole il vecchio cane che si trascina bavoso sotto le pulegge. Ascolto il buio della tua alba –. L’uomo si lasciava trasportare dalla retorica e Beryl cercò di colpirlo con la mano aperta , ma lui fu svelto a scansarla. Per un attimo restò muto, poi disse adirato: – Con te vicino vedo tutte le mie facce. Sono l’uomo invisibile, e cerco.

– Cosa cerchi! – disse lei infastidita.

– L’infinito… una carezza.

– Romantico!

– Mi vedo un cadavere.

– Hai fantasia da vendere – disse lei sarcastica.

– Colpa dell’emozione – disse lui.

– Oh, oh, oh– fece lei, – ti emozioni per così poco, tu.

– Mi vedo invisibile e non credo a nessuno.

– Chissà, forse credi a tutti: a modo tuo, s’intende!

– Io vivo per quell’attimo che c’è e se n’è già andato.

– Insomma, rincorri la tua ombra – disse ironica la donna. – O meglio: rincorri il pensiero della tua ombra! O forse è il sorriso della tua ombra che ti interessa? Forse è il parlare della tua ombra? Ho capito, Matthew! Tu non fai altro nella vita che rincorrere te stesso! Beh, da quel che ho capito, tu non sei altro che un’ombra!

Beryl rise asciutta e filò in bagno a specchiarsi i ricci neri.

Le chiavi di volta si arrampicavano prima sui timpani, poi fuggivano via dalle feritoie. Tutto il soffitto fuggiva via e Matthew vide che quelle volte fuggivano via con i suoi pensieri. Restò immobile nel letto a guardare il soffitto. Qualcuno mi potrebbe dire: ‘Fammi una pernacchia!’. Io, allora, resto lì come un succhiacapre che non ha più le capre. Quello, allora, mi allunga la lingua e me la fa lui la pernacchia e io rido. Finalmente ho capito che lui voleva insegnarmi il detto: “occhio per occhio”. Così, lo abbraccio, lo bacio, gli dico che è un amico e che mi ha insegnato qualcosa di importante, come “la pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo”.

Qua e là un grido, qua e là un gesto, qua e là un sorriso, qua e là un abbraccio… E le lacrime?

Le lacrime sono una finzione. Vedi Beryl! Lei è qui, viene a letto con me, mi fa la pernacchia del vuoto e della vacuità, mi parla di sua madre come fosse Orfeo con Euridice all’Inferno, poi… Et voilà! Tutto è fatto, tutto è passato: dov’è il baciamano? Io ho goduto, lei ha goduto, e Arnold è stato fottuto! Et voilà!

Non finirà così! Sento che così non va e, così, non finisce mai bene. Ci sarà uno scontro tra lei e me all’arma bianca. Il vincitore?

Aiutami, ti prego, Tu sei al di sopra di ogni forza umana. Io mi offro a Te senza paura, ma so che mi dimentico di offrirti qualcosa e non so – non saprò mai – cos’è questo qualcosa di cui mi dimentico. Tu non incazzarti, ti prego; Tu sai che non mi affido completamente all’uomo terrestre!

Matthew guardò la donna uscire dal bagno e venirgli incontro fresca e nuda. Respirò forte, ansimò, disse tra sé: che culo, ragazzi!

Capitolo 2°
Arnold

E se poi! Ce n’era per tutti i gusti, c’era un assordamento di voci e di colori del tutto uguale ai fermenti delle uve nelle botti di una distilleria: gas, stridori, sciacquii sciacquoni sciacquature sciacquabudella, ciabattare, urlii, mal di pancia, gridi prolungati, gridi ritmati, gridi di finto dolore, gridi di colori blu rossi gialli gallina verdi pappagallo nero inchiostro di seppia bianco latte di vitella… C’erano le ombre – tutte le ombre –; c’erano tutti i chiaroscuri scintillanti e lustri, gli occhi vaganti, gli occhi indaganti, gli occhi appena accennati che guizzavano negli angoli alla ricerca di fontane con sirene e delfini; c’erano zufolii d’ebbrezza, baci, carezze, spinte, rincorse, urlii, movimenti rotanti, sussultanti, reagenti, rapinanti; e poi ancora c’erano zincature di banconi, file di alcoolici, macchine da caffè rombanti, fischi, rilassatezze, strascicare di piedi, trapani di fiati, di denti, di lingue, di bocche; infine c’erano pance all’aria flaccide adipose sfiorite bianco latte e marrone cioccolato.

E’ forse una finzione la vita? Senz’altro è un inganno, e forse, alla fine, è un sogno irrealizzabile. Tutto comunque, là, era caos, e l’uomo sbirciò tra le colonne dei marmi, cangianti in oro sotto le luci al quarzo. L’uomo sbirciò ancora restando immobile e la sala d’attesa gli offrì fregi e poltrone semicircolari. Messo così, lui immaginò di stare in bilico sulla soglia di un anfiteatro corinzio, con i miliardari imbardati di barbe scolpite a fili di cristallo che ci passeggiavano dentro e il popolo sugli spalti di granito a fare un ohhh prolungato in segno di ammirazione.

Musiche, danze, stili, celebrazioni: l’uomo ebbe l’impressione di sentire grandi risate salire dalla scala di porfido che portava laggiù nella cripta. Sì, le grandi risate che fanno bene alla salute, ma poi tutti i riflettori si spengono, tutto diventa silenzio e tutti se ne vanno per la loro strada dimenticandosi delle grandi risate

° ° °

L’uomo restò fermo a piedi uniti sul threshold, non riuscendo a saltare il laghetto di bitume che fuoriusciva dalle fessure delle mattonelle. Calzava scarpe di corda flessuose e le dita dei piedi non sapevano stare ferme al loro posto. L’uomo era inquieto e non si decideva a risolvere la questione della colata di bitume. Ci mancavano quei travetti ammuffiti di lassù! pensò. Ecco cosa ti combina la malta che lega le tegole alle gronde di mattoni, se l’impermeabilizzazione dei travetti se ne va a farsi benedire! Gocce di grassi dai muri, colate di bitume, macchie lattiginose dappertutto. Beh, adesso ci faccio un passo falso su queste macchie nere e mi lascio dietro un mare d’impronte. L’uomo restò lì, immobile e inquieto. Come faccio, pensava, e restava lì a guardarsi le scarpe di corda roteando le mani in aria sopra la testa e, per non gridare, morsicandosi i polsini della camicia quando le rimetteva giù. Poi faceva uno sforzo boia a trattenere i ticchi degli occhi, poi si guardava intorno di qua e di là e poi dietro e poi davanti e poi si copriva gli occhi con le mani per ripararsi dalle lampade al quarzo messe un po’ dappertutto lungo le pareti, e poi ancora guardava le traverse del portone, contava i pannelli di legno, perfino i chiodi e i montanti, e poi riguardava le traverse e ricontava i pannelli, i chiodi, i montanti. Non la finiva più di contare e ricontare e guardare e riguardare, come fosse stato ipnotizzato da tutto l’insieme del portone. Il suo isterismo stava per travalicare. Uno sforzo sovrumano, ma tutto era inutile.

‘Divento immortale e poi muoio’, sussurrava guardando le macchie di bitume rigide nei riflessi delle lampade rossastre. Guardava ancora la pallida luce del tramonto filtrante dalle strombature del soffitto, guardava altre gocce di bitume schizzate sulle colonnette di sostegno, guardava affascinato i primi gradini della scala che portava alla cripta.

‘La vita non può essere conosciuta’ sussurrava tra sé, guardandosi la mano armata. ‘Come se fossi un pazzo criminale con questa pistola tra le mani’ sospirò concludendo: ‘Si diventa pazzi, si diventa criminali per necessità! Ti rubano la moglie, ti usano la moglie come moccio, te la divorano come cannibali e tu diventi pazzo e assassino. La fame non ha scrupoli, la fame diventa rabbiosa, la fame diventa deserto succhiatore di sangue. Allora il fuoco ti si appiccica ai muscoli, i tuoi occhi si imbianchiscono di latte cagliato, le tue labbra si fanno petali di rosa ammuffita, viscide come queste macchie che mi trattengono. Bene, Arnold, che fai adesso? Giochi il re di quadri o l’asso di picche? Arnold, – gli piaceva chiamarsi per nome – tu sai giocare? Hai mai giocato una qualsiasi carta? Hai mai preso una qualsiasi decisione? Hai mai saputo calare un re qualsiasi o un asso qualsiasi?’. Sfiorò con la punta della scarpa una grossa macchia che gli stazionava davanti e guardò la porta d’entrata che l’ aveva trovata appena accostata con la sbarra cilindrica del chiavistello alzata (Matthew non chiudeva mai la porta a chiave). Poi si fece coraggio, guardò con rabbia la macchia di bitume sul cemento, ci montò sopra con tutto il piede e schiacciò la massa collosa come fosse un frammento di cervello. Si sentì svuotato, senza più equilibrio, come se nel suo encefalo fosse entrata una mosca o il dito di una rana. Le sue funzioni vitali subirono un contraccolpo, tutto fu buio davanti a lui, i piedi restarono paralizzati, la valanga delle sue emozioni si staccò dalla macchia gelatinosa e schiacciò gli scafoidi e i cuboidi. Non riusciva a stare in piedi, si era appiattito prendendo la forma contratta dello scheletro di una rana con le falangi e le metatarsali allungate e le ossa tarsali distali e prossimali annodate a stroppo triplo olandese (rise al pensiero di sentirsi una rana). Sentì che stava perdendo tutta la sua flessibilità, perché i muscoli si contraevano, i tendini diventavano flaccidi, i talloni subivano fitte lancinanti e tutti i rumori esterni si affollavano sul condotto uditivo e le membrane intorno alla coclea diventavano stelle filanti incatramate da forni di cottura di fornaci di mattoni. Era diventato un ramo che non riceveva più linfa dal tronco, intorno a sé tutto era nero, i gradini della scala che portavano alla cripta gli ballavano davanti agli occhi come fossero tasti di un piano manovrati da un demone dei blues. Si sentì più fallito di quanto lo fosse in realtà, e tutto ciò che gli stava capitando, pensò tristemente, – ed era assurdo! – dipendeva esclusivamente da una semplice macchia di bitume impiastricciata alla suola di una sua scarpa.

‘Che vuoi fare, Arnold!’ Si rise dietro. ‘Vuoi eleggere il tuo presidente della malora? Oppure vuoi avere successo con l’avversario, o vuoi scodinzolargli dietro, o vuoi la sua totale rovina. Che vuoi fare, Arnold? Che fai, Arnold! Vuoi seguire il gregge e non distinguerti e non essere te stesso, buttando nella spazzatura la tua identità, appiattendoti come fanno tutti. Prendere o lasciare, la vita non ti offre altre vie! Per chi cade troppo facilmente nella retorica dell’amore, la vita non dà scampo. Una nota, una piccola nota, una lieve nota, un guizzo di nota, un’armonia di note. Tu che fai? Stai qui a misurare il tuo tempo e le tue emozioni? Stai qui a decidere se usare o no la pistola che tieni in mano, oppure a staccarti o no questa macchia di bitume che si è infernalmente attaccata alla suola della tua scarpa? Accomodati, Arnold! Falla finita una buona volta per sempre, deciditi una buona volta per sempre. Deciditi! Scendi quegli scalini con la pistola ben stretta in mano, vai a sparargli addosso a quei due, falla finita una buona volta! Il buio viene presto dimenticato, tutto scorre via che è una meraviglia ed è proprio lì, dove meno te lo aspetti, che sta la sorpresa! Tu non immagini neppure quale potrebbe essere la sorpresa finale. Arnold, non preoccuparti di nulla! La sorpresa finale appare sempre; ma poi: che t’importa della sorpresa finale e di tutto il resto? Tu hai la pistola, puoi sfruttare l’elemento sorpresa, e così puoi farcela a correre più veloce di lui e di lei e di tutto il mondo. Provaci, Arnold!

° ° °

Provaci, Arnold: già, tutto facile, ma è un bel dire! Lui era rimasto lì, incerto sul da farsi, la testa e tutto il resto dentro il quadrante del grande pendolo ad altezza d’uomo. Era bambino e in quel quadrante coi grandi numeri romani che gli incutevano timore, lui vi stava dentro tutto, contorcendosi come un grosso uccello senza piume e tenendo le ginocchia in alto con le braccia attorcigliate alle tibie e la testa incassata tra le cosce. Messo così dentro, in qualche modo, stringeva tutto il corpo il più possibile, poi alzava gli occhi verso i grandi numeri delle ore che martellavano il tempo, e quei numeri lui li immaginava i re delle ore e diceva piano dentro quella cassa che ormai lo soffocava: ‘Voi siete i folli re della vita’. Li guardava estasiato, pieno di rispetto, e sussurrava una sua preghiera di follia, muovendo la testa a tempo col pendolo: “Tic tac, tic tac,tic tac… Io sono il tempo e tengo in pugno tutto il tempo della vita. Io muovo il tempo con la mia testa e posso fermare il tempo quando mi pare e piace, così se voglio posso dissolvere la vita del mondo. Il mio cervello è il tempo: tic tac tic tac tic tac…”. Quanto era potente il suo cervello! Il mondo nelle sue mani: lui, la divinità del tempo! Lui, il moderatore degli umori degli uomini! Il Fidia del tempo, Zeus in persona!

Stava appollaiato come un grosso uccello senza piume dentro quella cassa di legno di pino e si sentiva protetto da tutti gli urli del mondo, assaporando con frenesia il profumo del midollo del fusto mischiato al floema della corteccia (un pallido profumo di tempi antichi). Certo che si sentiva protetto! Lui era dentro una cassa di pendolo che conteneva il tempo segnato dal meccanismo Camerer. Kuss & C°. ( mica cosa da poco! ). Protetto, difeso, importante, e poi nel profumo del pino stagionato. Ci stava come un pavone, dentro quella cassa dalla cui porticina di cristallo i riflessi del sole entravano prepotenti impastandosi con quelli del cristallo. Ne veniva fuori uno splendore che offriva manciate di diamanti del tutto simili ai riflessi esplosi dall’incontro del cielo con la terra in una grande giornata di sole primaverile dopo la tempesta. Lui se ne stava lì rannicchiato e pavoneggiante e si sentiva il custode della forza della natura che prendeva ulteriore forza dalla forza del tempo, e tutto ciò gli metteva nel cuore la forza dell’allegria. Ci voleva poco per renderlo felice! Quei riflessi di sole e di cristallo lo innalzavano a padrone del tempo e della luce, e lui era felice. Lui, maschera del tempo e della luce! Adesso era soddisfatto con quella maschera speciale sul viso e poteva aprire lo sportello del quadrante e saltare fuori dalla cassa con gioia. A questo punto il meccanismo dell’orologeria tintinnava e quel brusio soffice e sottile prendeva spazio per tutta la cassa e toccava perfino i battenti della porta, la placca della serratura, i montanti, le traverse, i pannelli e i chiodi di rinforzo. Il pendolo diventava la cassa armonica del paradiso, così pensava lui, e lui si soffermava a guardare intensamente la porta pannellata che ricordava le porte delle case del Surrey nella prima metà del ‘600.

Lui amava quel pendolo e il suo quadrante elegante con le scritte rigide del Times e restava incantato davanti ai maestosi numeri romani che gli tramandavano la frenesia di un mistero. Più li guardava e più essi aumentavano di maestosità, raccontandogli ogni volta, a loro modo, una storia antica di cui loro stessi erano stati protagonisti.

Adesso era lì, sul filo del threshold di quel palazzotto normanno, e le macchie di bitume erano nere come le anime di chi ci stava dentro in quel momento. Alla fine la montagna delle emozioni gli colpì tutti i muscoli facciali e il suo profilo di pietra si trasformò nella centrale dei gas della rabbia, e questa centrale fece ruotare il suo pomo d’Adamo e lui fu risucchiato dal vortice di un tifone. I sopraccigli si accartocciarono e tutto il viso si trasformò in una maschera tragica.

‘ Vai a farti fottere, Beryl!’ disse adirato puntando il pugno verso la porta ‘Ma tu ti stai già facendo fottere, puttana della malora! Tu mi dici sempre di guardarti negli occhi, perché i tuoi occhi mi dicono che dentro di te non c’è nessuna bestia. L’inganno, Beryl! L’inganno è il tuo amico quotidiano’.

Dopo questo sfogo, tutto gli diventò obliquo dentro. Le narici ebbero un sussulto sulle labbra sottili e aride, la rastrelliera dei denti tremò tutta e gli occhi sventolarono come bandierine nella tempesta. Ci fu una trasformazione totale del suo viso: ecco, quel suo viso di regola mobile e regolare prese la forma di una duna di deserto e su quella duna s’impennò un mostro marino che avvolse i sopraccigli in un’ombra biancastra. Alla fine tutte le sue emozioni si raccolsero su quella duna e la bocca divenne caverna urlante e le ciocche dei capelli aculei di istrice delle isole della Sonda.

Arnold capì che non era assolutamente dentro un sogno.

° ° °

Non era mai stato bombardato dalle mozioni come in questo momento, neppure quando Beryl s’infuriava contro di lui per le sue insopportabili incertezze.

– Sembri un moscerino con le ali di carta velina – gli aveva detto un giorno Beryl al limite della sopportazione per quella sua apatia di fronte a ogni cosa. – Un moscerino finto!

Lui allora non aveva risposto nulla, ma aveva rimuginato dentro di sé parecchio. ‘Questa rettile!’ aveva rimuginato. ‘Come se non sapessi!’.

Adesso stava lì impalato e immobile sul filo del threshold e non aveva neppure il coraggio di saltare poche macchie di bitume per scendere nella cripta e far piazza pulita di tutte le sue paure. No, adesso stava davanti alle macchie e valutava quali pericoli, quali tracce, quali scemenze! Tutte scemenze, Arnold! Sì, si diceva così, ma intanto restava fermo. E salta una buona volta! Vai giù con la pistola impugnata ben ferma, sparagli addosso a quei due! Sorprendila una buona volta, la tua casta Beryl! Fanne un macello di quel biondo slavato che fa con tutte le sue telefoniste il cascamorto invertebrato. Sparagli nel culo, così non potrà più fare la cacca nel suo vasino di porcellana. Sparagli nello stomaco a questo falso monaco di Angers, fallo secco dentro la sua finta chiesa sconsacrata!

Guardò il primo scalino della scala al di là delle macchie e pensò con rabbia a dove quella scala portava. Una cripta! Un vestibolo di cappella!. Ma cos’è qui: la sacrestia di una cattedrale? Pensò così. Chi crede di essere: un arcivescovo?

Mise in tasca la rivoltella e incominciò a sventagliarsi le mani sugli occhi che scivolavano sul granito del corridoio. Come può! Gli venne da gridare, ma si trattenne. Mise gli occhi sulle macchie, trattenne il respiro e continuò a pensare. Come può, una come Beryl, andare a letto con uno come quello. Quello è un maniaco! Incominciò a scimmiottare con la bocca e gli occhi: “L’asticina, signora! L’asticina slitta via, frulla, vibra, ed eccoti le interferenze e gli accavallamenti dei numeri. E’ così, signora!”. Dice così e intanto posa delicatamente le mani sulle sue spalle. Continua a spiegarle: “L’asticina, così com’è, va avanti come uno zoppo, striscia la puntina anziché zampillarla– capito: zampillarla! – e la puntina non va a pescare il numero giusto”. Cascamorto del cazzo! “Allora, vediamo un po’! Mah, meglio portare il tutto in laboratorio; là risolvono sempre tutto in un batter d’occhio!”. Ti ha detto così, Beryl! Tutto con i dovuti modi: dolcezza e professionalità. Io ti conosco, Beryl! Tu non sei la donna fatale; bastano due occhi tenebrosi e una mano gentile sulla spalla e tu ti liquefi come strutto nell’olio bollente. Beryl! Tu ti sei innamorata di una vecchia carrozza che cigola nella notte. Ne sento il cigolìo dei mozzi e lo sfrigolìo delle pulegge che graffiano il chiaro di luna. Tu non sai trattenere gli stormi degli uccelli che si posano sull’ansa del fiume; tu non ascolti le dolci acque dei moli; tu fuggi l’attimo della quiete e non sai che la quiete è soltanto un attimo che irrimediabilmente fugge via, scompare. Tu, Beryl, ami soltanto il buio.

Arnold restò ancora irrigidito sul filo del threshold. Dunque sogno, si disse a mezza voce. Sogno le luci di questa città, le luci umide della terra, i sospiri inconsapevoli della terra, i respiri irragionevoli; eppure non sono ancora sazio di sogni. Io sogno sempre! Sogno anche tutti i colpi di cannone, tutte le bombe, tutti i gas mortiferi sparsi sull’universo. Restò fermo. Questi sogni mi colpiscono dentro e mi mettono nel cervello tutti i dubbi della terra: ecco perché adesso resto fermo davanti a queste macchie. I dubbi! Quei colpi, quelle bombe, quei gas… le macchie viscide! Tremò tutto. Adesso, Beryl, le calpesterò tutte e così frantumerò il sogno dei tuoi occhi e del tuo seno, della tua bocca e del tuo cuore.

Ormai divagava pericolosamente e farneticava coi sogni del paradiso e delle offese, come se le luci intorno fossero le luci del paradiso e i misfatti di sua moglie fossero i misfatti di tutta la tragedia umana. Farneticava; divagava sugli occhi tristi del cavallo infiocchettato per la festa del vino; nel suo cervello furoreggiavano vertigini di un mistero: “You are a captive audience”… Le fiamme dell’inferno lambivano l’effimero amore. Perché Beryl? Sto forse sognando? Ho forse sognato di spararti nel cuore con questa pistola che tengo in tasca e che ho usato dopo essere arrivato laggiù, davanti a nessuna porta e dentro il grande bazar delle colonne, degli archi e dei capitelli che si allargavano nelle lunette a ventaglio e fuggivano dalle finestre vittoriane? Che pacchia spararvi nel cuore! Che sogno vedervi morire dentro la grande musica dei blues spirit! Spararvi nel cuore! A te, decano da strapazzo; a te, sposa di merda, afflitta ai piedi della grande colonna di sostegno. La grande musica la sento arrivare dai corridoi dove scorre il freddo; lì da voi c’è molto freddo, e il freddo viene dal grande letto Impero (non è di questo stile il vostro letto?). Il grande freddo! Io sento freddo! Lo sento venire dal coro di un tempo, lo sento venire dalla luce del tramonto che filtra la cupola di cristallo sopra il vostro letto di passione. Ecco allora che devo vincere questo freddo! Adesso lo vinco! Adesso, io arriverò sopra di voi all’improvviso e spazzerò via tutta la vostra intimità . Luridi vermi! Sì, Arnold, luridi vermi; ma intanto tu resti lì come un pappafico e loro se ne stanno laggiù al caldo ad avvolgere di piacere i loro corpi. Vai a mangiare con loro, e non preoccuparti se non ti hanno invitato: loro sono cattivi ospiti! Avvicinati a loro in punta di piedi (hai le scarpe adatte!), puntagli al cuore con calma la pistola. Sì, Arnold, ripeti con me: prima al tuo cuore, Beryl! Poi al tuo cuore, normanno! Ecco, così! Vai a guardargli i loro occhi terrorizzati, la loro bocca contorta, la loro gola strozzata dalla paura. Vai ad essere felice per un attimo che vale tutta una vita. Ne vale la pena, Arnold! Tutti ti dicono di no, che fai male ad andare giù a ucciderli, ma loro non conoscono la tua sofferenza! Troia!, vorresti gridare, perché mi hai sposato? Perché hai voluto da me un figlio? Perché hai sempre scherzato sulla mia pelle? Arnold, non lasciarti prendere dalla retorica dei perché! Tu non sei un grande attore! Tu non arrivi a nulla, così! Ma Arnold continua a pensare con la sua testa e a parlarsi melanconicamente. Mi dicevi, pensa lui, “Arnold, io sono una ‘diversa’! Nessuno sa e nessuno saprà mai fino a che punto lo sono. Neanche tu sai cosa sono e chi sono. Allora dimmi: – Per questo sono una debole? –. Arnold, non sono una debole, sono una diversa! Sai cosa voglio dire? Che così come sono, posso fare qualsiasi cosa in qualsiasi momento. Domani, se voglio, posso dedicarmi alla pittura, oppure posso mettermi a suonare uno strumento o a fare danza classica. Arnold, io sono una diversa, il che vuol dire che vivo fuori da tutti gli schemi e me ne frego dei moralisti, dei padri spirituali, degli psicologi e di tutti i venduti del sistema. Arnold, io non credo al paradiso terrestre!

“Ma c’è Hercules,adesso!”.

“Sì, c’è Hercules! Ma lui è un’altra cosa. Lui non ha a che fare con la mia diversità”.

“Come, non ha a che fare!”.

“No, non ha a che fare, Arnold! Non dirmi perché, ma lui non ha a che fare. Lui è Hercules, e basta!”.

“Mi vuoi sfottere, Beryl! Mi vuoi dire la verità?”.

“La verità! Arnold: la verità! Sai cos’è la verità? La verità è questa: – La verità è che la vita sembra uno schiaffo in faccia, oppure sembra un istante di abbandono oppure è il guizzo di una lontananza, oppure un semplice bacio o un ghigno, uno sputo in un occhio, o è soltanto una stretta di mano!

Ma detto questo, Arnold, io sono una diversa!”.

“Cosa vuoi dire? Si può sapere cosa vuoi dire con questo ‘sono una diversa’?”.

“La mia diversità, Arnold, sono i miei sentimenti, le mie emozioni, le mie passioni. Io non ho rispetto per nessuno!”.

Ti ascoltavo, imbecille che non era altro, e non dicevo nulla. Ero come affascinato da quel tuo sproloquiare, insomma ti davo silenziosamente ragione e così facendo, facevo la figura di essere uno come te.

“La mia logica, Arnold!”, mi dicevi, “La mia logica defraudata da chissà cosa e da chissà chi! Arnold, ascoltami bene: – In me non c’è più nessuna funzione vitale!”.

“C’è Hercules, Beryl!” ti dicevo.

“Hercules è un’altra cosa, le mie passioni non sono Hercules”.

“E io?” ti dicevo.

“Tu sei come la musica: la ami, poi ti annoia, la butti, poi la riprendi, l’accarezzi, la baci, la rifiuti di nuovo e la lasci lì, nel lettore, nel raccoglitore, ma non la dimentichi; sai che c’è e puoi ascoltarla quando ne senti il bisogno o rifiutarla quando non ti senti di ascoltarla”.

“Non credi di provocarmi, dicendomi così?”.

“Perché, Arnold? Mi sembra che stia facendo di te il quadro del perfetto amante. Non credi, Arnold?”.

“In fondo è vero, Beryl! Che è poi l’amore? Ha forse delle regole fisse?”.

“L’amore non esiste, Arnold! L’amore sfugge a ogni ragione e chi dice il contrario è un ipocrita. Vuoi che ti parli invece della morte?”.

“Perché?”.

“Perché la morte è come l’amore: non ha regole fisse e sfugge alla ragione. C’è solo una piccola differenza tra i due: la morte fa paura a tutti, l’amore fa paura soltanto ai gonzi. Tutt’e due esistono e non esistono, tutt’e due, comunque, ti lasciano alla fine il vuoto.

Io dell’amore e della morte ho questa visione: l’amore è una fotografia cosmica, tu vai per la strada, fai mille cose, vai in mille posti, vedi un milione di cose, ascolti, ridi, piangi, vivi, rifletti, ti fermi e te ne vai. Che bomba, ragazzi, è l’amore! Eccoti poi la morte! La morte è l’oscuramento di questa fotografia cosmica. Ecco, è così che io la penso sull’amore e sulla morte. Arnold, è così: se ti va, bene! se non ti va, è lo stesso!”.

Arnold scoppiò in una grande risata: stava sempre immobile sul filo del threshold. Hai capito come sei, Beryl? Mica poi tanto visionaria! E questo tuo bel normanno? Dimmelo che ce l’avevi già questo tenebroso che ti ha riempito la testa del suo mondo dello spirito, delle sue fandonie del morire e del non morire! Certo che ce l’avevi già! Lui rise.

L’ho letta la poesia che ti ha scritto!… “Ascolto il vento che urla. Ascolto il mio vuoto scolpito su questa parete che urla di te. Ascolto il mio non essere… Ascolto le mie risa di durezza, di pochezza, di uomo del nulla. Vorrei le tue carezze… il tuo volermi, il tuo respingermi, il tuo morire e il mio morire…”. E’ tutta qua dentro, la teoria dell’amare e del morire che mi hai sbandierato con tanta sicurezza. Ti dico io, adesso, cos’è che ti ci vuole per mettere in pratica tutto il tuo bel sapere; ti ci vuole un cazzo grosso, soltanto un grande cazzo!

Adesso voglio fantasticare ancora un po’, Beryl, prima di venire giù da voi. Vedi, in fondo, alla fine, io sono soltanto un poeta. Mi piace lacerarmi le carni con la fantasia, correre tra i fiori di campo, raccogliere papaveri nella brezza del grano maturo. Vedi, cara Beryl, io voglio ancora piangere di gioia e sognare… sognare sempre, illudermi sempre. Non voglio avere tregua dentro di me e voglio servirmi del sogno per annullare in me tutti i sentimenti, tutte le emozioni, tutte le esplosioni. Perché, vedi, tutte queste cose non ti fanno distinguere le pernacchie dalle canzoni: capito Beryl? Equilibrio, Beryl! Non voglio dentro di me la folla urlante, non voglio tenermi dentro nessun nulla. Le mie cellule nervose me le tengo calme: i cammelli corrono soltanto sulle dune!

Tu, e le tue passioni! Tu, e le tue emozioni che ti cavalcano le cosce! La morte ti sfida a sbeffeggiarla. Ho vissuto con te nell’ossessione più assoluta, eppure non te ne faccio una colpa. Io so di non essere l’uomo adatto e per te ormai è tutto troppo tardi per tutto, perfino per Hercules. Chi è Hercules per te, in fondo? Adesso io non fuggo; carico i miei sogni sul treno e vado tra le felci e le radici a curare le mie cicatrici (se ce la faccio!). I peduncoli, le foglie fradice, i nodi delle cortecce…

Farneticava e restava immobile: non era bello vederlo! Annoiante! ‘Sono il midollo, sono il sughero, sono le escrescenze, sono un atomo di ossigeno, un pulviscolo di carbonio, la sintesi delle proteine, il polline, il nettare…, il cazzo di che cosa?’.

Era ormai pazzo, e il blues che veniva dai sotterranei gli scaricava dal treno tutti i sogni. I suoi sogni entravano nelle gallerie, restavano nel buio, uscivano nella luce e lo accecavano. Era pazzo, non poteva escluderlo, e adesso quel treno era fermo alla stazione con tutti gli stop accesi e le luci scarlatte degli stop gli dicevano che era vietato attraversare i binari della salvezza.

‘Posso sognare e smettere quando voglio, posso svegliarmi, posso decidere, posso attendere, posso tenere in mano gli occhi di tutti, posso permettermi perfino di essere pazzo. Tutti fanno finta di ascoltarti, tutti ti parlano come fossero grandi amici: oh che bella ventata di amicizia! Tutti ti abbracciano: già, ti abbracciano! Non è una bella fregatura? Almeno io sono pazzo, e tengo in mano gli occhi di tutti.

Adesso sono arrivato in fondo, mi sono liberato di te che amavo più del mio fiato. Che tu non conosca mai il mio canto di liberazione! Non è bello conoscere il canto di liberazione di un cornuto! Beryl, tu mi canterai il riposo dei tuoi occhi fatti di nebbia! Tu mi parlerai con il tuo cuore trapassato da una pallottola sparata da me e leccherai il graffio del silenzio che mi lacera il cervello. Ma cosa importa a te del mio graffio che mi lacera la ragione? Cosa importa a te della mia pazzia o del mio stare qui come un ebete a guardare queste macchie nere che non scavalco o delle tracce che possono lasciare sul pavimento se le scavalco. Tutto è ormai finito: presto io ti ucciderò come l’ultima bestia del branco. Le passioni si pagano; loro sono troppo preziose per venderle sottocosto: non ce la faccio a fartela passare liscia, adesso devo oltrepassare queste macchie e venire giù da voi per fare un macello dei vostri due luridi corpi. Non ci sono posti belli nella mia mente in cui andare a rifugiarmi, in fondo ho una natura codarda. Corro coi piedi di un coniglio; dentro sono un coniglio che sta qui nel silenzio a immaginare che voi siete laggiù a mettermela nella schiena senza vergogna. A voi non ve ne frega nulla dei miei urli, delle mie paure infinite, dei miei respiri senza ossigeno. Sì, urlo! Sì, mi manca l’aria, non ho più respiro! Una pausa infinita…respiro… non ho respiro! Ho bisogno di aria… aria… aria…

° ° °

Intanto giù nella cripta.

– La parola, Matthew! Il tormento. Tu non hai scampo, in te non c’è scampo.

Beryl si oscurò le sopracciglia con l’ombretto, spruzzandovi sopra venature di arancio. Si stava chiedendo perché aveva detto così a Matthew. Come sempre, dentro di lei c’era l’enigma dell’impulsività che non riusciva a dominare: lei faceva le cose senza pensarci su tanto, e forse questo suo comportamento era la risposta per togliersi dall’imbarazzo di ciò che la turbava in quel momento. Ora, l’imbarazzo del momento era l’uomo che stava a letto nella stanza attigua al bagno. In fondo quell’uomo era un estraneo qualunque e lei ci andava a letto esclusivamente per trarne piacere. I suoi occhi vecchi non le piacevano affatto. Ci pensò un po’ su a quegli occhi vecchi, poi concluse che in quegli occhi mancava l’obliquità. Scrollò le spalle e guardò gli occhi di Matthew attraverso lo specchio messo in modo che dal bagno si vedesse nella stanza. Le ninfe che incorniciavano lo specchio le risero in faccia. Guardò gli occhi aperti dell’uomo e dentro ci vide il buio. Rabbrividì. Distolse subito lo sguardo da quel buio e continuò a imbellettarsi gli occhi con furore, come se quel furore l’allontanasse dalla sua impulsività. Si calmò un poco, prese un atteggiamento assorto e riguardò gli occhi di Matthew: dentro vi lesse il rancore. Guardò altrove infastidita, poi si guardò la punta rosa dei piccoli seni e sopra quei pallidi rosa ci vide l’ombra appena accennata dell’avvizzimento. Ebbe un moto di stizza furiosa, si vide vecchia, si vide irrimediabilmente indifferente a tutto, si vide il vecchio con le rughe che s’incazza perché vede sul suo corpo tutta la sua gioventù disfatta. Lei non poteva vomitare nessuna ruga e non poteva allontanare nessun pensiero di gioventù divorata. Allora lei reagì a quella insolita realtà, impugnò tra le dita lo stick del rossetto carminio e disegnò sullo specchio un viso che non era né di uomo né di donna, gli occhi erano sbarrati e la punta della lingua toccava il mento. Dopo lo schizzo rise istericamente. Ci fu un’eco della sua voce: – Morirò libera, Matthew! –. Fece una smorfia allo schizzo e le sembrò che quel viso ridicolo tutto a spigoli riflettesse la sua smorfia sugli occhi veri dell’uomo. Continuò ridendo: – Eccomi leonessa coi baffi strinati! – Fece una breve pausa e spiegò all’uomo dal bagno: – Sai perché le parole strinano i baffi delle leonesse? – Silenzio. – Perché le parole sono sibili di bombe incendiarie! I baffi delle leonesse vengono strinati dagli involucri delle bombe–parole, poi gli involucri si disintegrano nell’aria e uccidono esseri umani e cose, così tutti piangono. Piangono e urlano, ma cosa credi: che vada avanti sempre così? Ebbene lo sappiamo tutt’e due, Matthew! Noi sappiamo che basta un venticello qualsiasi, e già tutti ridono. Noi lo sappiamo bene, Matthew! Così va il mondo, così vanno le cose del mondo, così vanno i pianti e i sorrisi del mondo, e così vanno le parole, i sibili, le bombe, le macerie, i morti.

Rise alla faccia disegnata col rossetto e la faccia le restituì il sorriso. Davvero mi sorride? Si disse meravigliata. Davvero ha questo potere di restituire il sorriso ricevuto? Forse perché l’ha ricevuto dal cuore! Sì, deve essere così. Poi guardò al di là del vetro della cupola e vide, trasognata, che tutte le stelle in cielo le sorridevano. Allora prese coraggio. – Sì, un giorno vincerò, ci puoi scommettere! – disse alla faccia color carminio e le sembrò – ma fu soltanto una fuggevole impressione – che la faccia le allungasse la lingua in modo ironico. Si diede dei colpetti sulle natiche ancora sode con le dita, sbadigliò con rumore per attirare l’attenzione dell’uomo coricato a letto, poi scrollò le spalle perché là, sotto le coperte, non si era mosso nulla. Allora continuò a parlare alla faccia e i lineamenti spigolosi della faccia si addolcirono. – Proprio così, un giorno io vincerò perché sono una leonessa con i baffi strinati: me lo diceva sempre Paul, e Paul se ne intendeva di leonesse coi baffi strinati, e non solo di quelle! –. Si guardò le cosce, la “v” pelosa delle cosce, i ginocchi, i piedi. – Illusa! – disse forte, facendo una beffa a se stessa nell’ovale dell’occhio destro della faccia (un bell’ovale disegnato bene!). – Cosa credevi, che di te quello capisse qualcosa? –. Era di Paul, il fotografo, che parlava, lei era stata la sua modella.

– Beh, quello di belle gambe se ne intendeva – disse ridendo e guardandosi le gambe. “Hai le gambe della puledra”, mi diceva col fiato grosso. “Questi ginocchi da puro sangue arabo; questi garretti da puro sangue inglese; questa criniera da Lipizzano lucente come la brezza impalpabile della sera”. Me lo ripeteva all’infinito, fino alla nausea –. Mise sulle gote della faccia un circolo di carminio. Disse scontrosa: – Quel fotografo noioso di mezza tacca! –.

Si guardò ancora i seni artigliandosi il fondo schiena con le unghie. – Illusa – ripetè con rabbia. – Che stronza! Quel mezzo fotografo con le sue nascoste deviazioni! – Hai gambe da puledra… i tuoi ginocchi! C’è da impazzire! Impazzisco! Ancora un po’ e do di volta al cervello: la tua schiena… il tuo fondo schiena!–. E io… stronza! Io a credere a tutte quelle sue puttanate, a tutti quei suoi languori, a tutte quelle arie fritte. Mica ho riflettuto un momento! Neppure per un attimo! Lui mi metteva nelle pose scultoree più stravaganti. Ecco: così… così… così! Le pose scultoree del grande artista, mi diceva, e giù a fotografarmi in mille contorsioni: davanti, dietro, allungata per terra, di traverso, col viso tra i ginocchi leggermente divaricati, con le mie belle mani tenute in evidenza sui ginocchi, coi capelli sciolti a regola d’arte sui ginocchi… i miei ginocchi… sempre i miei ginocchi! “I tuoi ginocchi sono la mia ossessione”, mi diceva pallido, “sono la mia meraviglia!”. Me li sfiorava con la lingua tra le labbra. “Con questi ginocchi tu puoi volare sui grattacieli, toccare i ghiacciai, tuffarti nelle orchidee del Central Park”. Ecco chi era Paul, il grande Paul! Il romantico Paul! Il fottuto Paul!”.

Lei fece l’occhiolino alla faccia disegnata sullo specchio, e la faccia puntualmente glielo restituì con una punta di sberleffo. Matthew sonnecchiava nel letto.

Lei continuò a parlare alla faccia che ormai le era diventata familiare. – Il furbo Paul! Sai cosa mi diceva lui? “Che duri in eterno il desiderio di te… che duri in eterno questo dolore di vita e di morte”. Ma cosa credevi, babbeo! Davvero pensavi che fossi il tuo moccio da far entrare in tutti i tuoi sporchi angoli del cervello? Tu eri un finto artista, un illuso, un romantico da strapazzo! Credevi davvero che io fossi tanto demente da crederti? “Mettiti così… ecco! Ferma… così! Adesso alza il ginocchio destro… sì sì, così: ferma!”. E giù a colpirmi coi suoi flash come fossi una sua bestia da addomesticare! “Ecco, così! Sì, sì, sì…”. Babbeo che non eri altro! Selvaggio buzzurro che credevi a tutto quel che ti dicevo! Ti lanciavo parole con tanta di quella finta romanticheria, che tu mi tendevi le braccia credendo fossero mazzi di fiori. Tu, babbeo che non eri altro! Sì, eri soltanto un misero babbeo: restavi lì a fotografarmi i ginocchi, gli occhi rapaci del gheppio, il piumaggio scarmigliato dal desiderio, gli artigli ricurvi pronti ad affondarli nelle mie teneri carni di dolce pollastrella mansueta. Tu, pinguino giallino, gracilino e tisichino!

L’occhio ovale della faccia le indicò Matthew sprofondato nel sonno. – Buonanotte! – disse lei, e la faccia le strizzò l’occhio con una smorfia. – Non lo vedi? – disse alla faccia, – quello quasi non respira!

Vorrei approfittare di questa pausa per fare il punto della situazione sui miei tre ultimi uomini. Calma, però, Beryl! Fai le tue considerazioni con calma e senza sfottere nessuno, il vento ti soffia nel di dietro e ti fa andare forte, dunque datti una calmata. Pensaci bene e traduci con semplicità. D’altronde in ogni cosa che si fa c’è sempre il punto dritto e il punto a rovescio. Tutto va avanti così e dunque guarda tutto come se ti andasse tutto bene e poi guardalo in un altro modo e vedrai che lo stesso ti va tutto male e poi ancora dritto e poi ancora rovescio… e la vita va!

– Allora vediamo (la faccia rossa sullo specchio ascoltava con attenzione): il primo, Arnold, non ha ancora assaporato la soddisfazione di essersi sbarazzato di un rompipalle, di Paul, che già gliene arriva un altro fresco di giornata (questo Matthew!). Purtroppo è così! – disse alla faccia rossa attenta. – E’ la qualità delle scelte, è il rischio, è l’enigma del rischio! Nessuno resta solo, nessuno ti vuole ascoltare e nessuno ti vuole bene. Ma tu stai lì lo stesso ad illuderti e ad ascoltare e a sognare e ad amare, perché hai bisogno di illuderti, di ascoltare e di sognare, e anche di credere a quello con cui stai adesso, a credere a ciò che lui ti dice e ti assicura che te lo dice con il cuore in mano: io sono l’unico al mondo che ti vuole bene e te ne vorrà per sempre e per tutta l’eternità. E’ la verità, ti dice, e tu non stare lì a guardarmi confusa: tu stai vivendo il tuo giorno più importante e sei davanti al primo pilastro dell’Islam: io sono il tuo Allàh!

Beh – Beryl tenne gli occhi fissi sulla faccia rossa dello specchio e parlò a lei con decisione, – mi vuoi dire, tu, come non ci si può sentire confusi davanti a un simile pilastro? Shahada!… “Non c’è Dio tranne Iddio… Non c’è Dio tranne Allàh!…”. Dimmi tu se non c’è da tremare davanti a un simile pilastro!

Puah, Arnold! Puah, Paul! Puah, Matthew! Voi siete presenze del cazzo! Tu, Paul, in quale parte delle tasche tenevi l’amore? E tu, Arnold? E tu, bell’addormentato, che mi hai appena usata e adesso te ne strafotti di me? E io: che ci sto a fare, io, con voi? Chi sono io per voi? Voi siete dei maledetti stronzi! Ci sono momenti che vorrei uccidere tutto il mondo! Questo stronzo di mondo che non capisce più nemmeno la forza di una goccia di rugiada! Ma io chi sono! Sono forse un quadro futurista, una lesbica, un sondaggio, un blog, un hig tech? Sono forse una hard? Ho l’hard nel cervello, e ce l’ho anche nel cuore. Ma ditemi, voi che avete abusato di me e ne abusate ancora: dov’è la libertà? Ditemelo, per favore! Tu, Paul (pace all’anima tua), che sei entrato nell’aldilà dove tutto è un fiore! Tu, Arnold, che vivi della tua incertezza infinita! Tu, Matthew, che dopo aver fatto l’amore te la dormi beato tra le lenzuola! Allora, ditemelo voi una buona volta per tutte: dove sta la stramaledetta finzione trasgressiva della libertà? Nessuno è capace di parlarsi, la parola è un sibilo di scheggia mortifera, noi vogliamo prima difenderci dal suo sibilo e poi lo desideriamo: noi vogliamo morire di parole! –.

Beryl parlava alla faccia disegnata che capiva tutto ma non poteva rispondere perché le mancava la parola (vacci a capire un po’, dunque, se la parola è meglio che esista oppure no!). Forse quella faccia disegnata non aveva nessuna voce in capitolo proprio perché le mancava la parola, e Beryl poteva così parlarle a ruota libera. Eppure, nonostante il mutismo obbligato della figura, Beryl le parlava con tutto il sentimento che aveva nel cuore, e allora le sembrava che tutta quella faccia spigolosa prendesse un’aria triste, anzi, avrebbe detto che soffrisse terribilmente, proprio per il motivo del suo dover tenere la bocca chiusa e non poter controbattere nulla.

° ° °

Arnold, lassù sulla linea del threshold, non si decideva a saltare le macchie di bitume. Matthew, laggiù nell’abside coi capitelli decorati, se la dormiva beato abbracciato al sacro antico delle sue fantasie di Groenlandia e d’Islanda. Paul era stato ormai risucchiato, definitivamente, dalle lingue vulcaniche dell’inferno.

Capitolo 3°
Paul

Beryl continuò a parlare di Paul alla faccia disegnata e a ricordarne la vita e la morte. Era un farneticare dolce, rabbioso e a volte violento, e quasi sembrava che Paul fosse lì presente assorto ad ascoltare il racconto della sua vita insieme alla faccia.

Beryl ricordò il giorno in cui aveva conosciuto Paul e le venne da ridere Si trattenne con la mano sulla bocca, ma non riuscì a trattenersi dal farneticare con la faccia. Fece lo stesso una risata, poi riportò le parole di Paul alla faccia, tali e quali le aveva sentite il giorno del loro primo incontro. Disse scimmiottando la voce di Paul:

– Canto di follia. E’ tutto un canto di follia, nessuno lo vuole ascoltare, tutti dicono che chi lo canta è folle, e dunque, lasciarlo cantare a chi è folle e che vada a farsi fottere.

Vieni Memphis Slim, dai spazio al canto dell’anima, le tue note sono pazze e graziose, i pugnali affondano nelle anime, nessuno vuole più ascoltarti. Sei finito, Memphis Slim! Vincono le finzioni, Memphis Slim! Le finzioni dominano i nostri sorrisi: è tempo che incomincino a capirlo tutti i coglioni della terra! Vogliamo la vita, gridano. Vogliamo vivere, urlano. Coglioni!, visto che tutti vanno per la strada e non fanno caso a dove mettono i piedi. Sembra un paradosso, una coglionata, quasi una barzelletta, eppure non è poi così tanto facile andare per la strada e sapere dove mettere i piedi –.

Beryl, che stava riportando esattamente le parole di Paul, fece una pausa con una risata.

– Ma l’uomo dove va? – ricominciò con fermezza. – Di che cosa è padrone? Bando alle chiacchiere: l’uomo può andare dove gli pare e piace, conquistare ogni cosa… distruggere ogni cosa –.

“Hai capito cosa mi disse Paul, appena l’ho incontrato?” disse alla faccia. “Io sono stata un po’ lì in silenzio, poi gli ho detto: –Perché mi dici queste cose, Paul? So bene che l’uomo è… altroché che è! E il suo andare è tutto un mistero di puzza (veramente gli ho detto: un mistero di merda!) –. Poi però mi sono accorta che ciò che lui diceva, non era altro che l’eco del suo parlare a se stesso. Infatti, stando più attenta a ciò che diceva, ho capito che lui si faceva domande e si dava risposte, accarezzando con noncuranza per non farsi scoprire la ghiera della messa a fuoco della macchina fotografica tenuta a tracolla.

“Allora, dove siamo arrivati?” gli dissi a bruciapelo, ricordando la battuta finale dell’ultimo film visto: ‘Ora che ho perso la vista ci vedo di più’ ”.

Lui si coprì gli occhi con tutte le dita divaricate, lasciando pendere la macchina fotografica sulla pancetta.

– Allora, dove siamo? – gli ripetei piuttosto secca in faccia, e lui un po’ a bocca aperta e un po’ con ironia:

– Beh, naturalmente nella Broadway! – disse, rincarando: – Angolo con la 50th Street, signorina. Lo vede il Rockefeller Center che ci viene incontro? Li sente i canti popolari natalizi? E’ la nostra cara città, signorina! Siamo a casa nostra! –.

Beryl rise alla faccia che la stava ad ascoltare con attenzione. Le disse: “Ci sapeva fare, il fotografo, vero?”. A lei parve che la faccia le sorridesse.

– Importa qualcosa dove siamo? – disse lui, allineando le lenti dello zoom con l’indice pigiato sul pulsante giallo. Notai che la macchina era tutta d’acciaio, forse una Pentax, comunque una macchina da professionista. Lui continuò: – Si ricordi –, e fece un saltello buffo, – nulla è! Tu sei davanti a una realtà che vale? Ebbene, la tua pochezza si evidenzierà, si gonfierà, ti trapanerà le interiora e te le triturerà in mille pezzi. Poi ti sarà difficile toglierti di dosso quella realtà –.

Mi girava intorno come una trottola e strabuzzava gli occhi e schioccava la lingua. Uno spettacolo! Io non riuscivo a capacitarmi come avesse potuto agganciarmi. Lo guardai attenta e ciò che mi colpì di lui fu la sua struttura fisica: una impalcatura ossea con le misure discordanti della decostruttività portate all’eccesso. Lì per lì tutto sembrava normale in lui, poi saltava all’occhio che le spalle erano troppo larghe rispetto al bacino, la cassa toracica troppo lunga rispetto alle gambe grassocce, il collo, flessibile, ricordava quello dell’airone, il viso, stretto e grintoso alla Dick Tracy, s’infiammava con una velocità impressionante, la pancia incominciava ad elevarsi a punta. Vederlo così, prima davanti, poi di fianco, poi di dietro, mano a mano lui mi piroettava davanti agli occhi, sembrava un “Gilles” fotografato dall’alto: il cappello a larghe falde evanescenti, gialle e rosse, con banda nera. Gli guardai bene il naso e lo vidi schiacciato sulla narice destra, poi gli guardai il mento e glielo vidi a trapezio, poi la bocca e vidi che era nata scontrosa per via delle due fosse laterali che puntavano decise verso gli occhi nocciola esageratamente larghi. Insomma, anche se decostruttivo, anche se un po’ insolito, non era un soggetto da sottovalutare, in special modo se lo si voleva vedere sotto l’aspetto del brio e del movimento. La cosa che mi disturbò un poco fu la sua statura troppo piccola, visto che lo sopravanzavo di mezzo viso (ma io sono al di sopra della media e porto sempre tacchi alti).

Quel giorno mi limitai a sorridergli con distacco e lui continuò a parlarmi con i suoi occhi sognanti e spiritati. – Lei, la duchessa de la Salle – mi disse. – La donna della solidità, la donna della costruttività, la donna modellata, la donna tenebrosa, la donna che indaga, la donna che scruta con gli occhi neri, la donna che ha il collo arioso, la donna che ha la pelle rosa, la donna che bacia con le labbra calde –.

Insomma, non la finiva più con quella ‘donna’, e non la finiva più di girarmi intorno e di mettermi gli occhi addosso dappertutto. Alla fine restò immobile, la macchina fotografica premuta sul petto, la bocca chiusa dal ciclone di un’idea. Infatti quasi subito mi parlò con un altro tono. – Che forza! – disse ruotando la ghiera. – Aspetti! Aspetta!... –. Si era incantato e io lo incoraggiai con un sorriso.

