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Così è. Colloquio con Dio

Ermellino Mazzoleni è poeta, narratore, critico, saggista e drammaturgo. Sarebbe troppo lungo elencare i titoli delle sue opere che nell’arco della sua lunga vita hanno regalato ai lettori emozioni molto dense e momenti di riflessione e di meraviglia. Ha cantato con la voce dell’anima e con l’anima è riuscito a penetrare nei cuori di chi si è accostato alla sua produzione letteraria.

Ermellino è innamorato della parola, la trasforma in musica, la coccola, la inventa, ne fa esaltare la forza e la dolcezza, ne fa assaporare il gusto diverso, la penetra con carezze d’angelo, a volte la stordisce per il troppo amore. È allora che sulla pagina fioriscono miracolosamente versi di rara bellezza e profondità allacciati al mistero della vita, al miracolo della natura, al fascino del cosmo, alla potenza degli affetti.

È allora che i ricordi si fanno testimonianza struggente nell’inquietudine della malinconia.

Bisogna accostarsi alla sua produzione poetica con animo fanciullo e molta umiltà per riuscire a entrare nel cerchio di magia che ogni sua composizione trasmette.

Dopo la splendida raccolta “I salmi del silenzio del 2015, risulta difficile usare espressioni nuove per delineare l’alto profilo letterario di questo suo: “Così è. Colloquio con Dio”, silloge potente e indimenticabile.

Arduo per chi scrive non lasciarsi suggestionare dalla splendida prefazione del poeta e critico Carmelo Consoli che ha saputo esprimere in profondità il messaggio lirico di Ermellino Mazzoleni che in questo suo ultimo lavoro raggiunge picchi molto alti e dialoga con Dio denudandosi da ogni velo, confessandosi in un’elevazione di pensiero che rasenta la perfezione.

I versi si rincorrono in un’altalena fiabesca fra terra e Cielo, sfiorando cherubini e comete che illuminano le contrade della giovinezza. Divengono carezza i versi, fiato di malia e fioritura di neve, punto di domanda sui perché dell’esistenza, sul bisogno di sognare per continuare a vivere e a morire dentro in un continuo risorgere di incantamento, di brivido di tenebra e danza di streghe. E poi ci sono le aurore, i tramonti, i pensieri che brillano il sole dei giorni, le notti delle nebulose. Ci sono i fiori, ognuno con il loro fascino, la loro rugiada che si fa lacrima, struggimento. E l’angelo del sogno: ... è salito dall’acqua del quinto / oceano.Mi ha portato il giglio / sonoro di onde e risacche. / Senza nome l’angelo dalle tre / ali e tre brezze, splendeva / tre sorrisi arcobaleni. Aveva / una veste di prato ciclamino...

Il poeta affascina attribuendo simbolismi misteriosi ai numeri, scrive le proprie angosce esistenziali, canta a tratti quasi in apparizione improvvisa della sua sposa Lucia, alla quale ha dedicato pagine di intensa bellezza nelle raccolte precedenti. Lucia che è il suo tempo, la sua memoria, la sua attesa al quinto punto cardinale, i suoi silenzi che si fanno salmo. Punto di domanda inquietante la morte: Verrà dal bosco e sarà / mattino o sera di nebbia? Dalla mulattiera verrà / o dal sentiero delle volpi?... E Lucia, la mia sposa, vestirà blu oceano, o splenderà luce?

In questa silloge ogni verso meriterebbe una citazione nel vagabondare del poeta da una stella all’altra, dagli oceani alle nebbie, dal vento, dalla grandine, dall’incanto della natura agli animali di terra e di cielo.

Appare ancora l’immagine della contrada, quella della luna gobba, della mulattiera, del faggio, di tutte le immagini indimenticabili che Ermellino negli anni ci ha regalato con la sua poesia personalissima e trascinante. Sa far vibrare le parole che diventano così strumento musicale, nenia di solitudine, di disperazione in un monologo con Dio che è dialogo-confessione; non ha paura di denudarsi il poeta, canta le sue paure con innocenza testarda di bimbo, prende a prestito i luoghi dove è stato, i luoghi che gli hanno lasciato ricordi indelebili nell’animo. E usa l’imperativo come scudiscio emotivo: Voglio andare al non dove / cattedrale del vuoto e niente / Cavallo al vento non squillato, / voglio andare al non dove.

Come rintocco questo suo: voglio andare, spaziando da una cattedrale all’altra in ritornello: voglio andare a Reims, cattedrale di favola e fuoco...Voglio andare a Chartres, cattedrale di re e profeti... Voglio andare a Amiens, cattedrale di salmi e rose... Voglio andare a Bourges, cattedrale di silenzio e mistero... Voglio andare a Ravenna, cattedrale di roveti ardenti...No. Non voglio andare. Odoro cancrena e morte. Cavallo a nessuno, / non voglio andare.

E avanti, in questi stacchi di quartine, chiave di lettura dell’anima per quell’ultimo, quasi urlo che chiude la silloge:

Voglio andare oltre / me stesso e l’alba prima, / oltre il cosmo e l’eterno, voglio andare oltre Dio. // Così è.

Prima di queste lapidarie parole, Ermellino Mazzoleni, conscio della precarietà della vita, del tempo spietato, della memoria che gli pugnala il presente, scrive ancora della sua sposa Lucia in una lirica che ha del miracoloso per la pregnanza delle immagini.

Lirica con la quale desidero chiudere questo mio scritto su “Così è. Colloquio con Dio” silloge profonda e avvincente che io interpreto come testimonianza rara di Fede assoluta:

Ottantatré anni, m’innamoro / della mia sposa Lucia, divenuta sogno e mito. / Sento le stimmate d’amore / per lei che ascolta la serenata / dei tordi acquaioli fra le nubi. / Vestita di musica e salmi, / respira i venti di una valle / che fluttua ortensia fra le galassie, /Quando l’incontrerò nei sette / cieli e sette arcobaleni, sarà / un’aurora senza tempo. / Approdato al golfo del silenzio / anelato come la rosa / che ghiaccia azzurra fra la neve, / con trepida umiltà deporrò / il mistero di me stesso / nelle braccia del Creatore.

Trento 21 dicembre 2018

Recensione
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