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Come dire dell’amore

Il passo delle parole

Parlare di quest’ultimo libro di Nadia Scappini è parlare di meraviglia, di attimi sospesi, incantamenti inattesi, di ritmi che non hanno bisogno di punteggiatura. Parlano perfino gli spazi inseriti con sapienza, quasi guida al lettore per pause di riflessione.

Le parole si fanno al passo del tempo reale, trascorso e inventato, delle emozioni che frugano incessantemente l’inconscio sbocciando come fiori di roccia fra le crepe rincorrendosi senza sosta. Appena il tempo di un respiro e il desiderio di ritornare indietro, di concedersi una pausa che non è quella dell’autrice, ma quella necessaria affinché il pensiero possa prendere il volo, affinché il turbamento della quiete ridiventi sangue di tempesta, fotografia scattata dell’istante perduto prigioniero dell’andare sul sentiero.

Non so se possiamo definire la poesia di Nadia di questa raccolta come: poesia di riflessione, poesia della maturità. Sicuramente è poesia dell’assoluto scandire dei minuti, senza conta di ore all’orologio universale. Ognuno ha il proprio orologio del cuore capace di inventarsi il ticchettio antico di una sveglia o l’assoluto silenzio della meridiana, la fluorescenza di quadranti pensati con animo a volte turbato.

E c’è quello squarcio di azzurro nel cielo di un paese che orchestra i temporali e il sole quando picchia forte senza far male. E i ricordi ci sono, appena, appena velati da quell’io che non è mai ridondante, ma generalmente condiviso.

Le liriche divengono proprietà di chi legge, un ritrovarsi arcano in canto collettivo di meditazione su tutto ciò che è palpito di vita.

Nadia Scappini in questa sua opera riesce a dare un’ampia ed esaustiva carrellata di immagini suggestive, quando il paese sboccia come acquerello con i suoi segreti,

l’atmosfera ancestrale e quel pizzico di malinconia che si posa come rugiada sul fiore dei versi. Riesce a trascinarci in un clima di delicata e al tempo stesso potente religiosità rara al giorno d’oggi in poesia.

Le citazioni poetiche potrebbero essere molte e tutte le poesie meriterebbero un invito alla lettura. Ne scegliamo solo una da: I miei morti, perché in una raccolta di questo spessore si corre il rischio di confondere, fuorviare, dato il meticoloso lavoro dell’autrice nella collocazione dei testi e nella scansione musicale della fioritura di spazi, di quei silenzi che possono divenire meditazione:

non è vero che i morti ritornano a parlarci / solo quando è notte / i miei morti si svegliano con me / a bordo letto // fanno gesti / una ciarliera confusione per decidere / chi e quando ispirerà i miei passi / uno dopo l’altro / per l’intera settimana // sì, li sento camminarmi appresso / talvolta mi formicolano dentro / in quell’angolo interiore dove / si prendono le vere decisioni / dove, / accanto al giudice / siede un profeta...

Nella sua splendida postfazione Giancarlo Pontiggia ha fatto un’analisi sapiente dell’andare sicuro delle parole collocate come gioielli da indossare in ore diverse, quando il cuore ha bisogno di sentirsi abbracciato, di commuoversi e provare quella scossa necessaria ai giorni.

Nel risvolto di copertina Gianfranco Lauretano, in poche righe dà una traccia del sentire più profondo della poetessa.

Sarebbe presuntuoso per chi scrive cercare di esprimere con altre parole quello che magnificamente è già stato detto.

Sono andata perciò di getto. Non sono un critico, ma un’amante fedele della poesia. La riconosco, me la coccolo nel cuore, ne seguo il ritmo personale di ogni autore.

Nadia Scappini sa la parola, la sa stregare, la sa mettere in riga con maestria. Diventano processione le parole e si fanno man, mano che la pagina si trasforma in poesia. Poesia alta, con rimandi sapienti ad altri cuori che hanno vibrato nel tempo.

Dopo la lettura di “Come dire dell’amore” si sente il bisogno di coccolarsi, di volersi un po’ più di bene, di guardare in alto per un aquilone disperso o in basso per un filo d’erba che buca il selciato. Si sente prepotente la forza dei sentimenti, il desiderio di assaporarli nel loro manifestarsi. Niente disattenzione ai doni della vita.

Siamo tutti viandanti, ognuno col proprio fardello talvolta pesante.

Leggere la poesia di Nadia aiuta a guardare in alto, a riappropriarsi del proprio io, a spalancare gli occhi fino alle lacrime.

Perché anche la lacrima ha la sua dolcezza, la potenza di alleggerire il cuore.

Recensione
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