Era buffo con il cappello a tricorno giallo e rosso schiacciato sul davanti; le scarpe di corda beige spuntavano dai pantaloni verdi con larghe strisce gialle e arancio e la camicia era di un azzurro pallido con su la cravatta multicolore. Zattere abbandonate nei flutti.

L’artista deve essere così, pensai, e fui lì lì per dirgli qualche cosa in proposito, ma lui non me ne diede il tempo. Riprese serio balbettando qua e là:– Aspetti! Aspetta! Dai, non scappare via! Ho bisogno… ho proprio bisogno! Ho bisogno di una come lei… come te! –. Si inginocchiò sull’asfalto pieno d’olio bruciato: ma che gl’importava? Le macchie nere sulle strisce gialle e arancio potevano anche dare un tocco di originalità all’insieme multicolore, e lui scrollò le spalle. Disse infervorato: – Capisci? Stavo cercando… e ho trovato! Ti prego, non fuggire! Oh, la mia testa! Ti prego: non farmi perdere la mia fantasia, il mio attimo di follia!Oh, il mio attimo di follia! – ripetè.

– Perché mi manchi, Jezabel? Tu sei la mia ombra immorale che mi tormenta, io non potrò mai essere, io non potrò mai raggiungere la pazzia dell’arte; lei fugge… fugge… fugge… –.

Farneticava, era decisamente pazzo, eppure ne ero attirata, mi piaceva: avevo anch’io voglia di pazzia!

Lui si abbottonò la giacca (era di un rosso tramonto) e si guardò intorno, di qua e di là, come temesse l’arrivo di qualcuno non gradito. Ma fece subito un mulinello con la mano in aria , poi, velocissimo come un razzo, calibrò la messa a fuoco, regolò il tempo di esposizione, manovrò la sensibilità della pellicola, guidò la profondità di campo… Notai la sua esperta professionalità.

– Aspetti! Aspetta!–. Gridava, muoveva le dita, apriva la bocca a pesce: tutto con sfacciata frenesia. Infine sfregò la macchina fotografica sulla giacca, facendo impigliare il pulsante di scatto nell’aletta della tasca e costringendosi a strattonare la macchina per disimpigliarla dall’aletta. Quando ci riuscì, la macchina volò in aria e lui fu veloce a raccoglierla al volo arcuando le braccia a cesto.

Borbottò qualcosa senza senso…– Glielo dicevo di non farmi le alette!…Quelle andavano bene negli anni ‘50!… Gliel’ho detto, ma lui… Maledizione! – gridò, – aspetti signorina! Ho bisogno…

Mi restava davanti come un allocco e teneva le braccia a corbeille con dentro la macchina fotografica. Quando si accorse di essermi davanti in modo ridicolo, con quelle braccia piegate e quella macchina che spuntava mezza fuori dai gomiti non proprio bene allineati, si ricompose tutto, rimettendo la macchina in posizione verticale sul petto. – Ecco, è fatta! – disse trasognato, e incominciò a fare rapidi scatti in sequenza con una velocità sorprendente. Scattava e farneticava: – Ecco… ecco… ecco… Ecco, signorina! Sì… sì… sì, così, proprio così! Così, prego, non si muova! Adesso si muova con disinvoltura… dolcemente… sorridente… mollemente…Sì, così! Adesso, un po’ più seria! Cammini come se dovesse andare a prendere l’autobus ed è in ritardo… Sì, così, brava! Ferma, adesso! Adesso: rigida!… Rigida quel tanto che basta… così… così!… Via, adesso! Con vaghezza… con leggerezza… Più leggera… No, più leggera!… E’ il nero!… Il nero le dona, signorina! Lei ha un viso… un viso nobile! Ecco, sì: nobile! Madame Roland… La signora de Canmartin… Oh, dea… mia dea! In nome delle lunghe ombre dei fiumi e delle fontane… stormite rami, camminate monti… cli, clic, clic…sublime annunciatrice di resurrezione, sacerdotessa del fuoco e della neve… clic, clic, clic…–. Farneticava e continuava a scattare foto, poi decise di moderarsi con le parole. Disse: – Sì, lo so, la infastidisco non poco con questa mia linguaccia, vero che è così, signorina? Ma lei non ci faccia caso –. Si piazzò in mezzo alla strada e prese una posa struggente e teatrale, le braccia protese verso di me. Implorò, prese le sembianze di un antico commediante veneziano, brioso e pieno di garbo. Un vero figlio di puttana, ma mi piaceva e mi sentivo lusingata da quella sua attenzione strappacuori. Alla fine sentii per quell’uomo un gran trasporto.

Lui disse: – Lei deve essere la mia modella! Non ci sono né se e né ma, lei deve… e a qualsiasi prezzo!

Mi chiamo Paul, Paul McCherry. Fotografo – specificò.

– Io sono Beryl – dissi sorridendogli.

Lui mi prese la mano con delicatezza e mi invitò a bere un caffè nel bar a due passi.

– D’accordo – dissi emozionata: quell’uomo decostruttivo mi stava dando un’emozione mai provata e io sentivo un brivido scorrermi per tutta la schiena.

Senz’altro anche lui si stava liberando di tanti suoi detriti interiori e , finalmente, lui sentiva che poteva far esprimere tutto il suo vulcano in movimento, e poteva far esplodere la sua prateria di suoni impensati, imboccando la strada giusta di parole raccolte qua e là e donando al mondo il suo segnale incandescente (quanta illusione in questa mia considerazione!).

Nel bar continuò a parlare e a gesticolare, inondandomi di calore e di confusione.

– Coccodè: è così, signorina! Coccodè! –.

Mi parlava a scatti, confuso, e accarezzava la macchina fotografica con un trasporto di sogno.

– Vede, signorina, il coccodè è dappertutto! Provi a interrogare le galline e a dire loro se sanno cosa vuole significare il loro coccodè. Sa cosa le risponderebbero? Le risponderebbero: il nostro coccodè è il casino universale. Ecco cosa le risponderebbero! –.

Infine posò la macchina fotografica sul tavolo e la sfiorò delicatamente con le lunghe dita. Mi faceva tenerezza: in fondo lui si faceva scudo con parole a vanvera, accarezzando la sua macchina fotografica portafortuna. – Perché quei chicchi di riso in faccia agli sposi – disse con serietà, dando alla macchina fotografica un colpetto deciso con la punta di tre dita per farla girare su se stessa a gran velocità. – Mi dica lei, signorina Beryl! Hanno un senso tutti quei chicchi? Ha un senso quel nodo d’amore così bello e libero, reso infine obbligatorio da un groppo invisibile di ipocrisie? –. La macchina fotografica girava e girava. Il fotografo continuò: – Finalmente i due innamorati sono marito e moglie, finalmente sono pedine importanti di una società benvoluta e benedetta –. C’era una sottile ironia nella sua voce. – Pedine importanti a tutti gli effetti di legge, ego vi dichiaro marito e moglie! Che meccanismo, ragazzi! Che armonia di movimento! Che colore di felicità in quel riso gettato in faccia agli sposi! Ma certo, signorina, quel riso ha il colore della felicità: che sbadato che sono! –. Diede un altro colpetto con le tre dita alla macchina fotografica che piroettò su se stessa velocemente. Aprì i grandi occhi, disse: – Sa, signorina, che al colore della felicità non ho mai creduto? –.

Accarezzò con i polpastrelli il metallo della macchina fotografica come fosse pelle vellutata di giovinetta, mi fissò teneramente, rapito dall’estasi. Il caffè davanti a noi era finito da tempo, e così le paste dolci nel vassoio. – Certo, – ricominciò con la faccia contrita, – le ipocrisie sbavano, le ipocrisie saltano i fossi, le ipocrisie sono il pane del giorno e della notte, le ipocrisie sono tutti gli alibi, tutti i sorrisi, tutte le lacrime, tutte le promesse, tutte le verità… Le ipocrisie! –. Restò immobile con gli occhi sognanti. – Le ipocrisie sono i cento volti della salvezza dell’universo – sentenziò. Adesso aveva il fiato grosso e io non riuscivo a capire se lui parlava sul serio oppure tentava qualcosa di filosofico. Riprese con spirito divertito: –Le ipocrisie sono il dolce cammino tra i fiori, sono le acque offerte a secchielli agli assetati, sono i pani trasportati a vagoni agli affamati, sono le medicine fatte trangugiare agli ammalati…Le ipocrisie sono i lenimenti, gli accomodamenti, le scappatoie… E tu, puro, beato e illuso; tu, imbecille dell’ultima ora con la schiena frustata dalle intemperie: cos’è ad essere sempre te stesso? –

Battè con ritmo blando i polpastrelli sulla cassa metallica della macchina fotografica e il suono sordo prodotto si confuse con gli echi concitati delle voci vicine.

– Qui! – e guardò la macchina con tristezza. – Beryl, qui dentro c’è la vita, qui dentro ci sono tutte le emozioni che gridano. Ogni scatto, un’emozione! Ogni emozione, un’opera d’arte! Qui dentro il mondo è puro, finalmente!–. Si alzò di scatto, fece un giro intorno al tavolo a passettini velocissimi e si fermò dietro di me sfiorandomi i capelli con le dita (questa lieve carezza mi ricordò la lieve carezza fatta poco prima alla sua macchina fotografica; beh, mi stava mettendo alla pari con la sua adorata compagna metallica!).

Poi abbandonò i miei capelli e si risedette accanto a me. Pensai a capo chino: – Certo, ne ha di nodi dentro le sue budella! E’ ammirevole, dopo tutto: ce la sta mettendo tutta per liberarsene –.

Adesso lui mi sorrideva senza più con gli occhi di triglia di poco prima, e aveva ripreso in pieno tutto il suo aspetto spigliato e canzonatorio: un punto a suo favore nella mia considerazione per lui; così mi piaceva. – Comunque sia, – mi dissi, – è il tipo di uomo che vive d’incertezze e da solo non se la cava. Dunque, se paga… se può pagarmi, sono disposta a sorbirmi tutti i suoi tormenti.

Lui mi parlò con dolcezza: – L’universo, Beryl! Catturare tutto l’universo, la tua perfezione, i tuoi occhi. Io prenderò confidenza con i tuoi occhi, leggerò l’opera d’arte realizzata nei tuoi occhi, chiederò umiltà all’opera d’arte dei tuoi occhi. Adesso devo inchinarmi alla tua opera d’arte e riconoscere che nel mondo dell’arte non ci sono soltanto io. Beryl, io m’inchinerò umilmente alla forza dei tuoi occhi!

La sua decostruttività fisica andava a guardargli dentro il cervello. I suoi occhi ricordavano il freddo mistero dei funzionari celesti dell’Imperatore di Giada e la sua bocca offriva labbra impertinenti: che facesse silenzio una buona volta e rispettasse il valore della parola! E poi, che rispettasse anche il tempo! Lui era inqualificabile: metà shintoista, metà taoista, metà drago celeste strapotente con l’energia yang dentro le mascelle. Poteva essere un uomo ripugnante, rivalutato da improvvise impennate di pazienza, ecco allora che si avvicinava alle virtù del confucianesimo… operosità, pietà, obbedienza, armonia, riflessione morale (come galoppava la mia fantasia!). Lui mi trafiggeva con occhi di fuoco e io mi chiedevo fin dove volesse spingersi e cosa volesse rubare di me. Eppure di lui mi affascinava tutto, perfino il suo gioco senza senso di parole. Tra noi si era creato un legame forte, che a volte ci faceva allontanare e a volte ci metteva vicini e ci teneva incatenati da un’attrazione fatale di segretezza e di complicità. Decisi di seguirlo fino in fondo e di andare con lui fino in fondo alla nostra avventura.

Lui disse: – Io frantumo il cammino dell’umanità –. Sembrava un vecchio con gli occhi dietro le quinte di una tenda color del vino. Eccolo, adesso, dietro quelle quinte, intento a sbirciare scene di guerre tra tribù indigene accapigliate a lottare tra loro ancora con gli archi e le frecce. Insomma era un fuori di testa che cavalcava un cavallo pazzo scatenato a briglia sciolte verso chissà dove: quale manuale di buona creanza avrebbe potuto prevedere la sua meta? Lui continuò a parlare e a comportarsi con dignità e compostezza, proprio come se avesse dovuto stappare una bottiglia di champagne in mezzo a una selva di macchine parcheggiate in Central Park.

– Io catturo l’attimo di tempo che fu, nel momento stesso del mio respiro. Beryl, – mi disse con una grande tristezza sul volto, – voglio trattenere il mio attimo di tempo: dimmi come devo fare! –

Adesso mi affascinava con le selve pianificate dei suoi neuroni e ciò che mi avvicinava a lui, ormai inarrestabilmente, era il suo saper adattare le sue intime intuizioni alle varie situazioni che gli si presentavano davanti all’improvviso. Sì, lo vedevo bene: l’aspetto di quest’uomo era buffo per via della decostruttività del suo scheletro; inoltre il suo ascetismo e il suo isterismo non lo favorivano certamente, né lo favoriva la sua imprevedibilità né il suo comportamento irrazionale; eppure i suoi flessori e i suoi adduttori erano perfetti nella loro energica coordinazione. Era l’uomo dal grande fascino imperscrutabile.

Lui disse ancora: – Beryl, il mio occhio non prevede riflessi, la sua pupilla fugge e il cristallino la insegue inutilmente; non ci sono impulsi vitali nei rami venosi dell’umor vitreo, non c’è la pazzia della scienza nei vasi sanguigni della retina. Il mio occhio non appartiene all’appiattimento delle leggi dell’oculistica: dentro il mio rettile addormentato pulsa la visione oftalmoscopica della papilla ottica e della macula –.

– Ma cosa mi sta dicendo? Ma che: siamo matti? Ma dove ha pescato tutte queste fandonie ottiche? Dove vuole arrivare? – Mi stavo arrovellando dentro senza riuscire a darmi una spiegazione qualsiasi.

Lui restò per qualche attimo in silenzio – forse quelle sue fandonie gli avevano intrappolato il cervello –, poi riprese inesorabile: – Queste cose che ho detto sono le finzioni della scienza, sono i suoi spregevoli inganni, i suoi poveri resti pestiferi di insaccati rancidi che minano la salute dell’individuo. Vedi, cara Beryl, l’uomo nasce vinto e muore vinto. Tra il suo nascere e il suo morire scorre la grande fossa dei serpenti velenosi e lui deve saper saltare per non farsi morsicare. Purtroppo però! Sì, è proprio così: l’uomo non possiede la formula magica che gli permette di saltare senza farsi morsicare dai serpenti. E non ha neppure le qualità per studiare con profitto una via d’uscita di sicurezza –.

Era decisamente folle, pensai tristemente. Era un mitomane, uno svitato, un uomo pericoloso. Ma lo lasciai continuare. – Il mio occhio è un dio – disse, regalandomi un bel sorriso ebete. – La mia fotografia è l’attimo del tempo e della luce; tutto, della mia fotografia, è sconvolgimento:via l’immobilità! Beryl, io sono un genio! –

° ° °

Avvenne poi qualcosa; avviene sempre qualcosa.

Nel bar c’era molta gente, era l’ora di punta per il drink, si beveva birra, molta birra, un fiume di birra, una valanga di schiuma che sommergeva gli animi. Si beveva birra, poi ancora birra, gli animi diventavano mosci e i boccali di birra ancora mezzo pieni si rovesciavano sui tavoli e i tavoli stringevano le pareti e sulle pareti si riflettevano le ombre dei visi che si contorcevano come lombrichi appena sterrati. Stava accadendo l’attimo che precede qualcosa, forse era l’attimo del nulla, quando tutto è calmo in cielo e il sereno dell’autunno fa la guardia all’inverno che avanza con il suo gelo e la sua candida neve (oh, la candida neve!). Nel lungo e pressato locale c’era tanto fumo, e c’erano tanti odori forti, e le grosse botti di birra pendevano al di qua e al di là della macchina da caffè e la luce dei lampioni là fuori filtrava la polvere del soffitto, e la polvere del soffitto andava a mettersi sulle etichette ben disegnate delle bottiglie tutte in fila davanti alle botti. I tavoli erano quadrati ed erano coperti con una tela cerata di colore beige. Su ogni tavolo s’ammucchiavano le ceneri e tutte le ceneri s’impastavano con le pozzette di birra e tutto gli impasti sparsi qua e là formavano grinze di tutti i colori sulla tela cerata. L’aria era acida, i capelli erano unti, i maglioni a giro collo e alla dolce vita erano antracite, i berretti di lana erano neri, i giacconi erano di colore sciupato; poi c’erano occhialini nero fumo, colletti verdeazzurro, mascelle inchiodate, mascelle magre, mascelle grasse, mascelle da boxer, caschetti neri, caschetti biondastri, caschetti rossicci, scarpe di corda, scarpe di capretto, scarpe di suola di gomma, mocassini scalcagnati, pantaloni dal cavallo basso giù dalla cintola che mettevano in mostra cicce e ventresche rosate, pantaloni di fustagno lisi, pantaloni di velluto a coste schiacciate, pantaloni di terital, jeans rossi, jeans strappati, jeans acidati, jeans jeans jeans, e anche qualche cappelluccio grigiastro, che nascondeva teste ricciute e teste coi capelli duri come il cuoio della pelle d’asino. Poi c’erano urli, e gli urli erano gli eroi del locale. Erano urli della rabbia, urli dell’impertinenza, urli dell’allegria, urli del vaffanculo, urli del vomito, urli perfino delle benedizioni di chissà quale divinità!. La macchina del caffè fischiava che era un piacere, qualcuno gridava l’ordinazione ai baristi da lontano e si arrotolava le dita a tubo davanti alla bocca per farsi sentire meglio, qualcuno rideva forte, qualcuno ciondolava la testa sul boccale, qualcuno teneva la mano a pugno sulle labbra, il gomito appoggiato al ripiano del tavolo e i pensieri fuori nell’aria.

Tutto era grigio, tutto era caos, tutto era fumo negli occhi, tutto era un sottofondo di suoni e di rutti improvvisi. E nel grigiore e nel caos e nella peste dei suoni e dei rutti c’erano due, camicia fuori dai pantaloni e capelli ritti col gel, che si strattonavano lacerandosi le maniche e i colletti: occhi di odio, occhi di rabbia, occhi prossimi allo scoppio finale. Uno dei due alla fine disse:

– Tre secondi? Ma che tre secondi: trenta e più! E lui stava ancora lì a fare il dandy nell’area di canestro. Ha fatto bene l’arbitro a dare il fallo.

– Due secondi, non di più! – gridò l’altro. – Lui avrebbe segnato e noi avremmo vinto!

– Neppure se pisciate oro potete vincere con noi – disse l’altro con scherno. – Non c’è paragone, voi siete soltanto schiappe che girano intorno all’area senza neppure sapere dov’è il canestro. Non c’è paragone tra noi e voi; voi siete soltanto schiappe!

L’altro gli rispose con un pugno sul naso e da quel momento tutto degenerò in una colossale rissa tra i sostenitori del New York e quelli del Chicago. Un vero bordello di pugni e di urli…“schiacciate… dribbling… tiri liberi… in sospensione…linea mediana…”, e giù pugni all’impazzata di qua e di là, dove capitava. Una rissa di pugni e di urli all’accozzaglia di colori di un quadro di De Kooning, e dentro questa rissa c’erano serviti degli extra composti di abbracci di amore e di odio, e ancora di slanci fraterni e di effusioni di baci che non si sapeva se fossero di Matteo o di Giuda. In più abbondavano le pacche sulle spalle che facevano pensare a una folle presa in giro di tutta la faccenda. La rissa si accendeva e si spegneva come fosse stata manovrata da una levetta premi e stoppa, e quando si prendeva una pausa tutti tiravano una boccata di birra, poi emettevano qualche urlo extra che nulla aveva a che fare con il nucleo centrale della tenzone. Sorgevano molte risa dalle labbra bagnate di schiuma, e quelle labbra, quando trattenevano il riso, riprendevano a sorbire la schiuma con rumore, facendo vedere una lingua rossa e grassa. Tra una risata, un abbraccio e un pugno in faccia, ecco sorgere, all’improvviso, il silenzio dell’indifferenza totale; allora qualcuno si metteva la sigaretta in bocca, qualcheduno altro faceva finta di accendergliela per burla e così si ricominciava tutto daccapo, con pugni dritti al naso, braccia verticali, gomiti orizzontali, sputi e parolacce adatte alla faccenda del momento. Occhi vitrei si affondavano nei riflessi dei liquidi sparsi sulle tele cerate; una testa pendeva sul tavolo, le braccia rattrappite sotto le gambe del tavolo, le borse gonfie sotto gli occhi acquosi, i capelli ispidi che puzzavano.

Un gran guazzabuglio di grida, odori, gesti, pugni, risa, stridori di denti, stridori di unghie, stridori di tele cerate, e come se niente fosse Paul era rimbalzato sulla sedia, si era posizionato strategicamente dietro il bancone dov’era il barista e aveva incominciato a cliccare con avidità folle tutte le scene, contorcendosi e strisciando per terra con i ginocchi, facendo smorfie da gatto e da tigre. Io lo guardavo affascinata. Lui prima strisciava, poi si contorceva come una punta di trapano, poi saltava in aria ed esplodeva gettando in aria le mani con in pugno la macchina fotografica. Si curvava, spingeva la testa tra le bottiglie allineate sotto lo scuro del bancone, si liberava del barista che cercava con spintoni e schiaffi di allontanarlo.

– La fortuna! – gridava. – Quando si dice la fortuna! Dateci sotto ragazzi! E voi donne, là, alzatevi le gonne, strofinatevi i nasi insieme, fatevela toccare, sputate addosso a questi primitivi! Dai, cosa aspettate? Sangue… sangue… sangue… sperma… sputi… sederi… sputavacche, sputasangue, sputasperma… sputi… sputi… sputi… Esse… esse… esse! Tutti gli esse del corpo e dell’anima! Sì, voglio vedere! Voglio vedere fiumi di sangue, voglio vedere pance sventrate, ossa rotte, vestiti fatti a pezzi… dai, dai, dai!… Così, sul muso! Tu, cosa aspetti a cavargli gli occhi? Sul collo… per la gola: stringi forte… soffocalo! Morto, voglio vedere il morto!…

Io non riuscivo a capire tutto ciò che diceva, ma restavo incantata dall’ardore della sua foga creativa: in fondo, che fosse vero o meno tutto quell’ardore a me interessava poco. La passione creativa sprizzava da tutti i suoi pori ed era la sua follia di vivere che m’incantava, era il suo non fermarsi mai.

Scrollai le spalle e decisi di diventare la sua modella.

° ° °

Beryl guardò la faccia e la faccia le schiacciò l’occhio. “Ho capito” disse Beryl alla faccia, “vuoi che continui a raccontare la vita che ho fatto con Paul. Bene, sarai accontentata, poi, però, non farmi le smorfie se ti annoio”. Sorrise soddisfatta, perché le era sembrato di vedere sulla faccia un pallido sorriso d’interesse.

Continuò a raccontare con cuore leggero.

‘Lo studio laboratorio di Paul McCherry, fotografo delle identità, stava in un vicolo buio di Times Square. Dieci scalini di ferro e si arrivava davanti a una porta finestra in alluminio con la scritta in caratteri gotici neri: “laboratorio dell’identità”. Il mezzanino era pieno di luce e la luce entrava da tutti i vetri continui di ogni facciata del palazzo, le cui fattezze erano di stile neoclassico con colonne di gneis grigio e pannelli resistenti al fuoco. Non c’erano problemi lì dentro; al di sopra e ai lati, verticalmente e perpendicolarmente, torri di raffreddamento, serbatoi dell’acqua, tubi e travi di cemento armato creavano il paradiso terrestre per abitarci. Io salivo i dieci scalini tre volte alla settimana e il mondo del fotografo mi entrava in tasca e nel cuore. Una volta entrata, ero sommersa dal caos di cianfrusaglie messe alla rinfusa un po’ dappertutto: lenti frontali e posteriori, anelli portanti e di tenuta, blocchi obiettivo, treppiedi, di ghiere, viti di fissaggio, manovelle, molle, collarini, dischi, regolatori, indicatori delle sensibilità delle pellicole. Facevo mio tutto quell’armamentario fotografico perché dovevo impersonare, con i miei occhi, i miei ginocchi, la mia sensualità, il personaggio chiave che di volta in volta avrei dovuto rappresentare. – Devi entrare tutta nel personaggio chiave – mi diceva Paul. Lo guardavo smarrita e lui mi rincuorava con un fiume di parole. – Su, Beryl, tu ce la fai! Io ho un progetto con te da assolvere, noi due, insieme, dobbiamo spazzare via tutto il luridume del mondo, Tu, i tuoi occhi… i tuoi ginocchi… la tua sensualità! Il riscatto dell’universo passa attraverso il tuo mondo fantastico: via tutto il sudiciume, via tutta la mollezza, via tutta l’ignoranza. Il mondo aborre i sudditi molli e ignoranti! I sudditi infiniti! Ricuperare il tempo perduto, Beryl! Tu hai la responsabilità di vincere, di riscattare l’ignoranza! –. La mia era una responsabilità che mi portava sull’orlo del rischio: potevo ammalarmi e nessuno sarebbe corso ad aiutarmi.

Quando entravo nel laboratorio, dicevo a me stessa: come andrà oggi? Ci riuscirò a non impazzire? Cosa inventerà oggi per manipolarmi fino in fondo all’anima? Ma dove sono capitata! Imbecille che non sono altro: la mia depressione, la sua oppressione!

Si può sapere cosa ci vengo a fare qui dentro, con questo pazzo maniaco? Mi dicevo sempre queste cose per farmi forza, ero arrivata all’osso. E mi dicevo anche: adesso incomincio a non assecondarlo più! Ma erano parole morte, scene farsesche della mia interiorità. Immancabilmente, come se niente fosse, cascavo dentro le sue pazze estrosità. Comunque, dentro di me stava maturando qualcosa, si era inserita una deduzione ragionevole: meraviglioso fin che si vuole, ma solo se si fa tutto quello che lui vuole. Dunque, smetto!

Per prima cosa incomincerò a non dirgli più sempre sì. Sarebbe già un passo avanti. Farò così: quando lui mi dirà: – Sto catturando gli attimi fatali del tuo corpo, sto cogliendo le emozioni del tuo spirito –, io ribatterò: – Tutte stronzate, caro mio! E’ tempo che tu faccia un bel respiro e che tu rimetta un bel rollino vergine. Le mie emozioni me le gestisco come voglio: loro non scappano! Te lo do io il tuo sentirti il padrone del mondo! L’originale del genere umano! Tu non sei altro che l’originale della scemenza umana! Tutte stronzate le tue! Tu: il liberatore dell’uomo! Liberatore di che? Ma tu credi per davvero che fotografare i miei occhi, i miei ginocchi, la mia pelle, ti possa far dire: sono un genio? Mi sa che tu sei dentro un baratro che s’allunga sempre più. Ci vedi ancora? Dimmelo, se ci vedi ancora! Togliti una buona volta dalla testa l’illusione di sentirti un genio! Sai cosa sei tu? Un salice piangente! Sì, ma non un salice del Mediterraneo, un salice del deserto che ha tutti i rami bruciati dalla sabbia rovente. Insomma, bello mio, tu non sei altro che un imbratta pellicole che fotografa la morte!

Se io incominciassi a dirgli così, sarebbe già un bel passo avanti! Logico che lui non starebbe zitto ad ascoltarmi. Io lo conosco troppo bene! Lui mi direbbe, stoppandomi la bocca: – Io aspetto l’attimo, io colgo lo schizzo di un momento, io sono il raccoglitore degli urli del pensiero umano –. Buffone! Lui direbbe proprio così: il raccoglitore degli urli del pensiero umano!

Ma che raccoglitore sei! Cosa credi di saper catturare! Tu non sei capace neppure di catturare una quaglia addormentata! Sai cosa ti dico? Tu non sapresti raccogliere neppure un centesimo nella merda! Non sei che un povero fotografo e per sopravvivere devi mostrare il culo al posto della faccia! Capito cosa sei? Sei un saltimbanco delle riproduzioni, il Messia del nulla!

Sì, mi dicevo ogni volta che entravo nel laboratorio, devo dirgli così! Finocchio che non è altro!

Ricordo quando sono entrata qui per la prima volta dopo la chiazzata di quel bar. Quella volta l’ho visto subito come è nella realtà: mezzo clown e mezzo imbonitore. Ma io, allora, dovevo vederlo esclusivamente come il salvatore delle mie finanze; o meglio ancora: delle nostre finanze, le mie e quelle di Arnold, perché noi due arrancavamo parecchio e il nostro bilancio era parecchio in rosso. Che fosse clown o altro, a me poco importava, purché pagasse! Non avevo voglia, certamente, di soffermarmi a pensarlo un uomo a metà; se avesse un occhio solo, o un canino al posto dell’incisivo, o lo sterno troppo alto o troppo basso come la cornamusa, oppure se avesse o no scapole, clavicole, gambe… beh, alle sue gambe avrei dovuto pensarci, perché i femori sembrano allungarsi o accorciarsi a seconda del suo umore e della sua eccitazione. Comunque, non è questo il punto! Allora, tutto quello che lui poteva essere, a me poco importava (anche se, devo essere sincera, una certa attrazione per lui l’ho sentita!). Ma ciò che m’importava, quel giorno – e quel giorno sembrò per me il giorno del ringraziamento – era saziarmi della gran fame di soldi che avevo. La soluzione a tutti i costi della sopravvivenza! Che i solchi e i lobi nel suo encefalo potessero sovrapporsi, così, improvvisamente e inavvertitamente, oppure che il suo cervello gli trasmettesse di fare le cose più impossibili, a me non interessava. Era l’anemia di soldi che doveva essere rimpinguata!

Poi è stato diverso, purtroppo!

Quel giorno, appena mi ha visto entrare qua dentro, – eravamo in autunno, era umido, faceva un freddo cane e io non mi ero ancora tolto l’impermeabile – lui ha incominciato a girarmi intorno blaterando in falsetto: – E’ la mia cecità… la mia fantastica cecità! –. Gridava isterico e senza ritegno. – Io non sono cieco, no, non sono cieco dagli occhi. Io sono cieco nel mio dentro, perché chi è cieco nel suo dentro ci vede di più, e ci vede di più perché vede con gli occhi della fantasia, ed è così che il mondo va visto, perché sono gli occhi della fantasia che vedono l’oro del mondo che brilla. Guai all’uomo che non ha occhi di fantasia! –.

Così si è presentato la prima volta che sono entrata nel suo laboratorio. Via, Beryl!, avresti dovuto avere un po’ più di riguardo nei tuoi confronti. Insomma, un uomo che ti si presenta davanti così la prima volta che entri nel suo studio per fargli da modella, beh, un po’ di rispetto per te avresti dovuto averlo! Era evidente che quest’uomo era completamente pazzo! Specialmente, poi, perché lui quella prima volta non aveva finito lì.

– Gli ottici vanno spazzati via tutti dal globo terrestre – aveva continuato aiutandomi a togliere l’impermeabile. – Gli ottici non appartengono al globo della fantasia; loro sanno offrire soltanto occhiali da vista, ma il globo della fantasia è abitato da uomini che non portano occhiali da vista –.

Quella prima volta mi misi a ridere come una bambina al parco giochi. Dissi, stando al gioco: – Allora l’iride, la congiuntiva, la pupilla, la cornea, il cristallino, il muscolo sfintere, il dilatatore, lo umor acque… beh – feci una smorfia di sorpresa, – beh, tutte queste cose sono fantasie da ottici! –.

Fece battere le mani tra il nervoso e il gaio, poi gridò: – Tutto falso! Tutte illusioni degli ottici! La verità sta qui dentro – e mise delicatamente le palme delle mani sulla cassa di una macchina fotografica nascosta quasi del tutto da una cianfrusaglia di nastri contorti di pellicole. Continuò con viso angelico: – Vuoi la verità? Vuoi conoscere il segreto della vita e della morte? Allora guarda dentro la ghiera della messa a fuoco della macchina fotografica e lì troverai la verità delle cose, lì troverai la verità della fantasia, lì troverai la verità della creatività, lì troverai lo spirito ribelle della follia: estremo tentativo di affermazione dell’uomo sull’ignoranza –.

Era o non era pazzo quell’uomo? Lo era!, e io, già da quel primo giorno di lavoro, dissi a me stessa che mi stavo mettendo nelle mani di uno pazzo meticoloso se non pericoloso. Mi conveniva sul serio restare lì? Mi conveniva rischiare? Ma sì, dissi a me stessa, in fondo che rischio passo? Amo l’azzardo, e di questo pazzoide proprio non ho nessuna paura.

Intanto quello continuava a illustrarmi la sua teoria pazza. – Ha capito, Beryl? Capisci, Beryl? Io sono un grande cieco che non porta occhiali da cieco. Io produco capolavori fotografici, se lo ricordi, ricordatelo! Io sono un genio cieco, e il mio genio deve essere cieco! La tragedia della mia vita è cieca: guai se ci vedessi! Non voglio vedere l’amicizia! Dietro l’amicizia c’è l’opportunismo, ricordatelo Beryl! I miei occhi possono anche vedere, e mi è del tutto indifferente se loro ci vedono o non ci vedono. Proprio non m’importa! E’ importante, invece, che dentro di me ci sia cecità. Io devo essere cieco dentro, se voglio vedere la verità fuori e dunque produrre capolavori –.

Non mi staccava gli occhi di dosso, me li puntava su ogni pezzetto del corpo e io gli vedevo sorgere nell’animo il mostro del desiderio. Era per questo che lui continuava a parlarmi senza freni: lui era posseduto dal demone del desiderio del mio corpo e questo demone lo esaltava. Disse: – Una tragedia! Sì, una tragedia se non cogliessi con i miei occhi ciechi tutte le luci e tutte le ombre dei mondi interiori dell’uomo. I mondi interiori dell’uomo non danno spazio alle miserie umane che si rivelano a noi, tutti i giorni, con grida, vanità, falsità, vuoto. Io devo vederci bene dentro per saper cogliere le tragedie cosmiche dei mondi interiori. Io, se resterò quello che sono, potrò cogliere tutti i profumi, tutti i chiaroscuri, tutti i lampi, tutti i nudi, tutte le danze, tutti i pensieri, e i riflessi, le maschere, le compostezze, gli stracci, i costumi, i morti, le distruzioni, gli scorci, i balli, le guerre….

Basta! mi gridai in silenzio. Si può sapere chi ho davanti? Posso sapere chi potrà fermare questo ossesso? Chi è quel dio che potrà fermarlo? Il suo parlare è scenografia esaltata dell’irrealtà: lui è un pericoloso visionario che non ammette nessun respiro. Il mondo deve andare avanti come vede lui ogni cosa e non gli sfiora nessun pensiero che il mondo non sa che farsene delle sue fotografie nate dalla cecità del suo mondo interiore. Quest’uomo è un irresponsabile… una maschera!

Cosa c’è di vero nella sua arte? Cosa si nasconde nel suo blaterare contro le imposture? Dove vuole arrivare con la sua chiarezza estrema? Crede forse di poter liberarsi delle paure? Crede di aver trovato la risposta del perché siamo su questo pianeta? Io dico che quest’uomo è un emerito imbecille e che non capisce nulla del mondo. Al mondo non gliene frega nulla delle problematiche interiori dell’uomo; l’interiorità non gli riempie nessuna pancia, e neppure lo fa ridere e neppure gli fa il solletico sotto i piedi. Ma via, fotografo dei miei stivali, che vai cercando? Che cerchi: il caprone col terzo corno chiamato “spiritualità”? Cerchi la vicinanza di chi ti vuole amare con l’anima? Cerchi chi vuole che tu riguadagni la tua identità perduta nei luna park? Sono queste le cose che vai cercando, genio della fotografia?

Ma via: siamo seri! Io avrei potuto dire tutto ciò a uno che incensava anche l’orinario con dentro lui? Mettere la museruola alla sua arte fotografica? No, non ci sarei mai riuscita! Era come se un grande signore della nobiltà antica si inginocchiasse a baciare la mano a un clown! Là dentro, in quel caotico laboratorio fotografico, lui era signore e clown, e loro due, insieme, dominavano il mondo con la pazzia dell’irrealtà. Era così, e nulla poteva essere cambiato!

Io capii subito il manovratore di tutta la messinscena di quello studio, ma continuai ad ascoltarlo come se fossi incantata del suo verbo. Erano i soldi che avrei guadagnato con lui, la sua grande lezione di vita! I soldi! Tanti soldi! Io e Arnold… Sì, era proprio così: le banche che premevano, incombevano, sollecitavano, minacciavano. Dunque bisognava vincere il muro delle idiozie dell’omuncolo, stringere i denti e non perdere quell’occasione. Che mi pagasse, però! Pazzo o no, i soldi me li doveva dare ogni volta che mi fotografava. Il dubbio comunque c’era: li aveva o non li aveva i soldi? Allora, per avere il cuore in pace, gli ho chiesto un anticipo.

– Certo, Beryl, – mi ha detto subito – ci mancherebbe altro! –. Si è toccato la tasca dietro, ha trafficato con la mano sul sedere, ha scrollato la testa come se gli fosse venuta un’idea geniale improvvisa e ha incominciato a blaterare, dimenticandosi del portafoglio nel di dietro. Ha argomentato, fantasticando: – Beryl, aspetta! Sto cogliendo il momento magico dell’emozione. Sai, – mi ha detto sorridendomi, – è un momento importante che odora di pelli e riempie di sapori le bocche affamate, Beryl, questo momento ha riflessi di luna nel passo inquieto della notte –.

Ho capito, mi sono detta, sono capitata male. Vediamo un po’ cosa mi propina ancora questo demente! Ho continuato ad ascoltarlo con pazienza, aspettando il momento giusto per dargli un cazzotto.

– Signorina Beryl – mi ha detto con molto trasporto, – sa che l’orgoglio fa male? –. Ma che bella trovata! L’ho fulminato con una smorfia, ma lui mi ha detto imperterrito: – Lei è qui perché vuole scoprire quanto vale! –.

– Altroché – gli dissi subito. – A proposito: vogliamo parlare di lavoro? – . Lo fissai negli occhi e non gli diedi il tempo di ricominciare a divagare: dentro o fuori! Gli dissi sostenuta: – Si dà il caso che io sia qui esclusivamente per lavorare, signor Paul. Non sono qui per un drink, sono qui da lei per lavorare e guadagnare –. Ero stata esplicita, lui era obbligato a rispondermi sì o no. Per l’anticipo si sarebbe visto, non era questo il momento.

Lui non fece una piega, mi guardò serio, analizzò il mio corpo palmo a palmo, appoggiò le sue mani delicate sulle mie spalle, mi fece girare e rigirare su me stessa, sfiorò con le sue dita diafane le mie curve. Disse tra sé: – E’ un corpo che fa piangere tutte le donne di Cipro –. Sospirò. – Sorprendente! Portamento altero ed eleganza lieve: piangano le donne bendate! Si disperino le madri pietose, le sorelle dolorose, le amanti gaudenti, le fattucchiere licenziose...

Non riuscì a finire, fu improvvisamente interrotto da un’entrata in scena inaspettata. –… licenziose… – disse, e in quello stesso momento la porta si spalancò e davanti a noi si materializzò una vaga donna d’altri tempi: largo cappello bianco e veletta tramata con pallini rossi. Fu un’apparizione sconvolgente: dietro la veletta si materializzò un viso giovane ma sciupato, scarno e tirato, di cadavere, e uno schizzo rosso tramonto si mosse nervoso sotto un naso diritto. Fu un attimo di terrore: il viso s’incupì, le labbra scarne si contorsero, l’ombra di un vento rancido si mosse inquieta dietro la veletta e un grido di rabbia venne dai canali bui dell’anima, rendendo inutile ogni respiro. Il collo di volpe che avvolgeva il viso di cadavere prese a muoversi forsennatamente in su e in giù, come se l’animale dentro la pelliccia si fosse risvegliato dal suo lungo sonno, accorgendosi con terrore di essere attorcigliato a un collo di cadavere.

– Beryl – mi presentò il fotografo alla donna misteriosa. Poi si rivolse a me con un sorriso tirato e mi disse: – Ti presento Betty.

Ecco Betty, dunque, mi dissi non più sorpresa di nulla. Cosa c’era ancora da scoprire là dentro? Era tutto un disastro, un grande imbarazzo, e Paul corse al piccolo bar collocato in un angolo di fronte alla porta della cucina. Dapprima, trafficò convulsamente con gli sportelli, poi mise veloce le mani dentro, abbrancò tre bicchieri e li mise sul ripiano di alluminio. Diede appena uno sguardo ai bicchieri e rituffò le mani dentro gli sportelli pescando una bottiglia di sherry. Adesso sul ripiano scintillavano i bicchieri e la bottiglia. Allora lui aprì il piccolo frigorifero incastrato sotto il ripiano e ne trasse un recipiente di vetro imbiancato di ghiaccio, che posò al centro dei bicchieri messi a triangolo. Lavorava a scatti, era decisamente nervoso. Mise, subito dopo, il tutto su un vassoio di metallo brunito che era a portata di mano in un angolo del ripiano, vi aggiunse tovagliolini di carta azzurra abbrancati da un cassetto della credenza e corse da noi, tenendo ben saldo nelle mani il vassoio. Era stato un guizzo, con noi due a guardarlo imbarazzate e ammirate. Ma tra noi due era tutta una finta: in effetti ci controllavamo a vicenda sconvolte con la coda dell’ occhio.

Paul posò con eleganza il vassoio sul tavolo di lavoro davanti a noi e non disse nulla.

Fui io a svitare lo sherry e a riempire i bicchieri, e fui ancora io a porgere il bicchiere a Betty e poi ancora ad accendere il piccolo lettore dei CD scegliendo A Foggy Day. Dissi a Paul con tono canzonatorio: – Gershwin, dove sei malinconico, triste genio? Tu sei sintesi di follia, sei sospiro di bellezza, sei distruzione di un’inutile vita –. Lui mi guardò con occhi abbagliati, vidi sotto quelle palpebre scintille preganti. Mi ringraziava… oppure mi supplicava, finalmente in modo silenzioso, di toglierlo da una situazione assurda sorta improvvisa?

Betty lo fulminò con i suoi lampi bianchi strinati di rosso. Mi assalì un moto di stizza che subito repressi. Ero in mezzo a un groviglio di tristi faccende umane, testimone mio malgrado di sporche situazioni famigliari... oppure di chissà che cosa? Chi era Betty? Era forse una modella? Era forse una finta modella? Oppure era la ragazza di Paul, o una mitomane, un’illusa, una giovane adescata come me sulla strada e che adesso era lì ad affrontare la realtà di un pazzo. Betty era tutto questo o poteva essere tutto questo; senz’altro, comunque, era una donna delusa dalla sfida che il fotografo le aveva lanciato: adesso ti faccio vedere io chi sono! Adesso ti metto sotto il naso un’altra donna, magari una nuova modella! Cosa credevi? Che fossi soltanto un parolaio da strapazzo? Guarda che quando voglio, anch’io posso diventare una carogna!

Ci sono contraccolpi nel nostro animo che sfuggono a ogni ragione, questo io pensavo di loro due, guardando la veletta di Betty muoversi su e giù a velocità impressionante davanti al viso: il vento dei Grandi Laghi batteva forte nel suo cuore.

Sì, quel fotografo da quattro soldi l’aveva messa a dura prova. L’aveva sfidata spudoratamente, l’aveva umiliata.

Bevemmo lo sherry in silenzio, l’atmosfera surriscaldata a 2500 MHz, i cibi cotti avvelenati nel profondo dei nostri pensieri, il grande caldo intorno a noi imputridito nella nostra anima, tutto disfatto!

Era necessaria una zampata divinatoria del fotografo maledetto! Lui aveva grandi risorse di provocazione e di noia, lui poteva risolvere l’imbarazzo cupo tra noi. Io ci speravo, lui, adesso, avrebbe innestato la marcia della pazzia e la triste piega degli eventi si sarebbe risolta. Lì, in quel disordine assoluto, due aspiranti modelle della fotografia stavano in bilico dentro un’idea di un pazzo. Aspettavo la piega risolutiva, la zampata del pazzo.

Il fotografo prese il vassoio, ci mise sopra la bottiglia piena a tre quarti, fece i vertici intorno ad essa coi bicchieri vuoti e portò il tutto nel piccolo lavandino dietro la tenda color della cenere. Là dietro, improvvisamente, avvenne un fracasso da bettoliere ubriaco, il suono di un bicchiere in frantumi strisciò su un marmo, una bestemmia s’impastò col sibilo smorto di labbra chiuse, scarpe di gomma stridettero su vetri rotti, e tutti quei suoni e quegli stridori armonizzarono col soffio smorzato di colpetti di tosse, brevi e isterici. Ci fu un attimo di rottura della tensione tra noi due che ascoltavamo, poi lo scrosciare dell’acqua nel rubinetto ci mise di nuovo in tensione e subito dopo l’uomo riapparve tenendo strette le gambe. Era evidente che si era tagliato il polso, perché se lo tamponava con forza col fazzoletto già chiazzato di sangue. Ecco, il grande fotografo si dirigeva, ferito e rampante, verso di noi: il ferito dell’ultima ora, l’eroe che non doveva morire, il messaggero di pace. Lui si piazzò in mezzo a noi, una mano sul fazzoletto insanguinato, e disse a Betty con un mezzo sorriso: – Ho illustrato a Beryl la mia illuminante cecità! –.

La risposta di Betty non si fece attendere: lei alzò il braccio con velocità inaudita e gli mollò uno schiaffo in pieno viso, graffiandogli poi le guance. Non lo lasciò fiatare e gli gridò tra gli occhi: – E’ così, eh, figlio di puttana! Lo dici proprio con tutte, eh! –. Le unghie si portarono via pezzetti di carne di una guancia. – E’ così che dici a tutte… la tua cecità interiore, il tuo mondo visionario, la tua chiaroveggenza… la tua follia!. E’ così, vero Paul? –. Restò a guardarsi le unghie insanguinate e fece per partire di nuovo all’attacco, ma Paul scattò all’indietro tamponandosi il sangue del viso con il polso fasciato.

– Maledetta! – gridò, mordendo il tessuto del fazzoletto. – Maledetta! – sibilò con odio.

La donna non fece una piega. Disse sconsolata: – Paul, tu sei un fallito. Tu non vuoi ammettere che non vali nulla –.

Raccolse la veletta da terra tutta spiegazzata, la rimise sul viso, riaggiustò la stola con grazia, guardò con ironia il fotografo adesso lassù sul tavolo da lavoro con l’aria di un Socrate che le allungava la lingua, fingendo un ricambio di rollino con uno sguardo sorpreso.

Dove sono arrivata, mi dissi. Già… ma è così, non può essere che così, è sempre così, ovunque vada, qualunque cosa faccia, chiunque persona incontri e conosca. E’ così! Ed è inutile che mi metta a gridare. E’ tutto inutile, non ci sono giustificazioni. Qualunque cosa faccia è sempre così! Dunque, visto che è così, sto al gioco con questo buffone fino alla fine. Con questo grande buffone, mezzo uomo, mezzo fotografo, totalmente pazzo! Qui, col buffone della 50th Street; qui, col buffone del bar dell’inferno! Qui, col fotografo di mezza tacca! Guardalo, adesso, lassù sopra il tavolo: occhi rossi spiritati, bocca a culo di gallina ingoiante la dentiera, gola attorcigliata alla roncola delle sue parole. Il disastro ecologico di merda umana!

Ma in quello stesso momento che lo pensavo così, lui spiccò il salto dal tavolo e planò davanti a Betty, spaccando tutti gli intrichi arborei, animaleschi e umani incontrati nel suo atterraggio di fortuna. Nei suoi occhi: tutte le croste terrestri, stellari e cosmiche; sul suo viso affilato, il vento gelido dell’esploratore dei due Poli, Sud e Nord, il dominatore calpestante, spietato, inesorabile, sicuro.

Però, alla fine, di quel vento gelido e dominante lui non ne fece nulla, e si limitò a spiccare un altro salto, e questa volta di traverso, lanciandosi verso lo sgabuzzino della camera oscura. Tesi gli orecchi, lo sentii che rovistava frenetico dentro i cassetti, ridendo e soffiando gridolini di godimento. Ecco, mi dissi, è ancora così! In questo laboratorio di cacca tutto ha sembianza di inverosimile: i colori vivaci e sfumati della pazzia, le grida del ridicolo e del grottesco. Io avevo finalmente visto! Era così! Io avevo finalmente visto i colori della vita e avevo finalmente sentito le grida dei sentimenti. Avevo capito molto, quel giorno!

Quei colori e quelle grida, tutto insieme, li vidi, quando lui ritornò dalla camera oscura. Strizzava gli occhi imbambolati dal buio, teneva stretto nella mano buona un sacchetto di plastica chiuso con una fascetta rosa. Andò diritto verso Betty, le si piantò davanti, tirò un capo della fascetta rosa, aprì con calma il sacchetto, ci mise la mano dentro, estrasse una manciata del contenuto, lo strinse forte per darne l’avvio e lo lanciò con violenza sul viso della donna. Una nuvola soffice di coriandoli e stelle filanti scoppiò su quel viso appena visibile e io vidi tutti i colori del mondo impigliarsi nelle maglie sottili della veletta a pois rossi. Colori, tanti colori, e tutto intorno echi di flaccida risata nata da labbra screpolate.

– Nessuna pietà – disse teatralmente il fotografo lanciando una nuova manciata di coriandoli e stelle filanti in faccia alla donna. La donna restò come pietra incastrata nella roccia, gli occhi smorti, la pelle del viso coperta di gesso e di smottamento.

Il fotografo continuò senza scomporsi a investire Betty di parole oscene: – Tu pedali e la tua ombra ti segue fedele, appiccicata alle ruote della bicicletta. Sei un’ombra, mia cara Betty! Sei quell’ombra sfuggente che arranca, quell’ombra senza corpo e senza fiato –.

I suoi occhietti fugaci come bottoni a spillo fulminarono il viso coperto di veletta e coriandoli; io vidi un viso a sghimbescio farsi livido davanti a una figura nascosta e anonima. Vidi tutto chi era Paul, finalmente, ne inquadrai il carattere, ne valutai lo spessore. Vidi, davanti a me, un uomo che non conosceva la pietà e non aveva anima; quest’uomo amava una macchina fotografica e la macchina fotografica era il suo serbatoio di emozioni e la manifestazione della sua totale mancanza di umanità. Se prima lo rifiutavo per istinto, ora ero certa del mio rifiuto: davanti a me c’era un essere costruito sul nulla, un essere da passatempo, uno che avrebbe cercato in me soltanto piacere per liberarsi delle sue ossessioni. Eppure promisi a me stessa di resistere, di stringere i denti e di andare fino in fondo a quell’avventura; feci un patto con me stessa: diventerò più perversa di lui, gli spillerò più soldi che potrò. Via, dunque, la moralità, via il decoro, via le belle passeggiate in riva al mare sotto le stelle. Altri vadano pure a cercare fortuna in altre contrade del mondo; io, la mia fortuna l’ho già trovata qui, in questo studio di questo mezzo fotografo.

Udii le ultime parole del fotografo gettate in faccia alla sua ex modella: – Il mondo è nelle mie mani, io so cogliere tutte le sue paure. Tu non sei nulla –.

° ° °

Beryl guardò la faccia e la faccia le fece cenno con gli occhi di continuare a raccontare: in quel raccontare che lei ascoltava c’era un mistero che andava oltre la storia umana; ed era per questo che lei, la faccia disegnata con l’emozione di un cuore umano (l’emozione di un cuore umano va sempre oltre il terreno), sapeva catturare il mistero che va oltre la storia umana.

