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Pionieri a San Domenico

Il gioco lessicale e connotativo messo in moto dal breve sia pur denso poemetto Pionieri a San Domenico nasce da profonde riflessioni sui valori della vita contenuti negli affetti, custoditi e rafforzati dal ricordo di Maria Luisa Daniele Toffanin. Uno scavo auto-biografico che si consolida nella costruzione di una memoria storica.

Non a caso l’appendice, “Dagli appunti storici di Lino Stimamiglio”, utilizza l’espressione prosastica per ripercorrere le tappe della creazione della parrocchia di San Domenico su cui ruota l’attività comunitaria dell’intero quartiere. A don Gino che “ci teneva / allertati nella chiesa ancora acerba / come in un cantiere spirituale”, subentra Don Renzo “qui sacerdote giovane / a crescere giovani contestatori / a lui amici devoti e sinceri”. Ben presto si diffondono iniziative per l’educazione dei bambini − “come l’asilo Montessori animato dalle suore / cuore di crescita futura, in mutata forma” (p.8) − le quali animano l’intero quartiere trasformato in “spazio d’umana formazione”, in consonanza con lo spirito pionieristico dei primi abitanti, tra cui vi è la famiglia della poetessa.

La sua casa, infatti, inaugurata nel 1974, è una delle primissime costruzioni di San Domenico, quando il quartiere era ancora aperto “ai greggi in sosta sui prati accanto a casa / favola di belati cuccioli / ai nomadi tranquilli all’ombra della chiesa”. Un tempo felice, dove le esperienze di vita personali sono condivise dalla comunità ed “ogni evento si dilatava / e diventava universo”. Con l’avanzare degli anni, “Si spense d’improvviso l’età innocente/svaporò quel senso cosmico d’infinito”, ma contemporaneamente si aprì “l’età felice del canto / dell’amore giovane dai nidi di primavera”.

Il senso di continuità tra vecchie e nuove generazioni è colto come “dono-rinnovo di vita / nuova minuta risurrezione, / era sconfinare il nostro tempo dell’attesa / in distese di turgide vigne / promessa-meraviglia di grappoli d’oro”. L’immagine delle vigne è ripresa in copertina nel disegno a china acquerellata di Marco Toffanin, in un dialogo proficuo tra figura e parola cui la poetessa è sempre sensibile, data la sua costante ricerca di forme espressive utili ad evidenziare la porosità dei confini tra diversi linguaggi. Non a caso i suoi versi delineano ritratti, figure, paesaggi colorati e vibranti, che interrompono la tensione per la ricerca dell’identità personale e per la riflessione metaletteraria sulla strategia poetica stessa.

Evidente è il ricorso all’ekphrasis, caratterizzata da un’assimilazione tra i due diversi modi di rappresentazione per eccellenza, l’arte verbale e quella visiva. Il poemetto, inoltre, contiene in sé una qualità narrativa in quanto raffigura, con efficacia, il momento pregnante e fecondo che condensa i passaggi temporali di una vicenda rendendo comprensibili al suo interno sia le azioni precedenti, sia quelle successive. Strategia sicuramente appagante per la poetessa che si riappropria del tempo e dello spazio.

Recensione
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