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Una voce solitaria nel frastuono della contemporaneità, la voce paca ma penetrante di Paolo Ruffilli, che osa, nel poema La gioia e il lutto, affrontare una tematica piuttosto minata e sfruttata per finalità non proprio poetiche.

Il nostro autore prende spunto dalla peste moderna per cantare la vita e la morte come autori del nostro passato hanno cantato la giovinezza e l'amore in periodi di guerra e malattia, che in apparenza, mal si prestavano al canto: eppure da sempre l'uomo ricostruisce sulle rovine, solo se da esse saprà trarre linfa vitale, poesia da questo caso, tragica alla maniera greca dove la coralità delle voci diventa liberazione della schiavitù del lutto-dolore, ineluttabile percorso della vita dell'umanità in ogni epoca ed in ogni circostanza. Nessuno può consapevolmente affermare che il lutto e la morte si possano aggirare con l'inganno , sia ignorandoli sia fuggendo da essi in luoghi fantastici dove vivere nella perenne gioia; più passano i secoli, più la tecnologia avanza, di più il male infierisce contro l'uomo, anzi con forme più sottili di crudeltà il dolore penetra nelle viscere del mondo, smarrendo le menti più solide e per chi fugge verso paradisi artificiali, in luoghi ameni e gioiosi, in questi ultimi tempi ha dovuto fare i conti con le catastrofi ambientali o con la crudeltà delle menti disumanizzatesi.

La gioia e il lutto di Ruffilli ha visto la luce nel mese di febbraio del 2001, quando ancora l'uomo nutriva speranze di pace e ricatto dalle aberrazioni inquietanti del 900 e credeva che il terzo millennio dovesse cancellare i ricordi delle sconfitte dell'uomo, vittima delle violenze della storia, mentre una fiduciosa speranza pervadeva gli spiriti, in realtà il poema del nostro autore s'inseriva, ma con prudenza, in questo contesto mentale di pacato ottimismo; ma essendo la tematica del male descritto, dolorosissima, si poneva in quella indagine poetica-filosofica che è propria della sola poesia possibile nel terzo millennio, che non può più permettersi il vuoto delle banalità roboanti e senza strutture portanti pur nella levità del pensiero poetico.

Il poema la gioia e il lutto ha in sé una forma nuova, l'asciuttezza dell'haiku la completezza del sonetto ma con una forza indagatrice profonda che incalza procedendo sul campo delle verità ossimoriche (gioia-lutto) e duna lentezza da saggio orientale e una determinazione che appartiene ormai al futuro: "la verità è che nascendo o morendo | non c'è in fondo | nessun rispetto | per la dignità della vita | nel mondo": un enunciato tragico (come incipit) che si nasconde quasi per evitare una deflagrazione devastante nel cuore di chi legge per capire e infatti la frase è pronunciata da una figlia, da tutti i figli del mondo, possiamo aggiungere, innanzi ai fatti che scorrono crudeli sullo schermo del nostro quotidiano.

Nella rappresentazione fantastica ma pur reale della morte per Aids – corale canto sul dramma-tragedia della peste moderna senza scendere mai nel banale o nella lamentela blasfema" niente si tace con la narrazione che ha i toni del sacro dove riecheggiano, per l'orecchio attento, i motivi del dialogo drammatico della lauda alla maniera di Iacopone da Todi, che la rese strumento di originale potenza espressiva – il tutto reso oggi da Ruffilli in chiave attualissima, forse ancora da scoprire... per quel che riguarda, soprattutto, le due visioni antitetiche della gioia e del lutto.

"Il male consumandolo | gradino per gradino | lo ha eroso e | via accorciato | riportandolo allo stato dipendente di bambino. | ..." si potrebbe procedere all'infinito per ogni verso del poema fino a riscrivere un trattato di un'aberrante cronaca per quanti vedono nell'Aids una maledizione divina ma dove c'è l'arte si annida la pietas innanzi all'ineluttabile senza via d'uscita perché ormai la medicina non ha più potere nello stadio finale ma soltanto qualche lenitivo placebo per placare il dolore fisico, evitando la disperazione nella dissoluzione atroce della materialità che si assottiglia. Paolo Ruffilli ci ha narrato qualcosa che solo il cinema americano di qualità avrebbe reso credibile e questo poema potrebbe essere rappresentato, ma soltanto da un grande regista!

Infatti nel poema di Ruffilli la poesia salva il sensibile attraverso la parola sensibile e qui mi sembra opportuno richiamare l'immagine dell'istrice sull'autostrada che suggerisce Derrida in "Che cosa è la poesia" aut aut n. 235/1990, pp. 123/124 ... chiuso a riccio, irto di spine, vulnerabile e pericoloso, calcolatore e inetto (si espone all'incidente proprio perché, sentendo il pericolo sull'autostrada, si appallottola). Non c'è poema senza incidente, non c'è poema che non si apra come una ferita, ma anche non c'è poema che non ferisca.