Beryl continuò con un soliloquio:

– Così tu, fotografo di belle speranze, guardi con il tuo occhio cieco il grande sedere della storia: quale accogliente sedere, ragazzi! Ma mi sa che non sia la storia che ti interessa! L’umanità, l’universo, la sensualità, l’indagine… per te tutte cose fasulle, solo illusioni, foglie d’autunno tinte di bagliori di carminio, noiosità! E’ il loro grido di dolore che vuoi sentire, sono i loro tenui riflessi di passato che tu vuoi oscurare con la tua poesia che sa di retorica e d’inquietudine. Sì, tu costruisci la storia con la tua inquietudine! Tu vuoi fare della storia la tua morte e la tua resurrezione! Tu illudi te stesso inventando un’altra storia costruita nel mondo della tua follia, dove le ombre non hanno forma e tutto è nudo, anche la mente, anche la coscienza. Tutto va in libera picchiata, perché tu vuoi così e sei così. Tu catturi passi di danza e passi di inquietudine: ragazzo, non lasciarti rubare l’istante! –.

Beryl finì il suo soliloquio extraterrestre e ritornò sulla terra a raccontare la realtà. Disse alla faccia:

‘Paul ed io correvamo per la città, respiravamo i fumi del Midtown della 42nd Street velati dalle finzioni ecologiche del mezzogiorno cittadino; correvamo per afferrare luci e grida di una città che ci voleva sbranare, di una città spietata e assente, perché la gente come noi non aveva carne di piacere da vendere e se non c’era questa qualità di carne, era inutile tutto, il successo non arrivava e non sarebbe mai arrivato. Le luci e le grida fuggivano la nostra carne lucida e fredda, da fotogramma, da fotolitografia. Il grande caos s’infiltrava nel nostro sorriso e non ci dava tregua. Noi correvamo lo stesso attraverso tutta la città e cercavamo il nostro esclusivo piacere, fotografando mani che pregavano, mani che asciugavano lacrime, mani che spingevano carrozzelle di paralizzati; noi fotografavamo nuvole e grattacieli, cieli pieni di sole e cieli pieni di ombre, di fulmini, di uragani; noi coglievamo i respiri, i pensieri, perfino le intenzioni della gente, di come fare e di cosa fare.

A questo punto, dopo ogni nostro caotico fotografare, ci precipitavamo nel laboratorio e sconvolgevamo ogni traccia precedente come fanno le Furie ai loro banchetti indiavolati. Decostruivamo ogni cosa che ci poteva riportare all’origine della nostra intenzione di fotografare e ci dicevamo che eravamo affetti dal morbo del voyeurismo.

– Chi sei, Beryl? – mi diceva Paul.

– Sono i tuoi nudi, i tuoi colori dell’innocenza, i chiaroscuri della tua anima” gli rispondevo.

– Sei la mia sicurezza? – mi chiedeva lui.

– Semmai sono le tue esperienze – gli ribattevo. – Rappresento quelle tue esperienze che ti hanno fatto diventare così –.

Allora lui incominciava ad alzare le braccia con l’intenzione di chiedere una qualche mia grazia. – Tu sei la mia felicità – mi gridava libero.

– Piuttosto sono il tuo piacere – gli gridavo anch’io libera. – Forse sono anche un po’ il tuo equilibrio! Adesso fotografami tutta, Paul! Non restare lì a ficcare gli occhi nel mio ventre, cerca la dolcezza del tuo piacere, metti il tuo obiettivo dentro il mio ventre. Tu mi hai insegnato a vedere il mondo, adesso io ti dico: il mondo ha bisogno della nostra arte! Paul, noi conquisteremo questo mondo così dolce, così spietato, così irraggiungibile –.

Paul rideva, metteva l’obiettivo a pochi centimetri da me e allargava tutto il campo fino a far scoppiare la vagina in una tempesta di fili neri e di petali rosa e tutto mi pioveva intorno. Adesso era un grande fotografo! Gridava: – Questo lurido mondo! Questa lercia parentesi della nostra vita! Noi: il mondo! Noi: alla conquista del mondo! Noi: i padroni del mondo! –. Rideva e mi fotografava. Ma non aveva ancora finito di liberare il suo animo, e allora gridava ancora più forte: – Quando noi avremo conquistato tutto il mondo, gli pisceremo sopra! –. Rideva, e io ridevo insieme a lui.

Nello studio fotografico non c’era tregua per il riposo, le emozioni del corpo e i canti dello spirito si tramutavano in immagini gnomettiane che fuggivano attraverso le fessure della porta finestra affacciata sul poggiolo a trapezio. Tutto procedeva secondo i miei piani: l’ambizione e il guadagno erano giunti al vertice. Ma, – forse per la mia esagerata disponibilità – alla fine Paul rizzò gli orecchi e incominciò a dubitare di me. Prima dubitò, poi gli venne paura, e alla fine la paura si trasformò in terrore quando l’occhio della macchina fotografica, manovrato dalla passione, non riuscì più a fare a meno di frugare nella mia pelle, sprigionando cromo chiaro di libidine.

Lui capì! Si rese conto che ormai non aveva più nessuna presa su di me e le sue parole erano soltanto pulviscoli buoni per infettare i cristalli dei grattacieli. Lui tentava di manipolare le imposizioni delle stampe, ma ogni sovrastruttura di colori si dissociava, tutto diventava buio, tutto era deserto di anima.

Non gli andava neppure più di fotografare me. I suoi guizzi fotografici si tramutavano in pellicole raggrinzite prive di emozione, il mio corpo si spegneva per mancanza di stimoli e nulla valeva la sua foga: in lui si era spenta la fantasia e ciò che era morto per sempre non poteva più essere trasmesso dalla sua diabolica matassa di finzioni. L’artista era morto in lui, il mio fascino lo annientava e il suo mondo popolato di marionette moriva nell’angolo più buio del suo cervello. Ormai aveva perso l’uso della ragione: io lo tenevo in pugno, lui capiva, lui non reagiva. La sua ombra avanzava, la sua fine era vicina.

C’est la vie, mon ami! Hai voluto folleggiare! Hai voluto indossare la marsina della creatività! Bene, adesso è troppo tardi per salvarti, adesso non puoi che riconoscerti un lurido, pezzente voyeurista! Sulle pareti del tuo laboratorio ci sono porcellane azzurre: tienile da conto! Non ti resta che quelle da custodire con cura, il resto è tutto finito: la tua era clownesca, la tua stagione di raccolta di modelle finte, la pazzia della tua cecità interiore. Quanto può l’uomo sapere di se stesso? Tu hai voluto sapere tutto di te stesso! Meglio: tu ti sei arrogato il diritto di sapere tutto di te stesso, e non solo! Hai anche voluto sapere tutto degli altri! Ecco, Paul! Qui è stato il tuo sbaglio imperdonabile, ed è ciò che il mondo non può accettare!

Adesso, qui, in questo tuo laboratorio delle marionette, l’effimero non è più di casa, e tu lo sai. Hai sempre saputo che vendevi l’effimero, ma tu eri un tale abile venditore di fumo che tutte le tue adorate conigliette ti hanno sempre mostrato il sedere, sculettando di qua e di là con grazia e riconoscenza. E tu ti gonfiavi. L’effimero, la finzione, il puntare l’obiettivo, fare clic, e così la ruota della fortuna gira, prende quota, entra nei vortici planetari… è fatta! Tutti ormai sono in fila dietro all’obiettivo, corrono a perdifiato, sgomitano, urlano, sbeffeggiano, fanno capriole, e i flash si sprecano e le luci restano incantate nei riflessi incandescenti e tu vinci. Vinci, stracci tutti coi riflessi del Time Life Building, e cogli nel segno il grido dei colori delle nuvole bianche e azzurre del mezzogiorno, e non ti perdi nel rosso purpureo della rosa che punge il palpitante cammino della tua fantasia’.

° ° °

Beryl fissò la faccia. Beryl era triste e avrebbe voluto smettere di raccontare. Ma lesse sulla faccia lo stupore e capì. Lei aveva l’obbligo di continuare a raccontare alla faccia, perché la faccia aveva bisogno che le si svelasse il mistero delle cose umane. Così Beryl disse alla faccia, parlando in modo impersonale di Paul:

– Paul, io non ho assistito alla tua morte, quando sono venuta da te, quel mattino prima dell’alba per un servizio urgente, tu eri morto sulla sedia girevole, una mano sul pavimento, la tua massa corporea mal costruita messa a sghimbescio come pacco postale mal incartato, il tuo viso inquieto privato ormai dell’espressione beffarda e canzonatoria. Ma nel tuo essere morto c’era qualcosa d’insolito, come se le ombre del tuo passato ti avessero fatto visita e si fossero accanite contro di te.

Ma era soltanto una mia impressione. Null’altro! –.

Dopo questo modo impersonale d’introdurre la morte di Paul, Beryl riprese a parlare tranquillamente con la faccia. Adesso, cara faccia che mi ascolti con la tua anima invisibile, voglio farti partecipe di quel fatto, e so che tu mi ascolterai col sorriso della tua grazia impalpabile.

Ebbene sì! Io so che è andata così, perché le confidenze che Paul mi ha fatto mi portano a ricostruire per filo e per segno la sua fine ingloriosa. So che la fantasia gioca a volte scherzi inconfessabili, ma qui non ci sono scherzi inconfessabili della mia fantasia. Io sono certa di quel che è successo quella notte!

° ° °

‘Dunque, Paul, tu non ti sei mai fermato e non hai mai capito nulla, ma la legge dell’odio non ha confini e prima o poi ti ammazza. Tu non vivevi di testa e qui sta il tuo errore: la testa vince sempre il cuore e non viceversa… Non fidarti mai, Paul, di chi ti dice il contrario! Ciò che ti vuol dire, va bene, sì e no, per un frate cisterciense, ma tu non sei mai stato un frate cisterciense, perché se lo fossi stato, allora forse, tutti i tuoi clic avrebbero potuto essere intesi come letture di passi evangelici, che ne so: una lettera di San Paolo sull’amore eterno… Mah, forse! Tu, però, sei sempre stato un inesorabile fantasticatore, ed è per questo che, già adesso, la grande ombra della malvagità scavalca la balaustra del poggiolo e vuole a tutti i costi entrare. E fin qui passi ancora, ma il peggio è che vuole fotterti senza reticenze, e questo non va bene, non va bene per nulla! Tutto ormai rema contro di te e sarebbe opportuno per te non parlare più di cecità interiore e incominciare invece a vederci bene sia fuori che dentro. Credimi, è estremamente salutare per te, direi: da ultima spiaggia; dopo non ci sarebbe più tempo. Anzi, direi che ormai proprio non c’è più tempo, visto che quell’ombra ha già scavalcato la balaustra e si sta insinuando tra le fessure della porta finestra… Ma che dico! Lei è già passata oltre e sta per invadere tutto il tuo campo. Forse tu non sei abituato ad ascoltare le nuvole, ma fai uno sforzo e cerca di ascoltarle, se ancora ci riesci! Già le nuvole ruggiscono sugli stonehenge e la bianca colomba non ha più voglia di volare sulla sabbia arida. No, non c’è alcun male se la tua nuda modella ti mostra i piccoli seni affogati nel trasparente cristallo di una coppa di champagne; tu dovresti gridare all’ombra orrenda il tuo panico e dirle che tu non la conosci e che si guardi bene dal farti paura con il suo ghigno da elefante zebrato. Lo so: è tutta una fantasticheria e tu non vuoi assistere alla tua morte. Lo so! Eppure l’ombra è già lì vicino a te ed è pronta a sostituirsi alla maschera tragica di Eschilo e vuole frantumarti la faccia coi cristalli dei mille specchi che tieni sempre ben puliti nel tuo studio. Sì, è così, è già lì vicino a te, e tu faresti meglio a lasciar perdere le tue fantasie, a non viaggiare più nel tuo mondo immaginario, a mettere in disparte le tue immagini piangenti, il tuo non aver mai pietà per nessuno, il tuo fastidioso giustificarti, ingannando perfino Dio. Hai fatto tanta strada, e questo viene a tuo vantaggio e nessuno mette in dubbio i tuoi meriti: in fondo sei stato bravo a camuffarti da gran signore delle tenebre. Tutto ti era facile, tutto il tuo mondo pendeva dalle tue labbra, la vanità era il tuo pezzo forte. Cogliere l’attimo! Vivere dell’attimo! Morire dell’attimo! Hai sempre gridato così ai quattro venti, e adesso l’attimo, l’ultimo attimo, è arrivato. Giocatelo tutto! Se appena puoi, evitalo! Ma ti avverto: sarà dura! Evitare l’ultimo attimo è arrivare a spogliarsi di tutte le stronzate fatte e pensate: sì, ma cosa sono le stronzate fatte e pensate? Ecco, è così che vorresti dirmi: ti conosco troppo bene! Come prendere una strada diversa, quando sei all’ultimo attimo di vita? Già, come fare? Rifare tutto in un attimo: com’è possibile?

Il tuo cuore è incredulo, lui non capisce, lui sa che ha perso il traguardo. Paul, fai almeno uno sforzo! In questo tuo ultimo attimo di vita, chiedi al tuo cuore perdono. Così! Fallo per te stesso, riguadagnati tutta la vita! L’ultimo attimo è l’attimo della tua vera identità, è il più spietato di tutti, ed è anche il più testardo. E’ quello che si nasconde tra le pieghe delle quinte e ti suggerisce cose che ti lanciano, inesorabilmente, nell’inferno. Aspetta il tuo momento magico, Paul! Vedi di rimetterti in pista su un’altra strada: ce la fai, Paul? Aspetta… non dire che è troppo tardi! Acchiappalo per la coda! E’ l’ultimo, il magico, il fatale!

Quanti attimi, Paul! La vita è una sequenza di attimi in presa diretta… clic… clic… clic…, un riproduttore di attimi infiniti che si accavallano gli uni sugli altri per farsi male, diabolicamente, imprevedibilmente; come la grandine che sa dove andare a distruggere, come le palle del bowling che abbattono sempre qualche cosa. Una diabolica sequenza di attimi! Il ballo perverso del trattenere il fiato al momento giusto, prima dell’affondo finale. Il grande gioco! Tu li hai giocati tutti i tuoi attimi e non ti resta che calare sul tappeto verde l’ultimo attimo: sì, senza dubbio il più fastidioso! Provaci, comunque, Paul! Togliti di dosso la maschera dell’impostura, la più leggera, la più invisibile: provaci Paul! Non è facile: lo so! Ma l’ombra ti è ormai vicina, tu la vedi stare ancora acquattata nel buio, ma è solo per prepararsi a spiccare su di te il salto fatale. Paul, stammi a sentire: togliti quella maschera! Non avere vergogna, tanto non hai scampo: la luce gialla dei rumori ti sta ormai sopra.

° ° °

L’ombra stava lì, riflessa nell’azzurro delle ceramiche; stava lì vicino a lui e nascondeva tutte le sue facce nel buio. Paul cercava quelle facce nel buio, ma non vedeva che maschere ridenti e afflitte, sovrapposte l’una sull’altra. Lui non ci capiva nulla! Guardò meglio l’ombra, che si era messa in modo strategico tra il buio della cucina e la luce del laboratorio, e restò esterrefatto e senza fiato. L’ombra si era trasfigurata in una donna bellissima, vibrante nelle curve piacenti, i capelli rossi fiammeggianti che contrastavano armonicamente con l’azzurro lucido delle ceramiche sulle pareti. La donna aveva un viso dolce, e la fossetta sotto il labbro inferiore la rendeva decisamente attraente. Tutta la sua persona sprizzava amore, lei gli sorrideva gaia, lei gli si offriva senza falsi pudori, lei era la sua eroina che lo spronava. La donna, in carne e ossa, fu l’apparizione di un attimo, poi lei riprese le fattezze dell’ombra e il suo viso si trasformò in falso viso d’asceta, troppo mielato e troppo affascinato di sé; troppo marcato di falsità e di vanità. Paul vide l’ombra rivoltarsi, piroettare, saettare come uno spillo, sghignazzare impertinente; allora mise le mani aperte davanti agli occhi per non vedere, e cercò di nascondere la paura nel deserto di fuoco del suo cuore: misera goccia di sale!

Era arrivata la sua ora. Eppure, forse… chissà se proprio era così! Guardò bene l’ombra negli occhi e l’ombra gli restituì un bel sorriso velato di carminio. Ebbe paura e riconobbe quell’ombra: un tempo lei – la donna vera – lo aveva amato alla follia. Sentì uno zufolo di metallo perforargli le orecchie, l’ombra gli parlò: – Se tu avessi voluto… – pausa e sibilo. Ripresa dello zufolo metallico: – Se tu non ti fossi specchiato troppo nei cristalli della tua vanità: devo dire altro? – Ancora una tormentata pausa e una ripresa di zufolo: – Mi hai calpestata, mi hai violentata nello spirito, mi hai ingannata –. Questa volta la pausa fu lunga e sibilante. Poi l’ombra rise, producendo un rumore assordante. Paul ascoltò terrorizzato il seguito. – Ti ho amato, Paul! Tu eri tutti gli altri, tu eri il mio Settimio Severo, eri il mio difensore, il mio giudice, il mio plasmatore; e io mi lasciavo trasportare dalle tue forti ali. Poi avvertii che qualcosa nel nostro meccanismo non funzionava e incominciai a confrontare ciò che dicevi con ciò che facevi… Già, Paul, feci proprio così, e non mi ci volle molto ad appurare che tu eri soltanto un fabbricatore d’inganni. Eri un buffone, un cacasotto, un violentatore d’anime. Capii che eri un vuoto millantatore! Così, tutto morì dentro di me per te, e non ci fu più verso di ricominciare con te. Mi feci vigile, aprii gli occhi e mi convinsi che stare con te era come se portassi acqua sporca al lavatoio pubblico dei panni e tutti i panni lavati con quell’acqua sporca puzzassero di letame. Non c’erano alternative, bisognava decidere: l’odore di letame dei panni si era fatto insopportabile. Così tutto fu deciso e adesso… ho deciso! –.

L’ombra ebbe un attimo di panico, vacillò, sospirò perfino un poco, poi riprese a parlare, calma e tagliente. – Paul, tu non sei altro che acqua sporca! Sei acqua che sporca e puzza; sei acqua di scolo da incanalare in fretta e furia per affogarla nel mare ed evitare, così, vomiti di stomaci disturbati –. Rise con tristezza. – Affogarla presto, la tua acqua sporca! – disse risoluta.

Tremò di rabbia, fece un sibilo metallico terribile e questo suo sibilo mise sottosopra tutto il materiale fotografico distribuito alla rinfusa sul ripiano del tavolo da lavoro. Tremò tutto anche Paul, e incominciò a urlare oscenità. L’ombra storse la bocca mostrando un viso crudele, fece uno scatto per balzargli addosso ma decise di non fare nulla. Mosse con un gesto rassegnato la mano in aria e si trasformò in una sottile ombra piena di dolcezza. Diventò un’ombra perplessa e trepidante, i suoi occhi vuoti si riempirono di buio. Paul capì! Era il preludio della sua fine. “E’ il principio di una follia” pensò lui, “l’inizio di un furore di veleno che presto esploderà. Quest’ombra è perfida e la sua dolcezza è finta e infida: non me la caverò! No, non me la caverò perché non c’è compassione nel sorriso di quest’ombra e c’è buio nei suoi occhi vuoti. Non ho paura del suo odio, ho paura della sua dolcezza! La sua dolcezza nasconde perfidia e spietatezza. No, non me la caverò!

Nel pozzo nero non c’è chiarezza; là dentro ci sono echi che urlano ed è come se il fischio del treno rompesse la nebbia del mio terrore. Sono perduto! Il silenzio di questa ombra è il silenzio della morte e della disperazione. Non posso disgiungermi dalla mia pazzia; ormai è tardi per tutto”.

Paul stava diventando pazzo.

L’ombra parlò ancora: – Hai fatto di me quel che hai voluto, mi hai confusa, mi hai messo i tacchi chiodati sul cuore e hai affondato i chiodi a tuo piacimento: che t’importava del sangue che colava addosso ai miei sentimenti? Tu fraseggiavi senza capo né coda, tu ti muovevi in lungo e in largo senza un minimo di dignità morale. Io a seguirti e a non chiederti nulla: dov’era la mia dignità? Sono stata il nulla! Un fantasma… un’ombra! Adesso sono la tua ombra che ti urla dentro e ti graffia, sono la tua impossibilità! Paul, io posso fare di te quello che voglio! –.

Non c’era più scampo e lui comprese tutto. Ma l’ombra gli stava davanti calma e dolce come una sorella, a tratti perfino emozionata. Cosa succedeva? Ce l’avrebbe fatta? Forse… e già progettava di trarne qualche profitto. Ma l’inquietudine lo assalì quando scorse nel sorriso dell’ombra la fuga; se lei fuggiva era spacciato e non ci sarebbe stata la speranza di continuare il gioco delle ombre e delle luci, dei sospiri e dei lamenti, degli inganni e degli ammiccamenti. Viva la libertà! Lui sarebbe stato spacciato! La speranza fuggiva risucchiata dal compressore che gli martellava il cuore e lui neppure più stava in guardia: l’ombra, con la fuga, fingeva l’amore e tutto ciò lo uccideva senza pietà. Quale amore poteva esserci nella fuga?

Nascose la testa tra i ginocchi e pianse. Per la prima volta, ed era troppo tardi! Restò inchiodato alla sedia girevole d’acciaio, rialzò la testa e vide il viso dell’ombra prendere le sembianze delle maschere un tempo calzate da lui: rapidamente, nel tempo di un attimo. Vide l’ombra che si dondolava, ghignava, sussurrava, si stupiva, rifletteva, si innervosiva e si calmava: tutto, in base ai pensieri che l’assalivano a intermittenza. Rabbrividì: quante maschere l’ombra calzava? Quante maschere aveva calzato lui? Adesso, ancora qualche ritocco qua e là, poi l’ombra gli avrebbe presentato il conto finale. Rimise la testa fra i ginocchi, curvò la schiena come fosse stata schiacciata da una cesta piena di bulloni d’acciaio, sospirò ed emise dei grugniti soffocati. Restò immobile in quella posizione, poi incominciò a fare giravolte sul sedile snodabile, sventolando le braccia per togliersi di dosso l’ombra rancida.

Tutto inutile! L’incubo restò attaccato al suo collo, chiuse la sua gola, mise davanti ai suoi occhi un grande vassoio di vimini colmo di tutte le maschere che aveva indossato fino a quel momento, e che adesso gli graffiavano le orecchie. Quelle maschere gli sfioravano la pelle con i loro soffici artigli, gli facevano il solletico sul naso, gli sussurravano parole dolci e folli, gli gettavano sul viso il respiro maleodorante dell’ombra.

° ° °

Lui aveva vissuto come un personaggio immaginario del suo mondo incoerente di fotografo. Aveva scritto lettere a donne conosciute nei turbini delle sue creazioni, dicendo loro che le amava alla follia. Scriveva così a cinque, sei a volte sette donne alla volta, immergendosi, per ognuna, in un personaggio tenebroso e imprendibile; gli piaceva sentirsi così, in fondo non faceva male a nessuna, tutte stavano al gioco, ma nessuna avrebbe accettato di spezzare il pane con lui sotto lo stesso tetto. Giocava ad essere fantasma ed era divorato dai fantasmi.

Poi ricordò! Quel viso antico lo aveva dimenticato dal giorno in cui si era messa a tracolla la macchina fotografica. Dapprima era svanito sbiaditamente, poi, mano a mano lui cresceva come personaggio immaginario, quel viso si allontanava, svaniva, veniva risucchiato dal nulla; infine di quel viso restò una macchia vaga nel grande mondo della nebbia. Riccioli di seta, occhi ridenti nel soffio amico del vento, incubo! Lui lo aveva completamente dimenticato! No, adesso non era possibile che quell’incubo di riccioli di seta e di occhi giovani ridenti nel vento fosse lì, sopra di lui, i capelli strinati, gli occhi maltosi che non ascoltavano il parlare amico del vento.

Adesso era distrutto e cercava riparo nel buio dei ginocchi, e tratteneva le lacrime e mordeva le labbra aride e la sua testa era un pallone d’aria che si sgonfiava. Restò con il viso tra i ginocchi, e gli scraper cutters degli incubi gli incisero la pelle di rughe bluastre.

L’uomo del buio, i capelli ispidi tra ginocchi slegati di cadavere… l’uomo del deserto senza meta. Cercava riparo nel buio, ma a quell’ombra ormai non poteva più sfuggire. Lei gli era sopra, gli ghermiva la testa coi suoi soffici artigli, lo accarezzava con gli occhi ritornati color del miele della gioventù.

– Sì, sono io! – disse con voce carezzevole. Paul rabbrividì: quella voce… sì, quella voce!. – Sono io di quel tempo –continuò l’ombra. – Di quel tempo non mi è rimasta che la voce –.

Gli si fece ancora più vicina, minacciosa e oscura. – Il resto lo vedi da solo – disse, mettendo i suoi occhi bui negli occhi terrorizzati dell’uomo. – Lo vedi come sono adesso? Lo vedi? Lo vedi che sono del tutto uguale alla tua ombra? Io sono la tua ombra, Paul! Sono la brutta copia della tua ombra! Io sono, Paul, l’ombra più spregevole della terra! –.

Gli tenne ferma la testa e disse con fermezza: – Su, Paul, adesso fai bene attenzione a ciò che ti dico. Guardami negli occhi, Paul! Guarda questi miei occhi di buio e di tenebra, guarda le mie labbra private di tutto il sangue: ricordi, caro, come ti piacevano le mie labbra? Ricordi, Paul? Tu le mangiavi le mie labbra, le gustavi, le succhiavi; ne eri avido fino alla paranoia…

Ti dico di guardarmi negli occhi, Paul! Ora! Ricordi come ti specchiavi volentieri dentro i miei occhi? Come brillavano i tuoi occhi quando si avvicinavano ai miei! Tutto di te era sincero, tutto era limpido. Adesso guardami gli occhi, Paul! Cosa vedi nei miei occhi, Paul? Vedi ancora quel ragazzo che affondava il suo viso nello specchio e si sorrideva? –. L’ombra ebbe un brivido di paura, ma si riprese subito e continuò a ricordargli: – Quando lui si guardava voracemente nello specchio, io gli chiedevo: “Perché ti sorridi?”. Lui mi rispondeva col viso che gli si apriva alla bellezza: “Mi piace la mia sincerità, mi piace la mia limpidezza che ho dentro”. Quanto ardore c’era in te, Paul! Quanta passione! –.

L’ombra ghignò nel vedere Paul coprirsi le orecchie con le braccia alzate e ghignò ancora più forte quando lo vide afflosciarsi sulla sedia come una massa umana invertebrata. – Volevi fare l’attore (oh, l’attore!), volevi fare il pilota di formula uno (eri abile e spericolato), volevi fare il guru (eri un modello di fascino spirituale). Volevi, volevi… volevi il sole e le stelle, e sei caduto a fare il fotografo delle cocotte! Il sole… le stelle, sono cose che ammuffiscono, prima o poi, nel cassetto. Il fotografo delle cocotte! E io, stupida, ho fatto parte della tua scuderia!–. Paul era disperso sulla sedia, i gomiti puntati sul tavolo, la testa che ciondolava al discorrere monotono dell’ombra. Ciondolava e assentiva meccanicamente, senza un criterio ponderato, senza una propria volontà, senza il coraggio di fermare quegli urli che gli graffiavano il cuore. Era un essere cosciente, distrutto dalla insensatezza.

L’ombra disse tristemente: – Assenti come un ebete e non ti rendi conto che così facendo firmi la tua condanna a morte. Sempre lo stesso irresponsabile, e dentro non ti è rimasto nulla! Hai costruito un impero di celluloide, hai corso di qua e di là, hai imbonito, illuso, ingannato, eppure un te è rimasto il bambino animale! –. L’ombra ebbe un sussulto d’ira, vibrò tutta, sfiorò coi suoi artigli soffici i capelli dell’uomo. – Ricordi, Paul? – disse con un gemito di rabbia. – Ricordi le illuse dell’Union Square Café, la piccola Circe del St Nicholas Hotel, l’angelica Biancaneve dell’Alison nella Dominick Street… Ricordi, Paul, la poetessa Marion che spruzzava miele in versi sulla tua candida pelle, la musicista Sally che sviolinava sinfonie per la tua quiete, la scultrice Cecyl che immortalava la tua focosa tristezza inserendo in ogni sua scultura un pezzo di ala d’aquila… Ricordi? Ricordi l’architetta svampita, la naturalista rivestita di dolcezza, la danzatrice che ti offriva le sue mosse audaci e la lanciatrice di coltelli che per poco non ti trafisse infuriata dall’attimo perverso della gelosia. Paul, ricordi? Non c’è posto per i vermi sopra la terra! I vermi stanno sotto la terra e vanno triturati con la terra per farne concime: beati loro che almeno servono per dare vita! –. Rise. – Tu non vali neppure il concime dei vermi! Non ci sono giustificazioni! Tu non hai mai tirato fuori dal tuo cappello nessun coniglio: sei un prestigiatore fallito! Vuoi giustificazioni? Come puoi avere, tu, la faccia di chiedere giustificazioni? –.

– Giustificazioni! – gridò Paul. Sembrò che gli fosse cascato addosso l’argento vivo. – Giustificazioni! – ripetè ancora gridando. – Io non ho giustificazioni da metterti sotto il naso! I miei comportamenti sono stati sempre spontanei! Io non ho mai barato! Io ho vissuto la mia vera natura! Io non ho barato! Io non ho ingannato! –.

– Oh, lo so, Paul! L’ anima! L’anima è al di sopra di ogni giustificazione! L’errore c’è, c’è stato, ma la mia anima soffre per quest’errore! Ecco, Paul, tu dici così; e dici anche: l’anima è entità troppo elevata e se errore c’è stato, lei non ne è per nulla contaminata. La mia anima soffre: così hai sempre gridato, Paul! –. L’ombra gli parlò così, pacatamente.

Poi gli fu ancora più sopra, gli si attorcigliò sinuosamente intorno al collo, lo sfiorò con il suo alito di morte. Ma non fece nulla. Disse con semplicità: – Va bene così: non nominiamo l’anima! L’anima esiste, ma tu non ne vuoi parlare: troppo complicato! Argomento troppo personale! La mia anima esiste, ma non voglio parlare delle anime degli altri: tu dici così e mi sembra giusto.

Vedo, però, che non hai voglia di guardarmi in faccia: ti ha forse infastidito l’argomento anima? Ma se è così, parliamo pure di ombre: soltanto di ombre! –. L’ombra trattenne il fiato e sospirò: – Ma sì, forse hai ragione tu, Paul! Tutto il mondo è un’ombra, tutto è divorato dall’ombra. Ti va così? Adesso dimmi: tu dove mi metti?... Vedi che non sai rispondermi? Ebbene è così: io sono l’ombra di tutte le ombre della terra, e sono anche l’ombra che possiede un’anima.

Tu solo mi vedi, adesso, tu solo sai della mia anima. Ricordalo, Paul! Voi che vedete e ascoltate e amate e ridete e piangete e relazionate e vi baciate e vi odiate e vi invidiate e vi tradite e vi ingannate… voi, che siete ‘umani’!

E’ così, Paul! E’ soltanto una cosa molto semplice: anche le ombre hanno un’anima! Io sono qui per questo! –.

L’ombra aveva labbra secche e capelli strinati, e il suo parlare era a volte pacato e a volte impertinente. Ma improvvisamente cambiò tono e la sua voce divenne imperiosa. Lei dovette assumere la voce del capogruppo che segna il cammino, perché dietro di lei si appiccicò la turba di tutte le ombre ingannate da Paul.

– Calma – disse l’ombra, – state calme.

Sì, state calme: vai a dirlo alle Furie che premono dietro!

– Calma – disse ancora l’ombra, – non agitatevi… Pazienza! –.

Ascoltò per un po’ il parlottare confuso dietro di lei, poi affermò decisa: – Va bene, parlo io per voi, gli dico tutto io. Lui mi ascolterà, non potrà farne a meno, vorrei proprio vedere se non mi ascolterà! –.

Il parlottare dietro, però, non s’interruppe, e l’ombra dovette fare il diavolo a quattro per arginare la turba rabbiosa e dilagante.

– Va bene – disse con un grosso sospiro l’ombra, – adesso glielo dico!

– Senti, Paul! – disse tappandosi le orecchie con i palmi stretti. – Loro mi dicono di dirti soltanto così: “Noi da lui non vogliamo più nulla!” Hai capito, Paul? … Da te non vogliono più nulla, me lo dicono con insistenza, non fanno che ripetermelo. “Nulla” mi dicono, perché hanno capito tutto di te e adesso pensano che qualsiasi tua parola le farebbe imbestialire ancora di più. Il suo identikit, esteriore e interiore, lo abbiamo capito fino in fondo e, adesso, di te non sanno più cosa farsene.

Senti, Paul, loro mi stanno spingendo da tutte le parti e insistono dicendomi: “Fai tu!”. Hai capito, Paul? Mi premono e mi dicono: “Fai tu! Fai quello che ritieni giusto fare: noi ci fidiamo di te”.

Eccomi servita, Paul! Di che bella responsabilità mi hanno caricata, vero Paul? –.

Prese un po’ di fiato, poi disse decisa: – Tu sai cosa farò, Paul! Tu sai che non hai scampo! –.

I bagliori delle ombre danzavano sui capelli scarmigliati del fotografo, ma il fotografo non sentiva nessuna presenza su di sé e continuava a tenere il viso nascosto tra i ginocchi.

L’ombra perse le staffe. – Guardami una buona volta in faccia! – gli gridò nelle orecchie. – Hai forse perso gli occhi? Possibile che non ti ricordi? Non la finivi più di guardarmi, prima: la tua bellezza qui, la tua sensualità là, la tua eleganza, il tuo stile, la tua intelligenza, la tua scaltrezza, il tuo fascino…–. L’ombra rise triste. – Adesso, non più nulla; neppure guardarmi in faccia! Che succede, Paul! Che ti succede? –.

Finalmente Paul rialzò la testa, ed era furente e fili bluastri si avviluppavano sulle sue gote e sulla sua fronte. Le mani le muoveva forsennatamente di qua e di là. – Cosa vuoi! – gridò in faccia all’ombra, e cercò di afferrarla per il collo.

Ma può, un’ombra, essere presa per il collo? L’ombra esiste ed è il riflesso di una realtà concreta. Ma l’ombra fugge e sfugge, si ritrae e ritorna, scodinzola, guizza, sovrasta, opprime, strapazza, vince.

C’era, nello studio, l’odore di sterco di pecore; era come l’andare di animali al pascolo tra sentieri campestri polverosi e acciottolati; era come una lontana brezza che sfiora le caccole negli stabbi. Paul era furibondo e vibrava tutto come vibravano i ricuperatori di calore intrecciati nelle vaste gabbie dell’immenso grattacielo dove abitava. I manometri di lassù impazzivano e la grande quercia del Central Park implorava il cielo avvolta nella sua millenaria solitudine, ma a Paul non interessavano né gli odori né i ricuperatori né le querce e neppure tutte le preghiere che il mondo recitava e che il cielo non ascoltava.

– Cosa vuoi! – gridò ancora più forte in faccia all’ombra . – E voi, voi tutte, cosa volete, ombre maledette! Ombre… ombre… ombre… Non siete che ombre, e io non vi conosco –.

Adesso gesticolava furioso, e la sedia girevole veniva scaraventata da uno spigolo all’altro del tavolo, e lui traballava tutto, pencolando da una parte e dall’altra, restando in bilico scompostamente, aggrappandosi alla gamba del tavolo con il braccio a gomito. Tutto diventava discontinuo in quello studio, tutto era invaso dalla contraddittorietà dei pezzi fotografici: frammenti inconsapevoli di un dramma incombente.

– Cosa volete, maledette ombre! Voi non avete capito! Tutto ruota intorno all’uomo e l’uomo ha il diritto di essere il portatore della luce: lo sapete voi questo? – Gridava come un ossesso, si dimenava aggrappato alla gamba del tavolo. “L’urlo della mia anima: cosa ne sapete voi? –.

Stava aggrappato alla gamba del tavolo, la testa sotto il tavolo, gli occhi fissi sul pavimento. Non guardava in alto, non vedeva nulla, non ascoltava nulla, non sapeva cosa stesse succedendo lì intorno. Non c’erano borbottii, non c’erano risa: tutto era silenzio.

L’ombra e le altre assieme si erano ritirate in un angolo buio a meditare. L’ombra aveva detto apertamente a tutte che non se la sentiva di decidere da sola e tutte avevano capito. Ora cercavano, insieme, di pronunciare un verdetto unanime.

Ma tutte insieme non avevano nulla da dirsi: i loro occhi erano assenti, il loro linguaggio era il respiro muto delle ombre, leggero e non rumoroso. Si guardavano di sfuggita e il loro guardarsi diceva tutto: colpevole!

Paul finalmente indirizzò gli occhi verso l’angolo dov’erano radunate le ombre, le guardò bene ma con distacco, vide un muoversi inquieto di ombre leggere e non gli ci volle molto a capire perché erano radunate tutte insieme e quale verdetto avevano emesso. Quella massa scura gli fece venire il vomito: condanna a morte, avevano decretato, nessun appello.

Allora lui gridò: – Voi! Già… voi! Voi pretendevate… voi volevate… voi sospiravate… Già! Voi eravate pure verginelle: specchi di castità!.E’ così!Castità diamantina!–.

Si staccò dalla gamba del tavolo, si alzò in piedi, puntò l’indice verso la massa scura. Urlò: – Ombre truffaldine! Ombre ingannatrici! Ombre infide! Sì, ombre d’inganni e di menzogne –. Barcollò e si appoggiò al ripiano del tavolo. Gridò ancora: – Voi mi ingannavate e pretendevate che io vi credessi –. Le guardò una ad una con disprezzo. Disse con voce anonima: – Voi non siete che ombre! –.

Le ombre si muovevano forsennate, spingevano l’ombra guida che faticava a tenerle a bada, e tutto era caos, tutto era disperazione. Il fotografo gridava gli inganni presunti e le ombre ghignavano senza provare nessuna pietà. Poi avvenne che le ombre si trasformarono in porcellini rosa e tutto fu uno strisciare di grugniti e grufoli su ceramiche azzurre: moderne, stilobate, schizzate di caccole.

Paul diventò ironico, guardò il muso rosa dell’ombra e disse con un sospiro: – Facciamo pure quest’ultimo passo di danza, devastiamoci, bruciamoci l’anima; tu non hai fatto altro con me, io non ho fatto altro con te. Sì – disse col viso in fiamme, – tu non hai fatto altro! Io non ho fatto altro! Tutte voi non avete fatto altro! Le anime bruciano –.

L’ombra agitò il muso in aria, disse in un sussurro: – Noi tutte abbiamo dato a te qualcosa, noi tutte non abbiamo chiesto a te mai nulla –.

Paul rise sguaiato. – Buio! – disse. – Buio eravate, buio rimarrete per l’eternità. Il buio è la vostra unica ricchezza!–.

– Ti sei pavoneggiato dentro il nostro buio – disse l’ombra con tristezza.

– La leggerezza – disse Paul con un sorriso di distacco, sostenendosi con la mano sul ripiano metallico, – la vostra leggerezza! Voi: leggere come ombre! Voi: ombre della notte, ombre del buio. Da voi: nessuna brezza, nessuna primavera,nessun respiro di riposo. Io volevo…–.

La sua lingua restò inchiodata al palato come una sbarra d’acciaio e tutte le sue funzioni si arrestarono paralizzate dal terrore. La massa dei musi rosa emetteva grufoli minacciosi e stava per travolgere l’ombra guida. Ancora una spinta e tutta la massa si sarebbe avventata contro di lui e lo avrebbe finito. Il terrore lo tenne inchiodato al tavolo, lui si risedette sulla sedia girevole e incominciò a pencolare di qua e di là.

Ebbe paura dei musi rosa del buio.

Ma l’ombra guida resistette alla turba usando la forza delle lunghe braccia, avvolse Paul con il lungo mantello, gli disse con pacatezza: – Paul, tu volevi la nostra anima, tu volevi il nostro corpo: volevi ogni cosa di noi! Tu sai tutto questo, e ora è tutto inutile. Tu sai che è finita per te. Vedi, caro Paul, l’inganno circola nel tuo sangue e tu non puoi farci nulla. In fondo, non è neppure colpa tua–. L’ombra gli parlava con pacatezza, quasi con amicizia.

Il primo istinto di Paul fu di avventarsi contro l’ombra, ma si calmò subito e restò avvinghiato alla gamba del tavolo. Si vide definitivamente perduto e ciò che lo fece maggiormente soffrire fu la perdita di tutti i suoi alibi: con l’inganno nel sangue lui non aveva scampo.

– Il tuo protagonismo, Paul! – continuò pacata l’ombra. – Voler a tutti i costi essere protagonista: inganno o non inganno! Tu hai voluto essere il protagonista dei nostri cuori, dominarli, esserne il padrone assoluto. E’ così, Paul! Despota e dittatore! Bene, caro Paul, tutto ciò noi lo definiamo “inganno”. Inganno: la rapina assoluta del cuore umano, lo stupratore di tutti i sentimenti, di tutte le emozioni, di tutti i sogni. Inganno: la mano bianca che non perdona –. L’ombra restava sopra di lui con una calma opprimente. Continuò spietata: – Noi cercavamo una boccata d’aria per non morire soffocate e la boccata d’aria era la tua fuga. Ti giustificavi dicendo che defraudavamo il tuo tempo così prezioso; che eravamo egoiste e ingrate; che il cuore non sapevamo neppure dov’era e cos’era. Così tu fuggivi via. Un attimo, ed eri già fuggito! Paul, tu sei sempre fuggito e non hai mai voluto voltarti indietro una sola volta –.

– Troppo romantico! – disse immediatamente Paul. – Ecco qual è stato il mio errore! –.

Restò muto, gli occhi chiusi e il corpo che si dimenava come la coda di un cavallo al palio. Improvvisamente scoppiò: – Finte! Voi avete finto per tutta la vita! –. Non aggiunse altro.

– Bene – concluse l’ombra con dolcezza, – tu hai detto la tua. Ancora qualcosa da aggiungere?

Paul staccò il braccio dalla gamba del tavolo, si passò la mano sui capelli ispidi, si piegò in avanti e disse: – Ognuno è quello che è! –.

Restò immobile sulla sedia e la sua costruzione ossea decostruita prese la forma di un pacco mal incartato.

° ° °

C’era lo stridìo dei tamburi nell’officina di tornitura lì di fronte e c’erano cascate surreali di punti interrogativi concatenati riflessi su tutti i cristalli dei grattacieli e dentro la brezza di un’alba folle. Un albero fiorito tardi stava lì poco distante, ed era l’ultima speranza prima della tempesta incombente di urla e di macchine in movimento. Sui vetri dello studio di Paul erano disegnati con grande abilità tutti i pezzi di una scacchiera, e il re era a gambe all’aria a significare lo scacco matto inevitabile che la vita dà all’uomo.

Questi pezzi di scacchi disegnati li trovarono al mattino gli inquirenti della Omicidi, chiamati a intervenire nello studio fotografico di un certo Paul McCherry, 42nd Street 174, piano rialzato. La voce non aveva tono e non aveva timbro. Al sergente del centralino parve una voce del tutto anonima e ‘non di questo mondo’.

Paul era ancora sulla sedia girevole, una mano rigida sul pavimento e un braccio a gomito allacciato alla gamba del tavolo. Non c’erano tracce di sangue sul corpo, che, rigido com’era, dava da pensare avesse ricevuto una potente scarica elettrica o fosse stato soffocato all’improvviso, quando meno se l’aspettava.

Ma sul collo non c’era nessuna traccia di strangolamento.

Capitolo 4°
Nello studio

In quel pacco mal incartato c’era qualcosa di duro, di distaccato, e tutto dipendeva dal collo senza tracce di violenza ma piuttosto rigonfio, piegato da un lato come carta straccia. Tutto il resto era al suo posto e i lineamenti del viso non erano per nulla scomposti. Attorno al morto non c’era nulla di torbido né di tragico, ma a guardarlo bene e scavando la sua rigidità, si poteva dedurre che quel morto era stato colpito, all’improvviso, dalla sorpresa.

Dalla sorpresa? Di quale sorpresa! Quali cose gli erano piovute addosso per portarlo alla morte? Forse lui stesso si era sorpreso di dover morire? Ma, forse, le erano successe cose che lui stesso aveva ritenuto pericolose, ma non al punto di procurargli la morte. Poi, quel essere avvinghiato alla gamba del tavolo! Quella sua posizione sbilenca e mal piegata, proprio come un pacco postale presentato alle poste confezionato in modo a dir poco indecente.

Così io guardavo Paul, cadavere in una notte misteriosa, e controllavo il mio orologio da polso con timore, pensando all’alba ancora lontana. Ero lì perché lui mi aveva pregata di essere lì prima dell’alba per un lavoro urgente. Adesso guardavo le sue deformità ossee e lo vedevo un uomo assurdo. Ecco, mi dicevo, quest’uomo è sempre stato un uomo assurdo con una folle voglia di creare: un uomo pieno di mistero con una struttura ossea disarmonica. Disarmonia scheletrica, fascino creativo: l’impossibile armonia! Così lo vedevano le malcapitate che gli capitavano sotto le grinfie, ma in realtà lui era come lo vedo adesso: un pacco postale mal confezionato! Lui è stato l’uomo delle angosce, l’uomo dell’attimo dopo, l’uomo dell’assoluta incomunicabilità. Lui era la musica senza note e adesso mi fa rabbia non poter dirglielo apertamente in faccia. Ma poi, perché non poter dirglielo adesso? Adesso è facile dirglielo! Provi a ribattere, se può! Direi di più: adesso è obbligato ad ascoltarmi e stare in silenzio. Bene, Paul, adesso ti dico cosa ho sempre pensato di te: tu sei stato uno “stronzo”! Vedi: te l’ho detto finalmente. E anche, sei stato, sempre l’uomo dell’attimo dopo. Vedi ieri. Vieni prima dell’alba, mi hai detto, c’è un lungo servizio da fare e devo consegnarlo nella mattinata. Eccomi qui, Paul! Sono qui. Ma tu, come al solito, sei stato ancora una volta l’uomo dell’attimo dopo.

E adesso? Adesso parlo io, adesso lo posso fare, e tu non puoi fare altro che ascoltarmi. Però c’è una cosa che non capisco. E’ questa tua assurda posizione che ti fa assomigliare a un pacco confezionato frettolosamente, come se qualcuno avesse voluto spedirti in fretta e furia al Creatore. Mah, meglio non pensarci! Certo che come sei messo, e poi… potresti anche dirmelo: te la sei procurata tu la morte? Oppure sei stato folgorato da una sincope impazzita? O ti hanno fatto fuori come un cane rognoso? Eh già: come puoi dirmi, tu, la verità? Forse, adesso da morto, vorresti anche dirmela; ma la morte è muta, il marciume resta impigliato negli scoli del cielo, la morte non batte le ore.

Mi guardai intorno. Beh, c’è quel fermo di battente della finestra che pare del tutto sradicato. Ma è proprio così! Senti un po’ quanti spifferi d’aria da quella vetrata! E poi… ma guarda un po’: la porta finestra semiaperta, cosa insolita, ammetto!

Tutte queste congetture, mi avevano distolta dalla cosa principale: essere lì con un morto alle cinque del mattino. Nulla di strano per una modella dello studio essere lì alle cinque del mattino, ma: cosa ci facevo lì con un morto? Improvvisamente pensai alla polizia. La polizia! Con lei, la fantasia, la creatività, il colpo di genio sono caramelle finte, giochi fantastici. Qui c’è un morto e lei è qui col morto! Allora, come la mettiamo? Noi vediamo i fatti, ci atteniamo ai fatti, vogliamo chiarezza nelle prove. Sì, ma certo! Altroché! Sappiamo benissimo che Allah, per Bagdad, è il padrone del mondo. Altroché che lo sappiamo! Tutti, laggiù, si prostrano ai suoi piedi, tutti salmodiano e scrivono grandi cose con il carbone sui muri. Altroché, signora, che noi sappiamo! Ma a noi che ce ne importa? Qui, noi vediamo che c’è un morto e lei è qui con il morto. Che fa lei qui con il morto? Già, che faccio io qui con il morto! Mi appello, forse, ad Allah? Chi è Allah per la polizia? Sì, lui vince la morte, ma alla polizia non importa un fico secco. Prove tangibili della propria estraneità ai fatti, ecco cosa interessa alla polizia! Ma se è così, non è meglio che me la fili? Così mi dicevo, e guardando Paul, lo vedevo che mi dava ragione. Stavo ancora lì immobile come un’ebete, e guardavo la porta d’entrata e sobbalzavo dalla paura ad ogni minimo rumore. Devo andarmene, continuavo a dirmi, eppure stavo ferma e non prendevo la porta difilato. Adesso arriva la polizia! Arriva la polizia e Allah non può fare nulla! La polizia non conosce dei né in cielo né in terra; gli dei sono soltanto le prove. Le mie paure, la mia innocenza evidente: cara signora, ce lo spieghi con chiarezza perché è qui con il morto, noi amiamo la scienza delle prove.

Poi, Dio me ne scampi! Lei, dunque, è una modella del morto e magari – indagheremo – anche amica intima (per ora ci scusi la nostra impudenza). Dove andrebbe a parare la polizia? Non mi sbaglio affatto se concludo che la sospettata numero uno sono io. Loro direbbero: mia cara signora, è così! L’esperienza, la nostra esperienza, ci dice che qui c’è puzza di sesso, e che questo sesso trasborda prima in gelosia, poi in odio, poi in vendetta, poi in omicidio. Lei ride? mi direbbero. Che c’è da ridere, cara signora! Con noi non si ride né si scherza. Noi non raccontiamo barzellette né vogliamo sentirle. Il nostro è un lavoro serio: noi vogliamo tener pulite le strade, i muri, gli alloggi, gli animi, i cortei, le parole e possibilmente anche le idee. Noi non scherziamo affatto! Allora ci dica,signora: perché lei è qui a quest’ora? Da quanto tempo lei è qui? Come ha fatto a entrare? Lei ha una chiave personale dello studio: dunque può entrare e uscire quando e come vuole. Ma bene, signora! Lei possiede anche la chiave della porta centrale del palazzo!

Mi guardai la fasciatura al polso: avevo subìto un piccolo intervento al tendine palmare. Guarda guarda, direbbe con noncuranza la polizia, una fasciatura? Sì, una fasciatura: e con questo? Nulla, signora, direbbero loro, ma perché questa fasciatura? Forse non ne abbiamo il diritto di sapere perché questa fasciatura? Noi, adesso, stiamo guardando la porta finestra e vediamo che nella porta c’è una forzatura. Non le sembra lecito che vorremmo sapere della sua fasciatura?

Insomma, tirerebbero talmente la corda che a un certo punto potrei anche perdere le staffe e mandarli al diavolo e gridargli in faccia che il cittadino ha pure il diritto di rompersi un tendine e di farsi mettere a posto il polso e che sul polso, dopo l’operazione, ci sarà ben una fasciatura! Per questo, il cittadino può essere accusato di omicidio? E chi ha parlato di omicidio, signora? direbbe l’ispettore (ci sarà ben un ispettore di polizia!). Voi siete della Omicidi, direi io, qui c’è un morto, ed è logico che si deve parlare di omicidio, non vi pare? Sì, signora, il suo ragionamento non fa una piega, ma adesso lei è qui, e l’ora è insolita, e questo morto è insolito, e ogni cosa è insolita. L’ispettore cambia tono, adesso è più morbido. Signora, dice, ogni notizia che lei può fornirci può esserci utile. Ecco, l’ispettore adesso la mette giù, piano piano, con morbidezza, raggirandomi con tocchi morbidi e tattici: lui, vuole o non vuole arrivare alle prove concrete? Già, direi io, a voi servono le prove! Già, signora, a noi servono le prove e gli indizi, perché è così che arriveremmo alla soluzione. Vede, signora, è così; anche per una fasciatura noi c’impuntiamo e vogliamo sapere. Tutto serve, signora! Tutto può esserci utile! Vede, signora, lei ci ha spiegato la faccenda del tendine rotto e noi con lei siamo a posto. Meno male!, direi io. Sì, meno male, signora, perché li vede quei battenti aperti? Li vede quei fermi scalcagnati? Bene, qualcuno deve ben averli forzati! E forzandoli potrebbe benissimo essersi ferito il polso e… beh, mi dica lei, signora, se su un polso ferito non ci va una fasciatura! Bene, direi io guardando il soffitto, posso ringraziare il cielo che voi mi avete creduto: anche se per una fasciatura così ci vorrebbe del tempo! Ispettore, insisterei con un po’ di sarcasmo, vuole vedere com’è il polso sotto la fasciatura? Ma si figuri, signora, la credo sulla parola. Ci mancherebbe altro!

