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Lucio Zinna spiega in premessa di aver suddiviso i saggi critici intorno alla produzione letteraria dei siciliani – da considerare soprattutto come una vasta metafora – in tre parti: quella dei nati nel XIX sec., quella dei nati nel XX sec. e una terza dedicata a letture, prefazioni e recensioni varie. Con una precisazione tuttavia: sono equiparati ai siciliani anche quegli scrittori che, pur nati altrove, hanno poi vissuto e si sono formati nell’ambiente isolano e della sua più precipua cultura hanno succhiato la linfa. E’ a esempio il caso di Giuseppe Ernesto Nuccio, nato a Verona nel 1874, che sui suoi “picciotti e garibaldini” durante la presa di Palermo del 1860 ha dedicato una lunga narrazione.

Oppure il caso ancora più emblematico di Vittorio Schiraldi , nato a Bergamo, che in Siciliani si nasce (PA, 1984) ha svolto una sorta di inchiesta sul filo della memoria “attorno a una generazione […] che si trovò a trascorrere fanciullezza e adolescenza in un immediato dopoguerra fatto di privazioni, nell’informale capoluogo di un’isola strana, ai confini di un continente”. Vale a dire a Palermo “città di frontiera: una capitale lacerata, sminuita più dal dopoguerra che dalla guerra, più dalla ricostruzione che dalle bombe, con una accelerazione del fenomeno negli anni sessanta (e seguenti) durante i quali si perpetrò il ‘sacco della città’; Palermo iniziò fin da allora la sistematica ‘cancellazione’ della memoria del suo passato e si avviò a divenire una delle città più invivibili d’Europa”.

Sicché “una volta siciliani, per nascita o per accidens, vi si rimane per sempre e dovunque: di conseguenza – aggiunge Zinna in punta di penna – non si riesce ad essere interamente né arabi né europei”. Comunque Zinna conclude il suo amaro giudizio con una punta di speranza, riflettendo sugli avvenimenti più recenti: “In quanto a Palermo, città dove ‘succede tutto e il contrario di tutto’, come dice lo scrittore e dove – diciamo noi – si aggravano i mali d’Europa (per cui uno starnuto a Parigi diventa raffreddore a Milano influenza a Roma e bronchite a Palermo), sta accadendo qualcosa che non può avvertire chi è partito: il sospetto che insistendo, a furia di sconfitte, qualche vittoria dovrà pur venire, magari per sbaglio”.

Tra i nati nel XIX sec. acquistano particolare rilievo i saggi dedicati ai “classici” Pirandello, Alessio Di Giovanni, Rosso di San Secondo e Francesco Lanza. Di Pirandello, com’è ovvio, viene sottolineato il soggettivismo e il “relativismo esistenziale” (richiamando quanto già affermava Piovene: “Nei suoi personaggi […] vi è una specie di nevrosi del pensiero, il pensiero è come uno spasimo che accompagna i loro atti”). Due sono i saggi dedicati a Di Giovanni: uno sulla sua socialità e religiosità, che ove si prescindesse dal rapporto che il poeta aveva con il quotidiano si rischierebbe di ridurre in vano e illusorio umanitarismo; l’altro sulla “registrazione lirica delle voci del feudo, di tutto ciò che infrange il silenzio” e pertanto mettendo a fuoco la differenza tra la “vita dei campi” verghiana e le “voci del feudo” digiovanniani, anche se entrambi attingono alla poetica “fotografica” del verismo-realismo. Rosso di San Secondo non può che essere visto attraverso le antinomie e i conflitti che si riscontrano in tutta la sua opera, di derivazione espressionistica. Mentre il panorama antropologico che nei Mimi di Francesco Lanza potrebbe apparire monocorde è “invece variegato ed espressione di una radicalità siciliana e di una dialettalità che fa leva sull’animus salace del mondo contadino, su un’insularità motteggiatrice e burlesca, non solo tragica”.

Completano questa prima parte i saggi dedicati a Calogero Bonavia, a Pietro Mignosi e a Salvatore Spinelli (che fu compagno di ginnasio di Antonio Pizzuto e il cui realismo, da un formalista come Pizzuto, non poteva essere condiviso).

