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Camicette bianche. Oltre l'8 marzo

Cadevano giù a decine,
alcune con i vestiti e i capelli in fiamme.
Dissero che somigliavano a comete
.”

E’ la storia di 126 operaie, morte nel rogo della Triangle Shirtwaist Company, di New York, il 25 marzo 1911: una morte terribile di ragazze giovanissime che sbarcavano ne “la Merica”, con pochi dollari in tasca, alla ricerca di un lavoro che potesse dare sostegno alle loro famiglie nelle terre d’origine.

Max Blanck e Isaac Harris, due intraprendenti immigrati russi, guadagnavano milioni di dollari sulla fabbrica di shirtwests, camicette con le maniche a sbuffo, di grande successo per la moda di quei tempi. Il lavoro delle operaie era retribuito con una decina di dollari a settimana, quasi niente per le ore di lavoro forzato che facevano, moltissimo per le loro famiglie che aspettavano quei soldi nell’altro continente.

Poi un incendio distrugge la fabbrica, le vie di fuga non sono sufficienti per la salvezza e tante di quelle ragazze si gettano nel vuoto dal nono e decimo piano del palazzo, perdendo la vita.

Ester Rizzo, da sempre impegnata in tematiche relative al mondo femminile, ricostruisce con determinazione, nel libro “Camicette bianche”, la storia di quasi tutte le 38 ragazze italiane decedute in quel drammatico evento e nel ripercorrere le loro giovani vite, scopre la povertà delle famiglie, lo sfruttamento della fabbrica ma anche lo sforzo involontario di quelle ragazze, nel segnare i primi passi dell’emancipazione femminile. Questo tragico evento è stato legato successivamente alla data dell’8 marzo, chiamato “festa della donna”, in ricordo della faticosa acquisizione dei diritti di lavoratrici in varie parti del mondo.

Il libro ne traccia la storia, ma è impossibile non commuoversi di fronte al drammatico evento. Sono stata colpita, tra tutte, da alcuni nomi delle ragazze: Anna Vita, Vita Carmina. La parola “Vita” spesso si univa al nome vero proprio, perché la mortalità infantile era molto diffusa. Ritrovare quelle fanciulle con la “vita” nel loro nome e pensare alla drammatica fine che hanno fatto, mi riporta allo sguardo dei loro genitori, che riponevano in quel nome una sorta di benedizione, come per implorare che la vita stesse sempre vicino a quelle figlie, anche oltre oceano.
Recensione
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