Sì, ci mancherebbe altro, ma intanto io lo guardo e vedo che l’ombra del sospetto rimane sui suoi baffi ritti: togliglielo, se puoi, il sospetto a questo! Questo mi sorride davanti, ma poi: chissà cosa gli frulla in testa! Qualcosa contro di me la pensa sempre, nessuno me lo toglie dalla testa! Allora gli guardo dentro gli occhi e vi leggo la perplessità. Quegli occhi grigi non sono convinti, lo vedo bene, io! Tento di andare più a fondo in quegli occhi e vedo il bianco prima allargarsi come il lago Erie, poi diventare stretto come il rigagnolo dello scolo sotto casa mia, poi, quel bianco, lo vedo diventare obliquo, poi diamante brillante, poi tremante, poi titubante. Che gli succede a quegli occhi? Direi proprio nulla! Loro sono occhi nascosti, occhi che non sorrideranno mai. Ho pensato giusto sull’ispettore, infatti lui ritorna alla carica: dunque, signora, qualche dubbio ci resta sul perché è qui a quest’ora; lei ci dice che è qui per un servizio urgente, bene: noi ci mettiamo delle riserve. Sì, è vero, lei è l’unica modella dello studio, ma è anche una donna sposata e sta con il marito, e due ore prima dell’alba non si esce di casa, qualunque sia l’urgenza del servizio fotografico. Sì, signora, voglio essere franco con lei: mi è difficile convincermi fino in fondo.

Ecco, è così che andrebbe a finire se sto ancora un po’ qui! E allora, io che ci faccio qui? Io me la batto!

° ° °

Ma ancora no! No, non me la batto ancora; ancora non mi sembra vero! Io sono qui davanti a te, Paul, e posso dirti tutto e tu non puoi dirmi nulla. E’ la mia occasione d’oro, guai a lasciarmela scappare! Per questa occasione sono disposta ad affrontare anche un ispettore di polizia. Poter andare a ruota libera con te senza ricevere in faccia la logica dei tuoi ragionamenti a senso unico, mai a senso alternato, mai a un mio qualsiasi favore. Finalmente! Ecco, finalmente te lo dico: tu non hai mai capito nulla di me! Un esagitato, ecco quel che sei stato con me! Volere, pretendere, usarmi; non darmi mai fiato, non darmi mai un solo minuto di ascolto. Non un solo attimo d’ascolto, non un tenere tra le mani un raggio di sole: mai! Tu ascoltavi soltanto te stesso, ammiravi soltanto la tua ombra, e ti esaltavi con le sete vaporose, le lunghe braccia, i piccoli seni e le cosce possenti; tu giocavi coi nudi fuggitivi e i fili travolgenti delle passioni; essere frammentario, dicotomico, arrugginito, col cervello siliconato e distorto. Buttare via! Usare e buttare nella sacca dell’altoforno. Mollare… mollare senza pietà! Io sono stata la tua outsider e nulla più! Capito, Paul? Capito dove volevi arrivare con me? Essere la tua serva e nulla più!

Ebbene, mio caro Paul, eccomi qui, adesso, davanti a te, davanti al tuo cadavere squalificato. Paul, tu tenevi in mano un vaso di cristallo e l’hai fatto cadere, e lui si è rotto e tutto è diventato opaco e i suoi pezzi, di pregio se assemblati insieme, sono diventati infimi vetri e… adesso mi viene un dubbio: che tu vuoi che io stia qui ad aspettare la polizia, così tu riusciresti a completare te stesso anche da morto. Tu, anche da morto, parleresti alla polizia così: “Cari signori, la signora qui presente mi amava alla follia, mi amava a tal punto che adesso vuole morire con me. E’ stata lei a soffocarmi e lei deve, adesso, camminare con me nell’inferno. Quei battenti aperti, quei fermi sconquassati: tutta opera sua”. Sì, Paul, questo potrebbe avvenire; tu sei maestro di tranelli! Tu menti, tu trovi giustificazioni, tu scegli le scappatoie per non morire solo. Per esempio, perché adesso sei morto? Non è che questa tua morte nasconda un tuo tranello! E’ stato forse un errore di calcolo, oppure una scelta sbagliata o un attimo di orgoglio sfuggito al tuo controllo…

Lo guardai dubbiosa, ebbi timore: adesso mi salta su dalla sedia con una piroetta e mi dice: “et voilà”! Eccomi di ritorno dal mio viaggio dall’aldilà. Meglio qui! Là c’è soltanto buio, e nessuna macchina fotografica!”. Tutto è possibile con questo qui! Rabbrividii.

Mi mossi per uscire, poi mi avvicinai al cadavere per un ultimo sguardo, e la vidi. Era una fotografia piccolissima, formato tessera, già un po’ sgualcita lungo i bordi, e stava proprio sotto il cadavere, a non più di un palmo dalla mano rigida che sosteneva tutta la carcassa di Paul. Che fare? Dovevo impossessarmi di quella fotografia, e per riuscirci dovevo sfiorare il cadavere. Mi avvicinai più che potei all’uomo sbilenco sulla sedia girevole, misi un ginocchio sul pavimento e allungai il braccio cercando di tenere il mio viso il più lontano possibile da quello del cadavere. Ce la feci ad abbrancarla e la tirai su con furia. Era Betty con la veletta sul viso e ciò che si vedeva del viso appariva avvizzito e rugoso. Coriandoli dappertutto, anche sulla sciarpa rosa che avvolgeva le spalle, anche sul vestito di lamé che arrivava ai calcagni. Rabbrividii ancora. C’era qualcosa di torbido nelle rughe avvizzite sotto gli occhi velati, c’era, sotto la veletta a pois rossi, l’eco delle parole urlate da Paul a Betty in quel mio primo giorno nello studio. Ricordai le parole con un brivido di sgomento: “Il mondo è nelle mie mani e io ne colgo tutte le paure. Tu non sei nulla!”. Sgomento per la donna, rabbia per il morto. Guardai con intensità la fotografia scrollando la testa. Perché Betty era tornata? Perché Betty sei tornata? Volevi riprenderti qualcosa? Forse pretendere da lui una cosa importante? Forse… no no no… non può essere! Non è così! Lei non può aver fatto… No! Betty non c’entrava in questa storia! E’ stata una sincope! Lui è morto di un razzo arrivato a velocità folle nel suo cuore. Mi dicevo così, mi volevo convincere così, e i miei occhi vagavano dalla foto al morto. No, dissi infine al morto, su di te non ci sono né tracce di violenza né ci sono macchie di sangue, e neppure ci sono segni di strangolamento. Lo so io cosa è avvenuto. E’ stata una corda della tua chitarra che ha steccato, e la stecca è scivolata in uno degli atri del tuo cuore e ha ingrippato tutto il tuo motore. Vai, Paul, che sei morto da grande! Tutti i grandi muoiono per una nota steccata buttata lì nel mucchio e scivolata poi via, nel cuore o chissà dove. Guardai attraverso la porta finestra la nebbia che si mischiava col fumo della città. Tutto era immobile là fuori, tutto era invisibile; senz’altro Dio, in quell’alba livida, si era dimenticato del mondo. Vinceva il bianco dei dubbi.

Incominciai a fantasticare nei toni più assurdi: volano i riflessi su pareti lucide di vetro, le bianche pelli delle dive profumate di mughetto catturano balli di tranelli; tutto è finzione, e la finzione gira, assorbe, vola nell’aria, e le mosche gridano il lungo caldo del sangue.

Guardai il morto scivolato a terra: incominciava a puzzare di morte. Dissi al morto, guardando fuori: “Paul, sappi che quei fottuti dormienti di quei fottuti grattacieli se ne fregano di te che sei morto”. Sorrisi triste e rincarai: “Veramente, loro se ne fregavano di te anche prima che tu fossi morto; a loro non gliene importava nulla che tu andassi per le strade a raccogliere carta straccia per la tua grande poesia della finzione: della verità, dicevi tu! Ma qual è il problema? E’ la verità, il problema? E’ la finzione? Direi che è la carta straccia, il problema! No, Paul, nessuno deve ascoltarmi adesso, nessuno deve dire: quel fotografo era un imbecille! Ma sai cosa penso io dell’imbecillità, Paul? L’imbecillità, secondo me, è il fascino sconosciuto che ognuno di noi si porta appresso, è un marchio impresso sulla nostra pelle che ci fa essere, tutti, dei perfetti sconosciuti. Anche tu, Paul! Sì, anche tu eri un perfetto sconosciuto, ed è stato tutto inutile che tu facessi e disfacessi, che dicessi e disdicessi. Il tuo armamentario mentale e umano! La tua mania di appiccicarti al collo una macchina fotografica! Ingenuo! Non sei stato altro che un ingenuo convinto di poter conquistare il mondo con dei clic: clic su un paio di gambe; clic sugli oggetti sonori; clic sui cucchiai, sulle pinze, sui pesci nei vasi, sugli uomini in cammino, sugli uomini che stanno in attesa, che si abbracciano, che mostrano i pugni, le lingue, i sederi; clic sulle stazioni ferroviarie, sulla cattura di uno sguardo, su un rudere, su una bottiglia di champagne, su un cielo grigio, su un mare al tramonto, su montagne con le nuvole in tempesta; clic sulla pioggia, sull’altoforno, su una lacrima, su un gruppo di amici, su giocatori di carte, di polo, di cricket e anche su un ritratto, su un culo, su una tettina e su una tettona, su un paio di occhiali, su una bocca che sorride, su soldati che attaccano, su soldati che muoiono, che sono sui carri armati, che lanciano bombe, che lanciano fiori, che minano campi… Così, sempre così, per tutta la vita così! Tutto è un clic! Il clic era la storia del mondo, era la storia dell’uomo, era la farsa che sommergeva di merda tutto l’universo. Tu, il signore del clic! Eppure ti mancava, ed era fondamentale! Sì, ti mancava l’idea! L’idea è l’invisibile atomo del nostro essere, è quell’atomo che domina tutto l’universo. Bastava poco, Paul! Bastava quella piccola intuizione, e il mondo sarebbe caduto ai tuoi piedi. Ma tu ti portavi dentro l’imbecillità di sentirti un genio. No, Paul, purtroppo non lo eri, un genio! No! Tu vedevi tutto con l’occhio della celluloide, e la celluloide alla fine s’accartoccia e prende fuoco.

Adesso ascoltami bene, Paul! E scusami se te lo dico con autorità, tanto non puoi ribattermi! Ebbene Paul, te lo dico con franchezza: tu non sei stato altro che un pacco di merda mal confezionato, spedito per via aerea e rimandato indietro dal destinatario con spese a carico del mittente.

Capitolo 5°
Davanti allo specchio

Matthew davanti allo specchio prima di conoscere Beryl.

Lo specchio all’improvviso divenne un movies–mirror e dentro questo movies–mirror si affollarono donne che presero il sopravvento sugli sfondi sfumati.

Dentro di Matthew c’era una grande sfiducia. Lui si guardava dentro lo specchio, ed era nervoso. Vedeva su quel suo viso allungato un’ombra sfiorare la bocca rosea, come la ruga di una delusione per qualcosa andata male. Si guardò gli occhi: erano vivi; la fronte: era alta; i capelli: erano fili d’oro; eppure… eppure quel suo viso e tutta la sua espressione non rispecchiavano il suo mondo interiore.

Allora guardò tutti gli occhi delle donne del movies–mirror e si mise a parlare alla folla agitata. “Dunque” disse ammiccando a ogni viso, “voi mi vedete attraente, e vada per l’attraente! Ma io, al contrario, mi vedo un individuo lontano come una maschera dell’età del bronzo. Un batuffolo rosa ricoperto di velluto, ecco la mia attrazione!”. Sorrise. “Adesso, dopo quel batuffolo rosa, voi la chiamate ancora attrazione?”. Sospirò un poco e riprese con ardore: “Vi ho amate tutte! Tutte siete state la mia ricchezza interiore. Sì, carissime, vi ho amate tutte e di voi ho amato perfino le ultime falangi dei piedi. Tutto ho amato di voi! E voi avete ripagato il mio amore senza pensarci su due volte, senza reticenze e senza dubbi. I vostri sospiri, i vostri sguardi, le vostre pene…”. Le guardò ad una ad una. – Tu, mia divina –. Si rivolse a un volto bellissimo: occhi neri, labbra fragole mature, naso avorio d’Africa, collo di schizzo dorato; una vena sensuale del corpo come riflesso di rugiada, un sussurro di magico mistero. – Tu, mia divina – disse con più forza. – Forse io sono John Pierpont Morgan? –. La guardò meravigliato. – Come, divina, tu non sai chi è John Pierpont Morgan? E no, forse tu non puoi saperlo! Tu sei divina, sei solo divina.

– Dimmelo, Matthew, per favore, chi è John Pierpont Morgan? – disse la donna in un sussurro velato di malinconia.

– E’ lo sguardo dell’innocenza – spiegò Matthew. – Tu ridi, divina?

– Che devo fare?

– Fai male a ridere – disse sconsolato Matthew.

– Comunque, Matthew, dammi un’altra definizione di J. P. Morgan.

– E’ l’integrità!

– Troppo seria! L’integrità non ride mai.

– Chissà. Cos’è il riso, mia divina?

– Sei troppo triste, Matthew!

Matthew stava per dirle ancora qualcosa, ma vide che tutto, della maga, si stava dissolvendo: i suoi occhi perdevano seduzione e le iridi riflettevano la lontananza. Ma ebbe un sussulto: in quelle iridi non c’era soltanto lontananza – che è pur sempre un fatto emotivo dell’animo–; in quelle iridi c’era anche un tocco di languida perfidia e una vena arida di impertinenza. Allora lasciò subito perdere la maga e si concentrò sulle carni vellutate delle altre donne che gli offrivano con affetto smisurato le labbra umide. Guardò tutte le carni vellutate e le vide bianchissime. Ne fu contento e fu tentato di accarezzarle tutte, ma… cosa stava succedendo? Lui guardava le carni, le bramava con ardore e il loro colore, da candido che era, prendeva sempre più tonalità differenti: dapprima era grigio perla, poi grigio fumo, poi nero antracite, poi nero notte e infine colore indefinibile tendente al diafano. Colore su carni tragiche, insomma.

Tutto si trasformò in nulla e sul piano brillante dello specchio ci fu una raffica di puntini rossi e neri che gli confusero gli occhi. Lui ebbe paura, si irrigidì e aspettò che gli apparisse sullo schermo un viso indefinito e spietato. Immaginò quel viso. Era un viso di aguzzino, un magico volto beffardo che gli parlava sfidandolo a un duello mortale. Restò lì con gli occhi sbarrati davanti allo specchio, ma sul suo viso c’era ironia: lui fantasticò la sfida mortale con l’aguzzino, e in quella sfida il sole diventava una palla di ghiaccio e la nebbia saliva tra i comignoli come bizzarri fili di neve che coprivano tutte le cose intorno, e coprivano perfino prima la sua immaginazione, poi la bocca, gli occhi, il cuore e l’anima.

Dopo la sua fantasticheria, cercò una risposta alla messa in scena del duello; subito non la trovò perché era avvolto dal buio, poi si riscosse guardando intensamente la nebbia sui comignoli apparsa per davvero e la risposta venne da una voce lontana, ma la risposta non lo soddisfece del tutto. Era una risposta che veniva dalla nebbia per risolvergli gli enigmi del suo correre dentro la musica blues avvolgente la sua anima con le assonanze, le armonie e le discordanze. Ma la risposta era altalenante, velatamente oscura e leggermente inquietante. Peccato! La commedia della sua esistenza avrebbe continuato il suo corso senza cercare l’oblio.

La voce nella nebbia disse – Tu puoi correre all’infinito e correndo all’infinito, puoi anche catturare i colori dell’uomo, i suoi sospiri, i suoi progetti; ma l’intenzione dell’uomo ti rimarrà sempre sconosciuta e alla fine tutto resterà immobile intorno a te. Ci sarà l’alternanza della notte e del giorno a offrirti speranza e luce, ma qualcosa ti spingerà a correre oltre l’infinito, al di là del confine della speranza, oltre il fantastico giorno dell’Apocalisse.

Matthew restò inquieto a guardare lo specchio vuoto.

Capitolo 6°
Matthew e Augustine

Poi si staccò dallo specchio e decise. Doveva incontrarla. Quella donna era una maledizione, un’ossessione, e lui doveva assolutamente incontrarla. Glielo dicevano tutti i solchi e i lobi dell’encefalo avariato, e glielo imponeva il colon strapazzato che gli soffocava il dolce e tenue intestino.

Lui fuggì dalla cripta per incontrare Augustine al Wine Club sulla Seventh Avenue, a pochi passi dal Central Park. Corri ancora, si diceva nella brezza sbiadita del tramonto, corri fin che puoi, perché poi il buio ti fischierà nelle orecchie e per te sarà dura.

Augustine l’attendeva; lei attendeva lui e tanti altri sempre allo stesso tavolo, e portava sempre le stesse perle azzurre finte, e aveva sempre il piattino dei dolci davanti, che finiva, riempiva e finiva, e il bicchiere del whisky che non restava mai asciutto. Lei restava immobile, il grande linguaggio muto che non fuggiva dall’ultimo tavolo d’angolo, gli occhi lucidi d’avorio incollati sulla rastrelliera degli alcol. Bionda manipolatrice di anelli opalescenti in contrasto col rosso laccato delle unghie screpolate. Graffio di raggio d’alba, nuvole riflesse d’infinito, baracche libere nella tormenta: pause, riposi, macerie, ceneri. Un giorno tutte le tue perle saranno ammucchiate su un grande tavolo di marmo e fatte schizzare nel cestino della spazzatura. Ma se è così – ed è così! –allora, adesso fai attenzione ai colpi bassi e guardati alle spalle, senza degnare di uno sguardo pietoso il clochard che ti scruta avido l’ombelico.

Matthew correva da Augustine per farle una sorpresa, ed era convinto che tutto girava perfettamente. Voleva dimenticare; voleva assolutamente nascondere il suo volto dietro le sbarre e correre contro il tempo (tempus edax rerum, il tempo distrugge ogni cosa).

– Eccomi Augustine – disse alla donna seduta austera al tavolo d’angolo con la bottiglia del whisky davanti.

Le sfiorò il lungo collo con le labbra e disse galante: – Bellissima Augustine, io voglio leggere il grande libro della tua anima e gridare a questi quadrupedi il capolavoro che sei.

– Dunque, mi vuoi sedurre? – disse lei divertita con una sfumatura sognatrice.

– Ho bisogno di te, Augustine. Non è una frase fatta, voglio entrare subito nel vivo – disse Matthew.

– Caro… tesoro caro. Tu mi arrivi da Entebbe e hai l’aria di un reduce della guerra del Golan –. Augustine sorrise con distacco. – Che si dice laggiù?

– Si dice che la polvere è il cibo del mondo.

– Spero che non sia polvere da sparo – scherzò la donna.

Matthew sorrise e riprese a dire: – Sai cosa mi sembra di essere? Un aliante con l’elica in testa e il timone nel sedere.

La donna attese senza dir nulla.

– Sì – continuò Matthew con la storia dell’aliante, – ma non è finita. Io ho l’elica in testa e il timone nel sedere, e così imbardato qualcuno mi sta ordinando: “Adesso fai il Tornado da combattimento, vola fuori dalla portata dei radar e non farti sparare nel culo dal nemico”. Hai capito, Augustine? Mi sono trasformato in un Tornado bombardiere con un’elica di aliante in testa e un timone di aliante nel sedere. Che spasso sono: elefante e pulce!

La donna non fece una piega. – Tu sei fortunato, mio caro – disse semplicemente, – tu vivi nella tua cripta e la tua cripta ti protegge. Io, come vedi, vivo qui fino alla chiusura e mi inebrio della follia dei sordi. Alzò leggermente gli occhi chiari sul viso dell’amico e disse immobile: – Vivere coi sordi si ha sempre una chance: attendere! Attendere è l’asso nella manica. Chi sta insieme ai sordi è sempre in attesa e io attendo, sono anni che attendo, attenderò ancora, attenderò sempre, attenderò per tutta la vita: questa è la sintesi della mia vita. Io attenderò per tutta la vita e non farò altro. Vedi, caro, qui mi passano davanti milioni di persone, qualcuno mi sorride, qualcuno è educato, molti sono cafoni, quasi tutti sono indifferenti. Ebbene, caro, cosa credi che io faccia? Io… attendo! Attendo, caro. Cosa? La morte, forse! L’amore, forse! La soluzione, forse! Matthew, io attendo! Io voglio attendere! Io voglio vivere! Io voglio fondermi con qualcuno, magari con te, magari con quel clochard, magari con quella figura di quel quadro… Matthew, io non voglio essere nessuna ruota di scorta: si fora una gomma? c’è la ruota di scorta! No, Matthew! Nessuna ruota di scorta!

– Cara Augustine – disse Matthew prendendole le mani e baciandogliele.

– Sì, Matthew! – disse Augustine con gli occhi chiusi e le mani abbandonate in quelle di Matthew. – Dove sono Malcolm, Terry, Vaughan, Vincent, Bernard, Ivor, Enoch… Dove siete, cari cari cari… Matthew, io li amo tutti! Tutti adorabili… adorabili! Anche tu, Matthew! Voi tutti mi mancate! Io vi adoro tutti! Voi tutti mi adorate: oh, Matthew!

Matthew le stringeva le mani e lei guardava sognante i disegni colorati sulle pareti bianche; era cappuccetto azzurro con la frangia nera che le copriva il viso di cenere. Cappuccetto azzurro, cosa c’è dietro quella tua bocca smorta, infuocata di rosso sangue che sbava a strisce sul tuo mento quando ricordi? Le tue ciglia sono spilli neri che pungono i cuori dei tuoi amanti, i tuoi occhi scrutano l’invisibile: tu non morirai mai, tu darai speranza, tu ingoierai tutti gli incubi fino a farti male per tutta l’eternità.

Lei disse improvvisamente: – Non c’è solitudine. Sai cos’è la solitudine, Matthew? Vedi, Matthew – si lasciò accarezzare le mani dall’amico, partecipando al gioco di tenerezza con il far scorrere le punte delle sue dita su quelle di lui. Loro vivevano una piccola estasi tra la gente. – Matthew caro – disse lasciandosi trasportare dalla dolcezza, – questa notte ho scritto una poesia e l’ho intitolata “Non ci sono papaveri in cielo”. La poesia parla degli inganni… Dove sono gli inganni? Cosa fanno gli inganni? Perché esistono gli inganni? Forse il gatto aspetta le lucciole nel grano e siede sulla cenere azzurra degli inganni ad ascoltare il ronzìo delle mosche nel buio? Poeta, fermati! Ascolta anche tu! Aspetta la brezza che viene: non ci sono papaveri in cielo…

Lei si liberò delle mani di Matthew e tenne gli occhi pieni di interrogativi sul viso lucido dell’amico. C’erano schiocchi di bocche e di palati negli angoli bui del locale, schiocchi di bocche viscide che sorbivano birre amare aspettando la luce pallida dell’alba. Matthew assaporava la grande quiete e tutto aveva cadenze di cavalli al circo.

– Un crostaceo… sì, bisogna essere un crostaceo – disse Augustine, – e sai perché? Perché i crostacei non ascoltano nessuna critica e non fanno nessuna critica; loro, le lepadi, stanno solo attaccate ai bicchieri. Hai presente i tergum e gli scrutum? Sono bocche affamate di lepadi che nulla hanno a che vedere con le antenne dei granchi –. Rise soddisfatta per questa sua uscita sapiente, poi la sua bocca si piegò di tristezza. – Matthew – disse sottovoce, – riempimi il bicchiere, per favore!

Nella bottiglia c’era poco whisky e lei guardò la bottiglia con rabbia. Poi prese una mano di Matthew, restò a fissare un punto imprecisato della parete di fronte a lei, disse con disperazione: – Matthew, io voglio che il bicchiere sia sempre pieno, ma la bottiglia scende e io sono infelice –. Prese fiato negli occhi dell’amico. – Matthew! – supplicò. – Matthew non lasciarmi affogare da sola in questo mare di letame! Stammi vicino, ti prego. Sono sola, caro, tanto sola! Il vento dei sussurri picchia insalubre sul mio amore, i sussurri lacerano il mio stomaco rigonfio, le mie gambe hanno il sapore di muffa. Matthew! – disse, stringendogli le mani con trasporto materno, – caro, caro amico mio, per un pugno di monete d’oro, il mio sonno! Per una sporca manciata di metallo giallo, il mio svestirmi, il mio mettermi nuda, il mio offrirmi all’umanità! Perché qualcuno non mi spara, infine? Io graffio la luce, ed è una favola antica: dov’è il sogno, caro? Io urlo l’autunno azzurro, ma la mia canzone tace. La mia anima è confusa, io nascondo la testa tra le braccia dell’oblìo e vado alla ricerca del bicchiere colmo per brindare alla mia favola antica. Ecco ciò che sono, Matthew!

Rovistò affannosamente nella borsetta, ne trasse uno stick di rossetto rosa, se lo passò bruscamente sulle labbra, poi si slacciò i bottoncini della camicetta mettendo in bella mostra la pelle soda dei seni. Sorrise a Matthew e unì i bordi della camicetta sull’allacciatura. Restò assorta per molto tempo, poi alzò le mani a pugno in aria e le fece precipitare sul petto con una smorfia di disgusto. – Dov’è! – disse a voce alta senza curarsi di parlare sottovoce. – Dico, Matthew, dov’è la mia anima?

– Riposa, Augustine! – disse Matthew, baciandole le dita.

– Troverò quiete nel riposo, Matthew?

Poi senza aspettare risposta, sfiorò le labbra di Matthew con le dita e disse piano: – Vieni, caro, non restiamo più qui. Qualunque cosa ti porti dentro, adesso hai bisogno di me. Non avere paura, vieni… andiamo!

Si alzò con agilità, finì il fondo della bottiglia, si tenne stretta a lui e allacciata a lui passò attraverso i tavoli pieni di gente e di birre. Uscirono nell’aria e lei lo baciò con passione. – Andiamo, caro, – sospirò, – la notte ci offre bambole di pezza. J asked the Lord… Andiamo! I grandi gospel ci attendono, io sarò per te la donna del calesse rosso, e ti offrirò il mio fiore lilla che sa di verbena.

Capitolo 7°
Maggie, oh Maggie!

Arnold non aveva saltato le macchie di bitume, era fuggito nella sera. Aveva girovagato, aveva sofferto, aveva urlato nel silenzio del parco. Poi era ritornato.

Adesso stava di nuovo lì, davanti alle macchie solide di bitume, nel threshold del palazzotto, e lottava contro la rabbia, lottava contro se stesso.

In fondo lui era nato per giustificare! Lui giustificava tutti i comportamenti, poi ci pensava su e gridava contro tutte le facce del mondo che incontrava e contro tutte le facce del mondo virtuale che erano le facce della televisione, dei giornali, delle commedie e delle tragedie umane; e non aveva pietà per quelle facce finte, vere e immaginate. Adesso lui stava davanti al threshold ed era in uno di quei momenti di urli e teneva la mano in tasca schiacciando il calcio della rivoltella.

Prima era andato avanti e indietro nel Central Park, aveva parlato agli uccelli che gli cantavano sopra la testa e aveva ascoltato gli incoraggiamenti dei baniani del Bengala che se ne stavano un po’ in disparte lacrimosi e aerei. Adesso era lì sull’ingresso del palazzo e sapeva che sua moglie era a letto con un uomo dentro quel palazzo. Tirava fuori dalla tasca la rivoltella, la puntava contro le macchie di bitume e fantasticava con esse immaginandole grossi capezzoli neri che s’ingrossavano e lo deridevano.

Ma nonostante gli urli che lo graffiavano dentro, lui restava immobile ed era sul punto di fuggire un’altra volta e si sentiva come un cadavere che si nascondeva tra la folla indifferente, pronta a schiacciargli gli occhi con le scarpe chiodate se per disgrazia un dio qualsiasi gli avesse preso il ghiribizzo di dargli una qualsiasi sembianza umana.

Poi ricordò – Maggie, oh Maggie! – e il bianco dei suoi occhi prese il colore del rame e rivoli di lacrime traboccarono sulle sue labbra. Il ricordo produsse un groppo nella gola e il groppo s’infilò nell’arco dell’aorta e la selva delle arterie inaridita produsse una seria difficoltà alla respirazione. Pensò che la cosa migliore da farsi per togliere il groppo era ritornare all’inizio del ricordo e dipanarlo in tutte le sfumature possibili.

Così lui ricordò.

Maggie, oh Maggie! Briciole d’immortalità, occhi che non videro… Ecco, l’occhio ferito! Maggie, oh Maggie! E’ una lunga storia che inizia dalla ferita all’occhio nella battaglia di Kabul. Una storia che inizia dalle montagne di polvere, con le macerie dei palazzi che coprono bocche riempite di rabbia. E’ la lunga storia di uno spiderman costruito di taoismo, di buddismo, di guru, e i suoi nomi non finiscono mai con le vocali: Nanak, Grauth, Sahib, Arjan; ed è anche la lunga storia di un sopravvissuto della Shoab che ha studiato la Torah. Forse questo sopravvissuto è uno degli invitati dell’Ultima Cena che rifiuta di mangiare e di bere; forse è un frettoloso passante che si è fermato a leggere le grandi scritte nere sui muri che hanno tutta l’aria di sembrare note di un Beethoven folle. Le scritte dicono: ‘Dì, Egli è Dio’, ‘Sura del Culto sincero’, ‘Densità del significato della Lettera Dal’… Insomma, sono scritte che raccontano la storia di gente a cui il morire non gliene frega nulla, e ogni individuo è parte di un unico creato, ed è parte di un unico Dio e anche di un’unica umma. E’ per Dio che si muore; morire si fa un grande regalo a Dio e Dio, in quel fatidico giorno del Giudizio Universale, sarà oltremodo magnanimo con chi è morto per Lui.

Era dentro questo mondo che lui guerreggiava, tenendo sulle spalle, tutto il giorno, il bazooka e il mitragliatore, a ore alternate, secondo le necessità tattiche e logistiche della guerra. Li teneva e li usava. Sparava, guerreggiava, usava scarponi chiodati su e giù per le montagne di roccia, finché si prese una pallottola in faccia. Di striscio, per fortuna!

Maggie, oh Maggie!

Lui vide quella pallottola dirigersi come un fulmine proprio al centro del petto, ma a pochi millimetri dal petto la vide impuntarsi, fare zig zag, scartare velocemente verso l’alto come se le fossero spuntate le ali, fuggire dal suo corpo, arrivare ai muscoli del setto nasale; ma arrivata qui, si dimenticò del nervo ottico, sfiorò appena i muscoli, procurò una bazzecola all’occhio sinistro, e lui fu spedito all’ospedale per evitare complicazioni. Lì…

Maggie, oh Maggie!

Stava solo nella stazione ferroviaria affollata di soldati con le bende come lui. Qualcuno fotografava tutta quella folla silenziosa, qualcuno offriva sorrisi a quella folla, qualcuno aggiustava le bende o teneva a bada stampelle e bastoni che volevano intrufolarsi nelle gambe e nei piedi altrui. Lui guardava le cuffie candide delle crocerossine con il solo occhio destro aperto e restava assorto nei suoni degli scarponi chiodati dei soldati. Faceva un gioco con se stesso: tramutava il suono dei chiodi in canti d’uccelli che avevano le ali bianche come le cuffie parlanti delle crocerossine. Tutti gli sorridevano e lui sorrideva a tutti. A volte l’emozione lo travolgeva, allora lui doveva fermare la benda che voleva andarsene dal suo naso fatto di pietra, poi si aggiustava senza fretta e con la mano sinistra la bustina rigida che gli copriva i capelli unti, poi si toglieva con la destra i granelli di sabbia dal cappotto militare che lo fasciava bene, e restava seduto composto sulla lunga panca insieme agli altri. Era inverno, ma il freddo non era pungente e la pioggia cadeva collosa sui vetri della tettoia.

Nel grande stanzone della stazione stagnava una puzza soffocante e lui adesso stava seduto ignorando ogni cosa. Poi qualcuno lo toccò alla spalla e sentì una voce cameratesca dirgli: – Ti vogliono.

– Chi mi vuole – replicò all’istante sorpreso, dimenticandosi perfino di guardare in faccia chi gli aveva parlato.

– Una bella donna con la cuffia” gli disse il compagno, toccandolo con il gomito. – Vai, dai! Cosa aspetti?

Il compagno che gli parlava aveva anche lui una benda su un occhio e con l’occhio buono gli indicava un gruppo di crocerossine dell’Esercito della Salvezza. In mezzo alle cuffie candide vide agitarsi un braccio sottile e quel braccio era proprio per lui, perché lui vide con chiarezza le dita della mano fargli cenno di avvicinarsi. Lui vinse l’incertezza e in un batter d’occhi raggiunse la cuffia invitante. Davanti al più bel sorriso mai visto prima, lui restò imbambolato.

Onde di sole, onde senza vele, un airone resta tra le felci bruciate.

Un viso esile gli parlò: – Se vuoi ti scrivo la lettera da inviare a casa –. Teneva tra le dita leggere notes e matita.

– Non c’è nessuno che mi aspetta a casa – disse lui un po’ incerto.

– Allora usciamo da questa confusione – disse la crocerossina.

Lui andava avanti dando piccoli colpi col bastone bianco da cieco sul pavimento, lei gli stringeva il braccio. Insieme scesero la grande scalinata e si trovarono in una piazza quadrangolare.

– Lasciati guidare da me – lo esortò la donna.

C’erano buche profonde dappertutto, e nelle buche liquami, e negli angoli della piazza e anche in mezzo montagne di macerie e di ferraglie.

– L’asfalto è come una gruviera svizzera – disse la crocerossina, – e non solo. E’ tutto esploso, qui intorno, sembra un quadro futurista che non ha senso.

Lui pensò che la crocerossina era incantevole. Si lasciò guidare dalle sue mani energiche e andò avanti con sicurezza perché lei era al suo fianco e lo sosteneva. Lui stava al fianco di una figura alta e sottile, e non aveva timore di sentirsi vicino a lei mezzo grigio e mezzo bluastro, come un pezzo d’ardesia appena uscito dalla cava.

Passeggiavano, inciampavano, restavano fermi, si sostenevano, ridevano come fossero stati sempre insieme. A volte stavano in ascolto, tendevano le orecchie, erano concentrati su tutti i rumori vicini e lontani; allora, nel profondo della loro concentrazione, sentivano scoppi di bombe incendiarie e il suono rugginoso di quelle bombe li tormentava.

– Qualcuno muore adesso – diceva la crocerossina, e andavano avanti per un po’.

Altri scoppi.

– Qualcuno urla davanti alle macerie della sua casa distrutta e si tura le orecchie coi pugni.

Ancora avanti per qualche passo e già altri scoppi sorgevano dietro la polvere del cielo.

– I morti muoiono in silenzio – diceva ancora la donna. – Non ci sono voci che gridano, e le celebrazioni annoiano. Tutto è abolito: comizi, forum, giochi a quiz. L’aria viene tagliata con il coltello e le bocche si riempiono di pietà. Nessuno corre –. Parlava come se volesse convincere se stessa del contrario di ciò che accadeva lì intorno.

– Come ti chiami? – chiese lui improvvisamente.

– Maggie

– Io, Arnold

Adesso gli scoppi delle bombe erano più lontani e loro cercavano di raggirare le divise inamidate degli ufficiali e delle crocerossine. Lui, il risvolto del colletto del ruvido pastrano militare tirato sulla nuca, un piede fermo in avanti e uno strascicato, poi un altro strisciato sulla scarpa di Maggie, che andava avanti energica e filiforme. Manichini dappertutto: berretti tirati su occhi obliqui, visi burberi, braccia strette a fianchi diritti, ancheggiamenti e scodinzolamenti, e nell’aria rombi di bombardieri. L’irrealtà della fuga: le tomaie degli scarponi erano ingrassate a dovere.

Lui disse: – Ascoltiamo la nostra musica.

Lei lo guardò tra il divertito e il sorpreso.

– Ma sì – continuò lui con finta serietà, – W. Marsalis, L. Young, A. Blakey, E. Dolphy… ne vuoi ancora?

– Per carità! – fece lei ridendo.

Lui si aggrappò al suo braccio: – Vieni, andiamo a divertirci – disse con ironia. – Ma sì, Maggie, perché non andiamo a un bel ballo in maschera nel night più psichedelico della città?

Fermò il piede sul bordo di una grossa buca che aveva dentro spezzoni di bomba. – Sai – disse, e il tono della sua voce era sfacciato, – sai, mi manca, mi manca tanto… dico, di quel ballo in maschera! Mi farebbe guarire l’occhio e darebbe carica al mio spirito. E poi:quella musica! Sarebbe un tonico, una favola, un canto corale di trincea prima dell’assalto. Oh, quanto mi manca quel ballo! Quanto mi manca quel brodo di grida e di pallottole! Quanto mi manca quella terra insanguinata! –. Arnold aveva abbandonato i freni, con Maggie sentiva di poter andare a ruota libera, di poter esaltare tutta la sua fantasia, di poter dare sfogo al mistero del suo sentirsi uomo. – Sai Maggie? – continuò con leggerezza, – proprio mi manca tanto! Sapessi quanto erano di conforto tutti quegli assalti! –. Era diventato anche ironico. Fece una breve risata, poi sospirò scenograficamente: – Chissà poi perché! –. Breve pausa. – Ma sì, se ci penso bene non è poi tanto difficile arrivarci! –. Ancora una risata un po’ più lunga. – Dunque, partivamo per il ballo in maschera in cinquecento e ritornavamo in cinquanta. Che spasso, ragazzi! Che divertimento!

– Dio è misericordioso – disse lei improvvisamente. – Come vedi, tu sei qui.

– Già! – fece lui, inciampando su un pezzo di maceria. – Sembra che tutto sia manovrato prodigiosamente da un mirino fotografico: distanza, profondità, velocità, tempi, cattura della realtà. Forse, lassù, qualcuno usa la leva di avanzamento per fare di ogni cosa un momento di follia: pallottole in cravatte multicolori, sorrisi in fili di pioggia, feriti in bevitori di birra…

Oh che bei palloncini luminosi nel gran cielo azzurro!

Maggie rise di gusto e fece appena in tempo a fermarlo sull’orlo di una buca con granata nel fondo. Restò poi seria, poi rise ancora e infine disse con una punta di amarezza: – Arnold, tu ti vedi un dio.

Raggirarono insieme cautamente la fossa e Arnold disse: – Perché?

– Perché non hai la passione del cuore, sembri un giurato in un tribunale.

– Mi stai sparando addosso, Maggie?

– No, leggo solo nei tuoi pensieri, tu vorresti essere l’unico essere vivente sulla terra.

– Perché dici così?

– E’ per come parli, Arnold! Tu parli contro ogni logica. Il mondo non ti ascolta.

Maggie aprì la borsa, ci mise dentro notes e matita, disse: – Notes e matita non servono. Credo proprio che non t’importi scrivere a nessuno.

° ° °

Maggie lo ospitò nella sua casa. La casa era una villa ed era ricoperta di decorazioni a intagli e di intarsi e tutte le decorazioni e tutti gli intarsi facevano assomigliare la villa a un mausoleo islamico con tetto a ogiva e gronde sporgenti. Era una costruzione con tre archi d’ingresso e le pareti della nicchia all’interno erano tappezzate di iscrizioni arabe e di mosaici a stella.

Appena toccò l’ingresso con il piede, Arnold si sentì come se stesse leggendo il Corano, e quando entrò nello studio di Maggie vide vari registratori, un paio di computer e su tutta una parete una cornice in metallo lavorato e forgiato a fuoco vivo. Fu subito attratto da una scritta in blu che stava nella parte bassa della cornice. La scritta era in grassetto e diceva: Soltanto davanti alla morte l’uomo è. Bello! pensò, è una grande verità. Guardò dentro la cornice. Dentro la cornice c’erano fotografie di ragazze nude e di ragazzi negri di strada; c’erano fotografie di militari con tute mimetiche e maschere antigas; e c’erano fotografie di tante cose stravaganti: un cane con bombetta, ombre indefinibili allargate su schermi luminosi, un transatlantico pieno di immigrati, quartieri angoscianti di metropoli, montagne di riviste illustrate, gare sportive, piazze straripanti di gente d’ogni razza ed età, locali notturni, locali pubblici e maschere… maschere ridenti, doloranti, colorate; maschere di esseri umani, tutti con il muso del maiale, del cinghiale e della talpa; maschere di esseri animali, fantastici e irreali. Lui pensò: tutto tende all’eccesso; sembra che tutto sia spinto alla forzatura, come per avvertirti che la realtà è un traguardo irrealizzabile. D’accordo, concluse, tutte queste forzature ti spronano ad essere intelligente, a sviluppare la tua sensibilità: d’accordo! E poi? Poi: punto e a capo.

Restò in quella casa, ma vivendo a contatto con le decorazioni intarsiate, con gli intagli e con tutta l’accozzaglia di fotografie incollate alla parete, visse con un incubo fisso: ogni notte gli sembrava di sentire fischiare nelle orecchie le pallottole degli assalti. Erano le contraddittorietà del vivere in quella casa e il sentirsi impotente a difendersi da un mistero.

Ma quale mistero nascondeva quella casa? Chi era Maggie? Lui, adesso, non aveva più la benda all’occhio e, clinicamente, si sentiva a posto: aveva ricuperato totalmente la vista. Vedeva Maggie, con la forza degli occhi e del cuore: le gambe lunghissime, il viso cereo, il collo esile e sinuoso; una diva anni ’50 stile lunghezza: lungo il volto, lunghe le braccia, lungo il respiro; poi, lungo anche il bocchino d’avorio che teneva tra le labbra giorno e notte; lungo anche il fondo delle maniche delle camicette che si allargavano sui fianchi stretti come ali di pipistrelli; lunghe le gonne di seta che scendevano a piombo fino ai piedi; e lunghi infine i corpetti a grandi pieghe che sfarfallavano arricchiti di bottoni di madreperla. Tutto in lei era lungo e pieno di mistero, come era lungo e pieno di mistero il suo silenzio ( un silenzio che sorgeva da labbra diafane che contenevano calcare spugnoso pronto a tramutarsi in cartone ammollato nell’aceto ).

Lui doveva salvarsi e per salvarsi doveva correre all’aeroporto, salire sul primo aereo per casa, scendere nella metropoli del grande fiume e ritornare nelle insalubri e sfarzose sfilate dei sorrisi ingannevoli. Era così: il suo posto, lì, puzzava di bruciato. Tutto era stato fatto, tutto era stato messo a posto, eppure tra lui e lei nulla era stato spiegato; nessuna cosa, dunque bisognava parlarsi.

Si parlarono, infine, e fu in modo insolito e imprevedibile.

– La pazzia, Arnold! – iniziò Maggie, ma non andò avanti bloccata dalla perplessità letta sul viso dell’uomo. Poi si fece coraggio e continuò: – Sul grande manifesto murale c’è scritto“ La pazzia – Commedia universale in tre atti” –. Fece ancora una pausa per vedere l’effetto che producevano sul viso di Arnold quelle sue parole insolite, ma sul viso dell’uomo non comparve nulla. Allora continuò senza timore: – Va bene, Arnold, nessuna sintesi mentale, proseguiamo spediti e tramutiamo la parola della “pazzia” in quella più appropriata della “realtà”.

Tu, Arnold, mi vedi qui in questa bella villa e credi che io sia sempre stata la proprietaria di questa villa. Ebbene, non è così!.

Tu hai visto la cornice delle stranezze fotografiche e io ti dico che sia quelle fotografie che la villa sono state proprietà di Steve, l’ultimo mio compagno –.

Si fermò esausta perché si avvide che quella notizia non aveva prodotto nulla sul viso dell’uomo: Arnold stava davanti a lei a occhi spenti. Avrebbe potuto smettere, tanto cosa valeva parlare? Ma scrollò le spalle e proseguì: – Voglio parlarti di me! –. Strinse le mascelle. – Voglio parlarti di una donna pronta a tutto e senza principi, beffarda e umile all’occorrenza. Voglio dirti di me, che non possiedo moralità e non ho pietà, e sono una diafana falena con le ali di amianto. Donna astuta, gli uomini li ho sempre calpestati: bastava un cenno, un piccolo sorriso. Cosa non può fare una donna astuta come me! Alla fine caddi anch’io in un tranello. M’innamorai. L’uomo si chiamava Steve. La sua professione? Mai conosciuta! Lui non me l’ha mai detta e io non gliel’ho mai chiesta. Faceva… già, cosa facesse Steve non l’ho mai saputo, ma sapevo che abitava in questa villa di cui era il proprietario.

Sì, Steve non credeva a nulla, non aveva nessun principio morale ed era del tutto uguale a me. C’intendevamo in tutto alla perfezione: io non gli credevo, lui non si fidava di me; un rapporto perfetto! Ma stavamo bene insieme, facevamo l’amore anche per tre giorni e tre notti di seguito.

“Non ti credo, Steve!” gli dicevo.

Lui, pronto, subito mi ribatteva: “Dovrei crederti forse io?”.

“Non mi fido di te, Steve!” gli dicevo.

E lui: “Dovrei fidarmi io di te?”.

Che coppia perfetta eravamo! Una coppia legata da un patto satanico a doppio, triplo filo! Eravamo due scheletri pieni d’orgasmo.

Ci dicevamo senza crederci affatto (chi dei due era migliore?): “ Vorrei rubare il tuo cielo e farne ghirlanda di sole” ( che spudorati retorici!).

Ci divertivamo così, giocando a massacrarci, a chi fosse più diabolico, a chi possedesse più cinismo . Ridevamo a crepapelle l’uno dell’altra.

– Sono la tua serva – gli dicevo.

– Io, il tuo zerbino – mi ribatteva.

E giù a ridere tra i denti.

Eppure, nonostante questi giochi raffinati e diabolici, tra noi non c’era odio ma solo sesso. Lì eravamo imbattibili! Lì, vigeva la regola eterna della vita: Altro che mantra! Altro che prasad! Semmai era un darshan di un corpo solo: fare l’amore ad ogni costo e in ogni momento! La perdizione, ecco! Buttarsi nelle fiamme della perdizione, ricaricarsi di linfa verginale, e via di nuovo a graffiare l’anima con gli artigli del sesso. Che favola blasfema! Che sfida mortale! –. Lei si fermò nascondendo il viso dentro il gomito, i lunghi capelli sciolti sul damasco del divano. Dalle mezzelune dei pinnacoli entrava il chiaro del cielo, e la purezza dei riflessi azzurri faceva risaltare gli svolazzi neri delle scritture arabe: un gioco perfetto di nero e di azzurro. Lassù, la cupola a bulbo metteva allegria.

– Voglio raccontarti tutto – disse Maggie, raccogliendo in crocchia sulla nuca i lunghi capelli. Restò immobile sul divano con le agili ginocchia scoperte. – Sì, voglio raccontarti tutto, così rimetto nelle tue mani la mia vita. Ti dirò cose gravi e spero che tu sarai magnanimo con me–.

Se l’immobilità di Maggie aveva messo apatia in Arnold, queste ultime parole gli fecero rizzare le orecchie e lui rimase attento ad ascoltarla.

– D’altronde – continuò la donna, – tutto è rischio, e il tenersi dentro per sempre i propri segreti non fa bene allo spirito. Sì, Arnold, adesso ti dico tutto! E’ meglio così! –. Accavallò le gambe. – A qualcuno bisogna ben dire, alla fine, ciò che circola col nostro sangue, e col mio sangue circola melma. Arnold, io ti confido la mia melma! – disse teatralmente.

Arnold l’ascoltava.

– Siamo fatti di sotterfugi, Arnold! – continuò Maggie, restando immobile con le gambe accavallate . – E’ inutile nasconderci facendo finta di credere in qualche ordine. Noi tutti siamo obbligati a credere all’ordine che ci viene imposto dall’autorità riconosciuta dalla Costituzione. Spiegato questo, noi, là dentro, dentro la profondità della nostra interiorità, non crediamo a nessun ordine. Noi crediamo soltanto a noi stessi. E’ così, Arnold! – disse con un triste sorriso.

Fece una breve pausa, poi spiegò con calma:

– Chi può risolverti qualcosa è colui a cui puoi svelare i tuoi segreti più intimi, anche, perfino, i tuoi delitti! A chi sveli i tuoi delitti, tu rimetti a lui la tua anima e il tuo corpo; ebbene, Arnold, adesso io ti svelerò cose che ti daranno tanta confusione –. Tirò un lungo respiro. – Ciò che ti dirò è l’urlo malefico della mia anima –.

Si alzò di scatto, gli si avvicinò, l’artigliò per una spalla, lo strattonò con forza. Disse: – Non è di tutti i giorni rivelare un crimine commesso e già archiviato dalla polizia. Ed è da pazzi, adesso, rivelarlo a chi sta per lasciarmi. E’ così Arnold, tu stai per lasciarmi ed è giusto. Vedi caro, qui tu non troveresti mai pace: tu non puoi fare del male, ma non puoi neppure stare dove si è fatto del male. Tu sei fatto di una pasta che lievita da sola, senza funghi unicellulari speciali. Sarà un bene, sarà un meno bene: chissà. Io so, però, senza ombra di dubbio, che il tuo posto non sarà mai dove è stato commesso un delitto. Questo lo so per certo.

Adesso ti svelerò il mio segreto e la mia anima starà bene. Perché, vedi, finora la mia anima ha sofferto e non ne ha voluto sapere di restare calma e in pace. Lei mi ha sempre fatto urlare di dolore, adesso si è decisa ad aprirsi: ecco perché ti ho scelto tra tutti quei soldati! E’ stata lei a dirmi di scegliere te, lei ti ha scelto, lei ha visto in te qualcosa di diverso da tutti gli altri. Lei mi ha detto: chiamalo!

Il segreto che ti svelerò ora non può essere sepolto! Il delitto non può camminarti dentro per tutta la vita. Adesso ascoltami, Arnold! Ascoltami fino in fondo.

– Ti ascolto – disse Arnold serio.

Maggie restò immobile e in silenzio, le dita intrecciate sui ginocchi: si era di nuovo seduta sul divano. Poi disse tra sé sottovoce, come se l’istante che precedeva il suo racconto non le appartenesse: – Il dolore, forse! Sì, il dolore! Oppure… la morte! Sì, forse la morte! La morte, infine, assorbe tutto il mio respiro –.

Si strinse nelle spalle, incassò la nuca tra le scapole, ingoiò saliva, allargò gli occhi. Una bianca pelle di gazzella illuminò il suo esile collo.

