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Cavilli

Nel testo che lo scrittore catalano Enrique Vila-Matas legge al teatro Odeon di Firenze nel corso del Festival degli Scrittori (13-15 giugno 2012), e che è stato anticipato da “Repubblica” del 10 giugno (tradotto da Bruno Arpaia), è spiegato perché Donna di Porto Pim di Antonio Tabucchi divenne “un piccolo faro per la sua opera creativa”. In quel libro “c’era tutto ciò che io desideravo fare in letteratura: la costruzione di miniature letterarie perfette, il moderno caos della voce frammentata, l’evocazione di ricordi inventati per raggiungere, paradossalmente, una mia propria voce”. Quando gli rimproverano infatti “perché lavoro tanto con citazioni d’autore, rispondo meccanicamente che pratico una letteratura di ricerca e che, come dice Juan Villoro, leggo gli altri autori fino a trasformarli in Altri. […] Alla maniera di Erik Satie, occorre “trovare una maniera propria di dissolversi nel trionfale anonimato, dove l’unico è proprietà di tutti. […] Scriviamo sempre dopo gli altri. […] Tabucchi un giorno mi diede un foglietto sul quale era scritta la frase di Borges: ‘Io sono gli altri, ogni uomo è tutti gli uomini’ “.

E’ quanto ha fatto Carmelo Pirrera in Cavilli, che in una premessa afferma di aver ceduto “al gusto (alla libertà) di rovesciare situazioni, penetrandole con analisi arbitrarie o impertinenti, o reinventandole di sana pianta con quel pizzico di gioia e di sofferenza di cui si è spesso debitori, giusta l’espressione nietzschiana, alla poesia intesa come menzogna, ossia nell’accezione che insieme la insulta e la lusinga”. Ma perché intitolare il libro con un termine che contiene una sfumatura di causidico, di avvocatesco? A nostro avviso sarebbe bastato il tradizionale “pretesti”, come peraltro aveva fatto anche André Gide.

Con le “citazioni d’autore” naturalmente il libro abbonda. A cominciare dagli “aristocratici fantasmi” del pezzo d’apertura, dedicato a Marcel Proust, e vertente sulle magie evocatrici, e irraggiungibili, della frase: “Bacio l’opale del tuo sguardo pallido”. Elio Vittorini è richiamato poco dopo: già nel titolo, Viaggiatori, c’è Conversazione e ci sono Le città del mondo: “Incredibile questo altipiano percorso e ripercorso da treni che pare vogliano imbastire o cucire con lunghe gugliate di filo nero Bologna a Bari, Milano a Reggio Calabria o a Catania, dove più forte avverti un frinire di cicale”. Pirrera è poeta in proprio, e in tanti dei “pretesti” di questo libro si avverte, grazie al ritmo delle frasi, alla sintassi armonicamente cadenzata, alla scelta oculata e sapiente del lessico. Come avviene subito dopo con Giuseppe Ungaretti (L’uomo dei fiumi): “Rauca, la voce del poeta proseguì nel recitare versi di Omero e con affanno s’inoltrò nel racconto di un naufragio senza allegria”. E continua citando quel mare colore del vino, caro anche a Leonardo Sciascia. Ma soffermandosi infine su un ricordo parigino del poeta: quel Moahmmed Sceàb, immortalato in un famoso testo de L’allegria.

William Shakespeare è richiamato due volte, come peraltro José Saramago e Beppe Fenoglio. Altri autori sono citati attraverso i loro personaggi più emblematici e conosciuti, come Kafka per il “fatto imprevisto, imprevedibile e immeritato” della trasformazione di Gregorio Samsa, o Flaubert per Emma Bovary, di cui Pirrera afferma che “non muore per amore, si uccide per sottrarsi ai creditori”.

Ma non si possono citare tutti gli autori presi a pretesto (ci sono trentadue testi nell’indice). Bisogna per forza sceglierne alcuni. Precisando tuttavia che non tutti i testi hanno una referenza d’autore. Alcuni vengono detti “anonimi”, perché appartengono all’esclusivo rimuginio memoriale di Pirrera (a esempio, l’ultimo pezzo, Dopo il buio, è chiamato “Consigli alla regia”).

Fra tutti, soffermiamo perciò la nostra scelta su un autore siculo-americano, poco noto, tranne agli specialisti. Quel Nat Scammacca che, con Pirrera, fece parte dell’Antigruppo ’73 a Palermo, quando un pugno di letterati volle reagire – in senso più impegnato socialmente – contro l’avanguardia formalistica della c.d. “Scuola di Palermo” del 1963 (vedasi il capitolo “Gruppi e antigruppi” in Salvatore Ferlita, Sperimentalismo e avanguardia, Sellerio, Palermo, 2008). Al cui riguardo Pirrera conclude: “Si affacciano e se ne vanno, i ricordi. Guardo verso le isole, chissà non facesse così anche Ulisse, negli ultimi anni, quando Circe e Nausicaa erano divenute soltanto dei nomi che a volte non ricordava, e il mare, lo stesso mare, uno specchio brulicante di luci da guardare da un portico, dove fiorivano rose senza profumo”
Recensione
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