La seconda, quella dei nati nel XX sec., inizia con un saggio su Salvatore Quasimodo, nella cui opera viene indagato il tema dell’esilio (con il termine “razza” il poeta intendeva semplicemente parlare di appartenenza culturale). Il gusto dei particolari caratterizzanti nella poesia di Lucio Piccolo viene inquadrato come una vera e propria poetica degli oggetti, mentre l’opera teatrale del madonita Giuseppe Ganci Battaglia è “sostanzialmente, la commedia brillante degli anni trenta calata nella realtà popolare siciliana”. Tuttavia il suo Pupu di lignu (1969), elaborazione in trentasei canti del Pinocchio collodiano, è “da includere tra i capolavori della poesia dialettale siciliana”. La prosa dello storico Virgilio Titone viene vista come punto di confluenza tra storia e narrativa. L’opera di quel difficile e sfuggente scrittore che è Angelo Fiore è acutamente interpretata in relazione alla tensione spirituale, metafisica, che il suo linguaggio sempre sottintende: “Dove paiono maggiormente incidere la morsura del sesso o della solitudine o della noia, lì improvvisamente […] si verificano […] i desiderati incontri con l’Estraneo partecipante. […] Estraneo partecipante, dunque, questo Dio che ci lascia alla gestione del nostro libero arbitrio ma non pertanto ci abbandona […]. Entra, a questo punto, in gioco la concezione floriana della creazione incompiuta, ovvero della creazione che prosegue nella vita, che diventa sviluppo e integrazione”.

Nell’àmbito della letteratura sommersa, cioé di “quel complesso di opere di rilievo ingiustamente obliate o collocate ai margini”, viene poi dedicata giusta attenzione a Raffaele Poidomani, Luciano Domanti, Giuseppe Rovella, Mario Gori, Tommaso Romano. Mentre Leonardo Sciascia è visto, specularmente, attraverso il suo teatro, quale summa “di una produzione letteraria costantemente protesa alla rappresentazione e all’analisi del potere nelle sua varie forme”. Il realismo nella narrativa di Melo Freni viene visto come uno scavo nella condizione siciliana, in cui dialogano realtà e mito. Nella lirica del ragusano Giovanni Occhipinti è invece dominante il motivo dialettico del dolore-speranza. Mentre la poesia del marsalese Nino De Vita “era, già nel suo apparire, connotata da un’intrinseca dialettalità, in primo luogo per l’attenzione e l’attrazione a un mondo di florida marginalità, a una realtà locale fortemente evocativa, mirata alla res e alle sue profonde, interne articolazioni”.

Questa seconda parte si completa infine con un saggio di cui sottolineiamo l’importanza, sia come opera di “storicizzazione” letteraria, sia per i particolari e gli aspetti di primo piano che vi vengono riferiti, essendo stato Zinna uno dei testimoni diretti, e compartecipe, del tempo: quello sull’Antigruppo palermitano, nato in polemica col Gruppo ’63, che finì col dividere i suoi adepti fra una poetica di tipo populista e una di ricerca neosperimentale.

L’ultima parte del libro comprende i memorialisti Leopoldo Notarbatolo (figlio di quell’Emanuele vittima di uno di quegli “omicidi eccellenti” che hanno sempre caratterizzato la storia isolana) e Fulco della Cerda duca di Verdura, il poeta Dino D’Erice, l’inchiesta di Vanni Ronsisvalle sul meridiano della solitudine dei fratelli Piccolo di Calanovella, i poeti Alfio Inserra, Emanuele Schembari, Nino Agnello (al cui riguardo Zinna rivendica, rispetto a Bufalino, la primogenitura del termine isolitudine) e il prosatore “maledettista” Salvatore Mugno. Il libro si chiude infine con i “maggiori” Antonino Cremona e Gesualdo Bufalino: del primo viene in particolare indagata l’antologia poetica del 1980, L’odore della poesia, a proposito della quale viene riportata la considerazione aristotelica che l’eccellere nelle metafore è la più importante qualità del poeta; di Diceria dell’untore del secondo, e dell’ossessività del motivo della morte, è detto che “la morte è temuta e corteggiata e, infine, artisticamente celebrata in un pirotecnico gioco d’immagini spesso lorchiane, con tutte le possibili ascendenze gongoriane. Un’emottisi in barocco, fascinosa e truculenta”.

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