Improvvisamente iniziò a raccontare: gli incubi che tenevano legata la sua lingua erano fuggiti! – Dunque, Steve! – disse risoluta. – Steve era un fesso. Sì, è così: un fesso! Lui era una scorza d’anguria, umida e attaccaticcia, da rabbrividire solo a toccarla. Ecco, Steve era così: una scorza gelatinosa! Lassù, sulla massa gelatinosa del viso, si erano modellati due salsicciotti di labbra: uno rivolto all’insù sproporzionatamente, l’altro rivolto all’ingiù vertiginosamente. Due salsicciotti orribili trasformati in flaccide pulegge ruotanti intorno alla lingua carnosa, quando i denti di roccia masticavano. Al di sopra dei salsicciotti s’innestava un pistolotto di naso rincagnato che navigava per conto suo tra le montagne di lardo delle gote: su tutto l’insieme l’ombra della disperazione. Guardare quella faccia era assistere a ciò che di meglio può offrire un film capolavoro comico. Eppure io non ridevo mai, ero bloccata, impaurita dal timore che quel grasso naso schiacciato improvvisamente si mettesse a ridermi in faccia: non l’avrei sopportato quel riso! Perché, vedi, quel riso avrebbe aumentato in me il caos che già stagnava permanente dentro la mia pelle martoriata dal dover sopportare le forme da Minotauro di Steve. Delle forme interiori di Steve, meglio non parlarne! –.

Maggie si fermò e mise il braccio davanti agli occhi come volesse ripararli da una luce insopportabile. Restò lì tramortita, poi l’attimo di smarrimento passò e lei riprese a raccontare. – Ti chiederai perché ho scelto quest’uomo. E’ facile risponderti: l’ho scelto perché lui possedeva questa villa e aveva un conto in banca alto come il tetto di questa villa. Sono stata una puttana, una donna senza morale, una farabutta, una scaltra spudorata; oppure, meglio, una miserevole venditrice di oppio? Ognuno può pensarmi come vuole, io non ho dubbi: ciò che adesso è mio, ha il colore del sangue. Sì, Arnold, tutto ciò che vedi l’ho guadagnato col sangue… col mio sangue! Aver sopportato Steve, vuol dire aver conosciuto l’inferno quaggiù –.

Ancora una pausa. Il racconto di Maggie era tutto una pausa, il ricordo di qualcosa la faceva tremare. Guardò disperata Arnold. – Dimmi che mi sei amico, Arnold! – supplicò. – Ho bisogno di amici, Arnold! Ho bisogno di non essere più disperata –. Guardò il cielo attraverso la cupola e proseguì veloce: – Poi ci fu il ‘fatto del tempio’… Qui, in questa villa, in questo tempio, in questo mausoleo! Qui avvenne un fatto di sangue: ci fu l’omicidio di Steve –.

Trattenne il respiro, le dita intrecciate sulle ginocchia, le nocche livide come le sue labbra di deserto. Si mise a tentennare il capo di qua e di là: erano gesti di grande diniego e di disperazione, come di donna di grande pietà. – Sì! – urlò, – qui ci fu un omicidio su commissione… un omicidio commissionato da me ( da me, capisci? Da me! Soltanto da me! Arnold, io sono un’assassina!) –.

– Calmati adesso! – disse Arnold accarezzandole una mano. – Tu l’hai fatto, e basta! Adesso lo dici ed è tutto passato. Fidati di me: descrivimi il “fatto” –.

– Questo fatto non ha soluzione – spiegò Maggie più calma. – Adesso io ne traggo tutti i benefici, sono la padrona assoluta del tempio, faccio la signora; ma il fatto non potrà mai avere una soluzione. Nulla esiste! Semmai potrà esistere soltanto un urlo di gabbiano nel vortice lunare dell’equinozio.

– Non filosofeggiare – la interruppe Arnold bruscamente.

– Filosofeggio per prendere tempo; mi è difficile andare avanti –. Ancora una pausa, poi disse con impeto: – Sì, è così! La soluzione del fatto è l’inganno! –

Adesso la testa la sbatteva forsennatamente a destra e a sinistra e tutto il viso aveva la forma tridimensionale dei cubisti. Lei gridò: – L’inganno è la soluzione di ogni cosa! Ogni uomo vive con l’amico e dentro cova l’inganno; ogni uomo vive con il nemico e fuori e dentro usa l’inganno. In apparenza le due cose sembrano differenti, ma il risultato porta sempre all’inganno.

Tutto è come qui, prima adesso dopo! Ognuno sarà sempre e ovunque la stessa persona, e proverà le stesse emozioni di odio e di amore, e farà parte del mondo e sarà un pulviscolo del mondo, sempre e ovunque. Che lui odi o che lui ami, l’inganno lo seguirà ovunque.

Arnold, è così! Tu non rivelarlo mai a nessuno – disse con forza, – non fa bene e non va bene. L’inganno è qualcosa che circola fuori dal sistema, è un fattore irregolare che se ne va per i fatti suoi colpendo e ritraendosi, ferendo e medicando, tradendo e sorridendo. Tutto gli è facile, tutto gli è spietato –. Si prese le tempie tra le mani. – No, no, no, – disse a occhi chiusi, – perché parlare ancora di inganno? Tutti sanno! L’inganno è in ogni casa e in ogni cuore, l’inganno è il viatico di un cammino: tutti sanno! Usa la diplomazia è sarai eterno. La diplomazia, lo sanno tutti, è l’universo intero! Inchinarsi all’universo intero per non morire poveri, per vincere la nostra onestà, per la semplice ragione che a nessuno piace essere preso per… – lasciamelo dire! – il culo. Alla fine tutti diciamo: vaffanculo, brutti bacchettoni della malora! Perché io dovrei ammalarmi di povertà e voi no? Perché solo voi dovreste stare lassù a lanciare fulmini e io no? Basta, basta… basta, Arnold! Dimmi: basta! Dimmelo, Arnold! –

Si premette con violenza le tempie, disse con più calma: – Perché dico queste cose? Cosa vale camminare pregando? Non sarebbe meglio camminare cantando le canzoni del cuore? –. Il suo viso era devastato dalle lacrime, ma adesso tutto procedeva bene dentro di lei. Riprese il racconto con pacatezza:

– Steve non era un dio. Un dio ha pur sempre delle qualità! Steve era semplicemente un essere roboante e pomposo, e te lo puoi immaginare se guardi bene questa sua villa. Lui era il rappresentante sommo dell’inganno, era la macchina multiuso delle facce sporche che ti avviluppano e ti annientano senza pietà. Lui era il demone Ravana, rinato dall’ottavo livello infernale del loka giainista, era il male in cui l’inganno alberga come unico scopo di vita, e la sua professione era la professione delle ombre; la professione che maschera lo spacciarsi per imprenditore edile quando si è delatore, e la gramigna intorno cresce e si sviluppa e avviluppa senza che i diserbanti possano fare nulla. Era una pianta graminacea che non dava respiro a nessuna terra fertile.

Il viso di Maggie si rischiarò di un bagliore di cielo, lei gridò: – Era un maiale! E il maiale non può fare a meno del suo liquame, non può fare a meno di bere il suo liquame, il maiale puzza… puzza… puzza! Dimmi, Arnold caro: può, una moglie, sopportare vicino a lei un marito che si mette in testa di comprare tutte le spose povere? Ebbene, è così! Con Steve è stato così! Lui ha fatto il giro nei quartieri più poveri, ha fatto la posta alle giovinette promesse spose, ha promesso loro una festa faraonica di nozze con vacanze di nozze in luoghi esotici mozzafiato; e a tutte queste cose ha aggiunto qualche migliaio di dollari. La tentazione, Arnold! La ricchezza, la realizzazione di un sogno nelle tasche vuote… Chi può resistere a questa tentazione?

Ho saputo di queste iniziative di Steve da un’amica che stava dentro una clinica ginecologica, ho saputo da lei tutti i luridi commerci di Steve. Sì, ho saputo! Sapevo, ma resistevo. Resistevo e dimenticavo la puzza che sentivo in ogni angolo di questa villa. Mi avvicinavo a Steve e ogni volta dentro di me entrava la stessa musica orrenda; in fondo, pensavo, io agivo come lui, ero come lui, vivevo come lui. Era questa villa, la musica orrenda; erano i bei vestiti, la cupola sotto il cielo, gli ori, i viaggi, le atmosfere lontane, la potenza del denaro... Ogni volta che firmavo un assegno, chiudevo gli occhi. Non pensarci, firma! Che t’importa sapere da dove vengono questi soldi? Firma e manda al diavolo tutto: la vita è fatta così! Firma, per la miseria!

E io firmavo… firmavo… firmavo! Sì, io firmavo e chiudevo gli occhi e mi turavo le orecchie. Eppure… già, eppure! Come potevo non dimenticare Steve? Come potevo non pensare chi era Steve? La sua puzza mi avvolgeva e mi soffocava. Qui dentro sentivo puzza di veleno di serpente, sentivo che non avrei resistito ancora a lungo. Capisci Arnold? –.

Arnold restò muto e Maggie continuò il racconto:

– Dovevo ritornare a respirare, dovevo liberarmi di lui a tutti i costi. Dovevo decidere, e non c’era più tempo da perdere. Ma fossi stata matta se avessi mollato tutto quel ben del dio Steve! Io, ritornare a correre nelle vie tra le folle vocianti? Io, ritornare a dormire nelle luride stanze degli alberghi? Fossi stata matta!

Arnold, prima o poi, arriva il momento che ti vuoi fermare. Allora tu guardi giù dal ponte, vedi l’acqua sporca che passa e va, stai per scavalcare il parapetto e buttarti giù. Va bene così? O non va bene affatto? Meglio tirare diritto: che, sono fesso a buttarmi giù, dici a te stesso; tanto, nessuno piangerà mai un fesso affogato! Tutt’al più qualcuno ti pesca gonfio come una balena e se la ride: “Che fesso sei stato! Horresco referens, vuoi che inorridisca a raccontare il tuo affogamento? La morte non ti abbandonerà…la morte ha occhi languidi della notte”–.

Gira e rigira, Maggie non si decideva a raccontare il nocciolo del fatto. Si fermò ancora, scrollò le spalle, strinse nervosa il bracciolo del divano ed emise un grido di rabbia.

Dov’era quella storia del delitto?

Insomma, Arnold qui, Arnold lì, Arnold là, ma la storia vera del delitto? Forse quella storia non sarebbe mai arrivata! Era forse avvenuto un cambiamento di rotta dentro di lei?

Arnold aspettava paziente.

Improvvisamente Maggie si alzò e si piantò davanti ad Arnold con i pugni stretti sui fianchi. Disse:

– Senti Arnold, Steve era arrivato a comprare una montagna intera, l’aveva recintata tutta e dentro vi aveva rinchiuso ogni sorta di ragazze. Hai capito, Arnold? Una montagna con alberi, rocce, sentieri, e un recinto ippico per lo zoo di zebre, tigri, coccodrilli…Hai capito, Arnold?–.

La donna tremava tutta.

– Sì – disse Arnold, – ho capito!

– Bene, – disse Maggie sollevata, – bene –.

Si calmò di nuovo. Dentro di lei esplodeva improvvisa la rabbia e ritornava all’istante la calma: il tempo incerto della pazzia!

Riprese a raccontare:

– Dopo aver comprato la montagna e averci messo dentro le ragazze, Steve si dedicò a tutte le droghe, facendo pazzie, correndo di qua e di là con le ragazze, bevendo, giocando, sperperando. Così temetti il peggio: conclusi che prima o poi lui avrebbe perso tutto e io sarei rimasta senza villa e senza assegni. Dovevo agire, bisogna sempre agire! Dovevo fare qualcosa… sì, fare qualcosa di estremo! Dovevo fermarlo in modo drastico, definitivo. Sì, in modo assolutamente definitivo! Non avevo scelta! –.

La donna andò avanti con un tono da assatanata. Gridò: – Maledetto Steve! Sì, maledetto! Alla fine ti sorpresi a iniettarti il papavero e a mischiare lsd e cocaina. Porco! Ormai avevi rotto tutti i freni, eri un violento sognatore, avevi i salsicciotti che si cementavano ai dentoni e i tuoi fossi labiali scavavano gote orrende. Gli occhi fibrillavano fili melmosi –.

Maggie parlò in trance: – Tenerezza, dolce canto di sogno perduto. Io sono pazza, Arnold! Nella vita non ho fatto altro che seminare pazzia –. Divagava.

Arnold la riportò sulla terra. Disse seccato: – Vuoi o non vuoi parlarmi di quel fatto? –.

– Sì, – disse docile Maggie, – non voglio più divagare. E’ giusto che la finisca una buona volta per tutte. Ascoltami: – Steve si era ridotto a un relitto umano, non valeva neppure più la pena di tradirlo e io lo disprezzavo con ironia. Erano saltate tutte le soluzioni: lui, il quadrante del tempo l’aveva percorso tutto, e ormai stagnava sul perno centrale del cerchio. Era arrivato alla fine!

Quella notte – eravamo già nel cuore della notte – noi eravamo seduti qui, in questo salone, proprio dove stiamo ora noi. Ognuno era per proprio conto, poi all’improvviso lui mi parlò. Disse: “E’ come se avessi sulla testa un cappello di piombo”.

Lo guardai appena e non dissi nulla.

Allora lui continuò dicendo qualcosa che mi spiazzò completamente. Disse: “Maggie, io possiedo ancora emozione dentro il cuore”.

Restai di pietra.

“Vedi” continuò, “io riesco ancora a leggere un sospiro dentro i tuoi occhi e dentro quel sospiro io colgo l’eternità”.

Era troppo!

Lui continuò a parlarmi di sospiri in maniera del tutto naturale, infine disse: “Io colgo nei tuoi sospiri la tua umanità”. Alzò il mento verso di me e io vidi il grande vuoto della sua bocca: ma dove si era nascosto, adesso, tutto quel vuoto? Lo sentii dire: “Tu hai i tuoi Buddha, io le miei extasy. Ma le cose non cambiano, Maggie! Io sono un essere alla Frankenstein, lo so benissimo. La mia bocca ha divorato falsità, ha strappato carni, ha sputato ossa in faccia a tutti. Sì, la mia bocca: divoratrice, predatrice, orrenda! Eppure, la mia bocca respira ancora. Ecco qui il grande buco della mia bocca! Il grande buco senza più denti, senza più palato. Un urlo soltanto, un urlo! Ma dentro quest’urlo restano le intenzioni: le intenzioni buone e le intenzioni cattive. Ciò che non esiste più sono le impalcature e le pareti, ma le intenzioni restano”.

Lo guardavo esterrefatta, Steve che mi parlava così! Ma se lui parlava in quel modo (era poi tutto vero? io ne dubitavo!); se dunque lui parlava così, io dovevo riconoscere di non averlo mai conosciuto! E lui? Perché lui non si era mai fatto conoscere? Perché parlarmi così adesso?

Adesso era troppo tardi!

Vigliacco che non sei altro, volevo gridargli in faccia, perché non mi hai mai parlato così, prima? Stronzo che non sei altro! Lo sai che adesso è troppo tardi e io non capisco più né i pianti né i sorrisi né i giudizi né le farse né le verità né le falsità. Volevo dirgli così e gridargli in quella sua bocca di merda: Steve, tu hai un cuore! Perché non me l’hai mai fatto conoscere?

Sì, Arnold, ormai era troppo tardi! Ormai non potevo più fare nulla per salvarlo: la notte avrebbe divorato il suo cuore e il vento avrebbe disperso nelle rocce il suo sapore rancido che sapeva di muschio marino. L’inquietudine rapinava l’eco del tradimento.

Steve era spacciato, proprio in quel momento loro sarebbero arrivati e lui non sapeva.

Arnold! – gridò Maggie, – loro stavano per arrivare. Erano i sicari che avevo assoldato per uccidere Steve.

La donna si scompigliò i capelli con le dita nervose, poi impuntò le dita dei piedi sul pavimento per spiccare il volo dal divano, ma non fece nulla e ricominciò a raccontare sottovoce: – Guardai il quadrante del pendolo, guardai l’ora, era l’una e quaranta: era l’ora! Ancora cinque minuti e i tre avrebbero fatto irruzione nel salone. Li pensavo ormai calati dagli archi ciechi con le corde annodate ai pinnacoli. Tre figure agili in tuta nera, guizzanti col grosso setto nasale. Io ero seduta accanto a Steve, e pensavo. Ecco, pensavo, adesso hanno raggirato l’intero perimetro della villa, hanno rasentato le sculture accennate degli abeti rossi e sono davanti alla porta d’ingresso non chiusa a chiave.

Infatti irruppero, e fu la fine di Steve.

Io fui imbavagliata, picchiata, lasciata insanguinata per terra. Una messinscena perfetta, nessun sospetto, la polizia arrivò e credette alla rapina dei gioielli. Tutto falso, tutto architettato punto per punto: una rapina a mano armata, Steve ammazzato, io aggredita e picchiata a sangue. Una rapina tragica, una conclusione scontata, da manuale.

Ci fu un’inchiesta, ci furono congetture a non finire, qualche punto oscuro, qualche supplemento di approfondimento, ma il verdetto era già scontato in partenza. Il caso fu archiviato.

Ecco, Arnold, è andata così e oggi è ancora così, e io godo della villa e del conto in banca di Steve.

E’ questa l’immortalità, Arnold? –.

Capitolo 8°
Ritorno

Un’ombra, una nuova cosmologia, un guizzo di pazzia tra le resine polverose. Lieve sfrecciare di macchine su disegni di gesso, visioni di beffe carnose, alberi spogli, ritratti fuggevoli. Mille travestimenti, mille pose, migliaia di bocche, fili spezzati, fili invisibili, schizzi di luci, sorrisi, occhi perduti, maschere, immagini, solitudini. L’ombra pulsava nella notte, forse era una nota impazzita del caos, forse fingeva, forse discorreva.

Arnold era ritornato nella sua metropoli, e lì aveva ritrovato la sua ombra errante.

Arnold Giason, che fai adesso? Canti l’infinito? Ascolta in silenzio la voce infinita degli abissi… No, caro Arnold, nessuno ha voglia di ascoltare cose troppo complicate. Noiosità e vuoto. A nessuno interessa ascoltare… ululi lontani di lupi affamati in una sera qualunque d’inverno… Arnold, è tutto da ridere! Che fai, Arnold! Piangi? Non fare fesserie: qualcuno ti sparerà sempre addosso, comunque. Ma che fai, Arnold! Sei forse impazzito? Vuoi ancora fuggire? Vuoi di nuovo fuggire? Non vuoi ascoltare la bella musica delle scrivanie e dei computer? Che fai: ti turi le orecchie? Oh, che bella sinfonia questo metallico caos di voci! Ma a te cosa interessa! Che questo caos ti tagli o non ti tagli l’osso della dura madre a te dovrebbe importare ben poco. Che t’importa se ci vedi o non ci vedi! In fondo, hai pur sempre le emozioni che ti tengono compagnia e la cosa migliore da fare per te è ammazzare un po’ della tua anima. Tu vuoi fare il giornalista e mi sembra la professione più adatta a te; d’altronde, che puoi fare diversamente? Intorno a te non c’è remissione e tu hai quasi capito tutto. Di certo hai già capito bene che gli zopilotes oscurano tutti i maestosi grattacieli e ovunque tu ti rifugi senti puzza di ceneri di cadaveri. Allora… via! Al mattino una bella boccata d’aria, un bella sorsata d’acqua fresca e… via! Adesso hai il mondo che stende ai tuoi piedi il suo soffice tappeto di fili dorati! Pensa che fortuna hai: un tappeto di fili dorati ai tuoi piedi! E sopra tutto questo oro tu puoi tramarci l’ordito col tuo pennino raffinato. Vai!

° ° °

Un giorno il direttore ti chiama. – Arnold – ti dice, – domani mattina ho bisogno di svegliare gli animi dei nostri lettori con qualcosa che narri la tua esperienza di guerra di laggiù. Tu, laggiù, sei stato ferito e ci sei stato per un bel po’ di tempo, dunque racconta! Di cose interessanti da raccontare sarai pieno fin sui capelli.

Tu non aspettavi altro e hai scritto subito il tuo ‘pezzo’. Così, nell’edizione del mattino, i lettori lessero: “ Cosa scriverò oggi per voi lettori? Il direttore ieri mi chiama e mi dice: “Arnold, scrivi qualcosa della tua esperienza di guerra in Afghanistan”. Già, come se fosse facile come mangiare una tavoletta di cioccolato! Ne converrete anche voi, cari lettori, che lo scrivere della guerra fatta e vissuta in prima persona, e non da corrispondente di giornale ma da soldato, è peggio che prendere un pennello in mano, in una mattina di sole di primavera, e dipingere – che ne so – “Le tre sorelle” di Palma il Vecchio! Ma io non voglio deludere né voi né il direttore né me, e dunque, per questa semplice e logica ragione, oggi mi intratterrò con voi parlandovi dell’attimo fatale che ha tolto il sapore alla mia anima ( qui vi parla il poeta Arnold!), quando, davanti al fumo denso della guerra di Kabul contro i talebani, io fui ferito all’occhio sinistro.

Ma permettetemi, cari e affezionati lettori, di dirvi subito che non vi farò nessun resoconto particolareggiato né della guerra coi suoi morti e le sue macerie, né delle disperazioni dei soldati e dei civili, né dei colpi di mortai contro gli esseri umani e le case. Vi parlerò, invece, dell’attimo della guerra che toglie ogni sapore al nostro pensare, al nostro sorridere, al nostro amare. Vi parlerò, dunque, dell’attimo fatale che toglie ogni sapore fragrante all’anima di tutti gli esseri umani.

La mia voce prega la notte del Cercopithecus Icarocurm amazzonico che vola dentro le caverne gelide dell’immaginazione. Ma la mia immaginazione è violentata dalla cruda realtà della spietatezza umana.

Ho assistito a una esecuzione sommaria tra la polvere delle case bombardate. Ho visto un militare puntare indifferente la pistola alla tempia di un civile e sparare; ho visto il civile abbandonarsi a terra come uno straccio da lavavetri; ho visto il militare, faccia dura e impolverata, soffiare nella canna della pistola, mentre un altro militare passava a pochi passi e non guardava neppure.

In fondo alla via uno spezzone di maceria in bilico finalmente cade a terra in un mare di polvere.

Questa è la guerra che mi ha leso l’occhio sinistro, per me, comunque, una guerra blanda perché sfiorandomi l’occhio non mi ha permesso di vederla in faccia fino in fondo. Ma gli aerei io li ho visti scendere in picchiata e produrre morti e macerie, i colpi dei bazooka li ho visti scavare voragini di occhi schizzati sui muri, e le lucertole ocellate strisciavano sulle calci ammuffite di sangue, affamate d’insetti dalle lunghe corna rivoltate.

La guerra è la somma di tutte le indifferenze ed è l’apoteosi degli osanna. Qui io vi scrivo per una irrimediabile esigenza del mio spirito e spero…, spero che voi piangerete con me nel riesumare i tiri di sbarramento delle artiglierie e odierete tutti i canti di vittoria sulle montagne di cadaveri di bambini uccisi nell’atto di chiedere una goccia d’acqua. Pura retorica? Può darsi. Ma proviamo a costruire un puzzle in altro modo: cosa potremmo ricavarne? Sì e no, una gran risata di qualche buontempone dell’ultima ora. E sia come sia, i morti non risusciteranno, gli aerei e i bazooka produrranno morti e macerie, e i bambini assetati correranno incontro alla morte con il gavettino dell’acqua vuoto.

Un soldato prega tutto solo nella chiara alba ed è la sua espressione di impotenza contro il volere dei potenti che mette in crisi tutto l’apparato umano; la distruzione di un incrociatore corazzato mette in crisi le grandi verità della storia; feriti trasportati a spalla nei campi di battaglia fanno traballare il nostro ottimismo millenario.

Tragici sorrisi nella notte, cadaveri di soldati spalmati di calce viva per non sentir la puzza orrenda sprizzata dalle budella a vista; ma i bagni di folla s’inchinano ai sorrisi degli statisti inondati di flash guizzanti. Inchiniamoci, dunque, ai caccia bombardieri in picchiata sugli esodi dei senzatetto; inchiniamoci alle polveriere in fiamme, alle decorazioni al valore, ai piccoli commerci sulle piazze tra nemici ed ex nemici ora tutti amici.

La vita ha un senso se non veniamo ingannati da chi ci guida, ma la vita non ha alcun senso se vediamo il soldato con la cartucciera attorcigliata intorno alle spalle piangere, le braccia strisciate sul Muro del Pianto.

Scusatemi, cari lettori, se il mio stile non è l’arido stile del corrispondente di guerra. Il mio stile è quello del poeta ed io chiudo il tutto con un verso di mia produzione: – Chiedo all’airone di rivelarmi il vuoto richiamo degli abissi – ”.

Capitolo 9°
Arnold e Beryl

Sono passati sette anni, Arnold! Tu hai conosciuto Beryl e l’hai sposata con tutti i crismi del rito cattolico cristiano. Avete un figlio, Hercules, che non ha ancora un anno.

Adesso sei lì davanti alle macchie di bitume e non ti decidi a scavalcarle, scendere nella cripta, sorprendere tua moglie con il proprietario della cripta e farli secchi tutt’e due con la pistola che tieni stretta in pugno.

Vai, Arnold, vai! Il tempo della poesia è scaduto. Tutto è caos, mio caro e adorabile poeta! Mettiti anche tu nel caos, dammi retta: le fragole sono state tutte raccolte, presto passerà il bulldozer sulle foglioline e non resterà che terra sbriciolata.

Eppure davanti a te ballano fantasmi e immaginazioni; del ‘fatto di corna’, là nella cripta, ti interessa ben poco. Sì, d’accordo, ci sei di mezzo anche tu, e la cosa non ti garba molto: ci mancherebbe! Però tutto è ormai concluso, Acta est fabula, il dramma è finito, tutto ha avuto termine.

° ° °

– Le smorfie – ti disse una sera tua moglie, e stavate sotto quelle larghe foglie del vostro giardino che facevano ombra al salone tutto una vetrata di cristalli. Là, nel salone, voi avevate edificato cucina, bar, angolo del riposo, angolo della musica e angolo dell’incontro con gli amici. Quella sera c’era la voce di Howlin’ Wolf che trapanava i vostri cuori e con voi c’era Matthew.

Una foglia secca ruzzolò giù dall’albero ed entrò nella luce del salotto.

– Le smorfie? – rispondesti tu sorpreso.

– Sì – disse lei, – le smorfie sono tutti i nostri ideali.

Matthew stava seduto sul divano davanti al caminetto e non parlava.

Tua moglie continuò, raccogliendo la foglia secca entrata nel salotto: – Non hai mai pensato da quante smorfie vengono bombardati i nostri visi ogni giorno? Agisci come vuoi, muoviti con chi vuoi, alla fine ti ritrovi ad avere davanti smorfie e a fare smorfie. Smorfie di bambole, di pensieri, di stanchezze. Smorfie che sorridono nella notte… maschere di smorfie!

Fuori, nel piccolo giardino, che nel’idea del costruttore doveva fungere da completamento dell’ampio monolocale costruito con pareti di vetro, le grandi foglie del faggio, tagliato a metà con maestria per rendere scenografico il giardinetto, si erano tinte del colore violaceo della luna. Lì intorno non c’erano voci; lì intorno c’erano soltanto le vostre voci, la tua e quella di tua moglie, e le vostre voci erano smorzate e surreali.

Ancora smorfie, diceva tua moglie Beryl; e tu non sapevi che lei, in fondo in fondo, si riferiva al vostro amico Matthew, che nascondeva il viso dietro la mensola del caminetto. Tu non sapevi – come potevi? – che quel vostro amico Matthew teneva nascosto il viso perché tu non gli leggesti in viso la noia causata dalle parole vuote di tua moglie.

Ma lui era lì per lei (tu questo non lo sapevi!).

Alla fine Matthew volle intervenire sulla faccenda smorfie, e lo fece con due sole parole:– Ridiamoci sopra!– disse laconico. Non disse altro.

A quelle due parole dell’ospite voi due non avete proprio fatto caso. Altro che far caso alle parole di un ospite! Voi due avevate una voglia matta di parlarvi e quel momento magico proprio non potevate farvelo sfuggire: chissà se un altro momento così sarebbe ancora arrivato!

Troppo silenzio c’era stato tra voi! Troppi incubi!

Così, voi siete usciti prima sulla veranda, poi avete passeggiato per un po’ nel giardinetto, poi siete stati per un lungo tempo nella penombra del nasturzio, e sempre vi parlavate, sempre avevate da dirvi cose, ignorando del tutto l’ospite.

Questi, a sua volta, si era alzato dal divano davanti al caminetto, aveva girovagato per il salone e si era avvicinato agli scaffali della piccola biblioteca dei libri e dei CD. Là, aveva scoperto l’Homo Faber di Max Frisch, uno dei suoi autori preferiti.

A questo punto, tu e tua moglie potevate gridare e azzuffarvi a vostro piacimento: a lui poco importava. C’era Frisch, e non c’era più spazio per l’ascolto di nessuno. Semmai, per rispetto a voi due, ogni tanto avrebbe alzato la testa e abbozzato un sorriso di convenienza, tutto qui!

Frisch bisognava leggerlo!

Intanto le vostre parole entravano come sassi nel vostro cuore. Parole dure! Montagne di merda addosso, puzzavate, non avevate una linea di difesa. I vostri cuori s’incendiavano poi diventavano cenere. Era tutto inutile, nessuno poteva distruggere le vostre parole, alleggerirle un po’, forse; ma poi: che alleggerimento si può dare alle parole di due imbestialiti come voi? Forse illuminarle? Forse renderle finte? Un girotondo inutile, una sassaiola inutile, una sbrodolatura di parole inutile: era inutile lavarvi i vestiti, le macchie sapevano di sale che corrode sempre e non viene più via.

Matthew sentiva che voi due vi stavate distruggendo, sparandovi addosso parole e colpe; ma lui cosa ne poteva? Tu, Beryl, hai voluto che partecipassi a questa cena intima. Tu possiedi il dono di stupire, sei una a cui piace rischiare. Era così che pensava Matthew, e girava e rigirava le pagine del libro di Frisch, leggendo qualche cosa qua e là. Leggeva e sperava che tutto finisse in gloria, com’era andata tutta in gloria la cena.

Tutto finora era filato alla perfezione e sul viso di Arnold non erano passate ombre né di dubbi né di sospetti; tutto andava alla perfezione, tutto era rarefatto e pieno di colori vivaci, proprio come in una bella commedia di Goldoni, dove le gondole frusciano leggere sulle acque peciose delle calli.

Quando Matthew alzò gli occhi dalla sabbia acida del deserto messicano di Tamaulipas (sulla sabbia di quell’inferno aveva fatto un atterraggio di fortuna il Super–Constellation diretto a Mexico City – Prima tappa dell’Homo Faber–), lui non potè fare a meno di ascoltare spezzoni del vostro dialogo: –… ecco che allora i pistoni delle tube vanno ognuno per proprio conto e le note schizzano via come pietre lanciate nel buio –. Eri tu, Beryl, che parlavi, ed eri un po’ eccitata per via della calma forza zero di tuo marito. Cosa volevi dire, Beryl, con quei pistoni e quelle note gettate nel buio? Matthew se lo domandava intanto che rimetteva gli occhi sull’Homo Faber incastrato a Palenque, prima, e poi via via sulla Landrover tra gli indios, le farfalle, gli zopilotes e i pionieri impiccati. Quando lui rialzò gli occhi, voi due stavate ancora azzuffandovi di parole: – Hercules! – dicevi tu, Arnold, – il nome della preistoria.

– Piaceva anche a te – dicevi piccata tu, Beryl.

– Certo! Ma il problema è un altro.

– Sì, il problema è sempre un altro.

Matthew avvertì che tu, Beryl, eri particolarmente seccata.

Lui aveva appena letto che Faber aveva scoperto di essere l’amante della figlia, concepita insieme ad Hanna, la sua fidanzata di gioventù e mai diventata sua moglie…. Hanna non voleva parlare con me, a un certo punto della sera m’aveva detto di tacere: Tutto diventa così meschino quando ne parli tu!…

Cosa volevi dire tu, Arnold, adesso? Qual era quell’altro problema? Matthew rizzò le orecchie.

Sentì che tu, Arnold, dicevi: – Mi avevi detto: “Adesso che è nato Hercules, ti prometto che non farò più la modella per quel fotografo”. Ecco cosa mi avevi promesso! Ecco quel è il problema!

– Dunque: smettere di esistere! – rispondesti piccata.

Poi il tono della tua voce si fece furibondo. Gridasti: – Non sono adesso una centralinista? Non è quello che volevi? Non ti ho forse accontentato? Non sei ancora contento? –.

Beryl, tu eri agitata, eri piena di ira e stavi giocando una brutta partita con Arnold: tu sapevi di non essere leale! Stavate giocando male tutt’e tre, per la verità. Perché anche Matthew faceva parte della partita: una partita a tre, diabolica e misteriosa. Voi due vi sputavate in faccia la vostra rabbia e Matthew vi spiava e quel che è peggio, vi giudicava.

Voi non potevate saperlo, ma era così: lui giudicava voi due e valutava la tua carica di sesso, Beryl! Già, è così! Matthew ti guardava, Beryl, e valutava che tu eri donna di sesso (ma poi, cosa c’era da valutare se lui già ti conosceva come donna di piacere?). Che colpa ne hai tu, se sei donna di sesso? La tua carne lievita, le tue mosse sbrigliano la fantasia della gente, la tua voce è flauto magico che incanta, i tuoi occhi sono di pura malachite. Che ci puoi fare tu, donna mai raggiunta?

Eppure, tu e tuo marito siete fatti l’uno per l’altra. Assurdo, ma è così! E’ un mistero quello che vi unisce, per quell’attimo folle e inestricabile, che compare e scompare, impegna e disimpegna, fa scoppiare gioia, dolore, rabbia, odio, amore. Ebbene, questo mistero vi coinvolge e vi avvolge, rendendovi uniti per sempre.

– No – sentì che dicevi a tua moglie, – tu mi hai promesso coerenza. Ricordi? Arnold, mi hai detto, adesso abbiamo un futuro da difendere. Abbiamo Hercules e nessuno potrà più entrare nella nostra vita e noi non faremo altro che danzare per tutta la vita con nostro figlio.

Sì, esistere! Ma per nostro figlio, per ciò che abbiamo generato insieme, per spazzare via, finalmente, tutti i dubbi, tutti i sospetti. C’è modo e modo di esistere! –.

La moralità, Arnold! Già, la moralità!, pensò Matthew.

– Arnold, mi hai detto, prima era tutta una maledetta faccenda! Adesso è diverso. Adesso è arrivato il momento che tu la smetti di soffrire, perché le beffe sono tutte chiuse; come sono tutte bruciate le maschere e tutti sepolti gli istinti. Insomma, Arnold, che ne dici? –. Ti ricordi che mi hai detto così o non ti ricordi?

Matthew sentì queste tue parole, Arnold! Altro che beffa! Lui era stato a letto con tua moglie la sera prima

Allora era rimasto immobile, il libro aperto sulle ginocchia, i pensieri che gli turbinavano nel cervello. Aveva subito sfogliato le pagine del libro per cercarvi una qualsiasi risposta alle parole sorte dalla penombra del nasturzio. Lesse con foga e arrivò al punto in cui l’uomo Faber, insieme ad Hanna ( sono genitori della stessa ragazza che, inconsapevolmente, è diventata l’amante del padre), sta sul posto dell’incidente che farà perdere la vita alla ragazza… Hanna ,mentre stava sul posto della sciagura… , mentre raccontavo il più esattamente possibile e mostravo la scarpata e tutto, era incredibile, Hanna come un amico, mentre mi ero preparato a che lei, la madre, mi maledicesse per sempre , sebbene, a guardare le cose obiettivamente, io non avessi proprio nessuna colpa…

Smise di leggere. Tutto troppo sfumato, troppa finezza, la vita reale è ben diversa dalla vita scritta nei libri! Posò il libro sulla mensola del caminetto e pensò ad altro; pensò a un bel sedere di donna, nudo. Era così che bisognava pensare e ragionare: un altro modo non c’era . Mise le mani vicino alle fiamme del caminetto e immaginò che quel bel sedere fosse quello di Beryl nell’attimo in cui lei poeticava o sognava o desiderava semplicemente essere fotografata così, con il sedere nudo.

Alla fine il suo pensiero si fermò su quest’ultimo desiderio e immaginò Man Ray quando fotografava le cose che in fondo non erano sicure di essere e che fuggivano nel caos, creando disordine e paura.

Meditò sul turbine del caos che distrugge l’ordine delle cose e dissolve nel nulla l’amicizia. Lì, dove stava adesso, dentro quel calore di fiamme e di ospitalità, lui avvertiva la fine di ogni illusione.

Il perdono dov’era?

Capitolo 10°
Dietro la porta della cripta

Arnold finalmente superò le macchie di bitume e si precipitò giù dalla scala. La cripta era lì, davanti a lui. Armonia architettonica negli archi e nelle volte: ma a lui cosa importava?. Stava fermo sul pianerottolo di mezzo contornato dagli abachi poliedrici rischiarati dalla piccola luce delle feritoie. Nell’angolo più lontano del pianerottolo c’era la porta della cripta. Lui la guardò torvo, fece pochi passi veloci in quella direzione, poi si fermò di botto. Guardò la pistola che teneva stretta in mano e si disse impaurito: che ci faccio qui con questa pistola? Restò lì paralizzato. Sudava e tremava.

Non si mosse, restò fermo in ascolto: le perle di sudore sulla fronte e gli occhi che gli schizzavano via. Mise l’orecchio sul battente in ottone, il saxofono di Wynton Marsalis impazziva là dietro e gli parve, per un attimo, di vedere intorno gli occhi di un angelo. Restò lì affascinato, poi si esaltò per lo scoppio gioioso dei fiati e della batteria.

Quasi mi sento io il colpevole, si disse. Chissà, forse sono io l’intruso! Perché voglio insistere a raddrizzare le gambe dei ragni? Chi sono io: il moralista dell’ultima spiaggia? Ma sei il marito! Chi, io? Io non sono altro che una scheggia vagante nel petto di una donna. Ma hai avuto un figlio da questa donna! Sì, l’ho voluto io, e lei me lo ha dato: e con questo? Con questo, hai il diritto di pretendere che questa donna sia soltanto tua. Ma vogliamo scherzare? Ma quale diritto! Quale pretesa! Senti: se non c’è amore, il diritto te lo puoi mettere nel c… ! Non scadere nella volgarità! Ma quando ci vuole, ci vuole! Poi c’è la vostra firma davanti alle autorità costituite, spirituali e temporali! Bella roba la nostra firma! Forse che per amarsi ci vuole una firma?

Lui stette incerto, il terrore restava.

Nel segreto della campata dirimpetto alla cripta vide immagini sbiadite che si affollavano nel buio, danzando a bocca aperta. Allora rise di se stesso, pensò alle sue tasche bucate, a tutte le assurdità che passavano dalle sue tasche bucate, alle assurdità che dopo essere passate dalle sue tasche bucate, scendevano giù dai pantaloni fino alle sue scarpe e quelle sue scarpe, alla fine, riuscivano a calpestare tutte le assurdità che lo avevano cancellato dalla faccia della terra.

Prendiamo per esempio adesso, si disse. Io tengo in mano una pistola e sono pronto a uccidere. Ecco l’ultima assurdità che sto per fare! Scrollò la testa. Sì, questa che sto per fare è un’autentica assurdità! Sorrise triste. Facciamo così – prese un atteggiamento teatrale di saltimbanco di strada –. Adesso io mi faccio lanciare con un missile su una galassia, così chi s’è visto s’è visto! Mise la pistola in tasca e si disse di smettere di farneticare.

Là fuori era notte, là fuori c’erano migliaia di luci che inseguivano piccoli uomini elettrici, là fuori c’erano urla di fede, urla di gioia, urla di dolore, urla di tradimenti, urla di amore, urla di delitti, urla di speranza; eppure era soltanto una notte qualsiasi come tante, e non avrebbe potuto essere diversamente.

Era soltanto una notte! E a pensarci bene fino in fondo, l’amore esisteva . Forse!

Là, nel buio degli abachi, le immagini sbiadite dei suoi pensieri danzavano ancora a bocca aperta.

Ma cosa accadeva al di là di quella porta? Guardò i cardini decorativi e i pannelli smussati, poi scosse con forza la testa. Mi rifiuto di pensare! Là dietro non accade nulla , eppure so che qualcosa di orribile accadrà. E’ inevitabile: accade sempre!

Ormai non c’era più tempo per fermare nulla!

Pensò a sua moglie, là dietro, a letto con uno ch’era stato a cena da loro appena una settimana prima. Ma sì: era tutto a posto! Quando al fianco hai qualcuno che vuole manovrarti anche nel viaggio per la pipì! Rise. Lui non faceva parte della squadra vincente! Immaginò Beryl che passeggiava con il cagnolino impettito davanti, tenuto a un guinzaglio di pelle rosa, l’ombrellino fiorato e la veletta lilla che sfiorava appena l’alto colletto di taffetà pura seta persiana. Rise ancora, e continuò a immaginarsi la moglie. Questa volta lei teneva tra le belle labbra dipinte l’esile bocchino d’avorio e le scarpine di raso bianco la facevano tanto donna fatale anni ’30. Una Vanderbilt, insomma! Scosse la testa ripetutamente: No, non era vero nulla! Sì, era vero tutto! Alla fine vinse che era vero tutto: Beryl era presente là dietro e stava nel letto con un uomo. Non una Vanderbilt ma una meschina fedifraga.

– Arnold, – aveva detto quel giorno, – adesso abbiamo Hercules, e Hercules è tutto il nostro futuro.

° ° °

– Idealizza… lo idealizza… è ossessionante con quell’amore! Lui vede tutto con gli occhi della sensibilità, del sentimento, dell’amore! E’ ossessionante! E’ noioso come una puzzola! E’ nauseante! –.

Arnold ascoltava la voce magica della moglie parlare di lui, un dolce richiamo magico e corrosivo che veniva da dietro la porta. La voce lo stava offendendo, ma lui si sentiva indifferente alla voce; piuttosto teneva gli occhi fissi sulle immagini che danzavano a bocca aperta nel buio degli abachi.

– Sai cosa vuol dire? – diceva la moglie. – Vuol dire che si è servi di un’idea fissa e si soffoca… Sì, è così! Così io soffoco e muoio! Così non c’è nessuna pietà! Così non c’è pietà per nessuno!

Bisogna stare sempre in guardia e adorare il dio “amore”, capisci? Lui, l’amore, lo mette anche nella salsa al pomodoro: dice che il rosso dei pomodori lo vede come il rosso dell’amore. Vai un po’ a capirci qualcosa! Il rosso del futuro, dice lui –.

Sentì una risata grassa di uomo, poi uno sbadiglio sguaiato. Era stata la risposta dell’uomo: laconica e scenografica.

Arnold immaginò la moglie tra le braccia di lui a fare la gattina. Eppure, non si mosse; e restò immobile e indifferente.

Ascoltò ancora la voce magica. – Tu sei l’opposto di lui, sei l’uomo dai mille volti, l’uomo dai mille autoritratti. L’opposto di lui che ha un solo viso e ce n’è da vendere! –.

Donna sensuale e soave, remissiva al punto giusto, mutevole all’improvviso, amorevole, ombrosa, distruttiva. Alla fine: distruttiva! Perché nel suo petto entrava, di prepotenza e all’improvviso, un tifone che mescolava insieme dolcezza e sospetti. Allora tutto in lei veniva spazzato via e nel suo petto prendeva posto la furia distruttiva dell’isterismo.

Sentì la moglie dire: – Tu sei gli autoritratti di tutti gli uomini e te li porti anche a letto, gli autoritratti!, e te li tieni stretti anche quando fai l’amore con me e con le altre. Ecco perché quando faccio l’amore con te mi sembra di fare l’amore con il tuo autoritratto. In te non c’è nessuna emozione –.

La risposta fu uno sbadiglio sguaiato, seguito da un – Spiegami! –.

– Spiegare l’autoritratto? –! sentì dire dalla moglie. – I sentimenti: l’odio, l’amore, il dolore, la gioia, l’amicizia… Le emozioni del momento: la rabbia, l’invidia, il trasporto per chi soffre. E poi l’ammirazione, la dedizione, la seduzione… Nulla! Nell’autoritratto non c’è nulla! L’essere umano è tutto quello che ho detto; l’autoritratto: nulla! Tu sei un autoritratto! Nell’autoritratto non c’è capolavoro –.

Seguì il silenzio, Arnold dedusse che i due si stavano azzuffando. Ma c’era troppo silenzio. – Va bene, – sentì di nuovo la moglie, – visto che non dici nulla, vado avanti io.

Dunque, il pittore si mette in posa davanti allo specchio, dà al suo viso un’espressione seria, pensa che la sua espressione deve amalgamarsi con i colori che userà per esprimere sulla tela i suoi pensieri, le sue emozioni, le sue rabbie, le sue gioie, e tutto quello che lui sa e non sa. Dunque, il pittore prende i pennelli, prepara il tutto e si mette a lavorare velocemente: nulla di ciò che c’è dentro di lui deve andare in fumo. Deve fare presto! –.

Breve pausa, nessun commento.

– Illuso! – sentì dire dalla donna. – Cosa crede di fare, quel pittore? Forse un capolavoro? Lui non sa! Lui si vede bello, e non sa! In quale girone lui ha messo tutta la sua arte, tutta la sua tecnica pittorica? Lui ha messo la sua opera nel girone dei “capolavori”, ma lui non sa! Lui non sa che ha fallito in tutto, lui non sa che dentro la sua opera detta “autoritratto”, lui non potrà mai mettere la sua anima –.

Ancora un lungo silenzio, poi la spiegazione di Beryl: – Mi spiego: il pittore, finito il suo autoritratto, crede di aver espresso il sommo della sua arte e se ne compiace. Ho fatto un capolavoro! grida. Sai invece dove metto io quel suo capolavoro? Lo metto nel girone dei “dimenticati”, che è il girone delle opere senza anima. Ma quale capolavoro, pittore, se dentro non c’è anima? –.

Arnold trasecolò. Dunque quella era Beryl!

– Capisci! – sentì che diceva la donna. – Quel pittore, con il suo autoritratto, vuole solo boriarsi davanti al mondo: Guardate come sono bello! Io conosco me stesso! Non sono forse degno di essere ammirato e amato? –.

Arnold sentì lo sbadiglio sguaiato dell’uomo.

Ma la voce della moglie continuò spietata: – Amatemi, grida il pittore, inginocchiatevi davanti al mio capolavoro, baciatemi i piedi e restate di sasso! –.

La voce grassa dell’uomo esplose:

– Allora? –

– Allora che cosa! – gridò la donna. – Cosa vuoi che venga fuori da un uomo senz’anima? Che venga fuori l’amore? Che venga fuori il capolavoro? Sai che ti dico: da quell’uomo viene fuori solo una carcassa vuota! –.

Arnold sentì un ruggito.

Ma anziché venir fuori un maremoto di parolacce, venne fuori ancora la voce corrosiva di Beryl: – Sei peggio di lui! Lui lo squalifico per l’ossessione del suo amore ideale sublime; tu, perché manchi completamente di anima. Tutt’e due siete carcasse: una, troppo in terra, l’altra, troppo in cielo; carboncino e icona; tenebra e polvere –.

La voce grassa dell’uomo non si fece aspettare.

– Bello! Ottimo il confronto! Io, il carboncino che ti sporca le chiappe; lui, l’icona che ti scrive le preghiere sulle chiappe.Ottimo il confronto: ti andiamo bene tutt’e due! –.

– Siete due bluff – sentì la moglie dire.

– Già! – La voce grassa dell’uomo rintronò rabbiosa. – Tu ti piazzi davanti nuda e pretendi che ti faccia il solletico sotto le ascelle. Eccitami, mi dici, piazzandomi davanti le labbra umide.Che vuoi che faccia?Che ti regali l’anima? –. Ci fu una risata satanica, poi ancora la voce grassa:

– Già! Io, un bluff! Io, uno sporco carboncino! “Il nudo solarizzato” mi dici, e ti piazzi davanti a me con le braccia alzate, bianca come una bovina delle Alpi Cozie. Come fa quel tuo marito a sopportarti? Tu ne inventi sempre una nuova con il tuo corpo e quello pensa soltanto al cielo e all’amore mistico. Che senso ha quel tuo confronto? –.

Giù ancora una risata!

– Noiosa elucubrante! – sentì Arnold. – La tua ombra riflessa che fugge… la tua essenza interiore: elucubrazioni del diavolo! –.

– Classico e ben confezionato! – Era la voce di Beryl.

– Già, tu e il tuo pube furbesco! – Era la voce grassa dell’uomo.

– Il mio pube vittorioso –. Di nuovo Beryl.

Arnold strinse forte la pistola che teneva in tasca. Adesso entro e faccio una strage, si disse. Le sue dita erano fredde.

Ci fu un lungo silenzio, poi sentì Beryl dire: – La mia ombra, il mio corpo…la stessa avventura!

Tu sei troppo classico!

– Come dovrei essere?

L’uomo era allo stremo della pazienza, Arnold l’avvertì cogliendo l’isterismo nella sua voce grassa.

– Il corpo vince sulla sua ombra e tu vorresti avere un corpo che vince su tutte le tue ombre –. Era Beryl. – Ma mi stai deludendo! A volte sembri un seminarista che non conosce nulla dei calendari del corpo. E’ come se tu fossi fatto di sole ombre e non avessi mai vissuto! Conosci Bosch?

Era uno spasso sentirla!

– Che ne sai, tu, di Bosch! Delle sue tentazioni di santi e di giudizi divini! Dei suoi demoni! Conosci forse il suo Giardino delle delizie?

– Fantasticherie! – sentì dire dalla voce grassa.

– Verità, mio caro. I demoni possono anche essere fantasmi, ma le tentazioni prudono: la morte non scherza! Quando il corpo muore, viene portato al cimitero e i suoi vulcani di tentazioni lo seguono al cimitero.

– Poetico, assolutamente fantastico! –. Era la voce grassa dell’uomo.

Cosa c’era poi di tanto poetico nelle parole di Beryl? pensò Arnold.

Tutto si fece silenzio al di là della porta, e la voce del silenzio era brutta. Arnold pensò alle ginocchia della moglie, al suo sedere nudo, al solco arcuato della sua schiena. La vide coi capelli sciolti sul viso, le braccia a volta: una vestale!, i piccoli seni pallidi.

Lo colse l’odio, lo graffiò la furia omicida, ma si trattenne. Forse… chissà. Forse bisognava soltanto aspettare!

– Il mio cuore non potrà mai amare!

Arnold non riuscì a cogliere il genere della voce: se maschile o femminile. Quei muri spessi, avari di modulazioni! Quelle immagini danzanti nel buio, disturbatrici e folli!

– Tu non sarai mai capace di amare –. Questa volta capì: era Beryl.

– Ecco la voce del Gran Consiglio del Sant’Uffizio! – Nella voce grassa dell’uomo, un’ironia devastante.

– Un consiglio, – sentì Beryl dire, – ti do un consiglio. Fai un bel viaggio in una carrozza dell’800: potresti trovare la soluzione!

I due si provocavano e si temevano.

Beryl: – Hai paura, Matthew? Hai forse paura che io non sappia amare? Proprio tu hai di questi problemi? Prenditi quella carrozza, Matthew, e vai a farti un bel viaggetto nel bosco incantato! Il Sant’Uffizio? Mi parli del Gran Consiglio del Sant’Uffizio? Proprio tu, Matthew! Forse hai perso qualcosa per strada!… Vai per la tua strada, le pietre in tasca, e lanciale lontano finché è buio.

No, qualcosa là dentro proprio non andava, pensò Arnold, e restò incollato alla porta. Mise una mano in tasca, sentì il freddo del calcio della pistola e la ritrasse subito: in quella tasca c’era una fresa conica che ruotava a velocità pazzesca intorno all’asse del calcio della pistola. Si asciugò con la punta della lingua le perline gelate di sudore spuntate sotto il naso.

Un ronzìo nelle orecchie si annunciò prepotente, presto sarebbe crollato e i due al di là della porta lo avrebbero trovato esanime, avrebbero riso sul suo corpo indifeso, gli avrebbero gettato addosso un secchio d’acqua gelata e quando lui fosse stato ben sveglio, avrebbero chiamato la polizia e la polizia avrebbe trovato nella sua tasca la pistola carica, e tutto si sarebbe complicato e lui si sarebbe trovato in carcere senza possibilità di uscirne salvo. Lui: colpevole! Lui, il solo colpevole! La beffa, la somma delle beffe!