Le parole di Derrida possono, a io avviso essere una chiave di lettura ulteriore per il poema La gioia e il lutto, in quanto nessuno può negare a questi versi scarni e perfetti una forza che s'insinua con i suoi aculei sottili da bisturi nella coscienza di chi legge ma in modo tale da estirpare l'altra forma di male sottile, l'indifferenza. L'autore supera la barriera dell'isolamento in cui il condannato dall'aids si trincera, e quasi apre un sipario per conoscere gli attimi dell'addio senza violare i momenti di umanità attraverso la pietas e un nuovo amore che è poi la compassione nel senso etimologico del patire con il sofferente e per dire (pag. 40) "mi sono spaventato a contatto con il suo dolere | temendo di non essere | capace affatto | a reggere il confronto | con lui disfatto e spento | in giovinezza, | e aggiungendo angoscia | al mio violento stato | di sgomento".

Mai come in questo momento la letteratura e la poesia ha l'esigenza di essere sincere svelando nei limiti del possibile, la verità pur nelle sue forme più atroci: nella poesia di Ruffilli si riscopre la realtà della vera vita, la gioia e il tormento, la morte nella sua grandiosità maligna che si riduce ad un soffio su una candela accesa, che si spegne solo in apparenza poiché in altra dimensione, che ancora non ci è dato di scoprire, si riaccenderà, e nessuno può negare che si avverta questa dimensione misteriosa! Altrimenti saremmo animali e sconosceremmo il pensiero speculativo, conosceremmo, si, la sofferenza che pure le bestie avvertono, in quanto anche loro sentono la solitudine e la mancanza di amore ma tutto si fermerebbe lì, e sappiamo come una carezza, una scodella di cibo acquieta il più feroce fra gli animali, ma all'uomo non basta, per lui c'è dell'altro, c'è quell'afflato di divinità che lo rende soprannaturale e nel bene e nel male che altro non è se non la ribellione alla disarmonia dell'universo dove basta un nulla per scatenare una tempesta: venti che s'incrociano, livelli che si scompensano, ambiente che s'inquina... così nel cuore dell'uomo. Ma quando la poesia vera s'insinua nella mente d'un essere umano il suo spirito è pronto ad abbracciare il mondo con i suoi misteri e le sue gioie e i suoi lutti: nel suo poema Ruffilli riesce a superare la barriera che ci divide dai nostri simili.

Ma in ogni tempo, la diffidenza verso il poeta porta alla cecità spirituale o alla formulazione di nuovi dispotismi con mezzi e tecniche all'avanguardia: sappiamo come pure Platone nutrisse diffidenza per la poesia, e il poeta in particolare, in quanto ne temeva il potere irrazionale che possiede, infatti la poesia affonda le sue radici nel più profondo dell'umano sfiorando lo spirito che s'interseca con l'infinito: questa congiunzione sfugge allo stesso filosofo non ispirato dalla musa, ma può accedere, che il poeta sia anche filosofo, sfidando le stese leggi della poesia e della filosofia per come tanti grandi del nostro novecento hanno fatto (da Montale fino a Luzi); certo le polemiche sulla poesia-non poesia esisteranno finché esisterà la vita e la poesia che ad essa si lega come la morte alla nascita. I tempi ormai hanno raggiunto la saturazione del male e aggiungerei che il bene dovrà trovare altre strade per ritornare nella coscienza dell'umanità, che sembra essersi assopita nell'espandersi ottuso della tecnologia fine a se stessa: per fare un esempio pratico potremmo osservare il diffondersi dei cellulari che possono si salvare la vita nelle emergenze e in circostanze di pericolo (e che ben ci siano!) ma possono assopire l'intelligenza di quanti se ne servono per sterili messaggi fine a se stessi.

Tutti gli scritti del nostro irretiscono la mente e il cuore di chi legge per la semplicità e competenza, sia nella poesia sia nella prosa ed in modo particolare qui ci si riferisce ai racconti di Preparativi per la partenza (settembre 2003 Marsilio) racconti che testimoniano oltre all'arte, l'integrità mentale dell'autore che mette a foco i cardini dell'esistenza di ogni tipologia umana in modo quasi pirandelliano e poi personalissimo, infatti ogni racconto coinvolge il lettore che ritorna nei meandri del suo passato e ne ripercorre i tracciati ma in questo cammino a ritroso non si è soli, perché altrimenti sarebbe un risultato angoscioso tornare da soli sui luoghi delle sofferenze che tutti più o meno abbiamo conosciuto ed anche se non condividiamo le scelte dei personaggi, perché spesso sono le nostre stesse scelte che critichiamo e che abbiamo rifiutato in passato, assaporiamo a posteriori la nostra antica libertà maturatasi nei tragitti contorti o deviati da quel destino che ancora nessuno è riuscito a spiegarci.

Questo autore così sobrio ma così ricco di tematiche e di poesia, senza ostentazione, pare che alzi il sipario sulle cose oscure che ci opprimono come potrebbe fare uno psichiatra con i suoi pazienti.

In Ruffilli la poesia è struttura portante di tutti i suoi scritti, e le numerose pagine di critica che da empo conoscevo ne sono pervase, ma dopo la lettura dei tre libri (Camera oscura, La gioia e il lutto, Preparatevi per la partenza), si avverte l'esigenza di conoscere tutti gli altri suoi scritti del passato e oso aggiungere del futuro. Molto ancora avrà da raccontarci questo autore e in poesia e in prosa e in tutte le altre espressioni della letteratura, poiché è già un grande: nel suo poema La gioia e il lutto non solo dell'Aids sembra aver raccontato, ma con quel suo modo originalissimo e toccante per come su ho già scritto, di tutte le sofferenze e le gioie della vita così legate fra di loro.

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