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Quando si legge l’ultima pagina di un romanzo e il cuore fiorisce come per miracolo in un vivaio d’emozioni, credo che la magia della parola abbia trovato il sentiero giusto, quel sentiero conosciuto unicamente dall’anima. Tutto d’un fiato ho letto “Bruna” di Annamaria Cielo, tutto d’un fiato e mi trovo ad annotare immediatamente per non lasciarmi sfuggire nulla della fioritura delle pagine. Ho colto i giorni dell’autrice, li ho accomodati in un mazzo variopinto, ho cercato i vasi giusti dove riporli, diversi per ogni stagione, li ho coccolati con prudenza come si fa coi sogni.

Ho camminato le case esplorandole nel loro significato, nel loro respiro di vita e di morte, ritrovando le essenze preziose racchiuse con cura nei barattoli antichi da mani che sanno i profumi delle erbe mediche, gli aromi dei fumi di cucina, le fragranze della frutta appena colta e, infine, la meraviglia racchiusa in un cuore, sigillata dagli anni per vedere finalmente la luce dall’angolazione perfetta che solo il tempo trascorso, la saggezza del saper attendere riescono a filtrare nel modo giusto.

Ed è così che la storia di Bruna, della sua famiglia che è poi la famiglia dell’autrice prende forma riga dopo riga in un crescendo altalenante di ombre e di luci per completare il quadro di un’esistenza avente in alcuni passaggi il ritmo di una fiaba raccontata quasi con stupore come sa fare solo chi ha capito quanto la vita sia un gomitolo che fugge raccogliendo nella corsa polvere impalpabile, luce, quel raggio filtrante le persiane socchiuse dove ballano gli spiriti per chi li sa vedere. Si coglie l’arcano del presagio nella carrellata dei personaggi e Bruna ne è la custode silenziosa e saggia, che sa di aver passato il testimone alla figlia avuta in tarda età per i tempi d’allora, quasi suggello di un amore che non poteva essere unicamente rivolto ai figli del primo  matrimonio del marito, figura determinata e allo stesso tempo capace di parole sapienti e gesti rari di tenerezza. Colpisce, nella narrazione, la sintesi degli accadimenti, quel non compiacersi delle parole, quell’andare dritto al sunto per lasciare al lettore un input alla fantasia, all’invenzione perché, si sa, ognuno ha il suo bagaglio di ricordi da intrecciare in ogni racconto.

Con fluidità narrativa, gli accadimenti si susseguono in un crescendo continuo di emozioni, colpisce l’atmosfera quasi magica delle situazioni, la forza e la dolcezza della protagonista che mai è posta come fulcro della storia ma quasi come ne facesse parte in ruolo predestinato e tutto si svolgesse in modo che l’amore di una vita e, nonostante tutto per la vita, dovesse compiersi con la leggerezza e la sapienza di chi ha capito il mistero dell’esistenza.

Un romanzo da leggere con trepidazione, lasciandosi prendere per mano dall’autrice, con la consapevolezza di entrare  nell’unicità di un tempo trascorso dove il ricordo della figura straordinaria della madre, ma anche del padre, costituisce una trama preziosa, raccontata con la delicatezza e il pudore dello svelarsi alle porte dell’anima.

Recensione
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