Si allontanò un poco dalla porta, guardò un po’ di qua e un po’ di là, tutto era vuoto e buio intorno a lui. C’era soltanto una piccola corrente d’aria che passava da una feritoia della cupola: era l’unica presenza viva, un attimo di libertà. Si guardò meglio attorno e là, un po’ discosta da lui in un angolo buio, una massa scura, indefinibile. Si avvicinò alla massa, ed era una piccola sedia stile Regency, il tessuto sbiadito, le gambe posteriori sbilenche e ripiegate come gambe di ragno. Si lasciò cadere sopra la sedia a peso morto e la sedia ressistette, lo sostenne senza cigolare. Riprese fiato, il peggio era passato, tutto proseguiva, tutto andava come doveva andare: verso una fine… verso una fine certa. Così sarebbe andata!

Adesso però, lì, in quel preciso momento, il mondo era sparito; lì, intorno a lui, negli abachi, sotto la cupola, attraverso i lucernari tutto si era dissolto: nessun rumore, nessun viso, nessuna voce. Il silenzio, il buio, la fine di tutto. E questa fine lo proiettava verso un punto indecifrabile del mondo in cui adesso viveva, e questo punto lo escludeva da tutto ciò che lo circondava: che era il buio!, e il buio lo nascondeva da tutti gli esseri umani viventi, e lui, così com’era messo, non riusciva più a riconoscere gli esseri umani, e neppure le cose, i profumi, i rumori, le voci, i sorrisi, i sospiri, le luci, i colori, i suoni, la musica. Lui non era più nessuno, lui non riusciva più a riconoscere se stesso, lui non capiva più chi fosse realmente. Era ancora lui? Oppure era l’altro che stava scopando sua moglie (la moglie di lui!) e ne assaporava baci e abbracci? In fondo, lui chi era: uno spettatore invisibile o un fottuto cornuto! Direi: un fottuto cornuto!, riuscì a dirsi. Va bene: un fottuto cornuto! Ma lui, stando lì senza far nulla: quale veste indossava? Della vittima o del complice! Via, proprio del complice! Sì, d’accordo, ma intanto lì si stavano facendo porcherie ai suoi danni e lui non faceva una piega per aggiustare le cose. Era giusto che non accadesse nulla? Qualche sospiro di troppo arrivò da dietro la porta. Beh, che facciano pure, che s’accomodino: in fondo, non sta succedendo nulla! Dietro quella porta tutto è a posto, tutto va avanti come da copione. Perché, a pensarci e a ripensarci bene, io sono escluso da tutto ciò che sta succedendo dietro quella porta. Dopo tutto, io chi sono? Sono forse il padrone di una qualsiasi coscienza umana? Ci sono momenti di vuoto infinito nel cammino dell’uomo, il mio vuoto infinito è l’assurdità! Non riconoscerla, sarebbe ancora più assurdo.

° ° °

– Sei un fossile calcificato –. La voce di Beryl lo scosse e lui si alzò dalla sedia e si avvicinò alla porta. Udì ancora la voce magica che diceva:

– Sei in un ginepraio, meglio che tu muoia.

Aveva perso un pezzo importante del loro discorso. Senz’altro c’erano gravi problemi per l’uomo, forse l’uomo…

All’improvviso tutto fu chiaro. Sentì dire da Beryl: – C’era proprio bisogno di ammazzarlo?

– Lui non ti lasciava in pace – disse l’uomo.

– Fargli da modella t’infastidiva al punto di farlo fuori?

– Ho insistito che ti lasciasse in pace, ma lui mi ha riso in faccia.

– Sono forse una tua proprietà esclusiva?

– Impazzisco! Giuro che impazzisco!– gridò l’uomo.

– Sei un assassino! – lo investì Beryl. – Non meriti compassione.

Arnold barcollò, quasi cadde per terra. Un’accusa evidente di omicidio: Matthew aveva ucciso il fotografo Paul!

La situazione sarebbe degenerata.

Beryl parlò ancora. – Ti avevo detto di spaventarlo, lui non mi avrebbe più chiamata. Lo conoscevo troppo bene!

Arnold si appoggiò alla porta, farneticando: “Non si cambia così il sistema! Così non si cambia un bel nulla! Non si cambiano le onde degli oceani né i pensieri dell’universo né le sue leggi”. Nella foga dei pensieri graffiò con le unghie la porta. Ebbe paura e corse a nascondersi dietro una colonna. Restò in ascolto col fiato sospeso, ma nessuno comparve nel cerchio della porta. Ritornò dov’era prima.

Tese l’orecchio: dentro c’era il silenzio astioso di due complici di omicidio. Lui aveva udito. Il medico legale aveva scritto la sua diagnosi – Anossia cerebrale acuta con morte istantanea del soggetto. L’anoressia cerebrale è dovuta a cause del tutto naturali –. Adesso quella diagnosi doveva essere modificata: nessuna sincope naturale, bensì arresto totale delle contrazioni cardiache, e conseguente caduta dell’attività respiratoria, causato intenzionalmente dalla violenza dell’uomo. Il caso doveva essere riaperto e modificato totalmente: c’era un colpevole!

Valevano quelle parole dei due, ascoltate da lui; il medico legale avrebbe chiesto l’autopsia del corpo del morto, tutti gli apparati medici e di laboratorio si sarebbero attivati per fare luce completa sulla morte e convalidarne la vera causa; inoltre si sarebbe fatto riesaminare da un fabbro il chiavistello della finestra, archiviato troppo frettolosamente come difettoso perché usurato dal tempo.

Tutto era stato deciso con troppa facilità, il fotografo Paul era stato seppellito con la benedizione dell’acqua santa e adesso riposava nella pace eterna.

– Ti avevo detto di spaventarlo soltanto” sentì ripetere da Beryl.

– Taci! – urlò l’uomo.

– Forse hai paura che ti senta Paul? – ironizzò Beryl. – Ma Paul è stato sotterrato, di cosa hai paura? Forse del tuo funerale inghirlandato di tulipani e orchidee? Tu adori le orchidee, vero? Vuoi metterci comunque insieme anche fiori di salice, di stramonio, di ibisco, di fuchsia e di camomilla? Vuoi un funerale da duca?

Arnold sentì passi concitati, acqua che scorreva, poi ancora la voce di Beryl: – Vuoi un funerale adatto alla tua stupidità?

– Ma che importa? – tuonò la voce sardonica dell’uomo. – Quello è morto, ha tolto il disturbo e tu non parlerai.

– Questa è la soluzione? – disse Beryl.

– Che ci posso fare? – disse l’uomo.

Ancora silenzio! Il silenzio si prolungò, i passi si arrestarono, l’acqua fu chiusa. Era finito ogni discorso? Arnold aspettò l’inevitabile.

C’era silenzio di voci, ma si sentiva il muoversi di stoffe, il fruscio di tendaggi, il darsi il belletto sul viso e lo sfregare batuffoli di cotone sulla pelle.

Poi Arnold sentì Beryl dire stupita: – Hai una faccia che ride! Forse sei contento di morire?

– Strega! – gridò l’uomo. – Sai perché ho il viso che ride? Perché non credo più a nessun pianto di madre!

Arnold vide Matthew con gli occhi vuoti del cadavere.

– Sei da manicomio – disse Beryl. – Hai un sacco di merda al posto del cervello.

– Stronza!

Tutto stava degenerando, Arnold aspettava.

Ancora l’uomo: – Drogata! Rifiuto di Harlem! Graffittara di cessi

– Sei solo da manicomio – disse calma Beryl, – e sai solo ammazzare la gente.

Sì, era arrivata la fine, qualcosa sarebbe successo. Era inevitabile! Eppure, là dentro, c’era qualcosa d’insolito, Arnold l’avvertiva. Come di mistero celato dietro le quinte: forse una presenza omicida nascosta nell’angolo più buio della cripta?

Arnold scrollò la testa e scacciò i suoi pensieri con un gesto nervoso della mano. Era tutta una maledetta montatura della sua sensibilità! Degenerazione totale! Lui voleva la morte dei due e la sua fantasia distorceva l’ordine delle cose.

Nessun problema, eppure dentro di sé covava il colpo gobbo finale. La sorpresa!

Lui fiutava nell’aria una dolce sinfonia funebre.

– Non mangiarti il fegato – disse Beryl. – Andrà tutto a posto.

– Il barboncino con il cappellino – disse l’uomo.

– Che stai farneticando?

– Straparlo, dico cose assurde, non mi rimane altro da fare –. Matthew sembrava rassegnato. Poi disse: – Logico che mi denuncerai!

La rassegnazione svanì.

– Quel maledetto fotografo! – gridò.

– Lo fai secco, poi lo insulti! – disse Beryl.

Inganno, finzione, omicidio.

Arnold sentì uno strisciare di stoffe, un correre di piedi nudi, un brusìo isterico di colluttazione, grida smorzate, schioccare di labbra, stridore di denti, respiri affannati, colpi su pareti, suppellettili rovesciate, vetri frantumati, plastiche schiacciate, pettini in frantumi, rubinetti aperti e chiusi, grida di dolore, di rabbia, di odio, di collera…

Silenzio! Come un lungo nulla, come un attimo di incubo. Un silenzio lontano!

Arnold si decise ad entrare e lo sparo arrivò come un vento malsano. Lui restò lì terrorizzato. Seguì un altro sparo, poi una raffica di spari incrociati, e lui fuggì su per la scala urlando. Quando raggiunse l’ingresso, scivolò sulle macchie di bitume e cadde a mani aperte sul pavimento.

Restò intontito per terra e nella nebbia vide un’ombra toccare l’ultimo scalino della cripta. Sentì dei passi nel corridoio, aspettò a occhi chiusi, aspettò altri colpi di arma da fuoco contro di lui. Si coprì le orecchie con le mani e restò accartocciato su se stesso aspettando il peggio. Ma non successe nulla e i passi gli passarono accanto e fuggirono via nella notte.

Lui non riconobbe i passi, non vide, non catturò l’ansimare di una bocca… o di più bocche? Intorno al suo viso schiacciato, le macchie di bitume si allargavano.

Quando la polizia arrivò lui stava nella stessa posizione, accartocciato per terra e con le mani sulle orecchie. Un nome gli usciva dalla bocca, ed era il nome di sua moglie.

Capitolo 11°
Il carcere

Cammino nella notte… vago… vago… vago… girovago. I miei occhi, il mio lungo guardare, il mio devastante scrutare nel buio… Vedo il fumo di una ciminiera…io ascolto! Ma tutto resta in fiamme e io vago nel buio della mia prateria, con occhi di fumo acre di ciminiera che brucia il mio vagare. Voglio ancora credere! Voglio ancora sorridere!

Tu mi hai scritto che sei sconvolto dopo che la tua spiritualità è esplosa. Adesso so amare, mi hai scritto. Ecco, Arnold, la mollezza del tuo cuore! L’essere perennemente in bilico!

Caro amico, con la mollezza nel cuore non si fa strada nell’amore. Se si ha mollezza di cuore, si rischia di cadere nella trappola del possesso, e il possesso è il nemico principe dell’amore. Amico caro, prima tu non sapevi amare!

Mi scrivi che, appunto perché eri molle di cuore, tu ti rendevi ridicolo ai miei occhi e non sapevi proteggermi dalla follia delle mie ombre. Insomma, tu restavi attaccato alla mia sottana e non mi offrivi nessuna impronta di vita. Caro e fidato amico, adesso sai! Adesso sai perché ti urlavo di darti una mossa, di uscire allo scoperto, di non trovare sempre giustificazioni per gli altri. La mollezza di cuore è una brutta malattia che non ti permette né di ascoltare né di vedere.

Amico mio caro, scrivimi… scrivimi sempre! Lo scrivere fa capire quanto, con la scrittura, si è liberi di poter gestire la propria coscienza. Non solo. Con la scrittura si arriva a capire che la coscienza va aiutata, ma anche presa a calci in culo quando è il caso. Non stare mai a dormirci su con la coscienza, altrimenti sarà lei a prenderti a calci in culo.

Già lo so io quanto sono duri i suoi calci, mi scrivi, ed è per questo che io ti amo ancora, ti amerò sempre e per sempre. Adesso mi è facile amarti, e non è difficile sapere perché! Sai perché? Perché sono arrivato a prendere a calci in culo la mia e la tua coscienza.

Caro e buon amico… Arnold caro! Adesso ti amo anch’io e sono arrabbiata con te. Terribilmente arrabbiata! Perché non mi hai mai parlato così, prima. Perché t’impuntavi di continuare ad essere quel fottuto credulone? Arnold, perché confidavi soltanto nella tua coscienza e facevi venire il vomito a chi ti stava vicino? Perché non sei stato capace di camminare nel buio? Perché, Arnold! Se tu avessi saputo camminare nel buio, mi avresti aiutato a camminare nel buio e adesso non sarei qui a marcire tra queste luride mura.

“Il buio di una coscienza”, è questo il quadro che vorrei dipingere per, usando i colori delle ombre e delle luci. Ti descrivo il quadro. – Davanti a te passano le ombre e le luci, dietro di te si alza una parete fatta di nodi. Tu stai immobile e guardi… guardi le ombre e le luci, e un po’ guardi le ombre e un po’ guardi le luci. Quando guardi un’ombra, sulla parete si aggiunge un nodo, quando guardi una luce un nodo si dissolve. –

Bene. Se ti dipingo il quadro adesso, la parete è quasi senza nodi: le luci vincono. Sai da quando vincono le luci? Da quando hai incominciato a dare calci in culo a tutte le coscienze, specialmente alla tua.

Vuoi sapere da quando hai incominciato a dare calci a tutte le coscienze? Te lo dico subito! Da quando ti sei liberato della mollezza del perbenismo che qualcuno ti ha inculcato in gioventù. Sì, in gioventù, caro amico! Gli educatori di gioventù mancano di chiarezza morale e creano mollezza di cuore.

Caro amico, lo so! So che vorresti dirmi che queste sono parole dette da chi sta in carcere con l’accusa di omicidio e dunque assolutamente non attendibili. Non è così! La scuola dei perbenisti insegna a non camminare con le proprie gambe. Insegna e distrugge! Tu non stancarti mai, amico mio, non camminare con le loro gambe, non seguire mai la coscienza perbenista. Tu, adesso, ami tutto il tuo prossimo e io piango di gioia: io so che mi vuoi bene! Mi vuoi bene ora, me ne vorrai sempre! Adesso io sono stanca, caro amico, molto stanca!

° ° °

Beryl camminava lungo il muro altissimo della prigione e non riusciva a capire ciò che c’era al di là di quel muro coperto di graffiti osceni. In mano teneva i fogli che Arnold le aveva inviato.

Lei aveva nel cuore il grande vuoto di chi ha vissuto e sa che la sua vita non è servita.

Era notte, l’ombra nera del fogliame lambiva la parte superiore del muro e fasci intermittenti di luci scrutavano il cielo. Al di là del muro non si sentiva nessun rumore, lei non capiva cosa potesse esserci: forse un aeroporto? Ci sarebbero stati rombi di aeroplani; una centrale elettrica? Lei non percepiva alcun ronzio. Avrebbe potuto esserci una fabbrica di fuochi d’artificio con un grande parco davanti tipo Marcus Garvey Park. Immaginare così le fece bene. Sì, un parco immenso che lambiva la grande ansa dell’Harlem River!

Avrebbe voluto essere in quel parco, distruggere quel muro che la soffocava, dimenticare la guardia carceraria che la sorvegliava a vista. Erano ormai più di tre mesi che stava rinchiusa in quel carcere: adesso le avevano dato il permesso di fare da sola la sua passeggiata notturna… “Beryl, ti concedo di fare da sola una passeggiata di notte lungo il muro”, così le aveva detto il direttore. “Il tuo comportamento è encomiabile e io voglio regalarti questo privilegio”.

Nelle sue passeggiate notturne lei leggeva le lettere di Arnold che le arrivavano puntualmente ogni settimana. Le leggeva camminando sotto i potenti riflettori del carcere. Leggeva le lettere di Arnold e gli parlava in confidenza, sottovoce, come se lui fosse stato lì insieme a lei.

Quella sera gli parlò a voce più bassa del solito. “Arnold, io ho ucciso le ombre della tua insicurezza, ma tu non dormi, lo so! Io so che le tue ombre sanno di un passato che non puoi cancellare.

Arnold, ti prego, togliti di dosso quelle ombre! Inquinano il tuo cervello, lo rendono inquieto e disperato. Una sola goccia di quelle ombre deteriorate e tu non sei più tu. Ascoltami caro, non dimenticare i nodi sulla parete dietro di te. Tu devi dissolvere tutte le ombre, annientarle tutte, distruggerle fino all’ultima goccia se non vuoi tu stesso essere distrutto.

Ricordi, Arnold, la sera che Matthew fu ucciso? Io stavo lì, vicino a lui, ed ero assente e inebetita; la polizia non credeva che chi aveva ucciso Matthew era fuggito sulla scala e si era dileguato nella notte. Ma la polizia non poteva credere alla mia innocenza. Come poteva credere, se la pistola che aveva sparato e ucciso Matthew era vicina a me, ai miei piedi? E tu, cosa potevi fare tu per me, che già sudavi le sette camice per giustificare la rivoltella che tenevi in tasca? Tu hai avuto fortuna, devi riconoscerlo! Pensa se le pallottole trovate nel corpo di Matthew fossero state dello stesso calibro della tua pistola! Come avresti potuto giustificarti che tu non avevi sparato? La fantasia della polizia è diabolica! Ma i poliziotti devono essere diabolici per risolvere i loro casi, e sai cosa avrebbero concluso? Che la pistola trovata nelle tue tasche non era la tua! Due pistole avevi quella sera: la pistola che avevi usato per sparare a Matthew e l’altra che ti avevano trovato in tasca. Tutto logico per loro: tu avevi lasciato la pistola omicida vicino a me per incolparmi: eri o non eri il marito tradito che si era fatto giustizia dell’amante della moglie e, logicamente, aveva abbandonato l’arma del delitto ai piedi della moglie per incastrarla? Sì, Arnold, i poliziotti avrebbero concluso così, puoi starne certo!

Ricordi cosa ti ho detto, prima di essere portata via? Ti ho detto: – Verrai a vedermi quando rifarò la prima comunione? –. Ricordi? Tu mi hai guardata negli occhi e senza esitare mi hai risposto: – Verrò! –.

Arnold caro, quel tuo ‘verrò’ è stato grande! E’ come se tu mi avessi detto: – Non temere, io ci sono e ci sarò sempre. Io non ti abbandonerò mai! –. Era importante avermi risposto ‘verrò’. Tu avevi risposto alla bambina innocente della prima comunione: ecco perché era importante! Grazie, caro amico!

Adesso voglio rivolgerti un’ultima preghiera: abbandona la tua coscienza triste! Io ti assicuro che la mia follia è finita e ti dico col cuore in mano che la vita è bella nonostante tutto. Credimi, Arnold! Se il mondo ti dice il contrario, sappi che lui è falso, vecchio e corre a balzi come una rana.

Il sorriso esiste, Arnold!”.

Beryl guardò lassù nel cielo le profonde pozzanghere delle nuvole che attiravano la luna piena, irrequieta e sfuggente. Immaginò poi un grande buco nel muro dal quale poteva vedere l’ansa del fiume rischiarata dalle pozzanghere: che incanto quelle pozzanghere trasformate in spuma di fiume!

Lei sussurrò un po’ più forte al cielo: – Ecco la crosta lattea… il latteo andare delle nuvole… i lattei artigli che mi ghermiscono e mi portano lassù, chissà dove.

Forse mi portano in qualche posto buio della via lattea, dove neppure Arnold può raggiungermi.

Le venne paura e invocò piano il nome di Arnold.

Si fermò per un attimo a raccogliere un piccolo ciuffo di erba medica, lo spalmò tra le dita, riguardò il cielo e il cielo era la grande solitudine che raccoglieva tutte le facce del mondo da lei conosciute e non conosceva le mode, le depressioni, le bizze, le incertezze, le stranezze, gli imperativi e le gioie di quel mondo che si dichiarava libero.

Lei era fuori dagli incubi folli del mondo.

Rifece il giro del muro, riguardò le luci intermittenti che segnavano le pozzanghere sfilacciate macchiate di arancio e sognò ancora il grande buco che l’illudeva di pensare all’ansa dell’Harlem River con il Marcus Garvey Park davanti. Intorno alle pozzanghere delle nuvole, cubi rosa e gialli assorbivano l’infinito mistero della notte.

Quando raggiunse lo spazio più illuminato dalla fotoelettrica, rilesse l’ultima riga della lettera di Arnold ricevuta quel giorno. – Io non so dell’amore universale, ma so, con certezza, che il mio amore non ti farà mai allontanare da te stessa –.

Sì, Arnold! sussurrò nel buio. – Sì…sì…sì…, è così, Arnold! E tu… tu! Se hai un pensiero gridalo al mondo: non essere mai avaro! Il tuo pensiero è il sassolino gettato nel mare: la sua eco toccherà rive mai raggiunte, mai conosciute! Non tenerti nessun pensiero, Arnold! Non essere egoista di pensieri! Vuoi forse distruggere l’armonia dell’universo, tenendo per te i tuoi pensieri? Il canto della tortora sarà monotono fin che vuoi, ma la tortora becca la gemma dell’albero azzurro!

Una tua parola, Arnold, vale mille studi di filosofia.

Sì, Arnold, io voglio credere ancora in me stessa, io credo in me stessa, io credo ancora nell’amore così come me lo scrivi qui… qui, in questa lettera! Senti! Adesso io ti leggo una frase della tua lettera: – Beryl, io credo ancora nell’amore e non m’importa se la sua cenere brucia dentro i miei occhi –. Ecco cosa mi scrivi, Arnold! Tu sei un poeta! … – Io non so, – mi scrivi ancora qui, – e non voglio nulla da te. Ti chiedo solo una cosa: non dimenticarmi mai! –. Caro, caro amico, lo so, lo so che mi vuoi bene: io sono fortunata!

Camminò ancora lungo il muro dei graffiti, e i cubi di luce rossa e gialla si mescolavano con le pozzanghere delle nuvole. Nessun limite dentro di lei, nessuna fine lungo il muro, nessuna pazzia nelle pozzanghere del cielo. In quelle pozzanghere non galoppava nessun cavallo alato: gli angeli e i demoni cavalcavano in mondi più lontani, e la luna impazziva con loro.

Camminò ancora, il cielo offriva la sua voce di fuga e non dava spazio alla musica, non ascoltava nessuna poesia. Erano spariti i voli degli uccelli, i canti degli angeli, i fiati delle nuvole: nessun papavero in cielo, e le anime erano mute. Lei si fermò ad ascoltare il buio. Nessun urlo di anime: il cielo offriva alle anime lo stesso vuoto che la terra offriva agli uomini. Dov’è la salvezza? Arnold, hai ragione tu! Tu mi scrivi di rifugiarmi nel mondo onirico dove c’è sempre un attimo di salvezza.

– Rifugiati nel mondo dei sogni, – mi scrivi – lì c’è la tua soluzione –.

Lei raggiunse un altro riflettore, posizionò il foglio sotto la luce e lesse ciò che Arnold scriveva nel foglio: – Ho bisogno di abbandonarmi all’onirica, Beryl! In questo mondo accerchiato dalla finzione, io trovo l’uscita per la mia fuga nel mondo dei sogni. E’ qui, nel mondo dei miei sogni, che io vivo liberato dall’inquinamento dell’irrazionalità umana.

Beryl, non dirmi che sono pazzo!

Beryl, ho capito che correre nei sogni si apprezza di più la vita; è un po’ come fuggire dalla vita stessa e poi ritornare a riprenderla rivoltata delle sue incoerenze. No, Beryl, il sogno non è incoerenza! Il sogno vince la vita stessa.

Adesso ti ascolto, Beryl, e vedo la tua invisibilità e custodisco la tua presenza. Beryl, io ti ascolto sempre!–.

Ancora cubi rossi e gialli nel cielo, Beryl guardò i graffiti del muro che gridavano il rancore di chi non aveva più nulla da perdere. Chi erano gli autori di quelle follie? Chi gli aveva dato il permesso di esprimere in quel modo folle il loro rancore? Non c’erano risposte e nessuno gliele avrebbe potuto dare, perché quelle folli pitture murali stavano già lì quando lei era arrivata. Ma, si disse camminando sotto il riflettore, forse il rancore è una medicina curativa della vita; non ho dubbi che chi ha interpretato così il rancore, ha dato l’okay a queste follie.

Lesse ancora sul foglio: – Io ho la fortuna, Beryl, di poter guardare, ascoltare, ridere, parlare, camminare, andare al cinema, andare al bar. Beryl, io ho perfino la fortuna di sognare la mia vecchiaia! Sai come la penso riguardo alla vecchiaia? Io penso che la vecchiaia è la dimenticanza di tutta la nostra esistenza trascorsa. E’ un percorso di vita importante, una sosta, una boccata d’aria pura. La vecchiaia è la soluzione di tutte le vie: in essa non ci sono bivi di strade, non ci sono decisioni affrettate, e non ci sono neppure ansie che creano caos. Ecco il mio pensiero sulla vecchiaia: prenderla per le corna per gustare con essa la grandezza del nostro essere umani –.

Lei sorrise sotto l’occhio indagatore del riflettore. – Arnold, – disse piano – perché non sei qui con me, adesso? Anch’io posso guardare, ascoltare, ridere, parlare, camminare e andare al cinema e al bar. Qui da noi è tutto come lì da voi, forse anche meglio. Vedi, qui ci si guarda negli occhi più da vicino, si ride più in silenzio, ci si ascolta con più attenzione: non è vero nulla che togligli lo spazio e il tempo all’uomo e lui non respira e non si muove più. Al contrario! Qui da noi il tempo e lo spazio sono più preziosi che da voi, e poi… noi abbiamo un vantaggio su di voi! Noi possiamo contare i nostri passi insieme ai topi e ai ragni, e t’assicuro che loro, queste bestioline silenziose, sono compagni eccezionali: basta saperli prendere per il verso giusto! Anzi, ti dirò di più: ho notato quanto capiscono ciò che gli dici, forse più degli uomini: mah!. E poi… sanno ridere delle barzellette che gli racconti! Sai come fanno? Stanno lì attenti, fermi, le zampette e le gambe in alto, quasi gli vedi gli occhi che brillano avidi di ascoltarti; allora tu incominci a raccontare la barzelletta e gli vedi gli occhi che incominciano a piangere dal riso, poi battono insieme le zampine oppure arricciano i baffi con le zampine oppure muovono su e giù la testina: gli occhi, adesso, vanno veloci di qua e di là e sono allegri. Ti assicuro, Arnold, loro sono dei mattacchioni e dei compagnoni: basta saperli trattare da animali civili. Insomma, loro fanno tutto ne più e ne meno come facciamo noi con le mani, col naso, con la testa, con gli occhi, quando applaudiamo o assentiamo o dissentiamo o ci meravigliamo.

Arnold, credimi, qui noi non siamo soli! L’unica cosa che mi manca è la musica, quella country che io adoro; ma cos’è in fondo la musica? La musica fugge, la musica non ha tempo di aspettarti: lei ti penetra, ti resta per un po’ dentro, poi se ne va. Preferisco stare coi miei topi e i miei ragni: loro mi insegnano a dimenticare la mia storia, e mi insegnano, anche, a dimenticare la storia letta sui libri e quella conosciuta attraverso la morte.

A proposito di storia: Arnold, tu mi hai scritto di leggere la storia universale, quella dei grandi, dei piccoli e dei vecchi. Non ce l’ho fatta! Scusami, ma proprio non ce l’ho fatta! Ho incominciato a leggerla con entusiasmo – sai, qui abbiamo una biblioteca ben fornita di tutti gli argomenti, e non mi è stato difficile procurarmi un librone che non finiva più sulla storia universale –. Sono andata avanti a leggere per un po’, affascinata del grande sapere. Davanti a me si apriva la storia del mondo, e io potevo ‘vedere’ tutto il mondo! Eppure, alla fine, – Arnold capiscimi, ti prego! – alla fine, Arnold, ho dovuto smettere di leggere la storia universale del mondo, perché… sì, perché mi stavo accorgendo che più andavo avanti nella lettura, più io sentivo di allontanarmi da ciò che sono.

Lei guardò in alto sul riflettore, là dove stava la guardia, e la guardia guardava da tutt’altra parte e lei capì che poteva ancora fare un altro giro lungo il muro.

Così riprese a parlare con Arnold.

° ° °

Allora, visto come stavano le cose, ne ho parlato a Norman. Gli ho detto: – Norman, la guerra c’è. Le senti le cannonate?

Lui mi ha guardata un po’ preoccupato, forse pensava che fossi arrivata al capolinea.

Ma io ho subito precisato: – A Beirut, Norman! A Beirut ci sono le cannonate!

Era così che volevo parlare di storia universale con Norman.

– Lasciamo perdere, Beryl! – mi ha risposto lui.

Sai, adesso ti dico un po’ com’è Norman! Lui ha riccioli neri sempre sudati che gli si appiccicano sulla fronte, così, quando è nervoso, se li tira sulla nuca con le dita divaricate, e questo l’ha fatto quando gli ho parlato delle bombe e di Beirut (me ne sono guardata bene dal dirgli di Bagdad!).

– Neppure Dio c’è riuscito a mettere la pace in quelle terre! – mi ha detto truce.

Poi mi ha strizzato l’occhio da pugilatore suonato (Norman è stato, qualche anno fa, la guardia–pugile campione del carcere) e ha aggiunto con ironia: – Beryl, fingi di darmi un uppercut che mi stenda al tappeto: eccoti la storia di tutte le guerre del mondo!

Ma, sarà, ma io le guerre proprio non riesco a vederle come una finzione!

Ritornando a Norman, caro Arnold, il fatto è che Norman a volte me lo dà sul serio un uppercut e io stramazzo a terra e lui per svegliarmi mi butta addosso secchi di acqua gelata e poi ride e io mi rialzo subito e lo graffio tutto sul viso e gli grido in faccia che è un bastardo e tante altre cose più fini.

Lui allora ride ancora per un po’, poi mi dice: – Riesci a vederci?

Lo vede bene che sanguino dagli occhi e dalla bocca e che ho un cerchio blu sotto il mento; lo vede che sono in una confusione totale! Eppure lui, tranquillo, mi dice ridendo: – Riesci a vederci?

– Imbecille! – gli grido in faccia.

Lui ride ancora più forte: il pugilatore suonato dell’ultima ora!

– Ecco dove stanno tutte le tue bombe e tutte le tue cannonate! – mi ha detto quella volta. – Stanno tutte nel vederci dopo aver incassato un uppercut.

° ° °

Mica male, Norman, vero? E pensare che lui non usa né il Call Center né l’Internet Point! Anzi, a proposito di tutte queste cianfrusaglie elettroniche del giorno d’oggi, lui, quella volta delle bombe e di Beirut, mi ha detto . – Vuoi sapere cosa ne penso? Le bombe, le guerre e le cannonate te le buttano addosso proprio quelli che sono i padroni dei video online.

Poi ha aggiunto ancora qualcosa.

– Dunque – mi ha detto, io a stare attenta che non mi mollasse un uppercut. – Zucchero e merda, tutto qui! Capito? Zucchero e merda, ecco cosa sono le bombe, le guerre e le cannonate! E, visto che ci siamo, alle bombe, alle guerre e alle cannonate, aggiungo anche la storia universale.

La storia universale: ci siamo arrivati! Io ho chiesto aiuto a Norman per un consiglio sulla storia universale, e lui, alla fine, ha concluso così: zucchero e merda!

° ° °

Arnold, Norman è un sentimentale! Lo sento sempre piangere quando ascolta i suoi CD da piano bar. Vedi, la mia cella è proprio vicina alla sua gabbia di guardia carceraria e così sento che lui passa tutta la notte ascoltando CD. E’ un patito dei raw blues, dei blues spirit, di tutto il jazz e del piano bar. L’altra sera l’ho sentito piangere quando ascoltava The shadow of your smile.

E’ un ex pugile romantico e ha il cuore di un bambino. – Tutti soffriamo – dice a volte parlandomi tra le sbarre. – Noi ogni tanto ci svegliamo dall’oppio che ci mettono dentro e allora scopriamo fino in fondo la nostra vera natura; insomma, noi, quando ci liberiamo dall’oppio che tutti ci propinano, riusciamo a capire ciò che vorremmo essere e ciò che vorremmo fare.

Non trovi, Arnold, che Norman è un fottuto originale? Io gli piaccio, e se non lo metto in riga lui si mette a piangere davanti a me.

Devo guardarmi dal suo esagerato sentimentalismo e per riuscirci gli parlo della guerra. E’ così che mi salvo da lui!

L’altro giorno mi stava inondando delle sue lacrime. Allora gli ho detto: – Cos’è per te la guerra? – Non l’ho lasciato rispondere subito. – Senti – ho continuato, – adesso non tirarmi fuori la storia dello zucchero e della merda. Ci potrà ben essere qualcos’altro!

Mi ha risposto senza esitazione: – La guerra è la somma dei malintesi umani.

L’ho visto convinto.

– Come, dei malintesi! – gli ho ribattuto.

Allora lui ha snocciolato: – Incornate, incazzature, possessi, prevaricazioni e fame… tanta fame! . Cosa credi? Sei proprio illusa? Non esiste la fame del mondo, esiste la fame della guerra! Ecco cos’è la guerra! La guerra è la Grande Fame del Mondo!

Come vedi, non c’è nulla di eccezionale in ciò che ti dico. Vuoi che ti racconti, adesso, la storia del mondo?

Arnold, ti dico: Norman non la finiva più di ridere.

– Bene – mi ha detto, dopo essersi asciugato con il braccio gli occhi che li aveva bagnati dalle lacrime delle sue risate. – Non crederai mica che l’uomo abbia ancora bisogno di asili, di aule scolastiche, di enti pubblici di assistenza e di ricreazione e di tempo libero e di vattelapesca! Cosa credi: che servano ancora i tribunali, i giornali, i libri, i giocattoli, le discussioni, le pacche sulle spalle, le parole d’amore? No, bella mia, adesso siamo già oltre tutte queste cazzate! Adesso si prende quel che ci viene dato e via! E non stiamo tanto lì a guardare per il sottile ciò che ci viene dato! Figuriamoci se possiamo ancora parlare di guerra! E’ tutto sorpassato, cara mia! E’ come parlare a uno di cibo quando ha appena finito la decima costoletta di maiale e ci ha messo pure sopra cinque vassoi di banana split. Non si parla più di pane bianco di farina, di focacce, di biscotti, di beigel; e non parliamo di aringhe tritate, di piselli al pepe, di piedini di vitello in gelatina, di sughi di aglio e cipolla, di brodo di trippa… Adesso si va al McDonald, al Mein Chef, alle catene degli Autogrill. Altro che guerra!

Norman e sempre così esplicito e dopo avermi parlato così mi guarda con rabbia e quando mi guarda con rabbia io tremo un po’ perché non so mai cosa può capitarmi. Lui incomincia a bestemmiare, a inveire contro tutto e tutti, e alza i pugni, allarga gli occhi come una tarantola, allunga la lingua come un marasso… Sì, Arnold, Norman si assottiglia e si contorce come un marasso ed è anche più pericoloso di questa vipera velenosa che vive in Italia. Poi, quando si è calmato, io torno alla carica e gli butto lì, tanto per rimanere in tema: – E le bombe?

Lui mi risponde di getto: – Il bacio.

E io: – Quello dei politici?

Lui allora cambia solfa: – Il tuo viso sarà chiuso nella morsa di mani bianche, nere, gialle, forti e sudaticce.

E io di rimando: – Le sfilate di moda…

Non mi lascia finire e mi ribatte subito: – Il circo equestre, con te in tulle bianco sul cavallo rosso che gira all’impazzata intorno allo steccato di plastica verde –. Mi guarda estasiato e sbava: – Tu, giglio mai sfiorito.

Adesso m’impaurisco sul serio, vedo che sta diventando troppo romantico, allora io la metto sul semitragico (so che qui lui si perde). Dico: – La carestia, le esecuzioni, i trucchi, le bare, i campi di fiori nei cimiteri, i grassoni ai bagni turchi, i lucidatori di scarpe, le processioni della pace.

So che lo sto provocando e che adesso andrà in escandescenze, ma almeno gli ho tolto la patina di miele sugli occhi.

Gli faccio sempre questo scherzetto, ma una volta lui non c’è cascato e mi ha rifilato: – Tu, modella divina di Irving Penn!

– Chi è Irving Penn? – gli ho chiesto senza pensarci su.

– E’ il fotografo delle modelle più sexy del mondo – mi ha spiegato, e io lì per lì non ho saputo cosa rispondergli.

Poi nella notte ha perfino cercato di venire nella mia cella e allora io ho gridato e da quel momento lui se ne sta buono, ma solo in apparenza, mi sa tanto! Devo stare con le orecchie bene aperte perché con Norman non si può mai sapere.

° ° °

Hai capito adesso dove mi trovo, Arnold? Io vivo in un incubo, come se pensassi di essere incarcerata nella mia stessa carne.

Ma tutto torna indietro e tutto viene liberato. Noi ci sentiamo supermen e non siamo che burattini di cartapesta. Qui dove sono, io vedo la mia immagine correre sui muri insieme ai topi e ai ragni; allora mi prende l’angoscia e dico a me stessa che è tutto inutile e che voglio farla finita. Però basta poco per ricominciare, basta un nulla, un piccolo pensiero diverso: che ne so, un groviglio di tubi di una raffineria o il ballo di una giovinetta col suo cane o una donna nuda che si arrotola dentro una rete… ecco, una donna nuda, il potere della nudità, il mondo che s’inchina alla nudità, l’incoscienza della nudità perfetta.

Ho appena detto queste cose e già sento che stono. Arnold, è l’inutilità del dire e del fare dentro questa cella. Qui, dove sono adesso, se tolgo gli aggetti, gli abachi, i fregi e gli zoccoli, non c’è differenza da quella cripta dove ero in quella notte maledetta. Arnold, amico mio, aiutami! Aiutami, Arnold! Questa cella…questi muri lerci… questa latrina… questa branda di ferro… Arnold, aiuto! Tu ci sarai, vero? Tu mi risponderai, vero? Arnold… questo cesso di cella con questo cesso di Norman!

Una notte, questo Norman è stato tutta la notte davanti alle sbarre della mia cella a spiegarmi per filo e per segno come le guardie imperiali hanno trucidato quei poveretti che stavano portando una petizione allo zar per dirgli che erano stufi di mangiare soltanto neve e che volevano aggiungere alla neve anche un pezzetto di lardo.

Questo Norman continuava a specificarmi: – Solo neve color marrone, solo neve di cacca di cavalli delle puzzte (lui diceva: delle ‘puzzze’ ).

Arnold, portami via di qui! Non sopporto più questo carcere, non sopporto più questo Norman! Quella notte non la finiva più di contare sulle dita quanti colpi di fucile avevano sparato quelle guardie imperiali e quanti morti c’erano stati ai piedi della scalinata del Palazzo d’Inverno di San Pietroburgo. Uno, due, tre… cinquanta… cento… Insomma, non la finiva più di contare con quelle dita piene di calli!

Arnold, non ce la faccio più! Potrà esserci ancora salvezza per me?… Per me!

Lei continuava a camminare lungo il muro ed era tardi. Ma la guardia, lassù, faceva finta di nulla, non contava il tempo, non le gridava di ritornare in cella. Nulla! Sembrava che la guardia sapesse il tormento di Beryl e la lasciava fare, le permetteva ancora di fare quel lungo soliloquio liberatorio con Arnold… di fare quel soliloquio di liberazione e di disperazione.

– Arnold – continuò Beryl, respirando le pozzanghere delle nuvole, – un’altra notte Norman si aggrappa alle sbarre della mia cella e incomincia a descrivermi gli occhi ancora vivi dei seguaci di Lumumba, un attimo prima di essere spenti dai fucili dei soldati congolesi.

L’angoscia, Arnold! Qui non c’è altro che angoscia! Qui non ci sono altro che storie di morti ammazzati! E questo Norman sembra che ci goda un mondo a parlarmi di morte: ormai non fa altro!

Lo fa da quando ha saputo perché sono qui. Prima stava zitto e non mi molestava; poi ha saputo, e da quel momento, ogni notte, si piazza davanti alla mia cella e racconta storie orribili di morte. Poi ride, ghigna, fa stridere i denti, e io sento il suo puzzo di alcool e non dico nulla.

Chissà, Arnold! Chissà se riuscirò a sopportarlo ancora per molto. Forse una di queste notti, quando lui resterà aggrappato alle sbarre della cella e mi racconterà di un morto visto e vissuto con lui e mi ghignerà in faccia… Beh, chissà! Forse non resisterò più e tirerò fuori dall’anfratto del muro il coltello.

Chissà.

Capitolo 12°
Gordon Willspie

In quel bar della 50th Street, in quel bar delle botti di birra che sostituivano i quadri del Rinascimento lungo le pareti strette e umide, in quel bar dei tavoli quadrati con le tele cerate a quadretti beige. Ebbene, in quel bar, dove si erano rifugiati Beryl e Paul dopo la sceneggiata di Paul con Beryl là fuori nel triangolo buio della strada, tutto era unto, tutto era sciupato, tutto era liso e scalcagnato, e i capelli erano rigidi come il cuoio della pelle dell’asino, e gli urli erano urli di rabbia, di allegria e di vomito, e i pensieri restavano dentro occhi di odio, di sorriso e di fuga. In quel bar, tra pugni e risa di sostenitori del New York e del Chicago… In quel bar! In un angolo remoto di quel bar si nascondeva una saletta buia piena di fumo e di odori forti, e in quella saletta si preparavano a entrare in scena, ogni sera, i componenti della “Giamaica Band”. Ogni sera, poi, il giovedì, c’era là con loro Gordon Willspie, il cantante. Ma Willspie non era un cantante di professione, Gordon Willspie era un detective della sezione omicidi della Nona Avenue. Ogni giovedì veniva in quel locale e cantava i gospel, ed era accompagnato dalla tromba di Gary, dalla chitarra di Roy e dal piano di Jerry. I tre musicisti erano giamaicani e facevano cabaret e suonavano musiche esotiche giamaicane. Cantavano, suonavano e facevano tutti i numeri folcloristici della nostalgia della loro grande isola lontana, ma al giovedì, insieme alle loro musiche e ai loro numeri, esibivano il loro pezzo unico e questo pezzo unico era il gigante nero che veniva dalla sezione omicidi e cantava i gospel, perché, diceva lui, un po’ di Dio e un po’ di cucina “soul” non guastano mai.

Dunque, il giovedì! Il giovedì, in quel bar: “polli fritti, salmoni aromatizzati con erbette e rinforzati con prosciutto, torte di patate del New Messico e dell’Arizona”; insomma, il giovedì si gustavano i piatti forti della cucina “soul” del Silvia’s Bar insieme ai gospel di Gordon Willspie. E il giovedì la gente si riversava lì come le acque di un fiume in piena, e la proprietaria Silvia si gonfiava tutta per il suo pezzo unico, inimitabile, speciale… si gonfiava tutta, con orgoglio, per il suo cantante di gospel di professione detective della squadra omicidi della Nona Avenue.

° ° °

Quel giorno in cui Beryl e Paul entrarono da Silvia’s era un giovedì e i tre componenti della “Giamaica Band” stavano nella stanza buia insieme al pezzo unico Gordon Willspie. Poi scoppiò la rissa tra i sostenitori del New York e quelli del Chicago… schiacciate… dribbling… tiri liberi…, e i pantaloni frusti scendevano giù dalle cintole di plastica raggrinzita, e ai jeans nati con gli strappi si aggiungevano altri strappi sulle cosce, sui sederi, sui calcagni, e le scarpe di corda facevano stridii sulle piastrelle unte del pavimento, e i cappellacci schiacciati volavano via dalle teste infilzate dai radi capelli di cuoio… tre secondi… due secondi… neppure se pisciate oro potete vincere con noi… schiappe!… schiappe da legare!… Lingue rosse, lingue nere, lingue gialle, lingue che sbavavano schiume rosse, nere, gialle… urli… pugni… sputi… bestemmie dappertutto… vaffanculo… bastardi… facce di merda… Gran rumore, gran casino, CAOS!

I tre della Band e Gordon Willspie non si curavano affatto dei rumori che sorgevano come tifoni nel salone del bar e continuavano ad accordare note, corde e ugole.

– Non puoi; no, proprio non puoi metterlo tutto nella tua montagna di muscoli. No, non puoi! Tu non potrai mai trattenere dentro i tuoi muscoli tutto il respiro del tuo fottuto Harlem. Loro, quelli del tuo quartiere di lassù, non se lo lasceranno mai strappare via dalle loro bocche sdentate, e neppure i tuoi denti di roccia potranno strapparglielo via. Gordon, è così! Vogliamo prendere atto, una buona volta per tutte, di questa realtà? –. Chi diceva così a Willspie era Gary, il trombettista, e Gary puntava sul petto di Willspie la bocca della sua tromba.

Willspie lo ascoltava divertito.

Poi Willspie disse sornione: – E’ la mia anima nera che contiene tutto quel respiro! Lei riesce a contenere tutti i respiri: anche il vostro respiro puzzolente mezzo bianco e mezzo giallo, anche quello bifronte bianco e anche quello rancido nero.

Hai capito, Gary? Avete capito voialtri due? Tutti i colori di tutti i respiri sono raccolti nella mia anima nera! –. Willspie scoppiò in una grande risata.

– Ma ci stanno proprio tutti? – fece Jerry un po’ dubbioso, mettendo in mostra denti magnifici d’avorio.

Willspie prima rise, poi disse con un piglio serio: – Ci stanno tutti e ci stanno pure tutte quelle montagne di rifiuti che s’ingrossano in tutti gli angoli delle vie e che puzzano peggio di una petroliera.

– Capito Jerry? –disse Roy. –Gordon vede Dio venire dalla Adam Clayton Powell Junior a passi svelti, poi lo vede prendere il giro nella 127th Street a passi di danza, poi fare balzi felini da una via all’altra prima di arrivare qui –. Indicò Gordon. – Eccolo qui il gigante di Harlem, in aspetto e somiglianza di Dio: insomma, la Sua fotocopia! – disse, ingurgitando qualcosa di melmoso tipo marmellata di arance. Poi continuò serio: – Non c’è cosa più entusiasmante che vedere Dio scendere da Harlem ed entrare nel Theater District. Avete capito, adesso, perché Gordon può tenere nella sua anima tutti i respiri del mondo e tutti i rifiuti di Harlem?

– Tutt’e quattro, basta che lo vogliamo, possiamo tenere tutti i respiri e tutti i rifiuti del mondo nella nostra anima – disse serio Willspie.

Roy disse subito: – Cazzate! Noi suoniamo e facciamo i saltimbanchi sul palcoscenico per non marcire sui marciapiedi. Almeno tu non sei come noi, tu lo puoi vedere davvero Dio, noi… beh, noi possiamo si e no sentirne il fruscìo delle vesti.

Willspie sorrise appena.

Jerry disse: – Che ci canti oggi?

Willspie disse: – Oggi mi sento più vicino alle anime dei neri; oggi canterò gioia di vivere, gioia di sofferenza, gioia di vedere Dio…

Così discutevano i tre della “Giamaica Band” insieme a Willspie, e appena al di là della parete di cartongesso sorgeva il guazzabuglio di urla, parolacce, odori, gesti, pugni, risa, stridori di denti, stridori di unghie, stridori di tele cerate graffiate.

Insomma, tutto era come sempre, e i quattro artisti non ci facevano granché caso. Questa volta, però, sentirono, improvvisamente, che in mezzo al caos delle voci c’era una voce diversa che penetrava i rumori e li surclassava con il suo timbro metallico, duro come il megalito.

Willspie si affacciò sulla scena del locale, poi si voltò verso i suoi tre compagni. – Entusiasmante! – disse. – Venite a guardare voi stessi! Entusiasmante… cosa mai vista! Venite… venite ad ascoltare! Venite a vedere! Uno spettacolo! C’è un fotografo pazzo, ed è uno spasso soltanto a guardarlo. Venite!

I tre tralasciarono a malincuore gli accordi degli strumenti e si avvicinarono a Willspie. Tutti insieme guardarono l’insolita scenografia già in atto nel locale. – Guardatelo come rimbalza sulla sedia – disse Willspie

ai tre stupefatti. – Guardate!… Guardate!… Guardatelo adesso! Adesso è saltato sul bancone… eccolo là! Guardatelo! Adesso abbraccia il barista! Guardate che faccia fa quello! Guardate come i due si spintonano di qua e di là: sembra che ballino il mambo!

Risero tutt’e quattro.

Willspie continuò a illustrare ciò che accadeva là dentro. Disse: – Guardate! Adesso fa girare l’obiettivo nelle mani come fosse una manovella di avviamento di un camion a diesel… Adesso striscia sui ginocchi per terra… guardate adesso! Guardatelo se non sembra un gatto che salta sul topo! Ecco, adesso s’acquatta! Guardatelo… s’acquatta… adesso rimbalza… adesso striscia… eccolo là!

Risero ancora.

– Ma guardatelo come striscia… guardatelo! Si contorce, fa salti in aria come una palla… no, come un saltimbanco! Ma guardatelo!… La testa tra le bottiglie!… Adesso abbraccia la testa del barista!… Ecco il nuovo Giano! Eccolo che grida! Grida, il dio di Harlem!

– Cos’è che dice, adesso? – chiese Roy. – Non riesco a capire!

– Aspetta! – disse Willspie, e voltò il viso da una parte e mise l’orecchio destro in direzione del bancone dov’era il fotografo. – Aspettate… fate silenzio! Ecco! Dice: “Dateci sotto, ragazzi! Fatevi sprizzare sangue in bocca! Dai, datevele di santa ragione! E voi, donne! Cosa fate lì impalate? Fate qualcosa! Tiratevi su le gonne, strofinatevi i nasi le une con le altre, fatevi mettere le dita nelle mutande…”.

I quattro risero a crepapelle.

Willspie continuò a ripetere le parole di Paul: “Sputate addosso a tutti quei babbei!”.

– Forte, l’amico! – disse Jerry.

– Sentite ancora – disse Willspie. – Dice: “Dai, donne, cosa aspettate? Sangue… sperma… sputavacche… Sputategli addosso! Dategli addosso! Voglio vedere fiumi di sangue… pance sventrate… ossa spappolate… Dai… dai… dai… Sì, così! Sul muso! Tu! Cosa aspetti, tu? Mordigli il collo! Soffocalo! Voglio vederlo morto!”.

– Creativo! – disse Gary. – Un pazzo! Uno che ha la passione dentro!

° ° °

“Gordon The Gospel”, così era conosciuto Willspie in sezione. Il detective che cantava i gospel da Silvia’s nella 50th Street e risolveva tutti gli omicidi a lui affidati. Sì, lui li risolveva tutti, perché, diceva lui, il segreto della soluzione sta nel saper interrogare i cadaveri. I cadaveri, sì, i cadaveri! Loro, i cadaveri, se riesci a guardarli bene negli occhi, ti sanno dire per filo e per segno nome e cognome di chi li ha uccisi. E’ così, diceva lui, ma gli altri suoi colleghi scrollavano la testa e se la ridevano un po’; salvo il fatto, poi, che dovevano abbassare la testa e riconoscere che lui aveva sempre ragione, per via della sua infallibilità nel risolvere i suoi casi.

Gordon Willspie, l’artista dei gospel e degli omicidi!

Quel giovedì, il giovedì con Paul e Beryl nel Silvia’s Bar, in quel locale c’era stata la solita rissa, c’erano stati i soliti sputi, c’erano state le solite risa e i soliti pugni e i soliti graffi e le solite bestemmie: tutto come da copione giornaliero. Poi la “Giamaica Band” aveva fatto i suoi numeri di varietà – un po’ più brevi del solito – e alla fine aveva presentato il cantante di gospel Gordon Willspie, detective della squadra omicidi della sezione 9th Avenue.

