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Postfazione a
Esistenza
di Antonietta Benagiano

Una parola forte
Mario Selvaggio

Siamo di fronte a una raccolta poetica forte. A una presa di posizione che va dritta al cuore.

In un ritmo incalzante – la lingua stessa partecipa all’impegno di Antonietta Benagiano –, il grido di dolore colpisce e integra il lettore nel testo.

Dappertutto dolore, incuria, forza del denaro che ogni cosa travolge. La natura sembra una malata senza cura possibile. Il cielo è nero. I venti sono tempeste.

Dell’homo sapiens resta solo un vago ricordo. Nessuna sapienza. L’essere ha perso “le sue ali”. Solo incuria e angoscia, “nel pietroso andar che giammai ci lascia”.

I mari, i monti, i fiumi sono diventati “pattume”. La bellezza sembra aver perso il suo orizzonte. Tutte le perle di un tempo si sono sbiadite e tendono a spegnere la loro luce. L’erba e gli alberi resistono a malapena.

La tecnologia ci attanaglia con i suoli fili. Eppure la “bellezza della Creazione” sussulta, cerca un varco contro l’“insipienza del mal operare”.

Gli stessi Stati praticano iniquità, invece di proteggere il cittadino. “Sempre l’ingiustizia ha prevalenza”:

Difficile sempre il buon governo
or di più nella globalizzazione
ipocrisia che i mali accresce

e il popolo segue sua natura
finché può dal consumismo stordito
dall’illusione di poter far parte.

E la nostra cara Italia? Ormai la chiamano – forse per vergogna – il “Paese”. La gioventù ha perso la rotta. “Lo straniero spadroneggia”.

Le anime di Pasolini e Moro si levano d’Oltretomba, di fronte a tanta desolazione. Siamo strozzati da norme contro e non per, in un guazzabuglio di leggi.

Consumismo e pecunia, pubblicità senza pudore e grida contro il debole. “Tutto stravolge la competizione / or la soglia supera del buon senso”.

Quanta confusione intorno a noi. Il senso della bellezza è svanito nel nulla. La tékne ci stordisce e ci annulla. La parola d’ordine è destruere, non costruire, come invece hanno fatto i nostri padri per millenni.

“Su di noi Hiroshima ancor incombe / e per millenarie rovine andiamo”. Ammiriamo ancora il genio e la visione di Federico II, e le sue tracce in Puglia, ma sono evaporati “i segni dell’amore”.

Il colle dell’Infinito leopardiano è uno sbiadito ricordo. Non respiriamo. Il “pensiero antico” non esercita più il suo potere salvifico. Regna la “stagnazione”:

L’era di celerità strabiliante
al regresso ci sta ora portando
in disuso va la cultura scritta
di civiltà passaggio millenario
l’
emoticon è già incoronato
a Beatrice solo una faccina

Poeti e scienziati non sono esenti da colpe. Si fanno solo guerra tra loro, senza pensare a contribuire a salvare il mondo. Dove è finita “in ogni campo eccellenza italica”?

Una “nuova guerra mondiale ignorata” è alle porte, eppure la cecità colpisce lo sguardo dell’uomo.

Che fare allora? Non ci resta che gridare il nostro appello al Creatore, al “Flagellato”.

Lui soltanto può liberarci per sempre dal “Malefico”.

Imploriamo:

PACE
E PACE
E ANCORA PACE!

Questa raccolta poetica densa come il marmo è un libretto prezioso da leggere ogni sera, verso dopo verso, per prendere posizione, e chiedere la salvezza al Signore.

Università di Cagliari, 22 febbraio 2020

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