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L'anacronismo dei classici

L’arte è visione o intuizione. L’artista
produce un’immagine o fantasma: e
colui che gusta l’arte volge l’occhio
al punto che l’artista gli ha additato,
guarda per lo spiraglio che colui gli
ha aperto e riproduce in sé
quell’immagine.

Benedetto Croce, Breviario di estetica.

La polvere della navata, quella mattina, risultò quanto mai ostile e penetrante a lui disteso sul pontile, intento ad affrescarne le pareti. La stessa polvere di quando, bambino, disegnava sui sassi mentre pascolava le pecore nella campagna vicino Firenze. E pensare che era cominciato come un gioco. Che tuttavia lo fece notare subito dal maestro e dalla sua bottega. Maestro che ora lui, forse, aveva superato.

Questo pensava, desiderava ma anche temeva, mentre a matita marcava i contorni del Santo, conferendo man mano corposità e consistenza alla figura. A lui, pittore, il compito di descrivere con immediatezza e partecipazione, gli episodi più significativi ad esaltazione delle virtù di San Francesco. E nella sua mente i ventotto riquadri si andavano delineando già nitidi e volumetricamente costruiti. Si trattava “solo” di portarli alla luce, di partorirli assumendoli in sé ricreandoli, un pò come Dante in campo poetico. Focalizzando, disegnandola, quella prorompente capacità inventiva che avvertiva in sé. Si. Perché il giovane Angelo di Bondone, detto Giotto, sapeva bene in cuor suo che l’opera d’arte si alimenta prima di tutto nell’idea e che solo nel disegno, poesia silenziosa, si riconosce il momento dell’ideazione artistica. E questa possibilità di farsi matrice feconda, in grado di nutrire ed eternare la figura del Santo e la sua storia era per lui motivo di gratificazione artistica e umana.

In un’evasione tra insoddisfazione fisica e tortura della parzialità, come avrebbe poi detto Pound.

“Vedi – dice, rivolgendosi al suo allievo Stefano Fiorentino – il disegno deve essere naturale, in grado di descrivere il reale in modo plastico e il chiaroscuro come nella Bibbia di Calci. Devi pensare la figura come fosse creta, la più geometrica e semplice possibile. Anche lo spazio va pensato come spazio cubico, in modo da aderire ad ogni particolare scena conferendole la maggior vivezza narrativa…”

“Certo maestro, ecco perché questa roccia vicino al Santo è più levigata delle altre e la scena del Miracolo della fonte si identifica in un’ambientazione paesaggistica piuttosto che architettonica”.

“Bene. Inoltre devi trasferire i temi della leggenda dal loro clima a quello della nostra storia, così da attualizzarli in un tempo non più leggendario ma che sia il tuo, il mio, il nostro tempo”.

Il dialogo tra di loro scorreva fluido come le pennellate, mentre i soggetti del ciclo di affreschi si andavano delineando ogni giorno di più. Ma che dico ogni giorno, ogni momento; ad ogni respiro e battito cardiaco o pulsazione corrispondevano un tratto più nitido e marcato, un chiaroscuro più vibrante, un contrasto, un nuovo gioco prospettico in cui le figure si stagliavano nettamente dal fondo, si abbracciavano, vivevano…

Difficile per Giotto, o Ambrogio o Angiolo che fosse, quantificare con esattezza il tempo trascorso sul pontile a dipingere la navata per completare il ciclo di affreschi iniziato da Cimabue. L’arte del resto è il luogo della perfetta libertà, o della perfetta prigionia, per dirla con Suarès.

Era il 1290. Questo solo sapeva con certezza. Abbastanza comunque per sentire nitida e autorevole la voce del Crocefisso nel solitario oratorio dedicato a San Damiano. Abbastanza sapeva per ascoltare lui, solo un pittore, quella stessa frase programmatica che già aveva cambiato la vita di un uomo di gran lunga migliore: “Va Francesco, e ripara la mia casa”.

A lungo le monache clarisse della Basilica di Santa Chiara avevano nascosto il Crocefisso, quell’icona bizantina che in un giorno d’estate si era rivolta a Francesco. E aveva udito di tutto, fino ad allora l’artista, ma mai niente di simile: una voce celestiale, plasticamente tangibile ed imperante, eterna e vulnerabile allo stesso tempo.

E questo, proprio mentre affrescava la Preghiera di San Francesco nella chiesa di San Damiano.

Certo è che quell’uomo, Francesco, emanava lo splendore di una pace unica ed universale e a lui, interprete, una sorta di empatia ascetica del tutto nuova. Un vitale fil-rouge legava ora il Santo a Giotto, il suo pittore. Fino ad allora l’artista, nell’illustrare le storie, si era attenuto al racconto di San Bonaventura, anche se introducendo il giusto caos nell’ordine.

Perché è questo, in fondo, il compito dell’arte; perché l’arte non è uno specchio per riflettere il mondo, ma un martello per forgiarlo. E poiché Giotto era un artista, non vedeva le cose come sono, altrimenti non lo sarebbe stato, un artista, intendo. Fino ad allora dunque si era attenuto a Fra Bonaventura. Ma ora la voce del Crocefisso, come già a Francesco, gli giungeva nitida e reale e al disegno seguì subito la campitura di colore e l’impianto architettonico dell’ambientazione.

“Da Francesco che ha risposto pienamente alla chiamata del Cristo Crocefisso, non può che nascere un’opera d’arte”- pensò Giotto.

E la piccola Chiesa di San Damiano in rovina, divenne ora, agli occhi del giovane pittore come già a quelli del Santo, l’immagine stessa della Chiesa dell’epoca, profondamente guasta e in decadenza. La nudità del Crocefisso, la sua povertà e le sue umiliazioni estreme, quanto gli apparvero in contrasto con il lusso e la violenza. Nel dipinto il messaggio di pace di Francesco si faceva ora tangibile e leggibile.

Tutto questo immaginò intensamente fino a viverlo Mariasole, storica dell’arte e entusiasta di Giotto, davanti all’affresco del Crocefisso di San Damiano quel giovedì 24 gennaio, tra i rappresentanti di un gran numero di chiese cristiane e comunità ecclesiali, giunti ad Assisi per testimoniare la pace.

Uscì dalla Basilica per non farvi più ritorno.

Qualche giorno dopo apprenderà della forte scossa di terremoto che aveva sconvolto l’edificio sacro, comprendendo solo in quel momento il senso delle parole che le erano echeggiate nella mente di fronte all’affresco: “Salvati!”.

Racconto presentato al
Premio letterario “Lorenzo Montano”
il 17 febbraio 2010

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