Era ormai un avvenimento usuale e del tutto ordinario, eppure, ogni volta, ogni giovedì, all’apparire del gigante nero, tutti si acquietavano e lo ascoltavano in riverente silenzio, come se fosse la prima volta che l’ascoltavano, come se fosse arrivato lì per la prima volta. E lui, Gordon Willspie, cantava i gospel e intanto che cantava non sembrava per nulla un detective, ma sembrava piuttosto un misto di Carmichael, Brook Benton, J. Lee Hooker e Nina Simone.

Tutti erano lì ad ascoltarlo a bocca aperta, gli occhi mansueti, le labbra semiaperte, le mani nelle mani, e le mani erano nere, bianche, gialle, callose, unte, sudaticce, secche, predatrici, viscide, flaccide, nervose. Alla fine scoppiava l’ovazione, e l’ovazione era da Metropolitan.

Quel giovedì, alla fine dell’esibizione di Willspie, Paul e Beryl erano già usciti.

° ° °

Gordon Willspie stava in un vicolo buio di Times Square, poi entrò in un grande caseggiato, fece pochi scalini e si trovò davanti a una porta a vetri con su scritto “Laboratorio dell’identità”. E’ qui, si disse. Il referto del medico legale parla di sincope fulminante, ma quanta gente muore di sincope fulminante! La gente muore di sincope fulminante, ma i parenti e gli amici non chiamano la squadra omicidi, e neppure ci sono telefonate extraterrestri fatte alla squadra omicidi nel cuore della notte. Spinse la porta, che era fragile e leggera, ed entrò.

Quando lui entrò, “sentì” un colpo nel petto; come una mazzata, o meglio, come una rasoiata seguita da una raffica di tempesta gelata. Poi restò immobile in mezzo alla stanza e “sentì”! Sentì, in modo assolutamente distinto, inconfondibile, il grido di un’ombra fuggita via proprio in quell’istante. Era stata una sua emozione ingovernabile, fuggitiva e graffiante.

“C’è stato qualcuno, qui” si disse. “Qui è avvenuto qualcosa di straordinario: prima del fatto e dopo il fatto”.

Dentro c’erano già alcuni colleghi. Erano lì e non sapevano come muoversi. Il caso era misterioso, in apparenza non si sapeva da dove incominciare, ma bisognava fare qualcosa e innanzitutto fare le solite cose di routine. Villspie lasciò che fosse McCarthy a sbrigare quelle cose, lui si concentrò sul grido dell’ombra udito appena entrato. “Sì,” disse a se stesso, “devo saper catturare l’impossibile realtà di quel grido!”.

Guardò il morto, interrogò i suoi occhi avvolti nel silenzio, studiò il viso del morto un po’ da lontano e restò fulminato.

“L’ho già visto!” si disse meravigliato. “Dove l’ho visto? Dove?”. Ci pensò su per qualche tempo. “Ci sono!” esclamò soddisfatto dentro di sé. “E’ il fotografo che ho visto da Silvia’s quel giovedì!”.

Se lo rivide davanti quando saltava di qua e di là, gridando ed entusiasmandosi per la rissa che stava fotografando. Ne ricordò la decostruzione della sua struttura ossea e il lungo collo da fenicottero. Si avvicinò di più al morto, gli mise gli occhi sul viso, scrollò la testa. Gli occhi erano chiusi e il morto restava in bilico tra la sedia girevole e il pavimento: l’impalcatura ossea a fare arte new age, una mano aggrappata alla gamba del tavolo e l’altra rigida sul pavimento a tener su tutta la struttura umana. Guardò le mani del morto e disse forte: – La morte cattura prima le mani.

McCarthy non fece caso alle sue parole.

Willspie guardò fuori dalla porta finestra che dava sul balcone. Fuori, l’albero fiorito restava saldo tra i riflessi dei grattacieli; sul vetro della porta finestra c’era una scacchiera disegnata e sulla scacchiera non c’erano né pedoni né cavalli né alfieri e neppure regine, ma soltanto un re e il re era nero e il re nero stava sopra la scacchiera, ma era a gambe all’aria! – Il re è morto – disse piano, e McCarthy, che stava esaminando il fermo di battente mezzo fuori posto dalla intelaiatura della porta finestra, alzò la testa.

McCarthy disse: – Il ferro di questo battente potrebbe essere stato forzato; ma a guardarlo bene, questo ferro è vecchio e arrugginito… Sì, vecchio e arrugginito, – ripetè, – perciò, non saprei!

– E la scacchiera disegnata sul vetro? Cosa ne pensi? – Willspie parlava a McCarthy e teneva gli occhi fissi sull’albero fiorito, fuori e al di là della porta finestra.

McCarthy dimenticò per un attimo la domanda di Willspie. – Questo qui, – disse indicando il morto con l’indice, – almeno lui era un fotografo! Bizzarro a tutto spiano! –. Raccolse le foto sparse disordinatamente sul tavolo e spiegò: – Guarda qui se non era bizzarro! Bizzarro e… un po’ tocco! –.

Poi si ricordò della domanda di Willspie e guardò con attenzione il disegno sul vetro. Disse: – Scommetto che questa scacchiera è stata disegnata da questo fotografo! Sì, era proprio tocco! – disse ancora riguardando le foto.

Willspie assentì distrattamente e continuò a guardare il re sulla scacchiera a gambe all’aria, avvertendo intorno a sé qualcosa di indefinito che andava oltre il banale referto del medico legale. “Infarto miocardico dovuto a stress; non si esclude un coagulo di sangue sulle coronarie, che ha provocato l’arresto del cuore per aterosclerosi”. Già, si disse, un arresto improvviso del cuore per aterosclerosi: che banalità! Lui escludeva tutto ciò che era rigidamente tecnico, perché il tecnicismo rigido ammazzava tutte le sue sensazioni e gli spegneva l’attimo di genialità.

Si avvicinò al vetro, analizzò il pezzo della scacchiera a gambe all’aria, avvertì in quel re sconfitto una presenza minacciosa ed escluse nel modo più assoluto la tesi del referto medico.

Lui non poteva, nel modo più assoluto, accettare la resi banale di un infarto miocardico dovuto a stress!

Era lì, perché qualcuno aveva telefonato alla polizia, e la voce di chi telefonava aveva tutta l’aria di essere la voce di un alieno. Così gli aveva detto il sergente Soko.

“Proprio la voce che veniva da un Ufo”, aveva precisato Soko. “Gordon, ti dico che non era una voce di questa terra! Troppo lontana, troppo anonima, troppo senza timbro. Poi: senza pausa, senza anima, senza pietà, senza emozione, senza paura. Non c’era niente in quella voce! Io, una voce così non l’ho mai sentita!”.

Per tutta quella faccenda, per quella voce, per quel re a gambe all’aria, per quelle sue sensazioni di ombra minacciosa intorno al fotografo morto… sì, ci voleva Mamie Zoe!

Assolutamente ci voleva Mamie!

° ° °

Mamie Zoe era orgogliosa del suo gigante. Lei non poteva che essere orgogliosa di un figlio che faceva di professione il detective e cantava i gospel in un locale pubblico. Suo figlio era un grande abitante di Harlem!

Quando Gordon era arrivato a casa col distintivo di detective appiccicato al petto… ebbene, sì! Quel giorno Mamie Zoe aveva pianto – ed era forse per la prima volta… sì, era la prima volta!

Lei non aveva mai pianto in vita sua, neppure quando portava i fagotti con il cibo ai fratelli sepolti nella miniera di carbone di Tuscaloosa e che salivano, con la pancia piena di polvere di carbone, per divorare quel cibo, sempre poco, sempre troppo povero di vitamine e di carboidrati. Perché piangere? Che c’era da piangere se lei con i sette fratelli più il padre e la madre e il nonno e la nonna stavano stretti e abbracciati in una baracca di lamiera, al freddo umido dell’inverno e al caldo torrido dell’estate? Perché piangere, se tutt’e dodici abbracciati insieme, si volevano un gran bene e non sentivano né il freddo né il caldo? Che c’era da piangere? Forse le canzoni, i blues, i soul e gli spirituals delle piantagioni di cotone, dove lei andava a raccogliere la candida bambagia, facevano piangere? No, in quelle canzoni non c’era nulla che facesse piangere! Tutte cantavano Dio, e cantavano la felicità che Dio dava a tutti in abbondanza. Quelle canzoni, quella musica, erano i canti di gioia che insegnavano la generosità e mettevano dentro i cuori la speranza.

Lei non era forse lì, adesso, in quella grande metropoli? Non viveva, adesso, nella metropoli più importante del mondo con suo figlio, fregiato del distintivo di detective della squadra omicidi? Ecco! Ecco perché lei adesso piangeva! E sì che lei adesso capiva perché piangeva! La speranza! La speranza aveva prodotto i suoi frutti.

Lei e il suo Joe erano risaliti tutti gli Stati del Mississippi ed erano arrivati lì e lì c’erano rimasti e lì era nato il loro grande gigante Gordon e lì, adesso, davanti a lei c’era il suo gigante con il distintivo da detective cucito sul petto… Sì, adesso bisognava piangere: non c’era altra scelta! Adesso c’era da piangere di gioia e di orgoglio, perché gli echi dei canti di laggiù stavano impressi, tutti, sul distintivo che Gordon aveva portato a casa…

Sì, proprio bisognava piangere!

La vita con i sette fratelli, la miniera, le piantagioni, le canzoni della speranza e della disperazione: tutto era ormai nel mondo dei sogni. Gordon stava lì davanti a lei col distintivo e lei ringraziava Dio di averle dato, prima, tutta quella vita difficile: come avrebbe potuto capire, adesso, la sua gioia?

Poi, quel giorno, aveva detto: – Gordon, sai cosa dicono quelli del nostro quartiere? Dicono: “Mamie Zoe, tuo figlio ha le palle quadrate”. Così dicono quelli di qui. E dicono ancora: “Uno come tuo figlio, che fa il lavoro che fa, non può che avere le palle quadrate”.

Quel giorno, lui aveva riso. Poi l’aveva presa per la vita, aveva fatto un giro di danza con lei e aveva detto: – Sai dove sta la differenza?

Le aveva messo le grandi mani sulle spalle e i grandi occhi viola nei suoi occhi.

– Sai dov’è la differenza, Mamie? – aveva ripetuto, sorridendole. – La differenza sta sulle montagne dei rifiuti! Loro, quelli di qui, stanno là sopra con i loro Blige, i loro Rapper e i loro Daddy; io sto da Silvia’s e là canto i miei gospel. Tutto qui!

Mamie non sapeva ancora dei gospel. – I tuoi gospel, Gordon? Da Silvia’s! Vuoi spiegarmi?

– Sì, Mamie! I miei gospel, da Silvia’s, ogni giovedì.

– Ma, Gordon…

– Perché, Mamie! Forse un detective non può cantare i gospel?

– Sì Gordon, ma…

– Vedi, Mamie, i gospel servono ai detective per non sentirsi soli.

– I detective, Gordon, non sono mai soli. I detective sono i… detective!

– Anche i detective hanno bisogno di Dio, Mamie.

– I detective hanno bisogno di Dio?

– Sì Mamie! Quando i detective si trovano davanti a un cadavere ammazzato, loro sanno che quel cadavere vuole essere sepolto come tutti i cadaveri che muoiono da crisiani. Ecco perché i detective si rivolgono a Dio; è per via della grazia di Dio.

– Ma non tutti i cadaveri muoiono in grazia di Dio, Gordon!

– Sì, lo so Mamie! Ma tutti i cadaveri ricevono una regolare sepoltura; i cadaveri ammazzati, invece, non possono sentirsi a posto nell’aldilà finché il loro assassino non è stato arrestato.

– Ah! E allora?

– Allora ci sono i gospel! Ecco, io canto i gospel e loro mi aiutano a scoprire gli assassini.

Mamie aveva scrollato un po’ la testa: aveva capito? non aveva capito? Lei, a dire la verità, era un po’ confusa. Capiva la forza che lo spirito riceveva da Dio nel cantare i Suoi canti; ma capire che quei canti insegnassero la via giusta per arrivare all’aldilà, per lei era troppo.

O forse no!

Tutto stava nelle mani di Dio, lei questo lo sapeva bene! Ciò che non riusciva bene a comprendere era questo: perché la polizia ragionava ne più e ne meno come un piantatore di cotone?… Affidiamoci a Dio! Confidiamo in Dio! Solo Dio può aiutarci!

– Mamie – aveva ancora detto Gordon, – io devo essere capace di saper cogliere gli attimi di pazzia nella gente! Vedi, Mamie, il mondo uccide, il mondo vuole uccidere, tutto il mondo uccide, chiunque ucciderebbe chiunque. Mamie, è così, e tu lo sai! Non ti sto dicendo nulla che tu già non sappia! Tu sai già che l’uomo è nato per uccidere, lui sente l’odore della preda, la sua fuga e il suo ritorno. Tu sai già che il mondo è una grande ombra che uccide! Le intenzioni uccidono, le parole uccidono, le paure uccidono, le ombre uccidono, le onde uccidono, le stelle uccidono, le farfalle uccidono… gli assassini uccidono! Tutto è selezione ed entrare nella selezione dell’umanità è restare sconcertati e perplessi.

Sì, Mamie, è così! Perché chi uccide non guarda in faccia a nessuno… neppure a se stesso! Non c’è umanità nella selezione dell’umanità: chi uccide, uccide una volta, due volte, tre volte… sempre incontrollatamente! Chi uccide, uccide la propria ombra, ecco perché noi detective abbiamo bisogno dei gospel! I gospel ci fanno capire l’ombra che è dentro chi uccide.

Gordon teneva le grandi mani sulle spalle di Mamie, e quando diceva “gospel”, le sue dita diventavano artigli che facevano male. Ma Mamie non sentiva il male procurato da quegli artigli; Mamie sapeva che quegli artigli entravano nella carne del suo grande figlio: lei soffriva soltanto per questo!

– Vedi Mamie, noi detective viviamo in un mondo sommerso e complicato, e non sempre il distintivo che portiamo sul petto è sufficiente per arrivare a selezionare l’ombra omicida che è in ognuno di noi.

Ecco, i gospel ci aiutano!

Ancora artigli sulle spalle di Mamie.

Dopo l’ultima frase sui gospel, Mamie aveva capito. Così, si era immersa nel viola dei grandi occhi del figlio e aveva detto: – Sì, i gospel ti aiutano nel tuo lavoro di detective.

Era stato della massima importanza quel loro dialogo: gospel e ordine, spirito e mente. Da quel momento, Mamie era entrata a far parte del grande mondo impossibile di Gordon Willspie.

° ° °

“Si perde tutto. Tutto perduto, tutte le bellezze del nostro essere perdute, tutta la musica perduta, tutta la poesia perduta, tutta la forza della Genesi e dell’Apocalisse perduta. Tutto perduto, il paradiso perduto, l’inferno perduto, il purgatorio che non esiste, la via di mezzo che non esiste, il tormento della banalità che si dissolve, l’ombra che svanisce, la certezza della vita che scala le montagne e affonda nei mari. Non c’è fuga dentro l’essere umano. Dentro l’essere umano c’è disperazione e … morte! Morte dell’immortalità dell’uomo, la scomparsa dell’uomo, il fiato perduto dell’uomo”.

Così ragionava tra sé Gordon Willspie, che stava lì davanti a Paul morto, riverso a sghimbescio sulla sedia, la mano sinistra rigida sul pavimento e l’altra artigliata alla gamba del tavolo. Un pacco umano mal confezionato, un collo da fenicottero rigonfio e spiegazzato come carta straccia.

Gordon Willspie pensava. “Un uomo assurdo che odiava la banalità. Un morto assurdo che non accetta la sua morte. E’ così!”.

Analizzò più attentamente quel corpo decostruito, osservò in ogni minimo particolare il viso deformato da un sogghigno, si soffermò sul naso gentile, affilato come un punteruolo. “Eppure qualcosa, in questo morto, non va” disse tra sé. “Qualcosa non va! Proprio non va! Eppure… eppure adesso me lo portano via e tutto sarà archiviato. Sincope fulminante, e referto da archiviare!

Ma non è così! Questo fotografo ha avuto una morte diversa… Ha avuto un sacchetto di plastica incappucciato dalla testa al collo e legato stretto intorno alla bocca: insomma, un soffocamento atroce! Pochi minuti di sofferenza, ma atroci. Sì, è andata così, ma prove certe non ce ne sono”.

McCarthy aveva finito e lo aspettava impaziente con il piede già sulla porta. Tutto finito, bisognava andare via. Per la Omicidi era tutto finito, nessun omicidio, una banale sincope fulminante. Levare i tacchi al più presto possibile, andare altrove: altri casi attendevano.

° ° °

– Eppure, quella voce da Ufo – disse Willspie a McCarthy quando erano a metà scala.

– Lo sanno tutti chi è Soko – disse McCarthy. – Troppa fantasia e mezzo visionario: non dovrebbe stare al centralino di notte.

– Aspetta – disse Willspie, – ritorniamo indietro, c’è quella foto, quasi me la dimenticavo. E’ la foto di una modella del fotografo che ho visto da Silvia’s! Va bene, tu vai alla macchina e aspettami là.

– Ok, ma fa presto.

Willspie ritornò dentro, vide la foto di Beryl in un angolo del tavolo dove stava ancora sbilenco Paul in attesa di essere portato alla camera mortuaria della polizia, la guardò attentamente e disse tra sé: “Parlerò con questa modella, potrebbe dirmi qualcosa”.

Guardò bene la modella nella foto: Beryl era nuda, una mela sul capo e gli occhi pieni di estasi.

“Sì, parlerò con questa modella” ripetè tra sé e si mise la foto in tasca.

Rovistò in tutti i cassetti dei tavoli e degli armadi. “Eccolo!” disse infine soddisfatto. “Eccolo il cellulare!”. Fece scorrere i nomi della rubrica: non conosceva nessun nome. “Vediamo i messaggi”, e digitò su tutte le funzioni: sui ricevuti, sugli archiviati, sugli inviati e sulle bozze. Ce n’erano molti e li lesse tutti: tutti di argomento professionale, nessuno di argomento intimo, nessuno che potesse aiutarlo. Ma ne trovò uno della sera precedente, che poteva risultare importante. “Direi: molto importante!”, disse tra sé. Rilesse il messaggio: “Ricordati della telefonata che ti ho fatto questo pomeriggio. E’ per domani mattina prima dell’alba. Devo consegnare le foto in prima mattinata. Ciao. Paul”.

“Un sms inviato importante! Vediamo: la modella viene qui all’alba, ammazza il fotografo non si sa perché, va in una cabina telefonica pubblica, si prepara la voce da Ufo e telefona alla polizia. Mica male l’idea!”. Si annotò il numero della modella e rimise il cellulare nel cassetto. “Vediamo poi cosa fare di questo cellulare!”.

Disse tra sé: “Devo restare ancora qui! Devo ancora riflettere stando qui!”. Fece il numero del cellulare di McCarthy: – McCarthy – disse al collega, – devo stare ancora un po’ qui a riflettere; c’è qualcosa che mi fa restare qui. Passami a prendere fra mezz’ora.

– Okay! – fece McCarthy. – Fra mezz’ora.

McCarthy era ormai abituato ai metodi d’indagine poco ortodossi di Willspie.

Willspie si sedette vicino al morto. “Adesso nessuno può disturbarci” confabulò con se stesso. “Dunque vediamo,” disse serio tra sé, “cosa direbbe Mamie? Mamie partirebbe da lontano.

Direbbe: – Gordon, questa morte contiene un segreto che non può essere conosciuto. Ma tu sei un genio e la tua sensibilità vince la melma che nasconde l’anima. Tu, da Silvia’s, canti… ‘Vai, Mosè,/là in terra d’Egitto,/dì al vecchio Faraone/di lasciare andare il mio popolo!…’. Mosè disse: ‘Lascia andare il mio popolo! Altrimenti colpirò a morte i vostri primogeniti… Lascia andare il mio popolo!…’ ”.

Mamie mi direbbe (non ho dubbi!): – Gordon, tu canti così ‘…lascia andare il mio popolo! Lascialo libero! Profuma il mondo dei tuoi notturni di porpora… ascolta il fragrante soffio del grano… Libera la tua anima… i tuoi pensieri di vendetta… la tua fame di odio… di gelosia…’ ”.

Gelosia, ecco cosa mi direbbe Mamie! Gelosia!”.

Non ebbe più dubbi. La morte del fotografo era da ricercarsi nella gelosia, nella sottile nebbia degli incubi. “Vai in questo senso” disse alla sua immagine riflessa sullo specchio verticale a sghimbescio. “Vai contro la voce di tutti: il fotografo non è morto di sincope fulminante! Parti dalla modella, usa la confidenza, tira fuori il tuo genio, scopri in lei le sue qualità di artista. E’ lì che andrai sul sicuro: la sua arte e il tuo genio!”.

Era tutto un gioco di specchi. Il gioco degli specchi a sghimbescio e degli scacchi con i re a gambe all’aria. Gordon Willspie organizzava la sua linea d’indagine, solo e insieme al morto.

Si erano dissolti medici legali, magistrati, tecnici d’impronte digitali, inquirenti elucubratori, esperti di psicologia e di questioni legali. Tutti se n’erano andati, e non c’era neppure McCarthy. Era solo, ed era lì con un morto in attesa di essere portato via, e loro due sapevano che la morte non poteva essere avvenuta per “infarto miocardico”.

Ma lui poteva solo parlarsi attraverso lo specchio ed essere ascoltato soltanto dal morto. Sì, era un caso difficile, lo ammetteva, non c’erano tracce di morte violenta e il re degli scacchi a gambe all’aria, disegnato sul vetro della porta finestra, non significava proprio un bel nulla per i giudici e gli inquirenti.

Lui non poteva fare altro che guardare il morto, e non era poco! Sì, il morto non poteva rivelargli ciò che realmente era accaduto, ma, in quel preciso momento, lui, il morto, gli sorrideva, ed era un sorriso di quiete che gli urlava dentro la verità.

° ° °

– Un caffè… una cioccolata… un tè! Tutto fa… tutto distende… tutto prende e tutto se ne va! –. Gordon disse tutte queste cose a Beryl e le sorrise. Beryl stava seduta davanti a lui in un atteggiamento guardingo.

Beryl guardò il gigante nero dagli occhi viola e convenne con se stessa che nulla avrebbe potuto nascondere a quel poliziotto.

Disse sottovoce: – Caffè macchiato.

– Con latte scremato e senza conservanti? – fece lui senza scomporsi. – Vede, signorina, qui il caffè lo serviamo in quindici versioni… alla fragola… al mirtillo… alla banana… alla cioccolata… e, naturalmente al latte scremato e senza conservanti!–. Le sorrise con complicità. – Cosa non può fare al giorno d’oggi l’arte cibaria! – disse inchinandosi a lei, quando il collega in divisa portò i due caffè.

Bevvero il caffè in silenzio.

– Perché vede, signorina…

– Signora – corresse Beryl

– Bene, signora! Perché vede, signora, il nostro cuore è il grande fiume (dove aveva sentito quella frase?)… Già – proseguì con serietà, – il grande fiume dà la vita e si prende la vita! Lui riceve le acque dal cielo e bonifica e devasta.

Willspie fece una pausa e meditò con aria distaccata.

– Non capisco, sergente – si insinuò Beryl all’improvviso.

– Detective! – corresse Willspie. – Detective Gordon Willspie, squadra omicidi!

– Squadra omicidi?

– Squadra omicidi – confermò Willspie, e proseguì monologando con se stesso: – Ciò vuol dire che un omicidio è stato commesso da qualche parte e se lei è qui, è perché l’omicidio è stato commesso al numero 174 della quarantaduesima Strada, e se vogliamo arrivare subito al nocciolo della questione, le dirò che il morto si chiamava Paul McCherry di professione fotografo.

Sì, era stato un monologo tedioso e intrigante. Beryl restò impassibile e rigida sulla sedia.

– Signora – disse Gordon, – ho visto le sue foto di modella. Lei era la modella di Paul?

Beryl non disse nulla.

– Ma sì! – fece sorpreso Gordon, – io l’ho già vista da qualche parte. Certo, adesso ricordo! –. La fissò con insistenza. – Da Silvia’s! – esclamò con brio. – Sì, l’ho vista in quel bar con la cucina “soul”. Era un giovedì di tre mesi fa! Sì, da Silvia’s! Lei era con il fotografo Paul, lo ricordo bene!

Adesso le spiego. Io vado in quel bar, il giovedì, e canto i gospel. Sì, i gospel, signora! I canti del Signore! Ebbene, quel giovedì, come accade spesso, in quel bar c’era una rissa e voi, per un qualche caso insolito, vi siete trovati dentro la rissa fino al collo. Ma per Paul, la rissa era come la manna caduta dal cielo. Io l’ho visto! Lui saltava come un matto dietro il bancone e fotografava come un matto tutta la scena, poi strisciava sui ginocchi, poi si contorceva davanti al barista e saltava in aria come una scheggia di bomba da mortaio.

Sì, lo ricordo! Lui amava quella rissa, e lei, signora, stava seduta al centro del locale, affascinata dall’ardore di quel fotografo.

Eravate nuovi della scena e vi si notava. Lei, fresca e sprizzante, lui che fotografava e gridava: “Dateci sotto, ragazzi! E voi, donne! Che fate lì impalate? Datevi da fare… che fanno quelle vostre gonne giù fino ai calcagni? Tiratevele su fino alla pancia! Sputate addosso a questi primitivi! Sangue… sangue…sangue… sputavacche… sputasperma… Voglio vedere fiumi di sangue!”.

Gordon si fermò dubbioso. Disse: – La pazzia della vita! Tre mesi fa, un uomo sprizzava di vita; oggi, lo ricordo morto, sbilenco su una sedia girevole, raggrinzito come un pacco postale mal confezionato.

La vita vale un soffio di vento!

Beryl, che stava ad ascoltare composta, non si contenne più. – Quell’uomo era soltanto un porco! – scoppiò.

Poi rifece con disprezzo gesti e parole che Paul faceva e diceva. – Mi girava intorno, mi saltava intorno di qua e di là, accelerava e frenava, allargava gli occhi, si scompigliava i capelli, si metteva le dita nelle orecchie, mi gridava: “Con un corpo così… con un portamento da regina così… con l’eleganza raffinata di una Lisa Fonssagrives… Ecco, tu! Tu mi farai superare Irving Penn!”.

Si calmò e continuò a spiegare con compostezza: – Diceva così a tutte le “conigliette” che gli venivano a tiro. Quando ho capito il suo bluff era troppo tardi.

Restò in silenzio, non riusciva più ad andare avanti.

– Continui, signora – disse Gordon con gentilezza.

Beryl spiegò: – Avrei dovuto capire tutto fin dal primo giorno. Dopo i preamboli nel suo studio, entrò in scena l’ultima sua modella. Entrò in studio all’improvviso con un largo cappello bianco di tela di Fiandra e una veletta a pois rossi che le copriva il viso giovane ma sciupato; la bocca era una susina violacea.

Dico questo della donna per inquadrare meglio il suo livore e la sua rabbia.

Paul me la presentò. – Lei è Betty!

Bevemmo dello sherry in silenzio ed eravamo imbarazzati: non sapevamo come muoverci. Paul, inspiegabilmente, stava fermo e Betty respirava a fatica sotto la veletta.

Infine Paul disse a Betty: “Ho spiegato a Beryl la mia illuminante cecità interiore; l’ho informata dei miei colpi di genio e delle mie allucinazioni”.

Non l’avesse mai detto! Vidi Betty prima agitarsi e poi scatenarsi; la vidi mollargli uno schiaffo in pieno viso e graffiarlo con le unghie. Poi gli urlò contro: “E’ così, vero? Figlio di puttana! Anche con questa”.

Quella donna mi guardò con disprezzo.

Urlò più forte: “Lo dici a tutte!… La tua cecità interiore, il tuo mondo visionario, la tua chiaroveggenza, la tua follia…”.

Urlava come una indemoniata, le sue unghie erano macchiate del sangue di Paul.

“Maledetta!” gridò Paul, tamponandosi i graffi col fazzoletto. “Maledetta!” gridò più forte.

Capisce, detective? “Maledetta” le diceva, e sprizzava odio dappertutto.

– Continui, signora – disse Gordon senza scomporsi.

Beryl disse con stizza: – Avrei dovuto capire subito con chi avevo a che fare! Ma, –scrollò le spalle – i dollari! Lui me ne aveva promesso tanti e io ne ero ingorda.

Continuò con più calma: – La modella, però, non aveva ancora esaurito la sua carica d’odio. Si assestò la veletta sul naso e disse quasi sottovoce: “Paul, tu sei un fallito! Non vuoi ammetterlo, ma sai che non vali nulla”.

Io li guardavo, sentivo che la ragazza aveva mille ragioni per dirgli così, mi rendevo conto di avere davanti un impostore e un folle; eppure non muovevo un dito per rappacificarli, anzi speravo che rompessero del tutto!

Pensavo che il mio futuro di modella dipendeva dall’esito di quello scontro tra loro, e io ci tenevo a diventare la modella di quel fotografo, perché quel fotografo a me piaceva e mi piaceva proprio per la sua pazzia! Fallito o no, visionario o no, a me Paul interessava sia per i suoi scoppi di pazzia che per i dollari che mi aveva promesso: che si azzannassero pure tra loro, che si spellassero il viso e si cavassero gli occhi!

– Stringa, signora – disse Gordon.

– Stringere, signor detective? – disse Beryl. – Stringere significa lasciare in ombra la personalità del morto.

Ottima osservazione, pensò Gordon. Molto equilibrio interiore, grande senso degli affari, forte carattere. Questa donna mi piace.

Disse ad alta voce: – Dunque… Betty! E poi?

– Poi il fotografo andò nello sgabuzzino della camera oscura, si sentì che tirava un cassetto, uscì di là con un sacchetto di plastica chiuso con una fascetta rosa. Sorrideva. Si piantò davanti a Betty, slegò la fascetta, affondò la mano nel sacchetto e la mosse dentro con molta velocità. Quando estrasse la mano, vennero fuori coriandoli e stelle filanti e lui lanciò il tutto sulla veletta della donna, sghignazzando e urlando: “Nessuna pietà! Tu pedali e la tua ombra ti insegue appiccicata alle ruote…

La tua ombra ti insegue ovunque, cara Betty” le disse, lanciandole un’altra manciata di coriandoli. “E’ la tua sporca ombra!

Cambiò tono di voce. Disse: “Vincere o perdere fa parte del grande gioco della vita. Altra verità non esiste”. Sghignazzò. “E’ la ruota della vita” disse poi serio, “la ruota dei pusillanimi e degli eletti”.

Bisognava vedere i suoi occhietti: spilli che infilzavano l’anima di Betty.

Poi Beryl precisò: – Paul era un essere che ti spiava l’anima coi suoi occhi infidi e la vendeva al miglior offerente –. Lei sorrise appena e continuò: – Betty tentò ancora di graffiarlo e lui fu lesto a guizzare via con tutto il corpo: aveva una agilità sorprendente.

Gridò con sarcasmo: “Io possiedo il mondo e colgo tutte le sue paure! Sono l’essere che non ha regolarità e non ha paura! Sono l’essere che travolge i colori grigi e penetra i colori rossi! Nessun fumo nei miei occhi, nessuna ombra nella mia anima: io sono l’essere impossibile!”.

Spiccò un salto sul tavolo, allargò i gomiti come fa il gallo con le ali quando saluta il giorno, mosse le braccia, aguzzò gli occhietti pungenti e irrigidì il collo a nodo. Aveva solo da gridare chicchirichì.

Beryl si fermò.

– Poi? – la incoraggiò Gordon.

– Invece del chicchirichì gridò, stando tutto di traverso e con tutto il busto all’indietro: “Ecco, tu non sei nulla! In te non c’è elevazione, e la mia arte urla l’elevazione! La mia arte urla il furore del corpo e la disperazione dell’anima”.

Infingardo! – proruppe Beryl.

Gordon la guardò ammirato. Punti oscuri dappertutto sulla vicenda, perplessità e inquietudini, nessuna risposta evidente, nessuna soluzione chiara, eppure… Disse: – Vuole sapere ciò che penso, signora? Vuole sapere la mia versione dei fatti in quella morte?

– Ne sarei curiosa – disse Beryl.

Bene, signora, eccola! Il fotografo è stato soffocato con un sacchetto di plastica! Banale? Proprio non direi: la banalità è sempre il motore di ciò che accade! Vede, signora, il referto medico legale dice sincope fulminante, o se vogliamo – ma è la stessa cosa! – infarto miocardico; ma il fotografo Paul non è soggetto da morire per un infarto: troppo vivo, troppo pieno di spirito. Poi c’è una telefonata misteriosa della notte al nostro centralino, e ci sono le sue informazioni: di lei, signora! Bene, ciò che lei mi ha detto, rafforzano la mia tesi: il fotografo è stato soffocato o da qualcuno che era più forte di lui o da qualcuno che l’ha assalito a tradimento, al momento opportuno.

– Dunque il medico legale…

– Io la penso al contrario – la interruppe deciso Gordon. – Mi dica, signora: personalmente, lei cosa pensa della mia versione?

– Un’ipotesi alquanto azzardata – disse Beryl.

Gordon sorrise. – Già! – disse, pensando a Mamie,, – ma le ombre inquietano e soffocano… le ombre toccano la nostra mente e sconvolgono la nostra anima, e la nostra mente e la nostra anima non vogliono soltanto pietà; loro vogliono anche giustizia e ordine.

– L’infarto è la nostra ombra tragica! – disse Beryl.

– Sì, l’infarto! Ma anche la disperazione,… la gelosia, sono ombre che uccidono – disse Gordon.

– Lei è della Omicidi, tutto deve portare all’omicidio – fece rilevare Beryl.

Gordon guardò la donna con ammirazione. Disse: – Lei, signora Beryl, mi piace. Sì, mi piace proprio! Lei parla con franchezza, usa il raziocinio e… ama il rischio!

Personalmente io sono convinto che il fotografo è stato ucciso: per questa ragione lei è qui. Io l’ho convocata, non perché sospetto di lei, ma perché lei era la modella del fotografo e il fotografo era un tipo creativo e originale, stravagante e trasgressivo.

– Non vedo il nesso – intervenne Beryl.

– Signora – disse serio Willspie, – adesso io le chiedo qualcosa di personale, e lei può rispondermi o non rispondermi. La prego di non vederci nulla di tendenzioso in ciò che le chiederò; ciò che le chiederò fa parte del mio metodo d’indagine e, la prego ancora, consideri la mia richiesta soltanto dal punto di vista professionale: come il prete nel confessionale!

Le prese con dolcezza una mano. – Signora – disse, – Paul era una persona sola e il suo fare da spaccone era la sua maschera del nascondimento. Lui era terribilmente solo! Uno spaccone da strapazzo che entrava in scena con strafottenza ingannando tutto l’universo e non sapendo, poi, come tirarsi indietro al momento opportuno.

Era un pover’uomo solo e anche un grande… romantico!

Devo continuare?

Beryl gli sorrise e spiegò: – Sono entrata da lui all’alba e l’ho visto lì, seduto e sbilenco, una mano sul pavimento e l’altra artigliata alla gamba del tavolo. Mi sono avvicinata a lui e ho capito subito che non c’era più nulla da fare: lui era morto. Davanti a lui, morto, tutto mi stato chiaro: “Sei stato un uomo assurdo” gli ho detto con tristezza, “tu non arriverai mai al Creatore!”. Era lì, sgualcito e mal confezionato: un brutto pacco postale!

L’ho guardato meglio e sembrava che lui ridesse, così ho rincarato la dose. “Sai,” ho continuato, guardandone la posizione sbilenca, “sapendo com’eri, non vorrei che tu, adesso, mi tirassi un brutto tiro: ecco, questo! Adesso mi salti su e mi sghignazzi in faccia!”.

Questo l’ho pensato subito, appena l’ho visto, lì sulla sedia, morto. Poi gli ho sfiorato il viso con la mano e gli ho detto: “Eh, finalmente! Te l’hanno fatta la pelle, finalmente!”.

Gordon assentì gravemente senza dire nulla.

Beryl continuò a spiegare: – La polizia! Io ero lì con il morto e il morto non avrebbe potuto certamente aiutarmi ad allontanare da me i sospetti della polizia, se fosse entrata proprio in quel momento!

Beryl ritenne quella sua uscita un’inopportuna considerazione. Si corresse, cambiando argomento. – Finalmente era finita con quell’uomo – disse, – io non ce la facevo più! Ha presente, detective, l’orlo sull’abisso del vuoto umano?

– Conosco l’orlo sull’abisso del vuoto degli uomini ammazzati, signora – disse Gordon.

– Già – disse Beryl, – che sia vuoto dell’uomo vivo che vuoto dell’uomo ammazzato, l’abisso esiste comunque.

– Andiamo avanti, signora? – disse Gordon.

– Era come una Dixieland Jazz – disse Beryl e si agitò un poco sulla sedia. Poi si alzò e si avvicinò a Gordon come se volesse mettergli dentro con più forza ciò che adesso gli avrebbe detto. – Sì, io ero lì con il morto e avevo il bazar della confusione che m’impazziva nel cuore. Volevo starmene lì vicino a lui per potergli dire tutto il mio disprezzo sicura di non sentire, finalmente, la sua odiosa voce; ma…dovevo andarmene! Io non amavo la polizia… io avevo paura della polizia –. Si avvicinò ancora di più a Gordon. – Mi scusi, detective, se parlo così della polizia! Forse è perché io, lei non la vedo la polizia!

Gordon si alzò: la sovrastava di tutta la testa anche se Beryl non era per nulla piccola. – Signora – disse sorridendole, – ne faccio parte anch’io e, mi creda, tanti sono come me.

– Sì… senz’altro – disse Beryl confusa, e ritornò a sedersi al di là della scrivania. – Eppure, quando uno si trova solo con un morto alle cinque del mattino…

– Ci sarebbe stato il messaggio del fotografo sul cellulare a scagionarla.

– Sì, il messaggio! Ma loro… la polizia avrebbe messo subito di mezzo il sesso, la gelosia, la rabbia…

– Perché tanta paura che arrivasse la polizia? – chiese Gordon.

– Perché, quando si è soli con un morto alle cinque del mattino, le assicuro, detective, che la prima cosa che viene in mente è la polizia che arriva. E allora, per quanto tu ti senti a posto, il terrore ti prende, tu vuoi scappare e questo pensiero ti complica tutto e ti prende il timore che anche tu sei per davvero fuori posto e… insomma, detective, a chi puoi pensare se non che arrivi la polizia?

Gordon assentì con larghi gesti del capo.

– Comunque – disse poi, – voglio rivelarle che noi della polizia abbiamo saputo della morte del fotografo alle sei, un’ora dopo che lei era là.

Beryl impallidì e Gordon lesse sul viso della donna spavento e sorpresa mista a odio. Sentì la donna parlottare tra sé: “Alle sei!”, ripetendo il sei parecchie volte. Capì che quel sei era per lei un problema: ma il problema, lui concluse, non era il sei bensì l’ora in più di quel “alle cinque” in cui lei era stata da Paul.

Beryl non restava ferma un momento, si alzava dalla sedia dando un colpo con le palme chiuse sopra i braccioli, poi si risedeva, poi ripartiva di nuovo in alto. Aveva perso il suo sangue freddo e Willspie si limitava a battere la punta dell’indice sul cappuccio della penna a sfera. Il silenzio tra loro era imbarazzante.

Alla fine lui disse: – Signora, mi dica tutto.

Lei aveva ricuperato la calma. Disse: – Non sono andata via subito. Mi sono avvicinata a Paul e gli ho detto: “Finalmente!”. Ho sogghignato, l’ho guardato e riguardato e gli ho ancora detto: “Non devo perdere questa occasione. Per me è un’occasione d’oro, unica! Non mi sembra vero di parlarti e non ricevere la tua sporca logica in faccia”. Ho incominciato così, poi mi sono seduta nell’altra sedia vicina a lui e gli ho sciorinato una sfilza di improperi: buffone… lavativo… esaltato… strampalato… imbroglione… sporcaccione… mezza sega (mi scusi!)… farabutto… villano… serpente… millantatore… lurido sbruffone senza arte… cadav.. –stavo per dirgli… cadavere, ma mi sono fermata per rispetto a quel che era già –. Ho finito così: “Ci vediamo all’inferno! Tu nell’ultimo girone, io nel primo. Lontani il più possibile!”.

– Come mai tutta questa animosità, signora? – disse Gordon con noncuranza. Avrebbe voluto dirle: “Signora, meno commedia!”, ma si trattenne.

Beryl disse con forza: – Lui mentiva sempre. Sempre! – rafforzò. – Era l’immagine del fotografo immorale; usava qualsiasi mezzo … immorale, per raggiungere le sue sporche faccende illecite. Lui era un pusillanime!

– Dunque, non possedeva qualità – concluse Gordon.

– Nessuna! – convalidò Beryl con velato risentimento. – Né qualità né virtù! Di creatività, poi, non se ne parla nemmeno!

Gordon scorse qualcosa di sottilmente nascosto nel risentimento della donna. Perché tutto questo risentimento? si chiese. Come se questa donna avesse paura! Paura? E se fosse paura: quale ne è la causa? Ci pensò su molto velocemente e concluse: l’ora di differenza! Lei era dal morto alle cinque e la polizia è stata avvertita alle sei. La paura sta in quest’ora di differenza; tutto il nocciolo della questione sta in quest’ora di differenza! Lui stava ancora riflettendo così, quando la sentì dire: – Lo stavo guardando e dubitavo della sua morte; anzi, a un certo punto ho avuto paura che mi saltasse davanti e facendomi una piroetta mi dicesse: “Et voilà, eccomi di ritorno! E’ tutto vero: nell’aldilà c’è soltanto buio. E’ meglio qui!”.

– Signora – la interruppe Gordon, infastidito un poco per aver già sentito un discorso del genere dalla donna, – quando lei stava lì a parlare col morto, ha notato qualcosa d’insolito: che so, un tubetto di medicinale, una borsa di plastica, dei colori a tempera…

– Sì, quasi mi dimenticavo: una fotografia!

Gordon aspettò che lei coordinasse ogni cosa.

Lei disse: – Sì, adesso ricordo bene. Io ero lì con il morto e aspettavo che lui mi dicesse: “Nell’aldilà non c’è nessuna macchina fotografica: che ci vado a fare?”, quando mi accorsi di qualcosa di piccolo : –di un quadratino di carta patinata– che stava per terra, tra la sedia dov’era il cadavere e la gamba del tavolo. Era un piccolo rettangolo bianco di carta che aveva tutta l’aria di essere il dorso di una fotografia. Così m’inginocchiai vicino al cadavere, allungai un braccio cercando di evitare il contatto col morto – lui mi rideva in faccia, il farabutto! – e con due dita a forbice riuscii a uncinare il rettangolo di carta. Era la fotografia di Betty con la solita veletta a pois rossi sul viso avvizzito. Notai che intorno al collo aveva una sciarpa rosa coperta di coriandoli e di stelle filanti: coriandoli e stelle filanti, come Paul glieli aveva tirati addosso quella volta, là nello studio!

Sul dorso della foto era stampata una data di appena due giorni prima: la foto era stata scattata con l’autoscatto da un cellulare. “C’entra o non c’entra, lei, in tutta questa messinscena della tua morte?” dissi al morto.

Lui non mi rispose.

A questo punto mi venne paura, misi in tasca inconsciamente la foto e fuggii via.

–Dunque c’era una foto dell’ex modella ai piedi del morto– disse Gordon con evidente interesse.

Beryl rispose con una domanda. – Secondo lei, detective, Betty c’entra qualcosa nella morte di Paul?

Gordon non disse nulla. “No,” disse tra sé, “Betty non c’entra nulla in tutta questa faccenda! La foto serve solo per depistare e la data è presto fatto per contraffarla”. Si alzò, sorrise a Beryl e le porse la mano.

– Signora, – disse, – lei mi è stata di grande aiuto. La ringrazio.

L’accompagnò nel corridoio fino all’uscita.

Beryl gli camminava al fianco e temeva di guardare lassù, dentro quegli occhi viola che leggevano la sua anima

– Mi dica, signora – disse Gordon prima di aprire la porta: la guardò intensamente. – Per caso, lei quel mattino ha anticipato la visita dal fotografo?

Il viso della donna restò impassibile, nessuna contrazione di sorpresa, nessuna risposta. Willspie non insistette, aprì la porta e salutò Beryl con un inchino.

° ° °

“Deserto! Vivo nel deserto! Viviamo tutti nel deserto! Siamo tutti deserto!…”. Chissà, forse Gordon Willspie stava provando un nuovo gospel per il prossimo giovedì, oppure… oppure era il canto di una sua ossessione interiore che lo obbligava, in quel preciso momento, a vedere tutto il mondo come un grande deserto dentro cui era d’obbligo camminare, strascicare i piedi, vivere, relazionare, respirare, amare, odiare, ridere, piangere, gridare, sperare, giocare, ingannare, gioire, addolorarsi, credere e non credere… e poi bruciare!

“Sì, alla fine tutto brucia! Noi viviamo in un fantastico deserto: vuoto, odiato e… amato!”.

Non c’erano dubbi, Gordon stava provando un gospel! Un suo personalissimo gospel! Qualcosa di speciale che avrebbe presentato come sorpresa al prossimo giovedì, da Silvia’s.

Non un gospel di crudeltà, ma un gospel di speranza: lo specchio dell’immensità della speranza abbracciata alla roccia della sua anima come le valve delle ostriche alle rocce del mare.

Willspie stava sulla sua macchina di servizio, fermo nel traffico della 9th Avenue, all’incrocio con la West 41st Street. Era solo, McCarthy era rimasto in sezione per un interrogatorio, l’avrebbe poi raggiunto con la sua macchina privata. Tutto era a posto, ed era una notte piena di stelle, con la magia dei cuori a rifletterne l’eterea luce. Improvvisamente la voce del centro operativo ruppe l’incanto. “Gordon, portati nella cinquantesima… il palazzotto del normanno… un omicidio! McCarthyh è già là”.

McCarthy stava sull’ingresso ad attenderlo.

Quando entrarono, a pochi passi dalla porta un uomo era disteso sul pavimento, immobile e con gli occhi che ruotavano come girandole nella tempesta. McCarthy toccò l’uomo con la punta della scarpa.

– Questo – disse, – aveva in tasca una rivoltella. Nella canna non c’è odore di polvere da sparo, ergo: con quella rivoltella lui non ha sparato.

– Cos’è successo? – chiese Willspie.

– Giù nella cripta c’è un morto e l’amante, che era con lui, è inebetita dal terrore. Sembra sia la donna ad avergli sparato con una Smith & Wesson cal. 22 trovata ai suoi piedi. La pistola ha tracce di polvere da sparo nella canna e sul tamburo. McCarthy gli diceva queste cose e insieme scendevano la scala che portava alla cripta.

Intanto, l’uomo che stava immobile sul pavimento era stato tirato su, messo a sedere su una poltroncina lì vicino e affidato a un poliziotto in divisa.

McCarthy disse ancora velocemente prima che entrassero nella cripta: – Tutti i venti colpi della Wesson sono stati sparati contro il normanno, ma due soli sono andati a segno. Uno gli ha sfigurato la faccia, l’altro gli ha spappolato il fegato. Gli altri diciotto colpi hanno bucato il soffitto e le pareti, qualcuno anche il pavimento. Chissà, forse lei lo ha mirato, gli ha sparato addosso due colpi e poi il dito ha incominciato a impazzire sul grilletto facendo fuggire i colpi all’impazzata di qua e di là, in su e in giù.

Lei non parla.

– Quello là sopra chi è? – chiese Gordon.

– Il marito di lei. Sembra che sia rimasto parecchio tempo dietro la porta prima di entrare; è molto confuso.

– Di lui ci occuperemo dopo – disse Gordon. – Il medico l’ha visitato?

– Gli ha dato un’occhiata, poi ha scrollato le spalle.

Arrivarono davanti alla porta della cripta. Willspie girò il capo di qua e di là alla ricerca di qualcosa, guardò dubbioso il buio, restò immobile e in silenzio a interrogare la sua anima.

Disse tra sé: “In mezzo al caos delle grida d’amore e di tradimento c’è sempre la speranza; qui, dietro questa porta, c’è un uomo ammazzato e una donna che non possiede nessuna speranza. Gioia del piacere, dolore dell’inganno, vortice di colori. Esplodere dentro una conchiglia, prendere una strada qualsiasi, per direzioni di mistero, per traguardi impossibili, per visioni di voluttà e di luci e di sorrisi e di grida e di amori. Il mistero del vivere che ci circonda, tutti!”.

Entrò, e non fu per nulla sorpreso di vedersi davanti la modella di Paul, quella che aveva già conosciuto in sezione dopo la morte del fotografo.

– Detective – disse lei, – ho ucciso un autoritratto.

Willspie non disse nulla.

La stanza era ancora piena di gente in borghese e in divisa. Il morto giaceva nudo sul letto, la faccia una maschera di sangue, sul petto un ventaglio grumoso rosso. La gente in borghese stava per riporre i suoi attrezzi in borsa, l’altra in divisa stava piantonata sulla porta.

La donna stava lì, assente, seduta tra il bagno e la camera da letto, una vestaglia di spugna gialla chiusa in qualche modo intorno alle spalle, le gambe appena coperte sulle cosce. Era fissa su una faccia che ghignava e la faccia era disegnata sullo specchio del bagno col rossetto da labbra.

Scoppi di risa di donna con vestaglia gialla.

Willspie guardò la faccia sullo specchio e pensò: “Lei

sa tutta la verità”.

La donna disse, indicando la faccia disegnata: – Signor detective, eccola l’interpretazione della mia faccia! –. Puntò il dito sul morto e spiegò: – Lui è sempre stato la fotocopia di se stesso, non ha mai disegnato nulla; io ho cercato di interpretare me stessa disegnando qualcosa su uno specchio: ma fotocopie e disegni su vetri non lasciano tracce, non hanno anima.

Lei farneticava e restava lì, rannicchiata dentro la vestaglia di spugna gialla mezza aperta, i capelli neri sciolti sulle spalle seminude e i piccoli seni pallidi mezzo in fuori. Willspie la guardava attentamente.

Poi Willspie si avvicinò all’ispettore della scientifica per cercare di capire cos’era successo.

– Venti colpi sparati a raffica dalla pistola della donna – spiegò l’ispettore. – Almeno, così sembra appartenere la rivoltella alla donna, visto che la pistola che ha sparato era ai suoi piedi quando siamo entrati. L’altra pistola, quella trovata in tasca al marito, non ha tracce di polvere da sparo nella canna e non ha nessun odore sospetto. La donna ha premuto il grilletto e tutto il caricatore da venti è partito. Due colpi sono andati a segno, come puoi vedere: uno al viso e l’altro al fegato. Gli altri diciotto sono volati sul soffitto, sulla parete dietro il letto e qualcuno sul pavimento.

Willspie andò alla parete di granito dietro il letto, verificò le graffiature dei fori, poi guardò il soffitto a botte rivestito di sassi di fiume e valutò la difficoltà di trovare su quei sassi i fori dei proiettili; sul pavimento era visibili tre fori: lì non c’erano problemi.

Tutti i fori era necessario trovarli!

Non escludeva che la donna potesse essere l’assassina, ma qualcosa gli diceva che doveva trovare tutti i diciotto fori per avere un quadro chiaro di tutto il fatto. Diciotto scalfitture sulla parete, sul soffitto e sul pavimento: su quest’ultimo tre li aveva trovati e da un esame sommario pareva non ce ne fossero altri. Dunque: quindici fori da trovare a tutti i costi, sul soffitto e sulla parete!

Lui si trovava davanti a una donna che era stata spettatrice – forse una cinica responsabile? – di due omicidi. Lui ne conosceva la temerarietà, intorno a lei ruotava un meccanismo diabolico: due omicidi, due amanti, due morti di opposti caratteri.

L’inimitabile enigma dell’identità e della non identità, l’oscuro cammino della realtà umana.

Tutto era puntato contro di lei: la presenza di lei nuda nella stanza da letto dell’amante, la pistola che aveva sparato trovata ai suoi piedi, il marito presente nel palazzo…

Forse, l’impulsività? Forse la perdita della testa per essere stata scoperta dal marito? Ma perché la donna aveva parlato di uccisione di un autoritratto? Perché la presenza di una pistola nella stanza? Era logica la presenza dell’arma nelle tasche del marito, ma: una pistola nella camera da letto di due amanti? Tutto aveva l’aria di omicidio premeditato.

Willspie allontanò da sé tutti gli interrogativi: la sua impresa, assurda e suicida, era di arrivare a scagionare la donna!

Lui solo era convinto dell’innocenza della donna, la sua convinzione si basava su una considerazione astratta: la donna era troppo ricca d’interiorità! Nessun tribunale avrebbe mai accolto questa sua prova d’innocenza!

“Devo partire dal numero dei colpi: è lì che qualcosa non va! Per quanto riguarda la donna, lei non mi dirà mai che non è stata lei a sparare, ha troppa voglia di autoeliminarsi e non vorrà mai essere salvata. Le prove che troverò dovranno essere chiare e non confutabili”.

Incominciò ad analizzare le scalfitture sui muri. Alcune erano evidenti fori di pallottole, altre erano screpolature dubbiose di calce disfatta dal tempo.

Pensò anche al numero dei bossoli e dei proiettili. Venti bossoli e diciotto proiettili: due dei venti proiettili erano nel corpo del morto. Tutto doveva corrispondere: bossoli, proiettili, fori. Da una qualsiasi discrepanza tra loro, poteva dipendere la soluzione.

Che l’assassino avesse raccolto tutti i bossoli era un’idea a dir poco originale. Davvero, tutto in una volta? Davvero, un assassino spara, uccide, raccoglie bossoli e… getta la rivoltella ai piedi di un’amante terrorizzata e inorridita? “Ecco” disse a se stesso, “la rivoltella ai piedi dell’amante! Te la getto ai piedi e t’incastro!!”. Guardò la faccia disegnata sullo specchio del bagno: la faccia gli sorrideva.

Si rivolse a McCarthy. – Fammi una cortesia, telefona al centralino e chiedi chi era di servizio questa notte.

McCarthy telefonò.

– Soko! – riferì.

– Soko? – disse sorpreso Willspie. – Fammi ancora una cortesia: ritelefona e chiedi se risulta una telefonata da qui!

McCarthy – disse Willspie, – non mandarmi al diavolo! Ti chiedo queste cortesie perché questi fori e questi bossoli mi fanno diventare matto.

McCarthy ritelefonò e con la cornetta ancora in mano disse: – Sì, risulta!

– Resta al telefono, ti prego, digli di cercare Soko… digli che ho bisogno di parlare con lui subito!

Pochi minuti, e Willspie era in linea con Soko.

– Soko, ho bisogno di una piccola informazione –. Willspie si fermò a respirare. – Soko… dimmi: la voce che hai sentito all’alba di oggi dalla casa del normanno ucciso era una voce da… Ufo? Era la stessa voce che ti ha comunicato la morte del fotografo Paul McCherry? Ricordi? Paul McCherry! Il caso della morte di quel fotografo… morte archiviata per infarto!

– Ricordo il caso, Gordon!

– E la voce? Ricordi la voce? Soko, una voce da Ufo non si dimentica, tu stesso l’hai detto! Ricordi cosa mi hai detto di quella voce?… Una voce da Ufo!

Adesso io aggiungo: era una voce che non voleva essere identificata? Contraffatta?

Soko, ti prego, pensaci bene e poi rispondi a questa mia domanda: secondo te, la voce che ti ha comunicato la morte del normanno era la stessa voce che ti ha comunicato la morte del fotografo?

Dall’altra parte del telefono ci fu una lunga pausa, poi Soko disse: – Era la stessa voce: ne sono sicuro!

Questa notte, la stessa voce della mattina del fotografo mi ha detto: “Mandate qualcuno nella quarantunesima Strada, palazzotto del normanno. C’è stato un altro delitto!”. Willspie, – disse Soko con forza, – ciò che mi ha sorpreso, della voce, è stato il modo imperioso di sollecitare l’urgenza del nostro intervento. “Fate presto!”, ha detto la voce con impeto, quasi dimenticandosi di contraffarsi. Io ho catturato appena un’inflessione femminile in quella voce, poi quella voce ha ripreso il suo tono anonimo e ha ancora detto con furia: “Fate presto!”.

– Un altro delitto! Ha detto proprio un altro?

– Sì, Gordon! Ha detto un altro!

Willspie ringraziò Soko.

“E’ la voce dell’ossessione” disse tra sé Gordon. “Una voce implicata in tutt’e due i casi, anche se… Beh, sì, io ne sono certo! I delitti sono stati due, ma la voce da Ufo può appartenere sia a un omicida che a un semplice informatore che era presente e ha visto tutto. Oppure, al delitto Mccherry era presente come spettatore soltanto, al delitto Matthew… chissà: forse è stato l’esecutore materiale!

La voce della stessa ombra, e il mio genio ha già in pugno la soluzione! Quando ho sentito parlare della modella con la veletta di nome Betty: quando? Chi mi ha parlato di questa Betty? Chi era questa Betty? Beryl!, sì: Beryl! Beryl, l’ultima modella di McCherry! L’amante di McCherry! La donna che ha trovato la fotografia di Betty, la mattina del delitto McCherry! La donna adesso incriminata per il delitto del normanno! L’amante del normanno! Il cerchio si stringe! Betty assiste al delitto di McCherry, vede l’omicida, telefona alla polizia dopo il delitto. Betty è ancora presente al delitto del normanno… Sì, è così! Lei è presente, perché, questa volta, è lei che vuole uccidere! Lei ha visto il normanno uccidere il suo McCherry, fa delle indagini e scopre che il normanno ha un’amante che, guarda caso, è la stessa del suo fotografo e che lei ha conosciuto. Segue la donna, s’intrufola, prima ancora della donna, nel palazzotto (non le è difficile, perché il normanno non chiude mai a chiave la porta d’entrata), resta nascosta nella cripta e aspetta. Il normanno non è ancora arrivato, le due donne aspettano: una per andare a letto con lui, l’altra per ucciderlo e vendicare la morte del suo amato fotografo. Lei potrebbe ucciderlo subito quando lui arriva, ma ha un’intuizione e vuole aspettare gli eventi. Chissà se non venga qui anche il marito dell’amante? Se così fosse! D’altronde, aspettare non comporta nulla e la “cosa”, con o senza marito cornuto, può essere fatta meglio, se fatta con calma. Lei ha intuito giusto, e quando il marito irrompe nella stanza, lei uccide il normanno e getta la pistola ai piedi dell’amante, terrorizzata dalla paura (naturalmente, per uccidere ha usato i guanti!). Una volta uscita, telefona ancora alla polizia, sollecitando il suo intervento.

Perché tutto ciò? C’entra la passione? C’entrano la gelosia e l’invidia? Tutto è vendetta, tutto è frenesìa di morte, tutto è confusione di sangue!

Ma tutto ciò che penso – sono certo di non sbagliare! –sono fantasie! Paranoiche fantasie! Per il giudice, tutto il mio castello di verità è pura e paranoica fantasia. Ci vogliono prove! Ci vuole la tangibilità delle prove! Willspie, tu questo lo sai!

Si rivolse a McCarthy. – Qui non abbiamo più nulla da fare – disse, – ma ci ritornerò. Voglio seguire una mia pista “illogica”.

McCarthy scrollò le spalle, poi disse: – Abbiamo l’assassina rea confessa! Comunque… affari tuoi!.

Uscirono.

° ° °

– Mamie, ho un problema – disse Gordon.

Mamie lo guardò e non disse nulla.

Gordon proseguì: – Venti colpi sparati da una pistola, di cui due andati a segno. Mamie, è un mese che vado a respirare aria tardo–romanica nel palazzotto del normanno ucciso e…

– E – fece Mamie.

– Ho scoperto che la matematica è impazzita! I conti dei fori sul soffitto e nella parete e dei bossoli sparsi sul pavimento e un po’ dappertutto non tornano mai. Dei proiettili non ne parlo nemmeno: che contano sono i bossoli e i fori.

Dunque, Mamie, conto e riconto e alla fine mi ritrovo che coi bossoli 18+2 fa 22 e coi fori fa 19. Qualcosa non va con il 22 dei bossoli ( i bossoli dovrebbero essere 20 ) e con il 19 dei fori ( i fori dovrebbero essere 18 ).

Mamie, io penso – sono sicuro! – che le pistole che hanno sparato sono due.

Mamie assentì e disse: – I bossoli sono dello stesso calibro, non c’è dubbio!

– Sì, calibro 22 mm. Chi ha sparato ha una mente diabolica, ma si è dimenticato di raccogliere 2 bossoli.

– Mi sembra già tanto che abbia potuto raccogliere tutti quei bossoli in così poco tempo – disse Mamie. – Cosa dice il tuo genio?

– Che l’assassino ha sparato con due pistole intenzionalmente, volendo essere sicuro di far ricadere con certezza la colpa sull’amante. Poi ne ha gettata una ai piedi della donna presente e si è portato via l’altra.

Guardò Mamie, e gli occhi di Mamie sorridevano ed erano il sole delle grandi piantagioni del Mississippi.

Gordon disse: – E’ un caso estremamente confuso. Lo chiamerei “il ballo delle pistole”.

– Di quante pistole, Gordon? – disse Mamie con molta serietà.

La mente di Gordon si illuminò.

Abbracciò Mamie e disse: – Mamie, sei tu il genio!

Nel chiaroscuro di un sole malato di metropoli, il loro abbraccio, caldo e silenzioso, non aveva fine.

° ° °

Willspie continuò ad andare tutti i giorni alla cripta e i muri della cripta restavano muti e continuavano a nascondere il foro numero 20

– Devo trovare il foro numero 20 – disse Gordon a Mamie.

– Se ho trovato 22 bossoli, devono esserci per forza 20 fori, perché 22sono stati i colpi sparati, ma soltanto 21 risultano i fori (20 fori sui muri e sul pavimento + 2 dentro il corpo della vittima).

Mamie, ho una convinzione!

– Di cosa sei convinto, Gordon?

– Sono convinto che una pistola ha sparato venti colpi sul soffitto e nel muro, e un’altra ha centrato il bersaglio due volte senza nessun foro fuori dal corpo.

Troppo disordine nella girandola dei fori, troppo ordine nel mucchio dei bossoli sul pavimento. Chi ha ucciso ha fatto, con intenzione, una messinscena per confondere il vero omicidio.

– E il marito dell’amante? – chiese Mamie.

– Arnold non mi convince – disse subito Gordon. – Non parla, e se parla, confonde.

– Ci si misura, ci si sfida, ci si confonde – disse Mamie, – ma qual è la vera misura, la vera sfida, la vera chiarezza dentro di noi?

– Mamie – ripetè Gordon, – quell’Arnold non mi convince; l’ho sentito al processo e la sua deposizione mi ha fatto sorgere parecchie perplessità.

– Quello sa, Gordon! Sa cose importanti; più importanti di quelle che tu pensi. Trova il foro numero 20 e vai a conoscere quell’uomo.

Scrive alla moglie?

– Si scrivono tre volte alla settimana.

– L’ama?

– Le scrive che non l’abbandonerà mai

– Cosa vuol dire?

– Che ne ha pietà.

– La pietà non è amore

– No – disse con fermezza Gordon, – la pietà non fa muovere un dito.

– Infatti – disse subito Mamie, – al processo lui non ha mosso un dito. Non è così?

– E’ così! E’ proprio così, Mamie!

– Sai cosa penso? Gordon, sarà una pazzia, ma io penso che lui è il responsabile dei due delitti!

– Dei due delitti?

– Sì, del delitto del fotografo e del delitto del normanno.

– Mamie…

– Gordon – disse risoluta Mamie, – ne abbiamo già parlato. Tu conosci questa Beryl, te ne sei fatto un’idea di che donna è, di quale natura è fatta e di cosa pensa sull’amore. Non è una donna leggera, è una donna che ama e amerebbe fino in fondo l’uomo giusto.

Gordon, quell’Arnold non è l’uomo giusto per Beryl!

Gordon Willspie guardava Mamie incantato. Proprio uguali! Loro due, Mamie e lui, proprio uguali! La spontaneità dello stare insieme; la stessa natura d’amore che li legava e metteva dentro di loro la stessa gioia di vivere, la stessa forza di vivere, la stessa sofferenza di vivere, lo stesso grido di vivere… la stessa morte, se fosse stato necessario! Tutto il bene e tutto il male della vita vissuti insieme, tutto il loro sorriso e la loro forza nella luce di un sorriso, di un soffio di ottimismo, di sincerità, di leggerezza, di amore! L’amore che protegge, l’amore che fa felici, l’amore che fa superare tutte le falsità, tutte le miserie, tutte le paure, tutte le inutilità… L’amore, sempre e solo lui! Mai distrutto, mai ipocrita, mai vuoto.

Gordon guardava incantato Mamie e non finiva di pensare all’amore. “L’amore è qui, in terra; e, se c’è qui, c’è anche in cielo, anche nell’altra vita, nell’altro mondo, nell’altra amicizia, nell’altra musica, nell’altra avventura di vita e di mondo e di amore e di fratellanza, e di spontaneità. Tutti gli inganni, i tradimenti, gli omicidi, spazzati via dalla pazzia dell’amore: qui sta la soluzione!”. Gordon guardò Mamie e Mamie guardò il figlio.

– Gordon – disse Mamie, – tu sai come la pensiamo tutt’e due! Le cose storte di questi omicidi vengono da un amore che non c’è mai stato.

Indaga su Arnold e troverai la soluzione.

Gordon abbracciò Mamie e Mamie restò in silenzio dentro le braccia possenti del figlio.

° ° °

– Lei mi dice che stava là, dietro la porta, e li ascoltava come se niente fosse. Mi dice che ne ha sentite di cotte e di crude e non è intervenuto con la pistola che un po’ impugnava e un po’ teneva in tasca.

E’ difficile crederle, non le sembra?

Gordon Willspie guardava insistentemente il foruncolo sulla tempia destra di Arnold. “Ha la forma del punto interrogativo, di tutti i punti interrogativi!” pensava. Guardò ancora più insistentemente il foruncolo e gli venne in mente il Mamies Blues e la pazzia del tempo di J ‘VE Got My Fingers Crossed. Quel piccolo punto interrogativo giallastro gli ricordò la musica: che è senz’altro una grande, evanescente soluzione. Chi non ascoltava la musica? Chi non l’ascoltava con timore, illudendosi dei suoi slanci e del suo calore?

Il piccolo punto interrogativo giallastro di Arnold non gli offriva nessuna soluzione, ma il ventesimo foro era saltato fuori dal concio della volta a botte.

Willspie disse ad Arnold provocatoriamente: – O è stato lei o qualcuno d’accordo con lei.

Aspettò una qualsiasi reazione, ma l’uomo con il punto interrogativo sulla tempia destra restò apatico a fissarlo. – Vogliamo ricapitolare tutta la storia? Proviamoci! Come lei sa, sua moglie si è trovata davanti a due morti ammazzati.

Vide il foruncolo giallastro farsi livido, ma fu la frazione di un attimo. Continuò spietato: – Sua moglie adesso è in carcere e lei sa che è innocente e non fa nulla.

Il foruncolo sulla tempia non si mosse.

Willspie insistette: – Lei ha ascoltato cose terribili dietro quella porta e non dice nulla.

Nessun segnale dal foruncolo.

Willspie non mollò ancora la preda. Disse: – Parole contro di lei, signor Arnold e contro Paul McCherry, il fotografo ucciso; parole incrociate contro: di sua moglie contro Matthew, il normanno, e del normanno contro sua moglie. Parole udite da lei con la pistola in mano, e adesso lei, non dicendo nulla, vorrebbe farmi credere che ciò che ascoltava era acqua sporca riciclata, neppure buona per dissetare le paludi.

Ancora il foruncolo restò un muto punto interrogativo .

– Cerco la soluzione – disse Willspie calmo, – cerco il vero colpevole! Sua moglie non può rimanere in carcere: lei non ha ucciso nessuno! Chi ha sparato aveva un progetto in testa ben definito.

Nulla, assolutamente nulla! Quell’uomo che gli stava davanti era una lunga strada vuota nel grande deserto. Gordon ebbe qualche dubbio, poi partì all’attacco. Disse, come gli fosse ormai tutto indifferente: – C’è chi vive nel sogno e chi lo vuole realizzare; chi finge e chi calpesta; chi approfitta e chi subisce. Ci sono mille maschere e milioni di segreti, e le mille maschere e i milioni di segreti sono legati insieme dal filo indistruttibile dell’inganno nascosto.

Incominciò a recitare: “Tu hai la potenza sfibrata dello scoiattolo, e fuggi nel nero infinito di una domanda oscena, come ape che punge il nettare dei peccati dei giusti… E’ il pensiero di un pazzo che risponde all’amata quando lei gli scrive: J cure a random nel mio lettore mp3… Dolci parole terrorizzate di pallidi ragazzi invecchiati; a che serve creare? A che serve avere in pugno stolti individui?… Ecco, mio adorato, cos’è che devo imparare? Dimmelo tu! Devo forse coltivare le mie ossessioni e addobbarle con fiori appassiti? Caro, caro mio amore, sto conoscendo i miei segreti: un incontro folgorante con me stessa, l’incontro che cambierà il corso della mia vita per sempre. Dimmi, amore! Dammi quelle parole duramente dolci che io possa far sbocciare in giro per il mondo… Non ci sarà luccichìo di ruscello né chiarore di luna né tuoni e lampi di tempesta, ma verrà il mio cavallo bianco per rapirti e portarti nell’aria…”.

E’ così, signor Arnold! Adesso io le dico: farò tutto il possibile per incriminarla come l’esecutore materiale dei delitti del fotografo Paul e del normanno Matthew. Lei vuole che sua moglie marcisca in un carcere, ma io adesso so che sua moglie è innocente. Ho le prove: il delitto del normanno è stato commesso da un assassino che ha premeditato ogni cosa con cura diabolica.

Sua moglie, signor Arnold, è stata vittima, due volte, di un diabolico piano. Per due volte lei è rimasta davanti ai morti ammazzati, con l’incubo dell’incriminazione di due delitti volontari.

Sì, il piano, per entrambi i casi, era diabolico e degno di una mente geniale e distorta.

Signor Arnold – rimarcò Willspie, – è arrivato il momento di dimostrare chi è lei realmente!

Lei resterà solo nonostante le sue lettere alla moglie (le sue lettere sono lette e lei lo sa, per questo lei scrive alla moglie nel subdolo modo del finto amore ). Mi creda, signor Arnold, restare in silenzio non gli giova: presto sua moglie uscirà dal carcere.

– Quella puttana! – imprecò finalmente Arnold, agitando le mani davanti agli occhi: ma il punto interrogativo sulla tempia non si mosse. Continuò sarcastico: – In fondo, là dentro quella cripta non succedeva nulla! Cos’ero io? Cosa sono mai stato io per quella puttana? –. Strinse le labbra e le inumidì con la punta della lingua: la rabbia le aveva rese violacee. – Il nulla, ecco cos’ero! – –. Guardò Willspie con odio. – Il nulla non parla, il nulla non esiste, il nulla è muto… il nulla non dirà altro che “nulla”! Lei fa presto a dire “parli”. Ebbene sì, io sono un fossile calcificato che è l’equivalente del “nulla”.

Vuole proprio sapere cos’ho sentito dietro a quella porta? Intrecciò le dita, ma non venne fuori nessuna preghiera. Disse, fregandosi il foruncolo con gl’indici intrecciati: – Posso riferirle solo queste parole che dicono tutto: stavo dietro la porta e loro si massacravano. “Tu sei un fossile calcificato, così puoi soltanto morire!”. Era Beryl che lo diceva all’uomo: lui muto!. “Così sei già morto!”. Parlava così, poi, all’improvviso, il colpo gobbo! L’ho sentita bene. Ha detto: “C’era bisogno di ammazzarlo?”.

Il riso di Arnold produsse due scavi profondi intorno alla bocca e Willspie lesse in quegli scavi la totale soddisfazione. Disse perentorio all’uomo: – Vada avanti!

Il riso di Arnold restò incerto sulla bocca e l’uomo proseguì: – Sentii finalmente la risposta di quel Matthew: “Lui non ne voleva sapere di lasciarti in pace!”. Ha capito, detective: il normanno era anche geloso! –. Beryl gli rispose furente: “T’infastidiva perché gli facevo da modella. Imbecille che non sei altro: ti ho detto di fargli paura… soltanto paura! Sei un assassino!”.

Arnold gongolava come maschera tragicomica antica.

– Cos’altro ha sentito? – tagliò corto Willspie.

– “Adesso mi denuncerai!” sentii che gridava quello, poi niente altro.

Là dentro: strusciare di stoffe, strisciare di piedi nudi, rimestare di grida strozzate; e poi ancora colpi di colluttazione, ansimi, suppellettili rovesciate, plastiche schiacciate, rubinetti aperti e chiusi, colpi di pettini lanciati sugli specchi. Tutto era rabbia là dentro, tutto era odio, tutto era collera.

Detective – disse Arnold con la bocca trasformata in caverna, – là dentro si stava preparando il dramma.

Ancora un attimo di pausa, poi l’uomo finì: – Quasi subito, il finimondo degli spari, e io fuggii su per la scala, scivolando sulle macchie di bitume prima di raggiungere la porta d’uscita. Voi mi avete trovato là, nel punto dove sono caduto.

Willspie annuì.

A questo punto, Arnold fece un suo soliloquio allucinante. – Detective Willspie – disse come in trance, – lei sa cosa significa stare dietro a una porta e al di là della porta sapere che la propria moglie è a letto con un uomo e sentire che gli parla di un altro amante precedente e poi parla di tradimenti, di omicidio, di morte. Tu sei lì ad ascoltare e non puoi e non vuoi fare nulla! Tu ami tua moglie e non sai darti una risposta, non sai darti una spiegazione, non sai neppure renderti conto perché sei lì con la pistola in mano, con una pistola che l’hai comprata apposta per uccidere tua moglie quando hai scoperto che lei ti avrebbe tradito per sempre e in ogni occasione; sì, hai comprato la pistola e vuoi uccidere tua moglie, perché l’ami alla follia e non puoi fare a meno di lei e non potrai mai fare a meno di lei se sai che lei è viva. Sì, se lei è viva! Perché speri che se fosse morta, qualcosa cambierebbe in te: almeno non ne sentiresti più il profumo e non vedresti più la sua carne e le sue forme.

Certo, signor detective, la sua ombra ti dannerebbe in eterno, ma… le ombre svaniscono, loro non sono nulla!

Il mondo ti dice: “uccidila”, tutti vogliono che tu l’uccida! Ma tu non userai mai la pistola contro di lei perché non puoi privarti di lei. Tu non l’ucciderai mai!

E’ peggio dell’oppio! Della lebbra! Del cancro!

Il viso allucinato di Arnold sudava.

– Ma la lascia morire in carcere – disse Willspie.

– Là, lei vive! A me interessa soltanto che viva.

Poi lui raccontò ciò che era successo dopo essere scivolato sulle macchie di bitume ed essere rimasto disteso per terra semisvenuto. – Era come se tutta la mia vita fosse stata assorbita dalle macchie di bitume che mi stavano intorno – disse nel suo solito tono assente. – Tutto era finito! Io stavo con la faccia schiacciata sul pavimento e vedevo le macchie di bitume scivolarmi dentro come ragni oleosi.

Volevo urlare tutta la mia rabbia per essere stato un codardo, graffiarmi gli occhi. Restavo immobile e il mio cuore urlava: “Perché non hai oltrepassato quella porta? Perché non hai sparato, tu, a quei due? Eri tu che dovevi sparargli addosso! Tu eri l’unico ad avere diritto a sparare là dentro!”.

Arnold sussultò come una maschera Baulé e Willspie vide sul suo viso l’idea astratta della morte. Quell’uomo era un foruncolo giallo che correva all’impazzata più forte della propria anima: avere il diritto di uccidere!

Arnold proseguì: – Con uno sforzo estremo riuscii a voltare il viso verso la scala che portava alla cripta, così vidi nella nebbia un’ombra lieve raggiungere l’ultimo scalino e corrermi incontro come una gazzella. Era agile e filiforme, e calzava scarpe. Scarpe da uomo o da donna? Non so, non ho capito: troppa nebbia davanti ai miei occhi, troppa luce nel corridoio, troppa paura dentro di me. Quell’ombra mi correva addosso, i suoi passi lievi, incorporei… Adesso era lì sopra di me… prendeva la mira, ero terrorizzato. Attesi, tutto accartocciato su me stesso: il viso schiacciato sulle macchie di bitume, le mani a pugno sulle orecchie.

Ma l’ombra mi scavalcò leggera e fuggì fuori nella notte.

Arnold sapeva raccontare bene, Willspie ne convenne.

– Adesso mi ascolti attentamente, signor Arnold – disse, – è importante che lei ricordi!

Il cuore di Willspie batteva forte, la soluzione era lì a portata di mano e tutto dipendeva da un ricordo. Il momento giusto, l’attimo di genio, il correre veloce verso la fine: dov’era il tempo? Disse tra sé: “Non devo fallire”.

Parlò ad Arnold con assoluta calma. – Signor Arnold, – disse confidenzialmente, – vorrei che lei facesse un piccolo sforzo per ricordare. Dunque, lei è là disteso e ha gli occhi rivolti verso la scala. All’improvviso, sull’ultimo scalino, vede materializzarsi un’ombra: l’ombra non ha viso! L’ombra è soltanto un’apparizione che ha contorni di viso indefiniti: c’è troppa nebbia nei suoi occhi, Arnold, e c’è luce accecante nel corridoio. Dunque, l’ombra corre verso di lei e per lei è un’ombra che non ha viso. Adesso mi ascolti bene, signor Arnold, le chiedo: secondo lei, chi le veniva incontro era un’ombra che non aveva viso oppure era un’ombra che aveva un viso non visibile: perché, tentiamo un’ipotesi, era coperto da qualcosa. Ricorda, sìgnor Arnold? Lei era là, disteso sul pavimento, e guardava quel viso venirgli incontro minaccioso… il viso di un’ombra che non aveva viso! E così lei, con tutta quella confusione di nebbia, di luce, di paura e di morte… con tutti quei colpi d’arma da fuoco nelle orecchie… E poi: forse era stata lei stessa, quell’ombra, a sparare tutti quei colpi! Quell’ombra era senz’altro un’ombra che non rideva affatto! Oppure era un viso di ombra nascosto che non rideva? Si sforzi, la prego! Cerchi di ricordare quel viso che non rideva! Ma quel viso non poteva ridere! Quel viso non poteva ridere perché era nascosto!

Non è così, signor Arnold?

Quel viso non rideva, perché era nascosto da qualche cosa che gli impediva di ridere! E quel qualche cosa gli impediva perfino di mostrare la sua paura o la sua soddisfazione o il suo odio o la sua gioia! Sì, anche e soprattutto la sua gioia! Una gioia per aver raggiunto, finalmente, una duplice vendetta!

Willspie fece una pausa di riflessione, poi riprese incalzante: – L’ombra… il viso nascosto, l’uomo appena ammazzato, il fotografo ammazzato prima, sua moglie implicata nei due omicidi e risparmiata dall’ombra senza viso, perché invasa da una vendetta diabolica: donarle la vita per tramutargliela in carcere a vita.

Ecco, signor Arnold, adesso manca il tassello più importante del mosaico. Adesso il suo ricordo può completare il mosaico. La prego di fare lo sforzo estremo di ricordare! Anche la vita di sua moglie dipende dal suo ricordo!

Willspie pensò a Mamie e Mamie era lì con lui. – Signor Arnold – chiese con dolcezza, – ricorda cosa c’era sul viso dell’ombra?

Guardò l’uomo e l’uomo aveva il viso contratto dallo sforzo di ricordare. Poi il suo viso si riscosse. – Ricordo! – disse l’uomo, – non ho dubbi! Signor detective, il viso dell’ombra era coperto da una veletta che fluttuava per il fiato grosso della bocca.

Sì, adesso ricordo: una veletta… con qualcosa sopra di rosso.

“Con qualcosa sopra di rosso: prima era un’ombra senza viso, adesso la veletta sul viso aveva perfino qualcosa di rosso sopra! Quest’uomo recita!” disse tra sé Willspie. Gli chiese con noncuranza: – Conosceva Betty, l’ex modella di Paul McCherry?

L’uomo rispose pronto: – Beryl me ne ha parlato… Già – fece stupito, – la veletta a pois rossi! Sì, Beryl me ne ha parlato, mi ha detto che quella signora, per tutto il tempo che è stata nello studio, ha sempre tenuto coperto il viso con una veletta a pois rossi.

Un riso sardonico di maschera greca.

“Finge” pensò Willspie, “cerca di scaricare tutto sull’ex modella. In fondo, Betty ha tutte le carte in regola per essere la sospettata numero uno. Perché quest’uomo non l’ha detto al processo? Semplice: perché avrebbe scagionato completamente la moglie!”. Sorrise all’uomo.”Quest’uomo, però, ha dimenticato un piccolo particolare: già, un nonnulla! Lui non ha tenuto conto che sulla sua strada poteva incontrare Gordon Willspie!”.

Disse all’uomo: – Signor Arnold, lei mi è stato di grande aiuto. Si tenga a disposizione, presto avrò bisogno di lei.

Arnold gli sorrise.

° ° °

Willspie restò a pensare da solo nel suo ufficio.

“Già,” disse alla sua immagine riflessa nel grande specchio d’angolo, “l’incavo! Il buco nero al posto del concio sul primo arco a destra della volta a botte: già, l’ho visto! L’incavo al posto della pietra, proprio sul bordo finale dell’arco. Un buco abbastanza grande da passarci una rivoltella!

Geniale ghiribizzo architettonico di un costruttore: un buco a vista al posto di una pietra! Geniale vezzo architettonico!”.

Quando Willspie andò alla cripta, trovò una pistola calibro 22 dentro l’incavo sull’arco destro della volta a botte.

° ° °

“Il vecchio! Chi crede nell’amore è il vecchio! Il vecchio non teme gli inganni: lui li capisce tutti e può ridere di loro e aggrapparsi con fiducia all’illusione dell’amore. L’amore: la resurrezione del vecchio! Il vecchio vivrà con il sogno e il sogno avrà le ali della fantasia e la fantasia solleverà le vecchie ossa nel firmamento della leggerezza.

Quale fortuna ha il vecchio! Ma lui non la conosce.

Betty era seduta in una poltrona di rafia azzurra.

“Quali pensieri toccano la mia mente? Quale pazzia colpisce il mio cuore? Qui, nel turbine della pazzia, io vedo l’attimo della morte corrodere la mia anima: la morte corre al mio fianco e io posso tutto! Io sono l’opposto del nulla: non ho patria, non ho madre, non sono madre, non sono amante, non sono figlia. Io sono colei che non fu mai e il mio trono è uno scanno di foglie secche. Il capolavoro del mio non essere nulla l’ho infine raggiunto : ho messo paura a chi era già morto, sono un’assassina virtuale!

Tutti lacché! Tutti a far finzioni di penitenze, con i pesci a tremare nell’acqua di ghiaccio: dove l’ho sentita questa frase? Gli ebrei, il loro mese di Elul, preghiere e digiuni: quando Dio sarà libero dell’uomo? Il mondo è fatto di lacché! Inchini, sorrisi, vendette, ipocrisie, falsità…serpi che strisciano nel buio.

Venite a prendermi, luridi bastardi! Io vi accoglierò con il mio cadavere!”.

Betty aspettava. Fuori era buio, un piccolo riverbero di finestra era il solo segno di vita. Tutto il resto non aveva importanza. “Né il giorno né la notte né il sole né l’uragano né la fantasia né gli urli né i pianti né gli scoppi degli entusiasmi! Non c’è soluzione nella pazzia; non c’è soluzione nella vita; la vita non dà soluzioni, lei stessa non esiste, e non si lascia afferrare e sfugge dalle dita come lucertola nei fossi di liquame. La vita vince perfino la morte, e non ha fine, ti ride in faccia, ti sommerge. E’ una curva, la grande curva, la barcollante curva che ti assorbe, ti getta nell’infinito e poi ti stritola.

Non pareggia mai nulla, e chi s’è visto s’è visto!”.

Betty farneticava e aspettava.

Li aspettava al numero 761 di Columbus Circle senza vedere nulla: sul viso aveva la veletta a pois rossi, Nessun cielo terso, nessuna grande piazza schizzata a giorno dalla grande luna, i suoi occhi raccoglievano il rosso dell’amore, lei aspettava il loro arrivo sorridendo.

Aveva sparato tutto il caricatore dopo che l’uomo era già stato ucciso dal marito di lei.

Ecco arrivata, finalmente, la sua occasione! Scaricare tutti i venti colpi sul soffitto, sulla parete e sul pavimento, gettare la pistola ai piedi della donna odiata e far ricadere su di lei la colpa del delitto.

“Ancora un mio capolavoro” pensò. “La donna era in uno stato di terrore tale, che non mi è stato difficile metterle la pistola in mano per le impronte digitali, prima di gettarla ai suoi piedi”.

Ma non aveva tenuto conto del fattore imprevedibilità: l’imprevedibilità, l’anima della vita!. Non aveva tenuto del fattore ‘numero’! Dentro un numero si nasconde sempre qualcosa di decisivo: tutta la vita dipende dai numeri, in quel delitto il numero magico era il 22: 20 colpi sparati dalla sua pistola più 2 sparati dall’omicida. Ma tutto era sconvolto in lei, tutto era confuso:: perché 22 e non 20? In fondo, lei aveva raccolto immediatamente 2 bossoli per dimostrare alla polizia che era stata soltanto la sua pistola a sparare. Una volta arrivata, la polizia avrebbe raccolto i 18 bossoli e tutto avrebbe pareggiato. Invece no! L’omicida aveva lasciato volontariamente i due bossoli dei proiettili da lui sparati: volontariamente! Perché? Quale diabolicità nascondeva la sua mente? Che volesse incastrarle tutt’e due: moglie e lei, Betty? Eppure quell’uomo aveva poi confessato il delitto! Qualcosa di straordinariamente imprevedibile era successo: che ci fosse stato un mostro di intelligenza e di intuizione nel corpo di chi aveva indagato?

A lei, comunque, ormai poco importava: lei adesso doveva decidere della sua sorte. Lei non avrebbe mai permesso che uno solo di loro (dei poliziotti) avesse potuto soltanto sfiorarla: l’oppiaceo era pronto nella siringa e la siringa era lì sul comodino e tutto era pronto per l’iniezione e il veleno avrebbe fatto il suo corso con la velocità della luce.

Ma fu tutto diverso.

Sentì che erano già nell’ascensore: doveva far presto! Tutto era pronto, l’oppiaceo era in agguato.

Sentì aprirsi l’ascensore nel pianerottolo, passi veloci si avvicinavano, il tempo era scaduto. Prese la siringa…

° ° °

Ci fu un gran bazar di suoni, stridii, grida, musiche e martelli. Pance ballonzolanti, nasi camusi, orecchie al vento, busti lunghi, brevi, storti, sghimbesci, raccorciati e ancora gambe e braccia piene, forzute, muscolose, storte, gracili. Il grande inferno risuscitato, i morti che ridevano e bivaccavano per la grande festa del giorno sabbatico.

Il caos, il non riposo, la fuga.

Sgambettare, gridare, stridere: timpani di bocche e di pance, l’urlo che non chiede il silenzio. Caos!

Era così che bisognava fare, Gordon Willspie inscenò tutto quel turbinare di suoni e di immagini per distogliere l’attenzione di Betty. La sua veletta eternamente sul viso, il nascondere le paure del tempo, l’incedere nell’incertezza della vita e dell’amore. Lei, abbandonata da Paul McCherry, ingannata e messa da parte come ferro vecchio.

Ma era la veletta ciò che preoccupava Willspie, adesso che aveva davanti tutto l’intera scena del delitto. Willspie che pensava: “Arnold sta fuori dalla cripta ad ascoltare, poi decide di entrare per farla finita con i due. Betty è nascosta dentro il grande armadio a muro, sta rannicchiata dietro i vestiti di Matthew, è pronta a uscire e a uccidere. Quando decide di uscire e sparare contro i due, è preceduta da Arnold. Dunque, tutt’e due colpevoli? Certamente! Nell’intenzione: colpevoli allo stesso grado; nell’esecuzione materiale: assolutamente da escludere la colpevolezza allo stesso grado. La legge giudiziaria ragiona così: chi uccide, va alla fine dell’idea dell’uccidere, dunque è un omicida a tutti gli effetti; chi non uccide, lo dice la parola stessa: non commette nessun delitto! Può, dunque, essere ritenuto un omicida chi non ha commesso, di fatto, il delitto?

Adesso io, Gordon Willspie, ragiono così: Betty si ritiene colpevole come fosse stata, lei, l’esecutrice materiale dell’omicidio! Nessuno potrà mai convincerla del contrario e sai perché? La veletta! Chi porta perennemente sul viso una veletta è individuo socialmente non attendibile; è individuo pericolosamente esposto a fare qualcosa di irreparabile contro se stesso, perché catastroficamente fragile e ipersensibile all’ennesima potenza. Figuriamoci, dunque, se questo individuo venisse soltanto avvicinato dalla polizia per interrogatori e accertamenti. La sua distruzione totale, la sua svolta tragica senza appello.

Ecco perché, adesso che siamo qui per avvicinare quest’individuo (Betty), devo inventare una sceneggiata per salvarlo.

Nasi, pance, arti, urli, burattini, ventriloqui: il teatrino portatile dentro una semplice gabbia da gatto per confondere Betty. Voglio tentare con questo teatrino! Faremo così: gli uomini in divisa entrano in azione prendendo l’ascensore, io sorprendo Betty con il baccano del teatrino, salendo le scale ed entrando in casa prima dei miei colleghi.

Blitz bifronte: necessario! Necessario, perché lei ci aspetta e quando ci sentirà uscire dall’ascensore, si sparerà o si bucherà o s’impiccherà.

Devo assolutamente sorprenderla e immobilizzarla! Spero che la gabbietta casinista funzioni”.

Willspie e i suoi colleghi inscenarono il blitz ideato dal detective e Betty fu bloccata in tempo, un attimo prima che l’ago s’infilasse nella sua vena.

Betty aveva sfidato Gordon Willspie; ma Gordon Willspie era il genio!

Epilogo

Seguirono i processi a carico di Arnold e Betty, e un riesame del processo a carico di Beryl. Seguirono fiumi di parole, disquisizioni, riferimenti a ‘il caso tale’, il ‘caso tal’altro’, ‘la tal sentenza’… . Giochi di ricorsi e di farfalle al vento.

Tutto era già stato chiarito, ma…

Stralci delle varie condanne.

“L’imputato Arnold … è condannato all’ergastolo, perché la volontà del teste di recare danni irreversibili ad altri risulta chiaramente premeditata… Il teste sarà trasferito nel carcere di …”.

“Dopo il riesame del processo a carico di Beryl … , la teste è condannata ad anni tre di reclusione da scontarsi nel carcere…, perché, pur non risultando presente all’uccisione del fotografo Paul …, né risultando in detta teste volontà di premeditazione, in lei c’è stata ‘rilassatezza morale’ (così, la Corte), riferita sia dal testimone Arnold … che dalla testimone Betty … presenti al colloquio rivelatore avvenuto tra la qui presente Beryl … e il defunto Matthew …. uccisore materiale del fotografo Paul … …”.

“L’imputata Betty … è condannata a sette anni di reclusione da scontarsi nel carcere di …, più due anni di riabilitazione presso la comunità …, perché, pur non avendo commesso materialmente il delitto, le intenzioni di uccidere risultano evidenti. La sua partecipazione al fatto delittuoso risulta aggravata dalla sua ferma intenzione di far ricadere ogni colpa del delitto sulla teste Beryl …, avendo gettato, proditoriamente, la sua pistola ai piedi della suddetta teste…., e, fatto ancora più grave, avendo messo la pistola nelle mani della suddetta teste, inebetita dal terrore, con la indiscussa intenzione di imporre sull’arma le impronte digitali della teste e aggravare, così, la sua posizione di colpevolezza. Tuttavia le si riconoscono le attenuanti generiche di abbattimento morale e psichico legate all’intera vicenda…”.

I giochi erano fatti: i colpevoli alle sbarre e i morti benedetti e sepolti. Gordon Willspie, alla fine, andò da Mamie e tra loro ci fu un dialogo rivelatore di luce; ma la luce, spesso, si nasconde nel buio della notte e la notte è lunga, stregata, segreta e piena di speranza per l’alba che viene, ma è anche pronta a rinchiudersi di nuovo nel suo buio, intrigante e furtivo, che sempre incombe.

Gordon Willspie e Mamie s’incontrarono nella grande sala fiorata, riflessa nei crescioni inglesi e nelle pannocchie gialle dei lentischi in lotta coi pini e con gli abeti del Marcus Garvey Park.

Gordon disse: – Ci sarà pace, Mamie?

Mamie disse: – Sì, Gordon!

Il dialogo continuò con la domanda di Gordon e la risposta di Mamie.

– Beryl, quando avrà scontato la pena cercherà altri uomini?

– Sì!

– Betty, quando uscirà dal carcere e dalla comunità cercherà altri uomini?

– No!

– Questa è la formula della felicità?

– Se c’è libertà nel cuore.

– Mamie, dimmi, l’uomo uccide?

– Sì, sempre! Infiniti sono i modi per uccidere.

– Non c’è dunque via di scampo?

– Nessuna via di scampo, semmai una via di sicurezza.

– Quale?

– La fuga.

– Fuga da che cosa?

– Dall’amore.

– Di amore non si può fare a meno.

– Sì, non se ne può fare a meno, ma sarebbe sufficiente un sorriso, un gesto di amicizia, una carezza, un bacio…

– E il sesso?

– Difficile farne a meno.

– Non credi, Mamie, che l’amore sia un alibi per scacciare la morte?

– Al contrario. L’uomo fugge l’amore per non morire prima del tempo stabilito.

– Ritorniamo alla fuga. La fuga è sempre un atto di codardia, di debolezza, di incertezza.

– Non è proprio così. La fuga serve per evitare la morte; la codardia, la debolezza, l’incertezza sono stati del carattere e dell’anima dell’uomo. Gordon, si vive per evitare la morte, e questo è ciò che conta.

– Vale la pena morire per qualcuno? Vale la pena uccidere per qualcuno?

– Morire… uccidere. Tutto ciò è sofferenza.

– Dunque…

– Dunque, morire e uccidere per qualcuno non vale mai la pena.

– Mamie, la sofferenza è anche gioia.

– Che fai, il sofista?

– Ed è anche appagamento.

– Adesso fai il nietzchiano.

– Affrontiamo l’argomento “sensi”. I sensi possono travolgere?

– I sensi danno appagamento, ma possono anche travolgere.

– Non c’è dunque serenità in essi?

– Direi che non c’è sacralità.

– I sensi sono di varia natura?

– Negli sfrenati c’è atrocità.

– Che equivale…

– All’impossibilità di raggiungere la felicità.

– Mamie, l’uomo è soltanto ombra?

– E’ anche luce.

– Ombra e luce insieme?

– L’ombra non l’afferri, la luce ti acceca.

– Vince dunque il dubbio, nell’uomo?

– L’uomo vive nella sofferenza del dubbio, che equivale a dire: vive nella sofferenza dell’ombra e della luce.

– Vive anche per l’annientamento di se stesso?

– Mai! Ma ci sono casi particolari che dicono di sì, vedi i casi di Arnold e di Betty.

– In quale lettera dell’alfabeto li metti?

– Nella lettera P, che equivale alla categoria dei “pusillanimi”.

– Sarebbe la categoria dei vili?

– Sarebbe la categoria di chi non ha nessun tipo di coraggio.

– Si fa presto a dire: avere coraggio!

– Facilissimo: basta avere logica nel cuore.

– Logica nel cuore?

– Nulla vieta che la logica possa stare anche nel cuore.

– La logica e il cuore sono due forze opposte e contrarie.

– Se non si è capaci di amare!

– D’accordo, ma la gelosia, l’odio, la vendetta…

– Ricchezze di pusillanimi!

– Un po’ di forzatura, Mamie, non credi?

– Gente non pusillanime ce n’è più di quanto si voglia far credere.

– Questo porta a una identità invisibile dell’uomo?

– Meglio dire: a una identità inafferrabile.

– Mamie, per identità invisibile intendevo dire: nascondimento dell’identità per convenienza.

– L’identità sfugge a noi stessi.

– Adesso sei tu a fare la sofista.

– Non si è sofisti con l’ombra e la luce che noi possediamo.

– Dove sta la luce in Arnold? Non vedo che ombra in lui.

– I pusillanimi non hanno luce. Arnold è il male invisibile dell’uomo, in lui non c’è riscatto.

– Non ha un suo Dio?

– Se però lui lo vuole.

– E Beryl, Mamie?

– Beryl è un essere umano, in più è donna.

– Non ti credevo spirito di corpo.

– Il mio non è spirito di corpo. Beryl racchiude in sé il rischio di essere umana. Non sai, Gordon, che essere umani comporta, sempre, un rischio? Forse tu lo canti nei tuoi gospel!

– Mamie, la vita è un rischio e una sfida infinita. Sì, io canto il rischio e la sfida nei miei gospel.

Ce n’è uno che lo canto sovente. E’ il Jazzbo Brown from Memphis Town. “… Jazzbo Brown di Memphis è un buffone,/non sa ballare, non sa cantare,/non conosce la musica, non sa leggere una nota,/ma quando appiccica i suoi brutti labbroni intorno a quella dannata cornetta,/scatena un uragano di peccato e di applausi,/Dio l’aiuti,/io potrei ballare un mese intero solo se quel pazzo ci soffiasse dentro…”.

– Camminare nell’infinito del nulla, anche al di là dell’anima stessa: questa è la vita, Gordon!

– Meglio l’attimo di bufera che ti strappa i vestiti di dosso o un tramonto che ti graffia il respiro coi suoi raggi di fiamma morente.

– Togliamo la poesia, Gordon, e mettiamoci un grammo di stima in ogni cuore. La stima è sorriso!

° ° °

Beryl ritornò nel suo piccolo appartamento con la parete di cristallo che illuminava il giardinetto nelle notti di luna piena. Al centro del piccolo giardino sorgeva un sicomoro piantato da lei con le proprie mani. Lei viveva con il figlio e aveva un uomo, Albert.

Erano passati dieci anni, tutto era finito, lei, nelle notti di luna piena, restava sotto il sicomoro con Betty, la sua antica rivale, che non portava più sul viso la veletta a pois rossi e metteva bene in vista, con aperta disinvoltura, la sua pelle di gesso raggrinzita a rivoli minuti sul collo e sulle spalle sempre nude

Le due donne erano legate strette dal filo invisibile di una sfida per gioco e da un’intima attrazione.

Anche quella sera di luna piena loro erano lì sotto il sicomoro, sedute l’una di fronte all’altra, la stessa mano destra molle sul piccolo tavolo di paglia cinese, gli occhi ardenti di Beryl sui riflessi lunari dei cristalli, gli occhi assonnati di Betty dispersi nel chiaroscuro delle foglie del sicomoro. Ascoltavano i brusii del traffico ordinato che scorreva fuori e tutto in loro era irreale, non di questo mondo.

Il viso di Betty aveva tutte le caratteristiche del muso di un cane che aveva partecipato al concorso canino del Baltimore New Post.

Le due donne si sorridevano sotto la luna ed erano sculture di carne e di marmo dentro il lento fruscìo di foglie; tutt’e due sospese tra le corde di un paracadute impigliate nei fili dell’alta tensione. Stavano nel fresco del sicomoro, ordinati robot senz’anima; ma forse qualcosa dentro di loro si muoveva ancora, ed erano le palle degli incubi lanciate dal passato a velocità folle. Davanti a loro c’era un bicchiere di liquore secco ancora quasi pieno e del ghiaccio in un secchiello che dava riflessi argentei alla paglia cinese del tavolo.

Era come se loro fossero in un pic nic tra i sicomori, senza il battere delle ali degli uccelli tra le fronde mosse dalla brezza marina.

– E’ una fame che non ha fine – disse Beryl.

– Di quale fame parli? – disse Betty.

– Dell’amore!

Betty sorrise e tutta la pelle ingessata del viso si distese. – L’amore non deve mai vincere – disse senza muovere un solo muscolo facciale. Colorò poi ciò che aveva appena detto con una frase che non ammetteva repliche. Disse: – L’amore ti ride solo in faccia: lui ti cancella.

– Cancella anche il vuoto che si lascia dietro? Nessuno può accettare il vuoto seminato dall’amore –. Beryl disse tutto ciò con indifferenza.

Betty cambiò rotta: – Tutti sono attratti dal mistero del corpo – disse.

– Vale a dire: dal sesso?

Betty restò per un attimo nel silenzio delle foglie del sicomoro, bevve una sorsata di liquore, si passò la mano sottile sulla pelle screpolata del collo. Beryl vide in lei un fantasma pallido che restava sospeso nei riflessi lunari del giardino.

Betty disse: – Il cuore non è una batteria elettrica, i suoi accumulatori non si prosciugano mai.

– Già – fece Beryl, non si prosciugano mai. Poi creano cose irreparabili.

Ci fu un silenzio imbarazzante, poi Beryl ruppe gli indugi. – Il sesso ci investe tutti – disse.

– E’ l’ombra dei suoi accessori che ci oscura – disse Betty.

– L’ombra dei suoi accessori?

– L’ombra della mente, dei movimenti, dei sorrisi, delle finzioni, delle stravaganze.

– Il grande teatro umano – disse Beryl.

– Serve per non morire di noia – fece Betty.

– Ci pensa già l’arte, per questo – disse Beryl.

– L’arte è un’altra cosa – disse Betty con forza. – Con l’arte ci si libera dalla noia. Per questo l’arte è fuori discussione.

– L’amore è il capolavoro dell’umanità – deviò subito Beryl. – E’ la bellezza del mondo, il suo canto ideale…

– Del nulla! – s’introdusse Betty di forza.

Ci fu un attimo di panico negli occhi di Beryl: lei fece uno sforzo immane per non rispondere male. Guai a incrinare l’amicizia con Betty! La loro amicizia voleva dire: vincere gli incubi del passato. Con Albert, invece, era ricordarli sempre! Con Albert era come far indossare una toga a una scimmia, e in più metterci in testa il parruccone: nessuna giustizia possibile! Nel cielo gli uccelli volavano, ma insieme agli uccelli volavano anche gli allocchi.

– La fantasia, Betty – le uscì da dire. Poi spiegò: – Insomma, saper fantasticare ancora; noi ci siamo colpite a morte eppure, nonostante tutto, siamo sopravvissute.

– Illudersi, per non morire! – disse Betty, e il suo viso di sola cartilagine si illuminò di un sorriso compatto, come di sorriso di piccolo bulldog.

Beryl ebbe un sussulto in tutto il corpo, poi guardò dentro i pulviscoli dorati della parete di cristallo e intravide la sua ombra riflessa nel freddo calore della luna. Non ebbe più dubbi: sarebbe invecchiata sola e con i suoi incubi. Forse avrebbe avuto altri amori, ma intorno a lei, per ogni altro amore, ogni luce si sarebbe spenta nel freddo andare della luna.

Guardò con speranza insistente negli occhi di Betty e dentro quegli occhi velati di lontananza lei vide una luce diversa dal freddo andare della luna.

Quella luce la rinfrancò.

In fondo, nulla era ancora perduto.


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